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2282-5754
 
Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Descrivere la realtà ma anche cambiarla

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Benedetto Saraceno

Nel campo della sinistra oramai orfana sia di una illusione fondamentale di riferimento sia di una azione pratica di serio riformismo socialdemocratico si sono obviamente rarefatti e indeboliti i cantieri di elaborazione di pensiero strategico político; e l'effetto di impoverimento si è trasmesso anche al campo avversario: il pensiero liberale ha visto fragilizzata la propria capacità di produrre pensiero politico e strategico.
Chi ha certamente guadagnato da queste fragilitá sono i sistemi di pensiero basati su letture della realtà ipersemplificate e persecutorie che hanno cosí rafforzato le derive culturali esplicitamente conservatrici, l'ispirazione religiosa di molti scontri politici e, in generale, tutti i movimenti caratterizzati da forti spinte populiste, centrate sulla coppia difesa della identità-paranoia verso l'estraneo (sia esso l'immigrato, il mussulmano o anche solamente il burocrate di Brussels che promuove una moneta che attenta alla identità nazionale).
E questi fenomeni si sono verificati non solo nell'ambito dei moltissimi paesi di cultura occidentale ove crescono nazionalismo, fascismo e xenofobia ma anche nella cultura islamica (che in un tempo che anche se ora appare lontanissimo era caraterizzata fino a trent'anni fa da posizioni maggioritariamente moderate) e anche in quella induista ove la irrazionalità identitaria assume forme sempre piú violente. Al pensiero razionale laico e a quello spirituale di matrice cristiana si sostituiscono frenetiche adesioni identitarie che trovano nel populismo e nella religione soluzioni che fondamentalmente perpetuano le molte e profonde diseguaglianze, le esclusioni e le ingiustizie sociali ed economiche.
Di conseguenza, anche in campo economico, sociale e politico si sono avvertiti questi fenomeni di impoverimento delle elaborazioni strategiche e cosí a un pensiero economico marxista o keynesiano si sono venute progressivamente sostituendo forme molto impoverite di un pensiero neoliberale caratterizzato da una massiccia espansione delle « culture di management »: al pensiero economico-politico cioè si è venuto sostituendo un pensiero finanziario e manageriale come bene testimonia la grave involuzione del ruolo anche delle élites intellettuali occidentali che hanno cessato di elaborare pensiero e formare classe dirigente per produrre managers o piú spesso semplicemente consenso.
Il pensiero politico è stato sostituito dal teatro della politica, le organizzazioni di cittadini seguaci di un certo modello di governo da "partiti politici" sono divenute platee di seguaci di un certo leader. In tale malinconica temperie culturale e morale ostinarsi a pensare a una società piú giusta o piú buona sembra essere rimasto patrimonio di visionari, infanti o potenziali terroristi. Le ipotesi di una società giusta, di una democrazia sostanziale, di una libertà diffusa sono escluse dal pensiero ritenuto "adulto" ossia dal pensiero che pensa che la realtà sia immodificabile. Prevale ossia la idea che essere adulti significhi accettare di vivere senza ipotesi di trasformazione della realtà e dunque si considera il cinismo realista come "segno" del pensiero maturo. Tutto il resto è relegato alla dimensione di pensiero infantile dunque pensiero senza parola (in-fans deriva dal verbo fari ossia parlare e il prefisso in ha funzione negativa). Allora, il pensiero della cristiana speranza o della laica utopia cosí come il pensiero della cristiana carità o della laica solidarietà sembrano non avere piú legittimitá nel pensare politico "adulto".
Cosí e paradossalemente: da una lato si agita un fuoco violento di protesta, di richiesta di soluzioni certe, immediate, dure ove i fondamentalismi religiosi e gli identitarismi fascisti crescono in maniera esponenziale, dall'altro langue un pensiero politico impoverito, una asenza drammatica di riferimenti valoriali e teoretici che generano il puerile e irresponsabile pensiero "manageriale" che pretende di gestire la complessità con ricette di gestione aziendale, come se il pianeta fosse solo una azienda un po' piú grande. Al moto irrazionale e violento (il piú delle volte originato da ingiustizie reali) si oppone la stática, ateoretica e cinica del mondo come amministrazione condominiale.
A svolgere funzione « ancillare » a questi fenomeni di impoverimento intellettuale e morale si sono prestate delle vere e proprie "perversioni disciplinari" (ossia dei travisamenti sistematici delle finalità di alcune discipline) che hanno sviluppato in forme esasperate delle competenze puramente descrittive (anche se sempre piú raffinate) : in questo senso la psicologia e la sociologia sono state le vittime ma anche le complici di queste perversioni disciplinari. Come pittori iper-realisti, sempre piú spesso psicologia e sociologia creano con straordinarie capacità evocative e suggestive « parole » che descrivono e classificano l'esistente che cosí implicitamente viene assunto come immutabile. Il mondo diviene come una carta geografica sempre piú dettagliata ma anche progressivamente sempre meno interessata a rappresentare la realtà. Negli anni 2000-2003 vi fu un dibattito molto acceso fra un gruppo di brillanti epidemiologi e statistici della sanità guidati dall'americano Christopher Murray e alcuni rappresentanti di governi che si lamentavano del fatto che le "misure" epidemiologiche create da Murray avessero condotto la Organizzazione Mondiale della Salute a "descrivere" la realtà sanitaria dei paesi, e la diffusione delle malattie in forma distorta rispetto alla realtà. Murray, da me interrogato sul grado di coerenza fra la realtà e le misure utilizzate per descriverla mi disse testualmente: "I modelli matematici che utilizziamo sono piú vicini alla realtà della realtà stessa che di fatto diventerà sempre di piú un fattore di confondimento". Certamente si trattava di una affermazione provocatoria per affermare la sosfisticazione dei modelli matematici impiegati ma tale provocazione la dice lunga su come saper descrivere la realtà possa illudere di potere fare ameno della realtà che cosí resta una immagine fissa da descrivere ma certamente non da cambiare poichè, come è ovvio, una fotografia è immutabile.E a questo proposito è interessante osservare che il manuale diagnostico americano DSM (la bibbia universale delle malattie psichiatriche) sia passato da classificare 40 malattie mentali negli anni '50 a 200 negli anni '90. Ovviamente non sono aumentate in natura le malattie ma sono aumentate quelle entità astratte che sono i descrittori. La sociologia ogni giorno definisce e classifica un pezzo della « social fabric » contribuendo alla illusione che l'aumento delle facoltà di denominazione dei fenomeni corrisponda ad un aumento della loro comprensione e non, come invece pare piú probabile, alla scarsa comprensione dei medesimi.
Un esito a cascata di questi processi di impoverimento teoretico (dal pensiero economico alla cultura di management; dallo sforzo di comprensione dei fenomeni psico sociali all'ipertrofia della descrizione e denominazione dei medesimi) è quello del divorzio fra processi intellettuali conoscitivi e processi etici trasformativi. In altre parole, la debolezza di pensiero teoretico (sostituito spesso da funzioni descrittive) determina la perdita di ogni possibile utopia della trasformazione dell'esistente allo scopo di renderlo piú buono, piú bello e piú vero. Si assiste ad una tragica caduta della tensione al cambiamento e dunque alla perdita della dimensione etica come elemento costitutivo dei processi di conoscenza.
Prendiamo come esempio la crescente consapevolezza basata su studi epidemiologici, di economia sanitaria e di sanità pubblica sulle relazioni con-causali fra determinanti sociali e la dinamica salute-malattia; tale maggiore consapevolezza non sembra tuttavia avere generato alcuna trasformazione. Nel 2007 e nel 2008 furono pubblicati due fondamentali rapporti dalla Commissione sui Determinanti Sociali della Salute. Il primo, nel 2007, era un Rapporto (KNUS-WHO, 2007) che illustrava il ruolo della urbanizzazione e del setting urbano come determinanti sociali di salute e malattia. L'enfasi del Rapporto era sugli aspetti molteplici della patologia ambientale generata dalla Città e sull'impatto che tale patologia ha sui gruppi vulnerabili. Il Rapporto offriva uno spettro ampio e radicale di possibili correttivi sia direttamente connessi ad una diversa prianificazione dei servizi sanitari urbani sia (ed è forse la parte piu' innovativa del Rapporto) sulle possibili innovazioni nei processi di governance della città e sulle forme di partecipazione dal basso alla programmazione e gestione dei servizi da parte dei gruppi vulnerabili. Una parte del Rapporto era dedicata alle esperienze di microfinanziamento e di investimenti locali. Nel 2008 un altro Rapporto (CSDH-WHO, 2008), ancor piú importante, ha raccolto e ordinato le evidenze scientifiche sui determinanti sociali della salute e descritto i nessi fra le ingiustizie e diseguaglianze correlate allo stato di salute/malattia delle popolazioni e degli individui. L'obbiettivo del Rapporto è stato quello di generare un movimento globale capace di promuovere la giustizia nel campo della salute. Il Rapporto presenta una fotografia accurata e documentata delle variabili sociali, economiche, culturale e politiche connesse con le disuguaglianze nel campo della salute. Il Rapporto formula numerose raccomandazioni strutturate intorno a tre aree di azione : la urgenza di migliorare le condizioni di vita quotidiana delle popolazioni con speciale enfasi sui bambini e le donne ; l'urgenza di affrontare il nodo della iniqua distribuzione del Potere, del Denaro e delle Risorse ; l'urgenza di creare meccanismi di « sorveglianza » dell'ingiustizia focalizzati sulle iniquità nel campo della salute e dell'accesso ai servizi sanitari per le popolazioni piu' povere e vulnerabili.
Ebbene questo immenso patrimonio di conoscenze basato sulla accurata e intelligente descrizione dei nessi fra povertà, disuguaglianza, ingiustizia, esclusione sociale e malattia non ha generato trasformazione delle politiche dei paesi. Vi erano sí dei paesi che giá avevano imboccato la strada di alcune importantissime riforme delle politiche pubbliche (ad esempio il Brasile) ma la conoscenza generata del Rapporto non faceva che confermare scelte politiche precedenti. In realtà nessun paese ha modificato le proprie politiche pubbliche a partire dalle evidenze generate dal Rapporto quasi che che il divorzio fra sapere e trasformare sia ineluttabile e che le trasformazioni avvengano attraverso cammini diversi da quelli generati dalla conoscenza e che le conoscenze non abbiano la forza di generare cammini di trasformazione.
Ci sembra dunque che vi sia una urgenza di laboratori di pensiero economico, politico, sociale che sfidino le povertà teoretiche e morali che caratterizzano il presente . Questo implica che i laboratori di pensiero si costruiscano a partire dal superamento delle funzioni esclusivamente descrittive allo scopo invece di favorire l'incontro, l'incrocio e la cross- fertilization fra discipline che ambiscono conoscere trasformando e a trasformare conoscendo. La filosofia del diritto, le scienze antropologiche, l'etica devono fertilizzare il pensiero economico-politico rompendo l'assioma secondo cui pensare al pane è incompatibile col pensiero della primavera, che fare società giuste non consente di farle perfettamente libere e, dunque, che chi conduce il treno non ha tempo per cantare e chi canta non puó condurre il treno.
Dunque cresce il bisogno di luoghi di formazione « alta » che creino "classe di governo" capace di un pensiero economico-politico etico, utopico e trasformativo. Sembra anche indispensabile che tale esercizio di formazione sia anche l'occasione di incontro fra il pensiero europeo e il pensiero che si viene costruendo nei paesi che oggi sperimentano grandi processi di transizione economica e politica inventando nuove forme di democrazia certamente molto imperfetta ma anche certamente molto nuova (basti pensare ad alcuni paesi del BRICS quali il Brasile, l' India e il Sud Africa).
Dunque, abbiamo bisogno di un laboratorio di riflessione e azione Sociale, Economica e Politica che produca pensiero sociale, economico e politico innovativo, caratterizzato da radicali orientamenti etici, capace di leggere i processi di sviluppo sociale ed economico.
E in questo paese ove abbondano in modo preoccupante la violenza verbale della politica, la violenza della xenofobia, la violenza del razzismo, la violenza della esclusione e delle disuguaglianze, la violenza dell'essere poveri fra i ricchi, esclusi fra gli inclusi, la violenza del teatro della politica come sostituto della politica...è in questo paese che ha oggi specialmente senso parlare della creazione di nessi disciplinari, di dialogo fra discipline ma anche fra punti di vista divergenti, allo scopo di cercare pacificazione ma non resa, dialogo ma con fermezza e consapevolezza dei diritti. Si tratta di una emergenza, di una urgenza morale e politica, di una transazione irrinunciabile e irrimandabile.
Il Centro Studi sulla Sofferenza Urbana (SOUQ) come molte volte già detto e scritto in numerose sedi si propone di studiare il fenomeno della sofferenza urbana, ossia la sofferenza che si genera nelle grandi metropoli. La Sofferenza Urbana è una categoria politica, etica, antropologica e sociale che interpreta l'incontro fra la sofferenza dei singoli individui e la "fabbrica sociale" che essi abitano. Lo studio della Sofferenza Urbana ci consente di conoscere e trasformare la qualità psicologica e istituzionale della intersezione fra soggetti e contesti con l'ambizione morale e politica di costruire cittadinanza ossia comunità di cittadini. Esclusione sociale, emarginazione, povertà assoluta e relativa, disoccupazione, discriminazione, immigrazione costituiscono assi diversi spesso intersecati della vulnerabilità psicosociale di tante minoranze che riunite rappresentano in realtà la maggioranza dei cittadini delle grandi città del mondo: una nazione trasversale alle Nazioni ufficiali accomunata da un vulnus che diminuisce e inabilita le forme sociali e psicologiche della piena cittadinanza e della possibile aspirazione alla felicità delle donne, degli uomini, degli adolescenti, dei vecchi e dei bambini che abitano le città.
Ebbene oggi dopo piú di quattro anni di lavoro cerca amici (e primi fra loro, ma non soltanto, i membri del comitato scientifico) e gruppi di lavoro (pensiamo, fra gli altri, al gruppo di Aggiornamenti Sociali di Milano) con cui costruire una ipotesi di formazione "alta" per professionisti, decisori, operatori dirigenti e quadri del Welfare, della Sanità, della Educazione, della Cultura e del mondo delle Cooperative e del privato sociale allo scopo di contribuire alla loro formazione ad una concezione, organizzazione e erogazione di "risposte" giuste e razionali alla sofferenza urbana.
BIBLIOGRAFIA

1) KNUS (2007). Our cities, our health, our future: acting on social determinants for health equity in urban settings. Final Report of the Urban Settings Knowledge Network of the Commission on Social Determinants of Health. Geneva, World Health Organization.
2) CSDH (2008). Closing the gap in a generation: Health equity through action on the Social Determinants of Health. Final Report of the Commission on Social Determinants of Health. Geneva, World Health Organization.

 

 

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Souq è un Centro Studi Internazionale che è parte integrante delle attività della Casa della Carità e studia il fenomeno della sofferenza urbana. La Sofferenza Urbana è una categoria interpretativa dell’incontro fra la sofferenza dei soggetti e la fabbrica sociale che essi abitano. La descrizione, la comprensione e la trasformazione delle dinamiche

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La rivista SouQuaderni si propone di studiare il fenomeno della sofferenza urbana, ossia la sofferenza che si genera nelle grandi metropoli. La rivista promuove e presenta reti e connessioni con le grandi città del mondo che vivono situazioni simili, contesti analoghi di urbanizzazione e quindi di marginalizzazione e di nuove povertà. Il progetto editoriale si basa su tre scelte

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