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Giustizia Distributiva vs Giustizia Commutativa

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Pier Luigi Porta

Una recensione di Le Capital au XXIe siècle di Thomas Piketty, Parigi, Seuil, 2013; edizione inglese: Capital in the 21st Century, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 2014

Un nuovo linguaggio per la "scienza triste"
Thomas Piketty è un eminente economista francese che lavora a Parigi all'École d'économie de Paris e all'École de hautes études en sciences sociales. Leggere il suo ultimo lavoro è un'esperienza rigenerante. Il libro è incentrato sul concetto di distribuzione, considerato dall'autore il maggior problema dell'economia. Si tratta di una gradita sorpresa. Infatti, se si escludono alcune voci fuori dal coro - Amartya Sen, per esempio, o Tony Atkinson e pochi altri - da molto tempo ormai l'economia "convenzionale" ha smesso di fare della distribuzione del reddito una delle principali questioni teoretiche. Si è fatta strada l'idea che la distribuzione sia un aspetto e una conseguenza del meccanismo dei prezzi. In un mondo di equilibrio economico generalizzato, così come in un sistema economico libertario, può trovar posto solo una giustizia commutativa. Quella distributiva è un concetto fallace. Nella migliore delle ipotesi (come scrisse una volta Hayek) è solo un'etichetta, apprezzata da chi è orientato al sociale, o un giochino per chi si occupa di econometria ed è quindi alla ricerca di "fatti", di "dati", ma non possiede un vero e proprio statuto intellettuale. Nel regno austero abitato dagli economisti, a malapena c'è spazio per sfere multiple di giustizia. Fare della distribuzione un perno del discorso economico parrebbe a molti un passo indietro, verso David Ricardo per esempio, il quale appunto teorizzò in tal senso nel periodo classico.
La storia del pensiero economico non gode di grande seguito fra gli economisti fautori della linea dura tanto di tendenza oggi, come per esempio gli autori così accanitamente aggressivi del blog noise·from·amerika, altrettanto popolari e potenti dei guru della Bocconi, in particolar modo in Italia. Il loro smaccato americanismo li rende "più papisti del papa stesso". Piketty, che pure ha un'educazione di stampo statunitense e non può certo dirsi un nazionalista francese, sensatamente trova buone ragioni per tenersi alla larga da simili estremismi, la qual cosa gli rende più facile proporre una visione equilibrata che può essere tratta proficuamente dalla storia di questa disciplina, una storia oggigiorno sdegnata dai più. Allo stesso tempo, però, questo libro non parla solo di economia. La storia della distribuzione della ricchezza, infatti, è inevitabilmente politica, argomenta l'autore (p. 47 ed. fr.; p. 43 ed. it.), e non si esaurisce nell'individuazione di meccanismi puramente economici. La distribuzione, quindi, è un argomento per affrontare il quale un economista deve far riferimento anche alla storia, alle scienze sociali ed eventualmente anche ad altre discipline. Ciò comporta, di fatto, che si prendano salutari distanze dall'odierno pensiero dell'economia, piuttosto incline a considerare se stessa una "scienza regina", che - ben piantata sulle due gambe di incentivi di bilancio e individualismo metodologico (oggi con il nuovo nome di "analisi micro-fondata") - procede privilegiando in modo esclusivo un fulcro ristretto di motivazioni egoistiche degli agenti in campo. Naturalmente poi essa estende con sprezzante noncuranza lo stesso tipo di logica, utilizzandola come approccio tout court, a qualsiasi azione umana.

La distribuzione del reddito è tornata!
Il volume tratta il tema della distribuzione in modo approfondito ed è una piacevole lettura. Non è difficile riassumere in breve l'argomento principale, approfittando anche del profilo tracciato nel capitolo introduttivo. Il punto di partenza è la celebre "curva di Kuznets". Essa si basa sull'idea che le disuguaglianze di reddito e di ricchezza crescano durante le prime fasi dell'industrializzazione di un Paese, per poi tendere spontaneamente a diminuire durante le fasi avanzate dello sviluppo. Nel corso del processo di crescita di uno Stato, quindi, per promuovere una maggiore uguaglianza non è necessario, per esempio (come molti ancora sosterrebbero), un sistema fiscale progressivo. Piketty mostra grande rispetto per Kuznets, il quale infatti non è uno dei soliti santoni talebani che impestano l'atmosfera intellettuale pretendendo, spesso con rivendicazioni spudorate, di conoscere prima di tutto i "fatti", i "dati". Kuznets sa perfettamente che nella valutazione dei "fatti" c'è - scrive - "forse il 5% di informazioni empiriche contro il 95% di speculazioni" (si veda Piketty p. 36; p. 32 ed. it.).
Piketty è in grado di mostrare due cose. Dal punto di vista empirico, Kuznets, che scriveva nei primi anni cinquanta, aveva preso in considerazione un periodo storico (1914-1945) di diminuzione dell'ineguaglianza, all'origine della quale, tuttavia, non c'erano stati fattori positivi, bensì due devastanti guerre mondiali e il tremendo shock che quelle avevano causato alle maggiori economie. Se però procediamo ad analizzare nello stesso modo il periodo successivo (e questa è la prima mossa di Piketty), i "fatti" sembrano essere molto diversi. Nel corso del cosiddetto "glorioso trentennio" 1945-1975, la spinta ottimistica di Kuznets ancora guadagnava seguito. Dopo, però, seguirono anni molto meno gloriosi in termini di crescita globale, anni che videro un nuovo ritorno delle disuguaglianze con una forte tendenza ad aumentare.
Il risultato è stato che nei Paesi ricchi il livello di ineguaglianza all'inizio del XXI secolo si avvicina molto a quello del secolo scorso, precedentemente al primo conflitto mondiale.
È oltremodo tempo, quindi, di riportare al centro della riflessione la questione delle disuguaglianze, proprio come fecero gli economisti del XIX secolo. Per farlo, Piketty conduce un'ampia ricerca sulle dinamiche della distribuzione del profitto prendendo in esame i seguenti fattori: prodotto, lavoro e capitale. L'enfasi, come lo stesso titolo indica, è sul capitale. Suona marxista, ma nella sostanza l'operazione è lontana dall'esserlo. Emerge l'idea centrale del lavoro. In un'economia in crescita, insieme a forze che spingono alla convergenza, ve ne sono altre che tirano nella direzione opposta, e in qualsiasi momento l'equilibrio fra queste forze in opposizione è l'elemento decisivo per la comprensione del legame fra crescita e disparità della distribuzione. Tra i fattori divergenti, Piketty cita l'esplosione dei salari dei dirigenti e l'azione del principio di universalità nello stato sociale post-bellico. Tuttavia, la forza principale dietro l'aumento dell'ineguaglianza è un'altra, ed entra in gioco quando si verifica il dato storico per cui il tasso di rendimento da capitale supera il tasso di crescita. Questa disuguaglianza fondamentale è espressa dalla formula r > g, dove r indica il tasso annuo di rendimento da capitale (ovvero quanto rende in media il capitale nel corso di un anno) e g indica il tasso di crescita (cioè la crescita annuale del prodotto e del reddito). Più precisamente, da un punto di vista teorico il punto è che, se il tasso di rendimento da capitale per qualche motivo supera significativamente il tasso di crescita, è probabile che tale divergenza inneschi un processo cumulativo che porterà a una divergenza ancora più marcata: stasi economica e crescente disimmetria nella distribuzione. In questa situazione le forze di divergenza prevalgono. Il libro contribuisce a dimostrare che tali forze non hanno niente a che fare con le imperfezioni del mercato. Al contrario, più il mercato del capitale si avvicina alla perfezione, più è probabile che i fattori di divergenza acquistino forza.
Il messaggio veicolato dal libro è una congettura che va a toccare le corde di tutti coloro che stanno tentando, con maggiore o minore successo, di capire la crisi attuale. Si tratta inoltre di un messaggio che suona come una campana a morto per quel comparto di economisti che nell'ultima quarantina d'anni hanno continuato a battersi per la libertà assoluta di un mercato sovrano, così come per tutto quel codazzo di sciocchi seguaci subito pronti a stare sul carro del più forte, ancor più numerosi in particolar modo nei ruggenti anni novanta. Un sottogruppo dei quali sembra essere composto dagli euro-fanatici, consapevoli o meno, contro i quali Piketty lancia in modo diretto frecciate acute.
Cos'è il capitale? Sappiamo cos'è il reddito (pp. 82 e sgg.; pp. 74 e sgg. ed. it.). Il reddito nazionale è la somma dei redditi da capitale e dei redditi da lavoro, il che ci lascia a riflettere su cosa sia il capitale. Piketty chiarisce da subito che il capitale "umano" viene tenuto fuori dal quadro: il capitale viene considerato esclusivamente come l'insieme degli attivi non umani che possono essere posseduti e scambiati sul mercato. Per rendere più semplice l'esposizione, rende intercambiabili i termini "patrimonio", ovvero proprietà, "risorse", e cioè ricchezza, e "capitale". Ora, il patrimonio nazionale è la somma di patrimonio privato e pubblico. Ai nostri giorni quello pubblico è trascurabile, cosicché possiamo concentrare l'attenzione sul capitale privato. La quota dei redditi da capitale nella composizione del reddito nazionale è data dal tasso di rendimento medio del capitale moltiplicato per il rapporto capitale/reddito. È quella che in questo libro viene enfaticamente definita la prima legge fondamentale del capitalismo (p. 92; p. 87 ed. it.). Segue uno studio dettagliato delle stravaganze storiche del rapporto capitale/reddito. Nel corso del lungo arco di tempo, oltre due secoli circa, preso in analisi, la natura del capitale è cambiata, e la proprietà terriera ha gradualmente ceduto il posto alla ricchezza finanziaria e industriale. Il fatto più importante, però, è che nonostante le sconvolgenti trasformazioni, il valore totale del capitale sociale, misurato in anni di reddito nazionale (ossia il rapporto capitale/reddito) non sembra essersi modificato in modo significativo. C'è un declino nel periodo fra le due guerre del secolo scorso, ma dopo quello, il movimento inequivocabilmente è in direzione di un aumento.
A questo punto (p. 262; p. 254 ed. it.), Piketty introduce la seconda legge fondamentale del capitalismo, secondo la quale il rapporto capitale/reddito è uguale al tasso di risparmio del Paese considerato diviso il tasso di crescita del suo reddito nazionale. Questa è, naturalmente, l'identità di base, per così dire, dell'equazione di Harrod. La dettagliata analisi del libro si conclude incentrandosi su questo "fatto": in un regime di crescita debole, il ritorno del capitale rimane comunque al di sopra del tasso generale di crescita (p. 368 in particolare, ma in effetti diffusamente in tutto il libro; p. 357 ed. it.). E ciò, secondo la prima legge, assicura una porzione crescente di ritorno di capitale sul reddito totale. Allo stesso tempo la "seconda legge" ci ricorda che in un mondo a crescita lenta i patrimoni ereditati dal passato aumentano in valore relativo, come quota nella composizione del reddito. Oltre a ciò, il XX secolo ha dato vita a una serie di meccanismi che hanno prodotto una nuova classe abbiente (si veda in particolare p. 410): l'arrivo di una "véritable ‘classe moyenne patrimoniale' constitue la principale transformation structurelle de la repartition des richesses dans le pays développés au XXe siècle" ("lo sviluppo di una vera ‘classe media patrimoniale' rappresenta la più importante trasformazione strutturale del XX secolo, in fatto di distribuzione delle ricchezze nei Paesi sviluppati", p. 397 ed. it.).

Ritorni al capitale e crescita complessiva
Se Piketty ha ragione, il mondo in cui viviamo è alla disperata ricerca di un nuovo modello di imposta progressiva sul reddito che potrebbe avere come effetto (in particolare) l'eliminazione delle esenzioni di cui oggi godono i patrimoni finanziari e industriali. Tale nuovo modello dovrebbe essere affiancato da una qualche forma di imposta mondiale sul capitale e da un altissimo grado di trasparenza finanziaria internazionale. Queste due proposte fiscali sono rese esplicite quali risultati dell'analisi.
Alcuni di noi potrebbero ancora ricordare che le esenzioni fiscali dei redditi da capitale hanno un importante background nelle migliori teorie economiche. Nicholas Kaldor - in effetti sulle orme di Luigi Einaudi - caldeggiava una tassa sulla spesa, che avrebbe potuto contribuire a eludere il peso iniquo di una doppia tassazione sui risparmi. Il modello Kaldor-Pasinetti e il dibattito sull'"equazione di Cambridge" e sul paradosso di Pasinetti non godono il favore di Piketty. Egli dedica un paragrafo alla novecentesca controversia "delle due Cambridge", imputando alla Cambridge del Regno Unito una certa confusione (p. 366; p. 355 ed. it.) e un'analisi insufficiente dei dati storici affinché il dibattito potesse fondarsi su basi solide.
Tuttavia, questo giudizio è insoddisfacente. Se non altro la Cambridge inglese era un luogo di eccellente teorizzazione, sofisticata a tal punto che neanche la commissione del Premio Nobel era in grado di comprenderla del tutto. Ora però, prendere seriamente in esame quel dibattito diventa essenziale, se il nostro scopo è una migliore comprensione della situazione attuale, nella quale il trattamento fiscale, apparentemente vantaggioso, dei patrimoni finanziari provoca così tanta apprensione.
Negli schemi di crescita di quel periodo il capitale era concepito come insieme delle risorse prodotte da riutilizzare nella produzione, con una definizione più restrittiva quindi, che però Piketty esplicitamente ignora (p. 85; p. 80 ed. it.). In un simile approccio era possibile concepire il rapporto capitale/reddito come elemento fisso e gli aggiustamenti necessari (per rispondere al requisito della seconda legge) come elementi che si realizzano attraverso i cambiamenti nella distribizione del reddito, con effetti sul tasso di risparmio. Quel modo di vedere le cose si basava su una data concezione del funzionamento del sistema finanziario, visto come serie di meccanismi che convogliavano i risparmi verso la creazione di nuovo capitale, promuovendo così la crescita. Il modello pratico più vicino era forse l'economia statunitense, dove sia i risparmi privati che quelli pubblici erano quasi nulli e la maggior parte dell'espansione di capitale derivava dal reinvestimento dei profitti nella produzione. I dirigenti erano propensi a investire i risparmi delle compagnie o i profitti non distribuiti, piuttosto che, come invece sono ormai usi fare al giorno d'oggi, pavoneggiarsi distribuendo larghi profitti.
Luigi Pasinetti ha probabilmente ragione quando afferma che il segnale di un drammatico cambio di rotta da questo punto di vista del comportamento fu il successo, negli anni sessanta, del teorema di Modigliani-Miller, che "ha portato a credere che non ci sia differenza fra [...] utilizzare [i profitti] all'interno dell'azienda aggiungendoli al capitale sociale esistente o [...] distribuendone immediatamente i dividendi fra gli azionisti" (Pasinetti, 2012, p. 1442). Le conseguenze del cambio di approccio segnalato dal celebre teorema di Modigliani-Miller sono chiaramente esplicitate da Pasinetti. Incredibilmente simili ai mali e ai pericoli discussi dallo stesso Piketty, esse derivano da un pervasivo focalizzare l'attenzione sulla crescita finanziaria piuttosto che sulla crescita reale. Naturalmente gli incentivi a una politica di lauti dividendi sono la preoccupazione primaria nelle analisi attuali del capitalismo, come per esempio anche un recente libro di Andrew Smithers evidenzia. Sorprende che Piketty non sembri rendersi conto di inserirsi esattamente nella stessa linea di pensiero quando include la capitalizzazione di borsa nel proprio concetto di patrimoni o ricchezza.
L'analisi di Piketty è stata giustamente elogiata da più parti. Egli tuttavia rischia di concentrare troppo l'attenzione sui sintomi, piuttosto che andare direttamente alla radice della questione e curare la malattia. L'impianto del suo progetto è ad ogni modo valido e solido, e il volume merita una lettura attenta. Un dibattito sulle sue opinioni spronerebbe forse analisi più approfondite, tuttora assenti, sulle cause della crisi attuale. Le recenti discussioni sulla regolamentazione del sistema bancario e finanziario sia in Europa che in America mostrano infatti chiaramente quanto siamo ancora lontani dal cuore del problema.

 

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