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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Salvaguardare i cammini di liberazione

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Benedetto Saraceno

 

Difficilmente potremmo dirci ostili al riformismo socialdemocratico inteso come una strategia complessiva che favorisca la diminuzione delle disuguaglianze economiche e sociali. Le stagioni alte della socialdemocrazia (pensiamo alle esperienze svedesi o al laburismo degli anni di Harold Wilson in Gran Bretagna o, infine, al primo governo Prodi in Italia) sembrano tuttavia tramontate per dare spazio a una nuova retorica riformista che spaccia per riforme gli interventi di austerità neoliberale. Si tratta di una retorica, scrive Ugo Mattei che "scandisce politiche di aggiustamento strutturale penetrate nel cuore dell' Europa in modo particolarmente violento dall'inizio della cosiddetta crisi del 2008 (basti pensare alla vera e propria strage prodotta dal darwinismo sociale in Grecia)"1.
Blair in Grand Bretagna, Schroeder in Germania, Renzi in Italia sono gli esponenti piú noti di questo distorcimento della cultura politica alta della socialdemocrazia che ha replicato nei politiche neoliberali tipiche dei governi conservatori utilizzando la nozione di riformismo come giustificazione ideologica a "nuovi processi di recinzione e svendita dei beni pubblici comuni, il che comporta privazione e sofferenza sociale ed ecologica"2.
La crisi finanziaria iniziata nel 2008 si è inoltre sommata a piú vasti mutamenti degli equilibri geopolitici. Alcuni grandi fenomeni geopolitici hanno segnato gli ultimi quindici anni e, fra essi, le incalzanti guerre americane e europee per il controllo del petrolio hanno certamente generato una crescente conflittività sistemica fra paesi occidentali e paesi mussulmani, cosí contribuendo alla radicalizzazione dei movimenti islamici e alla nascita di un terrorismo spontaneo "dal basso" che forse oggi non è piú controllabile neppure dal terrorismo islamico governato dall' "alto".
Questo contesto dominato da vecchie logiche coloniali occidentali seppure aggiornate si è complicato per la presenza di due variabili relativamente nuove, ossia, il ritorno della Russia come potenza coloniale e l'affermazione economica e militare della Turchia che ha approfittato della drammatica incapacità dell'Europa a gestire i massicci fenomeni migratori. Tale incapacità politica e morale ha contribuito al grave indebolimento ideale, politico e economico della Unione Europea.
L'Italia è evidentemente parte di tutte queste mutazioni geopolitiche globali che hanno trascinato il nostro paese nella spirale discendente della crisi sociale, economica e politica dell'Europa. Nel nostro paese (ma anche in altri paesi) il tramonto della cultura socialdemocratica alta ha dato spazio a nuove e sinistre forme di sovranismo, di nazionalismo, di xenofobia e, in generale, all'imbarbarimento dei linguaggi della politica e all'impoverimento fino alla scomparsa di ogni "visione strategica alta " sia essa di matrice progressista o di matrice conservatrice.


Il panorama italiano è oggi costituito da una destra estremista razzista, da una destra neoliberale altamente corrotta, da una "soi-disante" sinistra riformista che nei fatti altro non è che un centro conservatore e, infine, da un ambiguo movimento politico che si dice libero dalla distinzione destra-sinistra ma che in realtà esprime la cultura avventurista del primo fascismo italiano. Il quadro infine si impoverisce ulteriormente per la presenza di minoranze piú o meno litigiose di una sinistra drammaticamente priva di radicamento popolare.
Dunque, cinque tendenze che nei fatti esprimono un paese lacerato fra una destra composita (populisti di Lega, Fratelli d'Italia e Movimento Cinque Stelle e neoliberali di Forza Italia), un centro sinistra conservatore (Partito Democratico) e una sinistra troppo minoritaria, senza senza leadership e senza presenza nei territori.
Se Sparta piange Atene non ride.
Ma tutto sommato a ben guardare, non c'è nulla di cosí nuovo sotto il sole: basti rileggere le parole del fondatore del movimento fascista spagnolo, la Falange, José Antonio Primo de Rivera: "... il fascismo sostiene che esiste qualcosa al di sopra dei partiti e al di sopra delle classi sociali, qualcosa di permanente, trascendente, supremo ossia quella unità storica chiamata patria"3. Ecco che ritroviamo a un secolo di distanza la illusione di quei movimenti che, negando le classi sociali e le distinzioni politiche destra-sinistra, in realtà promuovono una ambigua idea di "popolo" (oggi talvolta definito "rete" ) che accederebbe senza intermediazioni rappresentative alla democrazia e al controllo delle istituzioni politiche. Antonio Gramsci capí molto bene il rischio e la illusione della pseudo-democrazia populista e le sue parole sono un monito esplicito che sentiamo oggi piú che mai attuale: "Il fascismo si è presentato come l'anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo, con la sua promessa di impunità, a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia barbarica e antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e bene amministrato"4.
Possiamo dunque, e a buon titolo, riconoscere una preoccupante recessione che non è solo economica ma è arretramento dei diritti, della giustizia, della tolleranza, della civiltà, della politica e dei suoi linguaggi.

Sappiamo bene che individui e comunità di fronte a ogni fenomeno recessivo rispondono con strategie difensive, rispondono al sentimento di assedio con muri, chiusure, rafforzamenti identitari, identificazione di colpevoli facilmente identificabili. Il razionale (peraltro assai irrazionale) del procedimento del pensiero populista è immutabile e semplice: è colpevole chi sta in alto e comanda (la casta) ed è colpevole chi dal basso attenta alle nostre identità rassicuranti (i migranti).
La ferocia del linguaggio politico trova allora i suoi obbiettivi: le istituzioni della politica, i politici che governano, i diversi (zingari, matti, tossicodipendenti, immigrati, rifugiati) che assediano le nostre certezze, i cosiddetti "valori" (patria, razza, religione), le nostre certezze economiche (lavoro, risparmio, proprietà). Con sintesi magistrale, scrivono Ceretti e Cornelli:
"L'idea di crisi si definisce oggi intorno all'assenza di un progetto capace di guidare l'esperienza individuale e collettiva. Viviamo un'epoca che si contrappone ad altri periodi della modernità in cui la fiducia- nel progresso, nella scienza, nell'uomo- costituiva la caratteristica essenziale del sentire collettivo. Si trattava, in particolare, della fiducia nella possibilità di contenere e controllare la violenza degli uomini attraverso l'affermazione di un ordine sociale condiviso, e la violenza della natura attraverso il progresso scientifico e tecnologico"5.

In Europa, alla fine della seconda guerra mondiale, la povertà, i vasti movimenti migratori, la distruzione dei tessuti urbani, la paralisi della attività industriale erano sí tutte dimensioni drammatiche, collettive e dolorose ma si declinavano all'interno di un contesto di speranza, di progetto di società, di visione del futuro, di sogno di società e di stati che dialogavano all'interno di una scelta condivisa di pace. In Italia il grande sviluppo della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista Italiano testimoniano di questa dimensione progettuale fatta di ideali, di idee, di ipotesi di società. L'assenza di una idea di futuro è quello che caratterizza invece la recessione politica, economica, sociale e culturale di oggi. E forse questo spiega perchè al posto di Einaudi, De Gasperi, Togliatti, Nenni il nostro orizzonte sia oggi occupato da un gruppo di nani morali e intellettuali. Ahimè, ancora: se Sparta piange Atene non ride.
Dunque, la risposta alla crisi non è di progetto ma è di chiusura e, in questa temperie politica e morale, le istituzioni piú illiberali e ostili ad ogni spinta di liberazione si riaffermano come garanti della posizione difensiva in cui individui e comunità si rifugiano. Non a caso, la popolazione carceraria aumenta, la popolazione dei marginali controllati e istituzionalizzati aumenta, il sostegno sociale ai piú vulnerabili diminuisce, i gestori privati della salute e della assistenza si sviluppano creando un welfare privatistico e commerciale.
Salute, Educazione, Diritti cessano di essere valori assoluti e divengono progressivamente variabili dipendenti (dal budget, dalle emergenze vere o finte, dal cinismo politico che si autoproclama realismo politico).

E' interessante osservare la evoluzione semantica della parola "buonismo" sempre piú utilizzata a giustificazione delle molte negazioni dei diritti dei vulnerabili. "Buonismo è la parola che serve a squalificare ogni azione che protegga e tuteli i piú vulnerabili. Dunque diritti aquisiti e legittimi di carcerati, di tossicodipendenti, di immigrati cessano di essere considerati diritti ma diventano pericolose espressioni di buonismo. Essere "cattivi" sarebbe dunque una virtú che contrasta la "mollezza" del buonismo. Cosí si è convinta la popolazione che non si parla piú di certezza del diritto ma di semplici opzioni per la bontà "molle" o la cattiveria rigorosa. Ma la Costituzione non è nè molle nè dura, nè buona nè cattiva bensí è la carta del patto fra i cittadini. Ma pochi se lo ricordano, pochi lo sanno e a tutti fa piú comodo pensare che la Costituzione e le leggi sono optionals dei buoni"6.

In tempi di recessione i fenomeni di istituzionalizzazione e re-istituzionalizzazione diventano frequenti e erodono gli spazi di libertà individuale e collettiva. Norme e leggi sulla immigrazione si irrigidiscono a sottolineare la paranoia sociale rispetto ai rischi di una invasione immaginaria e portatrice di malattie, violenze, criminalità e capace di sottrarre case e lavoro agli italiani: paure oggettivamente infondate ma sostenute dal fenomeno collettivo di "proiezione all'esterno del nemico". Tale meccanismo proiettivo consente di non occuparsi del nemico interno ossia del nemico reale che, fuori dalla metafora psicologica, in Italia, consiste nelle mancate riforme sociali che avrebbero potuto diminuire le disuguaglianze sociali, aumentare gli investimenti in industria, ricerca scientifica e innovazione e che avrebbero dovuto fare cessare lo scandalo della evasione fiscale. In Italia è vero che mancano casa e lavoro ma non a causa dei migranti bensí a causa di politiche che hanno reso piú poveri i poveri e piú ricchi i ricchi. Tale processo di proiezione verso l'esterno è alimentato dai partiti di destra e spesso è inseguito da quelli cosiddetti riformisti cosí che tutti trovano un capro espiatorio di facile consenso e di sicura adesione elettorale.

Questi fenomeni sono tutti noti e si ripetono nel tempo in quasi tutti i paesi con cadenze periodiche e con modalità simili (si pensi alla emergente ideologia nazionalista indu promossa dal partito del primo ministro indiano Modi o allo slogan America first che ha permesso il trionfo di Donald Trump).
La questione che qui ci interessa è peró molto piú circoscritta e riguarda gli effetti della recessione economica, sociale, culturale e valoriale sulle organizzazioni che si sono faticosamente costruite a partire da processi di deistituzionalizzazione e di liberazione.

In altre parole: quale è l'impatto dei fenomeni di recessione sulle culture di liberazione?
Non vi è dubbio che anche queste organizzazioni che promuovono diritti, liberazione, cittadinanza risentono del restringimento delle libertà e delle opportunità sociali. Infatti tali organizzazioni (e pensiamo fra tutte a quella che patrocina questa rivista ossia la Casa della Carità) non operano e si sviluppano in un vuoto pneumatico bensí alimentano i propri processi interni di de-istituzionalizzazione e di liberazione a partire da una costante interazione critica e dinamica con il contesto sociale e istituzionale circostante: quello che Franco Basaglia definiva "la lunga marcia attraverso le istituzioni". La navigazione attraverso le istituzioni e le opportunità richiede una fine conoscenza dei meccanismi formali e informali che ne caratterizzano il funzionamento. Si tratta infatti di navigare fra le possibilità (e le impossibilità) che caratterizzano il contesto ossia i servizi e le istituzioni; si tratta di sapere operare nelle condizioni reali offerte dal contesto per estrarne le risorse e le opportunità utili ad alimentare i processi di liberazione.
Si tratta di un lavoro faticoso che media fra un interno che vuole mantenere una vocazione liberatoria dei diritti, delle opportunità e delle felicità possibili e un esterno che fluttua fra risposte istituzionali e istituzionalizzanti e, invece, talvolta vere opportunità e risorse. Ecco dunque che lo stile di lavoro di queste organizzazioni si caratterizza per due dimensioni complementari: la affettività e la criticità7. Lo stile di lavoro delle organizzazioni con vocazione alla deistituzionalizzazione e alla promozione di processi di liberazione dovrebbe caratterizzarsi per la coesistenza di "una dimensione affettiva diretta verso l'utente (ma anche verso sè stessi), e di una dimensione critica, ossia capace di de-costruire le logiche della istituzione che si riproduce e si ripropone instancabile e mai sconfitta"8.

Ma i processi di liberazione si nutrono di dimensioni materiali e non ideologiche o psicologiche, dimensioni costituite da: soldi, vestiti, case, lavoro, documenti di identità, permessi di residenza, opportunità scolastiche di apprendimento, esperienze di socializzazione in luoghi gioiosi e che promuovono la dignità.
Se il contesto esterno restringe opportunità e libertà anche le organizzazioni che promuovono liberazione sono costrette ad un ripiegamento, ossia perdono l'ossigenazione necessaria a mantenere lo scambio fra interno ed esterno, sono ricacciate nel proprio interno. La organizzazione è costretta a prendere atto che le risorse interne non possono supplire al restringimento di quelle esterne (il mercato del lavoro si chiude, l'accesso alla casa si fa impossibile, le norme si fanno sempre piú illiberali, lo stigma e la discriminazione aumentano, la paranoia sociale rende ostile il mondo esterno) e puó reagire con due possibili modalità decisamente divergenti fra loro:


1. L'uso regressivo delle tecniche.

Attraverso la messa in scena della ideologia che sta dietro ad ogni intervento tecnico, le dimensioni organizzativa e amministrativa divengono preponderanti, la cura del corpo e della mente restano le sole strategie a portata di mano, e null'altro. Si ritrovano cosí le rassicuranti procedure di tutte le istituzioni di controllo: medicalizzazione, psicologizzazione, psichiatrizzazione, irrigidimento delle regole, ricorso all'intrattenimento. Lo stile di lavoro resta magari affettivo ma perde di criticità e le pratiche diventano confuse e sempre piú basate sulla sola dimensione psicologica e individuale, spesso sui sensi di colpa e ahimè su vocazioni salvifiche generalmente disastrose per gli utenti. La cifra doppia di una affettività costruttiva e di una criticità de-costruttiva si perde e con essa si attenuano fino a scomparire i processi di costruzione delle micro liberazioni quotidiane: "La capacità di interrogarsi, di dubitare si costituisce come schermo alla interrogazione dell'altro e come corazza protettiva"9. Le pratiche della Ospitalità e della Cura possono e devono essere gli elementi di un processo di deistituzionalizzazione delle stesse dimensione di Ospitalità e Cura ossia essere elementi di liberazione della soggettività e di conquista dei diritti. Al contrario, le pratiche di Ospitalità e Cura possono rimanere semplici Istituzioni che si autoriproducono.

2. L'uso del pensiero utopico.

Il pensiero e la pratica "dell'impossibile reso possibile" costituiscono un meccanismo di salvaguardia dei processi di liberazione. Invenzione, creatività dovrebbero divenire le modalità con cui la organizzazione sfida la recessione del contesto: all'eccesso di illibertà si risponde con un eccesso di libertà (di pensiero, di azione creativa, di innovazione).
Il linguaggio e lo sguardo non possono essere quelli delle psicologie sofferenti e individuali (psicologie sia degli utenti sia degli operatori) ma piuttosto è indispensabile adottare sguardi e linguaggi capaci di riconoscere nell'altro e negli altri non solo le vittime della ingiustizia ma anche i protagonisti della propria liberazione: sguardi e linguaggi della politica.
Solo uno sguardo utopico (declinazione laica del concetto cristiano di speranza) e antiborghese (ossia critico) dovrebbe informare la pratica psicosociale degli operatori delle organizzazioni che vogliano salvaguardare la propria vocazione antiistituzionale di liberazione.
Scegliere l'una o l'altra di queste due modalità - uso regressivo delle tecniche o uso del pensiero utopico - come risposta alla crisi generata dalle recessioni (economiche, culturali, politiche) è decisivo e discriminante: sfuggire o accettare la sfida. Si tratta di sfidare il contesto mortifero che difende sè stesso moltiplicando le istituzionalizzazioni e la propria autoriproduzione.

Questa sfida è possibile solo con chiavi di lettura politiche e con strategie politiche: si tratta di promuovere senso, soggettività, diritti, socialità e felicità possibile, ma tutto questo non puó avvenire se la organizzazione si ripiega sulla privatizzazione delle relazioni, sull'individualismo delle strategie, sulla riproduzione delle rassicuranti tecniche psicologiche, mediche e assistenziali. Il sanitario e l'amministrativo non devono impedire l'innovazione, l'invenzione, lo spirito di lotta.
Ancora una volta, come quando ragionavamo di Sofferenza Urbana, saremo costretti a confrontarci con un ossimoro: infatti, come nel caso della sofferenza (intima e privata) che si coniuga nell'urbano (collettivo e pubblico) ancora una volta dovremo coniugare efficienza amministrativa e qualità della assistenza con l'esplosività della trasgressione e del mutamento che solo la lotta politica puó offrire poichè soltanto l'ansia dell'incertezza puó fondare la ricchezza della interrogazione e del dubbio.

 


Note

1 Mattei Ugo. Contro riforme. Einaudi, Torino, 2013. p.17.
2 Mattei Ugo. Op.cit. p.112
3 Fernando Díaz-Plaja: "Discurso de José Antonio Primo de Rivera exponiendo los puntos fundamentales de Falange española", pronunciato nel Teatro de la Comedia de Madrid, il giorno 29 ottobre 1933.

4 Antonio Gramsci, L'Ordine Nuovo, 26 aprile 1921.
5 Ceretti Adolfo, Cornelli Roberto. Oltre la paura. Feltrinelli, Milano 2013. p. 40
6 Saraceno B. Tempi di assedio. In: Ravazzini M. e Saraceno B. Emergenze Urbane.Il Saggiat 7 7 Carrino L. La dimensione affettiva del lavoro critico. In: Autori Vari. Fra regola e utopia. Cooperativa Editoriale Psichiatra Democratica, Roma 1982 pp147-153.
8 Saraceno B. Ballare il samba pilotando un aereo. In: Ravazzini M e Saraceno B. Resistenze urbane. Il Saggiatore, Milano 2011, p.143.
ore, Milano 2016 p.30
9 Carrino L. Op. cit.

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