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Il Manifesto Convivialista: contributi per una lettura attuale

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Anna Cossetta Guglielmo Faldetta Sergio Labate


Convivere oltre il mercato e il dono
Di Anna Cossetta - Università degli Studi di Genova


Una delle domande fondamentali che si è posta la sociologia è "come è possibile la vita sociale?" Una domanda cui si continua a cercare di dare risposte perché le nostre interazioni, e il nostro bisogno degli altri non solo non finiscono mai, ma si declinano incessantemente in ogni epoca e cultura secondo modalità e meccanismi sempre diversi.
Il nostro vivere contemporaneo è caratterizzato da una apparentemente infinita possibilità di appartenere simultaneamente a gruppi formali e informali, organizzazioni, associazioni, comunità, cerchie sociali, che si ramificano e si intersecano. Una grande opportunità, ma che richiede, al contempo, la necessità di conoscere i diversi linguaggi e norme sociali da utilizzare: una necessità continua di competenze relazionali sempre più difficili e complesse, che, in molti casi, ci lasciano affaticati e soli. Anche perché si tratta spesso di una fatica relazionale che in realtà serve a costruire interazioni svilite e svuotate dal dettato capitalistico. Lo scambio, come indicava Simmel, si è infatti cristallizzato nella forma del denaro come struttura indipendente, che domina la vita. Si tratta cioè di aderire al biopotere dell'homo oeconomicus: un essere razionale e freddo, capace di decidere e scegliere con efficacia ed efficienza e che, proprio per questo, viene sfruttato e assoggettato nelle sue emozioni e passioni, dal suo bisogno di donare e di vivere, trasformando le passioni in capriccio, i desideri in oggetti consumabili.
Illusioni alle quali stentiamo ormai a credere, appesantiti dalle cicliche crisi, dalla mancanza di piacere che ci hanno provocato questi decenni di consumo, ma comunque non certo disponibili a ritornare a un mondo antico quanto scomodo e violento. Perché il mercato ha avuto un grande merito ed è stato quello di sottrarci dalle relazioni, spesso anche violente e fortemente gerarchiche, che possono essere frutto dei sistemi basati sul dono. Gli antropologi, a partire da Boas, Malinowsky e naturalmente Marcel Mauss ce lo hanno mostrato: il dono può essere uno strumento di ostentazione e di sottomissione. Come mi sento quando mi trovo nella condizione di non poter ricambiare un dono troppo grande? Il dono, e noi donne lo sappiamo bene, può assumere i connotati di un sacrificio dovuto, di una sudditanza necessaria. Ecco che bisogna cercare e ricercare una terza via, che è propria quella di questo manifesto, quella della condivisione, della convivialità. Che significa esserci, stare in piccoli gruppi e comunità in cui condividere e possibile, ma in una dimensione plurima, ricca, libera, ma soprattutto dedica alla cura e al riconoscimento dell'altro.
Superare quindi l'uomo razionale per diventare ragionevoli, così come superare l'ostentazione e il possesso per divenire capaci, come dicevano gli antichi rabbini del Tiqqun ‘Olam e cioè di mantenere e riparare il mondo.


Nel Manifesto, Cultura e Politica insieme
di Sergio Labate - Filosofia teoretica - Università di Macerata

A leggere il Manifesto convivialista si riprende a respirare. C'è in esso un'analisi del presente che riconnette cultura e politica, il cui nesso è interdetto nel dibattito pubblico prevalente.
In poche pagine sono sintetizzate delle tesi che spezzano il cattivo incantesimo secondo cui la politica deve assuefarsi all'egemonia culturale dell'homo œconomicus. A ben vedere la crisi è un progetto di mondo che ha rinunciato all'idea che si possa «convivere senza massacrarsi», definendo l'ordine del massacro come l'unico ordine possibile. Rovesciando così la grande idea dell'universalismo democratico nella distopia della democrazia degli ineguali (l'erosione dei diritti, la trascendentalità delle diseguaglianze, ecc.). È per questo che gli strumenti proposti dalla politica per "uscire dalla crisi" sono a tutti gli effetti strumenti per imporre definitivamente l'ordine della crisi.
Le proposte di questo Manifesto smascherano il vuoto culturale della democrazia contemporanea. Esse non sono né pretenziose né innovative. Probabilmente un decennio fa sarebbero apparse sostenibili, mentre oggi hanno un valore decostruttivo oltre che euristico. Faccio solo due esempi.
L'idea che non vi sia «alcuna correlazione accertata tra la ricchezza monetaria o materiale, da una parte, e la felicità o il benessere dall'altra». Qualche anno fa questa contestazione dell'egemonia del PIL non era al centro del dibattito pubblico? La crisi non avrebbe dovuto essere una grande occasione per ricomporre il puzzle dei nostri valori pubblici? L'interdizione del nesso tra cultura e politica ha reso questa tesi del tutto inattuale proprio nel momento in cui essa è sensibilmente necessaria.
L'idea che la legittimità degli Stati sorga dal garantire dei principi comuni di uguaglianza. Il Manifesto avanza la proposta di un «reddito minimo» e di un «reddito massimo». Quanto appare distante dalla politica che si assume l'unico compito di garantire un'economia senza stato (una politica masochista)?
Questi due piccoli esempi non si spiegano se non si collegano a quella grande interdizione da cui sono partito e che il Manifesto contribuisce a superare. Anche su questo segnalo due intuizioni che andrebbero prese sul serio.
La prima è che il disprezzo della cultura da parte della politica finisca per contagiare il campo delle nostre passioni e dei nostri affetti. Una politica che alla cultura sostituisce l'economia rende pubblicamente accettabili alcune passioni potenzialmente distruttive per la convivenza. E le definisce ideologicamente come "scelte razionali", secondo l'ideologia neoliberista. Ecco, una ricostruzione della democrazia non può non passare per questa sovversione delle passioni e degli affetti dominanti.
E ancora: l'idea che uno degli effetti più perversi della sostituzione della società col mercato è di non permettere più la costruzione di spazi e scambi simbolici. Un mercato senza società rende impossibile il circolo virtuoso di economia e società, che permette poi ai conflitti di non diventare guerre, alle pretese individuali di non diventare forme di annientamento dell'altro. Il convivialismo, appunto. La grande lezione dimenticata di Mauss e Polanyi. Siamo così sicuri che dimenticarli, lasciando all'economia e agli economisti il posto che era un tempo della cultura e degli intellettuali, sia stata una buona cosa?

 


Convivialismo e relazioni di lavoro
di Guglielmo Faldetta
Professore Associato di Organizzazione Aziendale - Università Kore di Enna

La lettura del Manifesto convivilista offre degli stimoli interessanti per riflettere sul senso del dono nelle relazioni di lavoro.
A partire dal Saggio sul dono di Marcel Mauss, e dagli studi del M.A.U.S.S., il dono andrebbe inestricabilmente inserito in una trama di prestazioni e controprestazioni reciproche, dove gli attori sono tutti donatori, pervasi da un senso di debito positivo, come se la trama di doni e controdoni non trovasse mai un bilanciamento, non tendesse mai all'equivalenza, ma restasse sempre intrinsecamente aperta.
Le organizzazioni economiche hanno spesso basato il proprio successo sul dono, un dono, però, troppe volte ipocrita o "avvelenato", lontano dalle logiche della reciprocità e della convivialità. La logica del dono trova spazio in tali organizzazioni per il fatto che le relazioni di lavoro, pur essendo formalizzate in contratti, restano necessariamente irriducibili a tale formalizzazione. Nelle relazioni di lavoro è molto difficile capire, e tanto meno misurare, ciò che i dipendenti danno all'organizzazione, e ciò che da essa ricevono. I dipendenti spesso "sentono", o addirittura gli viene chiesto, di dare qualcosa che eccede il proprio tempo di lavoro, una parte di se stessi, della propria vita, un dono, quindi, e si attendono pertanto di ricevere qualcosa in cambio, che dovrebbe assumere egualmente la forma del dono.
In tal senso si è parlato di comportamenti prosociali, o di "cittadinanza organizzativa", o ancora di "commitment", ossia di tutte quelle azioni di aiuto, condivisione, cooperazione tese a produrre e mantenere il benessere di un generico "altro da sé" (sia esso una persona, un gruppo, o l'intera organizzazione), e che rappresentano l'insieme dei contributi informali che i membri dell'organizzazione mettono in atto senza tenere conto di sanzioni o incentivi formalmente regolamentati. Il dono, più che una forma di resistenza ai meccanismi economici dello scambio di mercato, è spesso diventato una condizione di esistenza delle organizzazioni che fanno largo impiego di tali comportamenti, e pertanto una sottile e raffinata struttura di sostegno per il mercato. E' evidente che si tratta di un dono in qualche modo "incompleto", parziale, spesso ipocrita, se non inserito in una dinamica relazionale virtuosa all'interno delle organizzazioni.
A tale proposito, se, nel passato, era la proprietà e la dirigenza a donare, spesso sotto la forma del paternalismo industriale, e questo era fatto, oltre che per solidarietà, per obbligare i lavoratori ad una controprestazione, un controdono, nello specifico sotto la forma della subordinazione, oggi si tende sempre di più a richiedere ai lavoratori la partecipazione, l'identificazione, la lealtà ed il senso di appartenenza nei confronti dell'organizzazione. E' come se il processo si sia invertito, per cui devono essere i lavoratori a donare, a sacrificare se stessi, e tutto ciò grazie anche alla costruzione di un simbolismo che enfatizza le logiche affettive e le utilizza in modo strumentale.
Se si vuole uscire da una dinamica del dono ipocrita, sviluppando al contrario una dimensione di convivialità nell'ambito delle relazioni di lavoro, essa va ricercata in quella trama di relazioni nutrite dal dono, da ciò che i loro membri danno "in più", non solo come tempo, impegno ed energia profusi sul luogo di lavoro, ma anche in termini di gesti, sorrisi, incoraggiamenti, consigli, parole, tutto ciò che può alimentare relazioni affettive e di amicizia. Ciò è visibile soprattutto in quei contesti lavorativi in cui si sviluppa uno spirito di solidarietà che sottintende l'esistenza di legami reciproci tra i membri dell'organizzazione.
Rimane, però, vivo un interrogativo: qual è il controdono offerto dalle organizzazioni economiche ai propri membri?

 

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