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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Societą senza dimora, persone con dimora

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Giacomo Torricelli


Se pensi di essere un barbone lo diventi.
Walter, cosiddetta Persona Senza Dimora

Il problema non è che non hanno una dimora.
Il problema è che non hanno una casa.
Don Piero Tubino

Quasi ogni giorno per cinque anni ho lavorato e vissuto con persone che vengono chiamate Persone Senza Dimora. Ho visto le persone dentro un'istituzione, dentro i centri e le strutture di assistenza, di accoglienza e di cura gestiti dalla Caritas Diocesana di Genova. Ma sono stato anche in molti altri luoghi dove vivono, abitano e dove dormono queste persone: in strada e in stazione, negli appartamenti, alloggi protetti, alberghi sociali, nelle case popolari, nelle stanze in affitto, nelle abitazioni. Nel senso e nell'accezione più ristretta della definizione sono considerate Persone Senza Dimora tutti quegli individui che, trovandosi in condizioni di grave disagio personale, emarginazione sociale e povertà, vivono in strada o in automobili, oppure presso dormitori pubblici, pressoché ignorati dalle istituzioni, dai mass-media e dall'opinione pubblica (se non quando si parla dell'emergenza freddo), senza essere in grado di provvedere interamente da soli al proprio sostentamento. Occorre subito una precisazione importante: la figura non coincide con l'immagine simbolica e concretissima, deturpata e deturpante del barbone. Don Virginio Colmegna, scriveva a nel libro Barboni: per amore o per forza?: "la vecchia figura del barbone, del clochard -avvolta da un alone poetico in un misto di libertà, rifiuto, bizzarria - se è mai esistita, oggi non c'è più".
Nella definizione-contenitore di Persona Senza Dimora (PSD) rientrano persone con esperienze di vita estremamente variegate ed eterogenee: persone che hanno subito lunga e a volte violenta istituzionalizzazione (orfanotrofio, carcere, manicomio), con una forte sofferenza mentale e decine di anni di vita di strada ma anche, soprattutto negli ultimi anni, moltissimi che giungono con vite più consuete e considerate normali. Per questi motivi per il fenomeno si parla anche di povertà estrema, povertà urbana, grave emarginazione e grave emarginazione adulta, esclusione sociale. Le persone vengono anche chiamate clochard, homeless, sans - abri, vagabondi, barboni, roofless, tramp, hobo, senza tetto, senza fissa dimora. Alcuni anche malati mentali, alcolisti. Altri, sempre più in questi anni, anche disoccupati di lunga durata, nuovi poveri, padri separati. Nella nozione PSD rientrano tutte queste che solo in parte si sovrappongono.
I motivi e i percorsi che li portano a tale situazione sembrano essere estremamente differenti, vengono considerati generati e radicati nel vissuto personale, nella propria autobiografia e nelle proprie rotture biografiche, nella povertà di relazioni significative che ne hanno contribuito a formare l'identità, quasi sempre sofferente e brutalmente frammentata. Le problematiche più frequentemente unite alla condizione di essere senza dimora sono la patologia mentale, la dipendenza da alcol e da sostanze, il carcere, la prostituzione, la sieropositività, la disoccupazione. Negli ultimi anni molti sono i giovani stranieri provenienti da paesi dell'Africa, dell'est Europa che si sono trovati a vivere in strada o in dormitori, e con essi sono in aumento le donne.
La condizione (in senso restrittivo) è contraddistinta e accomunata prima di tutto dal non avere una casa e, come cause ed effetti, non avere un lavoro. Tra tutte la definizione e dizione più usata da chi studia e si occupa di tale situazione è Persona Senza Dimora, traduzione dell'inglese homeless. La parola home contiene e riverbera il gioco semantico della lingua inglese tra casa e dimora.
La parola dimora indica lo spazio umanizzato, il luogo (reso) abitabile in cui si sta, in cui si indugia, si sosta, si vive, abita e dorme. Essa rimanda fortemente allo spazio vissuto, alterato e dalla sola propria presenza umana. Quando si parla di dimora si intende allo stesso tempo: un luogo fisico, intimo, protetto e affettivo dove abitare; un insieme di relazioni e legami con altre persone; una sorta di strutturazione interna composita della propria identità, una dimora interiore.
La dimora quindi non solo è un luogo materiale ma anche luogo simbolico, affettivo, spirituale, che unisce sé ed identità sociale, la propria persona e il proprio essere uomo nel tempo e nello spazio in rapporto con sé e con gli altri.
Per tutte queste implicazioni non attribuire a un uomo una dimora è una grossa responsabilità.
La parola, il concetto e lo spazio a cui quasi automaticamente si accosta la dimora è la casa, con le sue dimensioni concrete e simboliche dell'abitare. Quest'ultima nozione, l'abitare, rimanda alle parole abito, nel senso di vestito, e abitudine, con tutte le implicazioni riguardo alle consuetudini, alle usanze e ai costumi, agli stili di vita e quindi alle interazioni umane che si sviluppano in un luogo che sono generate da e che generano codici di pensiero e di comportamento. Abitare rimanda all'intima e protratta relazione che emerge tra cose, persone e ambienti nel corso della vita quotidiana, all'insieme delle interazioni che legano tra loro gli esseri umani e i loro ambienti di vita; abitare non coincide con l'abitare in una casa, così come dimora non coincide con casa. Se una casa è anche una dimora, la dimora non è sempre una casa. Tuttavia abitazione è sinonimo di casa, poiché la casa , come consuetudine e norma culturale, è il luogo abitabile e abitato nella nostra società. E' considerato normale stare e vivere in essa, coltivare se stessi, avere cura delle proprie relazioni più importanti, affettive e intime al riparo dallo sguardo, dalla vicinanza o dalla presenza fisica degli altri, degli estranei. Perché, come mi ha detto una volta Moses, signore marocchino che vive in stazione a Genova, "cambiarsi le mutande in stazione fa schifo".
Vivere in strada e/o non avere una casa, in questa società tocca limiti ontologici e antropologici dell'uomo. Avvicina all'animalità e a uno stato pre- umano, e per questo motivo rischia di posare un'ombra terribile su chi la vive: loro, "i senza dimora" non sono come noi; sono non uomini, non più o non ancora uomini. Fanno parte di un'altra categoria di uomini, sono ontologicamante diversi. Un senza dimora non è uno di noi. Non appartiene al consesso umano. Erving Goffman afferma che, per definizione, crediamo che la persona con uno stigma non sia proprio umana.
Vi è un primo aspetto da mettere in luce: questa condizione vicina all'inumano di senza casa, definita senza dimora, rischia in questo modo di diventare pervasiva di tutto l'essere della persona e di diventare la sua identità, e coincidere con essa, in particolare quando essa si protrae da lungo tempo. In molti scritti e formulazioni verbali vocali quotidiane, in più contesti, spesso per brevità ed economia della comunicazione, della definizione, cade proprio la componente più importante: la parola persona; così questa erosione semantica continua come una goccia, apparentemente innocua e trascurabile, fa perdere lentamente e sotto traccia il collegamento della PSD alla sua dimensione di persona umana, lasciandola un senza dimora (da aiutare).
E' chiaro come vi sia ben poca poesia nel non avere una casa e come ciò aumenti il dolore, la sofferenza e la frammentazione dell'esistenza, quantomeno in alcuni periodi della vita. Tuttavia vi potrebbe essere il rischio di vedere solo e/o soprattutto la diversità in senso negativo, aderendo a quella che Franco Basaglia ne "La maggioranza deviante" chiamava ideologia della diversità, per cui , scrive Marco Aime, , "l'accento è sempre posto sulla diversità, quasi mai sugli elementi comuni, che sono dati per scontati, taciuti, non considerati o ignorati."
In tal modo, afferma Sabrina Tosi Cambini, "il discorso pubblico intorno all'homelessness ha creato di fatto un'idea di universo di persone che è completamente altro rispetto alle persone "con casa" (housed). Ciò corrisponde anche a un'esigenza degli enti sociali, pubblici e privati, di individuare un'utenza target cui indirizzare finanziamenti, strutture e progetti. L'etichetta di PSD non solo rischia così di sorpassare e inglobare la persona nella percezione di sé, sprofondandolo in una alterità assoluta, ma anche di produrre e riprodurre marginalità nell'organizzazione di servizi e contesti con specifiche attività di assistenza per questa categoria di persone, e così cronicizzare il disagio, rinforzando lo stigma derivante dal fenomeno, (definito da Goffman) la situazione in cui l'individuo è escluso dalla piena accettazione sociale. Questo sarebbe in palese contrasto rispetto, per esempio, alla Costituzione della Repubblica Italiana, che in uno dei suoi articoli fondanti e fondativi, l'Art.3, dichiara che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale. Inoltre se la definizione giuridico - burocratico- anagrafica definisce queste persone senza fissa dimora, attribuendo così ad esse, come a chiunque, una dimora fisica concreta, la nozione persone senza dimora è da questo punto di vista un assurdo. Essa infatti ha un altro intento.
Quest' uso del termine dimora invece di casa e tetto , vuole andare oltre la pura dimensione materiale del fenomeno-problema, e sottolineare le dimensioni del disagio sociale, le problematiche relazionali e psicologiche. Esse sono tremendamente presenti, radicate e radicali, e l'ottenimento di una casa non le cancella per magia. Tuttavia l'enfasi sulla dimensione relazionale e psicologica presente nell'uso stesso dei concetti "dimora" e "senza dimora" rischia di psicologizzare e individualizzare la visione, le analisi e gli interventi verso queste persone. La problematicità rischia di essere situata soprattutto nella PSD, nella propria "dimora interiore",con tutte le implicazioni alla responsabilità, incapacità e colpa del singolo. Questo movimento dal fuori al dentro potrebbe contribuire a rafforzare costrutti negativi e a corroborare la traslazione da condizione (senza tetto e casa) a identità (senza dimora).
In modo un po' tautologico si può affermare che una persona è considerata senza dimora, o inizia a percepirsi come tale, quando comincia a frequentare luoghi e servizi pensati per aiutare chi è senza dimora. L'identità del senza dimora è data anche dal frequentare i luoghi dei senza dimora. (La stessa PSD frequentano un centro per l'impiego pubblico è disoccupato o inoccupato, al centro di salute mentale è un malato mentale, diagnosticato e nominato con le nuove categorie di riferimento).E' qui fondamentale il riferimento a Erving Goffman e al suo Asylums, ricerca etnografica sulle istituzioni totali: la presenza dell'individuo all'interno di queste istituzioni, dice Goffman, è l'evidenza del suo essere il tipo di persona per il cui trattamento l'istituzione è stata creata. L'identità personale è anche, e sempre, relazionale, nel senso che essa si definisce in rapporto ad altri, attraverso le interazioni sociali con essi e il contesto sociale nel quale l'essere umano vive. Frequentare enti, istituti, istituzioni con i loro spazi e servizi pensati esclusivamente per PSD (mense, centri diurni, dormitori) nei quali permangono caratteristiche dell'istituzione totale, e contesti, luoghi della città specifici ( per es. giardini, stazioni), essere in "circuiti di sopravvivenza" materiale e di relazioni "dove i normali non ci sono", assieme alla presa di coscienza della propria condizione, potrebbe generare luoghi e forme di ghettizzazione che rischiano di aumentare l' etichettamento, la stigmatizzazione e il processo di abbandono sociale auto ed etero agito, rafforzare l'idea di essere senza dimora, un senza dimora e con essa l'interiorizzazione di un'immagine negativa, e favorire gli apprendimenti reciproci (anche per sopravvivere) di condotte pericolose (per esempio uso di alcol, sostanze, attività microcriminali; tutte queste possono far aumentare la sofferenza mentale e/o far tornare in carcere). E' spesso in questa organizzazione dei servizi che si rischia di agire e aumentare, il più delle volte in modo inconsapevole, quella diversità negativa che distingue noi, studiosi e operatori "normali", da loro PSD, "gli anormali". Si agisce sulla PSD ma non sul contesto sociale. Se l'intervento individuale e personalizzato, di sostegno, accompagnamento sociale con la PSD risulta essere necessario e si è dimostrato efficace, (specie con gli approcci autobiografici), ciò non vuol dire che le cause della sua condizione siano solo personali e individuali.
A livello di visione del fenomeno definire PSD, usare la parola stessa dimora, se da un lato pongono l'accento su tutte le dimensioni non materiali che costituiscono la povertà e la determinano, può avere il rischio di circoscrivere la sfera della problematicità, delle difficoltà e della mancanza al soggetto singolo, facendo perdere di vista proprio quella dinamica relazionale e sociale determinante nella povertà e nella sofferenza, che rischiano di essere inserite in una logica solo individuale. Ciò anche a fronte di molte retoriche e discorsi sulla complessità e sulle dinamiche intersoggettive e macro che le influenzano. Gli studi, le ricerche, le riflessioni sulle dimensioni e determinazioni nell'organizzazione sociale, sui limiti delle politiche e nella strutturazione dei servizi sono presenti nei libri, nelle formazioni e nei convegni, pungolo alla politica e al Terzo Settore ma nella quotidianità la persona è sempre più una PSD che spesso diventa oggetto di sostegno, progetti, accompagnamento da parte di servizi, centri, strutture il più delle volte di carattere assistenziale, in particolare in questo periodo di crisi economica di tagli pubblici e privati al settore. Ciò è confermato dalla ricerca Istat sui Servizi per PSD dalla quale emerge che "l'assenza di regia pubblica fa si che molte persone, in Italia, entrino in circuiti assistenziali, ma senza riuscire ad uscirne". E' palese come in questi ultimi anni si registri un'assenza politica e di politica, non solo nell'indispensabile creazione di policy efficaci, ma ancor più nel senso di elaborazione culturale e di generazione di realtà. La politica sembra, come scrive Freire, mettere in ordine quello che già si realizza spontaneamente . Così si scivola principalmente nella problematicità individuale. In tal modo sulla PSD, pura astrazione e pura singolarità mancante, concreta e isolata, nell' intreccio tra pratiche e teorie, si è sviluppato un discorso che, pur con tutte le cautele e riserve, è considerato e fatto funzionare come un discorso vero. Ciò da parte di studiosi, addetti ai lavori, amministratori pubblici, esponenti del mondo ecclesiastico, volontari e operatori. Questo discorso parte dalla definizione stessa di PSD. Quella maggiormente riconosciuta in ambito italiano è stata elaborata dalla fio. PSD, (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora, associazione che riunisce gli enti pubblici e privati che si occupano di PSD nel nostro paese), per cui PSD è un soggetto in uno stato di povertà materiale e immateriale, portatore di un disagio complesso, dinamico e multiforme.
Il "disagio, complesso, dinamico e multiforme" sembra così essere situato nel singolo soggetto PSD. Per evitare il pericolo della traccia causale"sei senza casa perché sei senza dimora" occorre ricordare anche che "sei senza dimora perché sei senza casa" e che tutte le due formulazioni hanno valore di causa ed effetto l'una sull'altra. E questo perché, oltre al disagio del singolo, è il fenomeno ad essere una realtà complessa, dinamica, multiforme: queste stesse parole me le ha dette Paolo, cinquant'anni, ex novizio benedettino ed ex direttore di una biblioteca, ospite del dormitorio dove sono stato responsabile Il contenitore - etichetta PSD raggruppa persone estremamente diverse tra loro che formano una realtà eterogenea e variegata. Hanno in comune l'essere senza casa e senza dimora. Rischia così di diventare onnicomprensivo, di omogeneizzare ciò che omogeneo non è e di ipostatizzare la condizione traslandola in identità, in particolare quando la situazione si protrae da anni, nei modi di cui abbiamo parlato.
Anche nell'esclusiva ottica di solo intervento sulla PSD, la definizione stessa di PSD ampia la gamma semantica rispetto a senza fissa dimora: svela e mette in luce i problemi del disagio relazionale, psicologico e sociale, le componenti simboliche non materiali della povertà e della sofferenza e le pone sulla ribalta del campo di azione - riflessione pubblico e sociale. Rispetto alle altre definizioni queste componenti, così smascherate e attive, richiederebbero un numero maggiore di operatori, professionali, in èquipe inter e multidisciplinari, una maggiore consapevolezza e formazione del mondo del volontariato, vero dialogo e azione comune tra gli enti sociali, in un ottica di comune negoziazione di significati (anche con le PSD partecipi). Tuttavia quelle componenti rischiano di agire incontrollate, di propagare effetti negativi con i tagli e le scarse risorse presenti per assumere mantenere, formare, operatori, la diminuzione della cultura dell'impegno sociale. Considerando inoltre che in economia di risorse ciò che si taglia sono genericamente la riflessione, il pensiero, la sperimentazione, pensando alla propria sopravvivenza, alla "sopravvivenza del servizio", si rischiano così di sviluppare culture dell'emergenza e interventi assistenziali deve impera l'erogazione di prestazioni misurabili ( pasti, docce, vestiti, letti, notti), allungando i tempi di permanenza presso le strutture, quelli per cui si "aderisce e si è agganciati a progetti", così da rischiare che le PSD diventino più passive e dipendenti in un'ottica caritatevole e filantropica ottocentesca. Dove non solo il servizio serve alle PSD ma anche le PSD servono al servizio in un circolo di autoreferenzialità e autoalimentazione. Il rischio è quello di affermare di trattare la PSD con la dignità di persona , di non considerarla un oggetto ma soggetto con diritti esigibili, ma al contempo oggettivarne alcune caratteristiche a partire dalla definizione stessa.
L'impianto definitorio e la stessa definizione negativa di PSD, persona senza, aiutano od ostacolano un percorso verso "il riconoscimento dei principi di uguaglianza formale e sostanziale, solidarietà, giustizia sociale, non discriminazione per tutti gli uomini e le donne? Aiutano a conciliare la realtà con la retorica? Come faccio, io che ho una casa, a riconoscermi in un comune orizzonte umano con la PSD che non ha una casa ma neppure una dimora, ovvero le caratteristiche che dalla casa provengono e che permettono di averla? Si può partire definendo - costruendo un contenitore discriminatorio per giungere alla non discriminazione? Questa etichetta facilita il crearsi di condizioni affinché si apra la possibilità, anche lontana ma concreta, che la PSD possa essere non più senza dimora? Oppure contribuisce al fatto che la PSD resti PSD, strutturi la propria vita secondo le attività di questa categoria, che dopo un po' di tempo diventa una professione, in modo che "noi" ci occupiamo e possiamo continuare a occuparci di lui, e di "loro" senza dimora?
C'è bisogno di questo contenitore o possiamo cercarne un altro? I luoghi, i servizi, gli interventi per senza dimora sono adeguati alla presenza di nuove figure, di poveri nuovi?
La crisi economica e sociale mondiale esplosa in questi anni ha accelerato ancor più le dinamiche di fluidità, fragilizzazione e frantumazione del sociale, (originatosi dagli anni '80), ha avvicinato biografie che nella società solida difficilmente potevano essere accostabili. E, come ci ricorda Robert Castel "integrati, vulnerabili e désaffillies appartengono allo stesso insieme, la cui unità è altamente problematica". Dal punto di vista materiale i dati Istat, Ministero del lavoro, Inps e Banca d'Italia ci dicono che in Italia ci sono circa 6 milioni in povertà assoluta, 10 milioni in condizione di povertà relativa e circa 20 milioni a rischio povertà. Secondo L'Istat, con la crisi economica il numero delle persone in povertà assoluta è raddoppiato passando da 2 milioni e 427 mila a 4 milioni e 814 mila, fino ad arrivare recentemente a 6 milioni e 60 mila persone. È la crisi stessa che sembra aver aperto la definizione Persona Senza Dimora, pensata in e per un periodo storico precedente. Se proprio si vogliono usare le parole senza e dimora, più che le persone, occorrerebbe usarle per quella che emerge oggi essere una Società Senza Dimora.
Dal punto di vista simbolico - relazionale si assiste a una generale fragilizzazione dei legami e a una destabilizzazione degli stabili. I valori dominati sono la velocità, la novità, il desiderio, l'ambizione, la capacità di adattarsi, essere flessibili, essere connessi e reinventarsi continuamente. Valore è il muoversi, il correre, il far da sé, con una progressiva diffidenza e aggressività reciproca montanti. L'instabilità, la provvisorietà, l'insicurezza, la precarietà sono le condizioni e i sentimenti individuali e condivisi dominanti, caratteristiche necessarie e costitutive l'ambito e la disciplina egemoni in questo periodo storico, l'economia finanziaria. La stessa società sempre più automatica e automatizzata nelle sue procedure e dispositivi concreti di vita quotidiana ( bancomat, caselli autostradali automatici, pagamenti e pratiche eseguibili via internet, shopping on line, smartphone, tablet, etc..) fa si che le persone siano meno abituate all'Altro e al Diverso, come concetto e come presenza concreta, e ad essere sempre più isolate. Sempre più isolate ma sempre più connesse alle reti, telematiche e ai social network come facebook ma anche a micro reti sociali, spesso di individui identici od omologhi a sé. Sempre più comune, a tutti, persone e PSD, è la condizione e seguente percezione di appartenere a più sistemi sociali nella stessa società, aumentata dalle nuove tecnologie per cui si è più facilmente in contatto con sistemi diversi. Nuove tecnologie il cui uso è fortemente presente anche tra le PSD, Sembra di poter dire che l'individuo si trovi a vivere in una contemporaneità di sistemi sociali che non appaiono più in grado di assegnargli una posizione stabile, generando status non più riconducibili ad un modello lineare di stratificazione sociale, ma più inclini a seguire un andamento irregolare legato all'aumento della complessità, della contingenza e del rischio, dove avanzamenti e retrocessioni possono susseguirsi senza soluzione di continuità, caratterizzando un'epoca in cui, come sottolinea Di Nicola, "centrale non è più solo la 'posizione' ma la 'connessione". Pensare allo status individuale in termine di connessione, oltre a rimandare ad una visione reticolare della società, suggerisce di riflettere su cosa significhi oggi trovarsi in una condizione di marginalità, chiedendosi se tale condizione sia ancora riconducibile ad un'idea di fissa perifericità o se piuttosto non rimandi ad una logica binaria di accesso/non accesso ai diversi nodi che compongono le strutture delle società complesse, una logica che tende a disconnettere la persona dal tessuto sociale e che pare richiamare proprio le dinamiche che contraddistinguono la condizione delle persona senza dimora. Tale considerazione porta a constatare come l'odierna marginalità sociale assuma caratteristiche peculiari rispetto al passato ed estremamente diffuse. Condivisa é la sensazione di essere lontani e spesso esclusi dalla partecipazione ai processi decisionali dei sistemi sociali e politici grandi e piccoli, e di riuscire a incidere a fatica anche su quelli di riferimento, sentendosi contemporaneamente e in modo ambivalente dentro e fuori, inclusi ed esclusi da essi pur facendone parte. L'idea, molto concreta, di essere trascurati e non tutelati, di non poter accedere a diritti esigibili o di veder erosi quelli acquisiti è particolarmente diffusa attualmente.
I margini della società e delle città non sono più tracciati solo ai bordi esterni di esse e egli strati più bassi. Quella che viene a palesarsi è una vera e propria società senza dimora.
Quelle che erano le caratteristiche attribuite e attribuibili al senza fissa dimora o al senza dimora non appartengono più esclusivamente a una categoria specifica; anch'esse si sono polverizzate e liquefatte e si sono diffuse nell'intera società. Tuttavia, se ciò è vero, va precisato che se siamo tutti in qualche modo senza dimora, non tutti sono, siamo, senza dimora allo stesso modo. Se il senso di instabilità, provvisorietà, insicurezza, precarietà, paura e marginalità è condiviso, ovviamente non lo è da tutti in modo identico.
Il punto centrale riguardo alla considerazione fenomeno della povertà e del disagio, anche estremi, ci pare proprio essere la definizione Persona Senza Dimora che, anche declinata al plurale Persone Senza Dimora, per indicare eterogeneità e multidimesionalità del fenomeno non sembra descrivere in modo adeguato i mutamenti sociali ed economici avvenuti in questi anni, e i rapporti dei singoli tutti con essi
L'individuo senza fissa dimora o senza dimora in questa società è una persona sempre più simile agli altri. Non è più solo la figura stereotipata e (con Foucault) creata, costruita e generata da simbologie, saperi, pratiche e dinamiche sociali, vicina all' Altro, Anormale e Diverso assoluto, cioè sciolto da legami (ab - solvo), la figura del folle, del vagabondo, del malato mentale, dell'abbandonato, dell'escluso, dell'uomo sporco, con i vestiti laceri, la barba lunga e il cartone di vino. Dalla ricerca Istat condotta sulle persone senza dimora, intese come senza tetto e senza casa, nel 2011, in collaborazione con Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Caritas Italiana e fio. PSD sia emerso come il 63, 9 % fosse a casa propria prima di diventare senza dimora , e il 15, 8 % ospitato da parenti, amici e conoscenti, per un totale del 79, 7 % che era in una casa. Dei restanti 20, 3% solo il 7,5 % dichiara di non aver mai avuto una casa.
Dal punto di vista lavorativo al momento dell'intervista, il 28, 3 % degli intervistati ha in atto un impiego lavorativo, il 25, 7 % ha avuto un lavoro stabile e il 39, 3% ha lavorato a termine, o in modo poco sicuro o saltuario. Solo il 6,7 % non ha mai lavorato.
Tuttavia la definizione PSD separa, divide il mondo sano dal mondo malato, e non sembra illustrare come orizzonte di significato questa maggiore similitudine emersa in questi ultimissimi anni. Separa, distingue e distanzia persone che non sono così distinti e separate. Dal punto di vista conoscitivo non pare adatta a descrivere l'avvicinarsi delle persone marginali a quelle vulnerabili ed integrate, e la marginalizzazione e fragilizzazione di quest'ultime, tende a rendere statica una condizione che in realtà è dinamica . Ciò ci pare, come abbiamo visto, oltre che per l'uso del suffisso senza, che definisce un uomo per sottrazione e mancanza, per l'uso del termine dimora, carico e portatore di un'estrema ambiguità, acuitasi con l'uso in senso ampio di rete sociale, affettiva e relazionale utilizzato in questi ultimi quindici - vent'anni. Viene spesso sovrapposto a casa ma non coincide con essa. Indica tanto il luogo che umanizzo con la sola mia presenza umana e le sue circostanze, spesso luogo protetto, riparo e rifugio: è il luogo dove indugio, sosto, mi trattengo, mi soffermo ed abito. Indica lo stare in un luogo, il fermarsi in un luogo. Dimora è il posto dove sto. È il mio posto nel mondo. Come si può vedere il termine è intessuto di una profondissima ideterminatezza, che rinvia al suo uso in e per altre epoche storiche in cui i popoli e gli esseri umani erano molto meno stanziali, e in cui l'abitare non coincideva con il vivere in appartamenti. Cognizione ampia, vaga, indefinita ed estremamente polisemica, può essere il posto dove sto, la casa ma anche in senso figurato lo stare al mondo, l'avere un posto nel mondo, l'essere nel mondo, indicando un esserci heiddegeriano quasi ontologico. Quali sono i confini concettuali del termine? Quali quelli concreti? Questa sua potenza di unire il particolare e ristretto con l'assoluto e il totalmente simbolico rende questo termine estremamente affascinate ed altrettanto pericoloso.
Perché affermare e teorizzare che una persona è senza dimora o senza fissa dimora sembra equivalere a dire che non ha un posto e il suo posto nel mondo, assolutizza una Diversità e un Alterità che non corrispondono alla realtà, oggi meno di ieri, ripercorre e continua la storia del reietto, del povero, del folle e dell'anormale, Altro e Diverso : il modello di riferimento è verso il basso, ‘in basso', al barbone. La definizione emana una forza e prende una direttrice che spinge verso il basso e verso l'esterno dei sistemi sociali e dei gruppi umani coloro che ne sono investiti: porta verso i margini e l'esclusione.
Inoltre, come abbiamo detto, l'intento e il pregio di esplicitare le componenti di disagio relazionale e psicologico, oltre che sociale, considerabili presenti o addirittura alla base della condizione sdf o PSD stessa, sembra essere controproducente dal punto di vista applicativo poiché messi alla luce ed esposti, gli aspetti di disagio non vengono affrontati in modo congruo. Carenti sono anche le azioni volte alla riattivazione, oltre che delle competenze personali, delle capacità lavorative e professionali. Le risposte che si rivelano predominanti sono quelle assistenziali ed emergenziali materiali: pasto ed accoglienza.
Occorre allora a nostro avviso ripensare la rappresentazione del fenomeno operando una mètanoia, una conversione e una rivoluzione culturale e concettuale, descrivere il fenomeno focalizzandosi sul rapporto tra individuo / gruppi umani e società, indagare e perdersi esclusivamente su uno dei due poli in questione sarebbe parziale, fuorviante e probabilmente dannoso. E dal punto di vista applicativo occorre non solo integrare , nel senso di portare dentro, assimilare e includere, persone considerate staccate dal corpo sociale, ma attuare processi e percorsi di incontro tra marginali e integrati, in luoghi pensati ma partecipati e condivisi davvero, pur nei diversi ruoli, che permettano un cambiamento culturale e sociale.
Si potrebbe così pensare di ripartire dal concetto di dimora e dimorare, "trattenersi più o meno durevolmente in un posto", nel senso primo , stretto, etimologico, del termine de - morari, ‘indugiare'. In quest'ottica le persone che si trovano senza tetto, senza casa, nei dormitori o in strada, con una fragilizzazione o rottura delle relazioni, sono Persone Con Dimora . Il problema allora è che la dimora la hanno e che hanno solo una dimora o poco più, ma non hanno un luogo dove poter coltivare e consolidare il proprio mondo vitale in modo protetto e sereno, anche dal punto di vista intimo, relazionale e affettivo.
Questa sfera sembra poter essere esprimibile anche attraverso il termine casa, che comprende anche una storicità e diacronicità delle relazioni. Anche nella dizione negativa senza casa, essa avrebbe perlomeno la valenza positiva di muovere una forza e una direttrice verso il centro, l'alto e l'inclusione, avendo come modello di paragone e riferimento chi la casa la ha e la abita. Si potrebbe analiticamente in tal modo ovviare alla confusione semantica del termine dimora descrivendo tuttavia un fenomeno variegato e multidimensionale dalle diverse implicazioni di saperi ed ambiti di vita, che porterebbe anche a livello applicativo a lavorare per l'integrazione.
Crediamo che il termine senza dimora debba essere abbandonato sostituito da senza casa, pregante dal punto di vista conoscitivo, descrittivo della fluidità sociale e del disagio, e che ciò possa avere importanti risvolti pratici e applicativi, contribuendo a sostenere le politiche di housing first e di promozione di un welfare di comunità anche attraverso contatti e collaborazioni tra enti (profit e no profit , pubblici e privati,) che ancora oggi tendono a lavorare in modo settoriale e con utenze target.

 

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