Forum
 
   
 

3 grandi sfide alla città

di Benedetto Saraceno

Le grandi agglomerazioni urbane sono particolarmente esposte alla pressione di gruppi che si propongono spontaneamente come marginali alle regole e alle identità egemoni o che, di fatto, sono marginalizzati da tali regole ed identità. E’ intorno alle sfide alla città di questi gruppi che si articolano la riflessione ed il dibattito del Primo Forum Scientifico Internazionale del Centro Studi sulla Sofferenza Urbana SOUQ. Il Forum si svilupperà intorno a tre assi:

  • La sfida rappresentata dai comportamenti dei giovani marginali

  • La sfida rappresentata dai comportamenti delle persone con problemi psichiatrici.

  • La sfida rappresentata dai comportamenti degli immigrati extracomunitari.

Anche se a prima vista questi tre gruppi sembrano distanti per natura e identità, essi hanno, tuttavia, in comune, processi di stigmatizzazione, emarginazione e negazione dei diritti messi in opera dalla comunità urbana egemone.
I giovani marginali sviluppano comportamenti che sfidano il comune senso dell’ordine (case occupate, centri sociali, rumorosità), il comune senso del pudore (comportamenti etero ed omosessuali pubblici e provocatori), il comune senso della sicurezza (centri sociali che promuovono comportamenti di violenza politica, riunioni di binge drinking che possono degenerare in situazioni di violenza di gruppo).
In realtà solo in parte i comportamenti sopra descritti sono reali e in parte (spesso in “buona parte”) sono semplicemente fantasmizzati dalla comunità urbana egemone che li enfatizza, esagera, stigmatizza in una dinamica realtà-fantasma che crea allarme sociale solo in minima parte giustificato ma in gran parte “leggendario”.
In modo simile, anche se numericamente meno significativo, le persone con problemi psichiatrici e i tossicodipendenti sfidano la ragione comune, il buon senso, la ragionevole convivenza creando allarme per violenze il più delle volte supposte, temute e assai raramente effettivamente subite. I “drogati” e i “matti” assaltano, rapinano, violentano, minacciano secondo un vecchio copione che vuole malattia mentale e pericolosità strettamente connesse e reciprocamente determinanti.
Anche se la letteratura scientifica internazionale non fornisce affatto evidenze epidemiologiche che corroborino l’idea della persona con problemi psichiatrici come più a rischio di comportamenti violenti rispetto alla popolazione “normale”, le feroci resistenze di caseggiati, strade e quartieri ad accettare l’insediamento di comunità di pazienti della psichiatria sono ben note e dure ad essere sconfitte.
Così come ben nota è l’identificazione droga/violenza che in modo confuso e assai pericoloso assimila la reale violenza criminale inerente al mondo dello spaccio alla violenza (presunta) del singolo tossicodipendente. Infine, gli immigrati che portano le loro lingue diverse, le loro razze diverse (ahimé ancora molti pensano che le razze esistano e non sanno che oramai da molti decenni la genetica ha dimostrato che le razze invece non esistono!) e soprattutto portano le loro religioni diverse.
Tutte queste diversità (accompagnate alla povertà della più parte degli immigrati extracomunitari) sfidano le solide identità linguistiche, “razziali” e religiose dei bianchi e cristiani che costituiscono l’identità egemone delle nostre città (italiane ed europee).
Si tratta di una sfida intollerabile per molti e che promuove e alimenta i miti xenofobi, razzisti più comuni e violenti: rumeni ladri, serbi violenti, latinoamericani rapinatori e spacciatori, cinesi imbroglioni, africani sessualmente incontenibili eccetera…Il florilegio di violenze verbali ( e spesso fisiche) messo in atto verso gli immigrati è ampiamente disponibile solo leggendo i giornali, ascoltando la radio, vedendo la TV e ascoltando le dichiarazioni di molti politici.
Tuttavia queste tre sfide pur così diverse hanno in comune la sofferenza d’uomini e donne accomunati dalla stigmatizzazione, dall’emarginazione, dall’esclusione, dalla violenza, dalla sistematica violazione dei loro diritti.
Il Forum non si limiterà a discutere della natura di queste tre sfide alla città, ma discuterà anche di buon governo (e di malgoverno). Infatti, la città attraverso le sue rappresentanze pubbliche, i suoi servizi alle persone, le sue istituzioni può connivere in modo drammaticamente complice e irresponsabile con gli aspetti più regressivi di queste paure e di questi processi espulsivi, può addirittura in alcuni casi promuovere tali comportamenti espulsivi e costruirsi così una facile rendita di consenso elettorale.
Oppure (il che ahimè è assai più raro) la città può praticare il buon governo e attraverso le proprie istituzioni e insieme ai propri tecnici, insieme alla società civile, insieme al privato sociale e ai molti protagonisti della comunità urbana può costruire risposte, inventare soluzioni tecniche, dare voce ai marginali, promuovere diritti, ossia può edificare processi di democrazia politica, amministrativa, istituzionale e tecnica.
Il Forum si confronterà con esperienze tecniche innovative e con pratiche di buon governo italiane (Amministratori della Regione Toscana, operatori della città di Trieste, la direttrice del carcere di Bollate) ma anche europee (il neo sindaco di Atene, gli amministratori della città francese di Bobigny esposta a fenomeni di immigrazione e marginalità urbana) ed extraeuropee (Brasile, India, Sud Africa, Marocco).
Sarà un incontro fra tecnici di alto livello e politici con grande visione etica e civile per affermare insieme che soluzioni tecniche innovative e buon governo sono utopie possibili.

   

Lo specialismo non è più una virtù

di Silvia Landra

La sofferenza chiede cura e la cura chiede competenza. Nella città delle periferie cupe e turbolente auspichiamo il proliferare di esperti della “grave emarginazione urbana”. Secondo una logica che pare schiacciante per ovvietà, siamo società civile ben disposta a letture sociali approfondite e assai propensa a delegare l'attuazione di soluzioni ai tecnici del problema. E così la competenza, soprattutto in ambito sanitario, rischia di accomodarsi nella nicchia dello specialismo. Ecco che alcuni medici potrebbero specializzarsi in “salute di soggetti senza dimora” o in “disturbi psichici della strada” o in “terapia della popolazione migrante”.
La sofferenza urbana rischia di diventare la categoria delle persone particolarmente ostiche da trattare, che chiedono per lo più interventi di emergenza, piaga di una città che non sa dove mettere alcuni dei suoi abitanti e che invoca interventi specifici per problemi specifici. Si finisce per dare il nome di specializzazione al vecchio e ben noto processo di negazione e confinamento di certe questioni molto interroganti la coscienza individuale e collettiva e perciò disturbanti e insidiose. Tuttavia “la competenza è tanto più competente quanto più è capace di rappresentarsi la plasticità del sistema in cui opera” suggerisce Natoli in Stare al mondo, perché “non si tratta di adeguarsi a un mondo in cambiamento ma al contrario di anticipare i cambiamenti del mondo”.
E' tempo di scommettere su un pensiero lungimirante e anticipatore e non frutto di una corsa a tappare le falle. La suggestione del primo Forum scientifico di Souq, incentrato su sofferenza urbana, diritti e buongoverno, sollecita ad uno sguardo ampio e non specialistico. Si allude ad orizzonti culturali di senso per affrontare le principali sfide della città da cittadini responsabili, senza attribuire ai tecnici le questioni brucianti del vivere urbano che sono invece affare di tutti. A noi che operiamo per la salute nei contesti “di confine” fa un gran bene acquisire che “non basta sentirsi rassicurati da alcune proposte parziali, indipendentemente dal disegno di costruzione globale della città di tutti” come affermava Carlo Maria Martini nel suo discorso alla città di Milano pronunciato il 7 dicembre 1997. Ricordava che “non bastano alcune difese di diritti specifici e di valori particolari se non sono collocate nel quadro di un miglioramento complessivo dello Stato e di promozione di tutti i cittadini. Ciò comporta l'attualità perenne di problemi come il lavoro, la casa, l'equità fiscale e distributiva, i grandi temi insomma dello Stato sociale. Come pure non bastano le affermazioni di attenzione al sociale o ai poveri se poi si accetta di fatto quel primato delle scelte individuali e della loro legittimazione che passa sopra ai comportamenti etici del senso comune offendendo i più sprovveduti”.
A distanza di poco più di un decennio, il richiamo al “disegno di costruzione globale della città di tutti” non suona certo come generalizzazione che accomoda la coscienza, ma come mappa illuminante per l'orientamento di cittadini seri e di conseguenza per l'agire di operatori della salute consapevoli delle questioni in gioco, che sono etiche prima che sanitarie, politiche prima che organizzative. La pratica stessa, se condotta stando in ascolto delle voci di chi abita le periferie urbane e i nuclei del degrado, ha da dire molto sul buongoverno non già degli “emarginati”, ma della cittadinanza nel suo complesso.
Se si assume come dato che “sofferenza urbana” sia un modo ampio di soffrire che riguarda alcuni con drammaticità, ma che ci investe tutti, possiamo decidere di interrompere il circuito pazzo che rimbalza alcuni individui da una risposta all'altra e da un servizio all'altro, ponendo finalmente al centro della nostra attenzione il profilo della città inclusiva, abitabile, salutare, disposta al riconoscimento autentico dei diritti di ogni persona che la abita.

 
   
 
     
 

In collaboration with:

Centro Studi Sofferenza Urbana - SOUQ

Casa della Carità - Milano

Conservatorio Giuseppe Verdi - Milano

Conferenza Permanente per la Salute Mentale nel Mondo