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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

L’associazione Laudato si’ – Un’alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale

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Guido Viale

 

L’enciclica Laudato si’ non è caduta sui suoi estimatori come un fulmine a ciel sereno. Fin dall’inizio del suo pontificato si era capito che papa Francesco era intenzionato ad imprimere una svolta radicale sia alla dottrina che, soprattutto, alla pratica della chiesa cattolica. Il discorso Tierra, techo, trabajo tenuto in occasione della riunione dei movimenti popolari del 2014, e il fatto stesso di convocare una riunione del genere, avevano chiarito lo spirito di questa svolta: la cura dell’ambiente – della Terra, sia intesa come suolo da coltivare che come pianeta da custodire – è indissolubilmente legata alla lotta contro le ingiustizie sociali di cui è vittima sia chi lavora che chi non trova lavoro; e deve costituire un impegno inderogabile sia di chi è cristiano che di chi non lo è.

Francesco si trovava d’altra parte a disposizione un  ricco patrimonio di elaborazioni prodotte nel corso di decenni da diversi esponenti dell’ecologismo integrale, da Alex Langer a Vandana Shiva; ma, soprattutto, dall’interpretazione e della valorizzazione del rapporto con la Terra (la Pacha mama) che molti movimenti sociali, e anche politici, dell’America latina avevano raccolto dalle culture e dalle tradizioni indigene del continente da cui anche Francesco proveniva; e che sicuramente aveva avuto modo di conoscere da vicino.

Quando poi è stata pubblicata l’enciclica, molti di noi sono stati colpiti soprattutto dallo sforzo di sintesi che in poche pagine Francesco era riuscito a compiere mettendo a sistema una varietà così ampia di contributi. Due assi ne definiscono in modo incontrovertibile il quadro di insieme: l’indissolubile congiunzione tra giustizia ambientale e giustizia sociale – o, viceversa, l’affermazione che a pagare maggiormente i danni inferti all’ambiente sono i poveri, gli esclusi, gli sfruttati della Terra, per i quali non c’è riscatto possibile se non nella salvaguardia e nella ricostituzione dei suoi equilibri ecologici, lottando contro chi continua a distruggerla per tutelare i propri interessi; e l’abbandono di un approccio antropocentrico che mette in  contrapposizione l’essere umano con il resto del vivente, e con la Natura tutta, rivedendo e reinterpretando - non senza, forse, qualche forzatura - una tradizione biblica, poi fatta proprio dalla modernità e dall’illuminismo, che affida all’umanità il dominio sul resto del creato. Prescindendo da alcune affermazioni – per esempio su aborto e cultura del gender, che non possono trovare il consenso di una cultura laica, e che peraltro non hanno protetto il papa dagli attacchi di un cattolicesimo reazionario che si è subito messo in moto; e lo si sarebbe visto di lì a poco, quando è esplosa la questione dei migranti – quei due assi riassumono una linea di condotta per sottoporre a verifica gran parte del pensiero e dell’azione di coloro che sono impegnati a promuovere una trasformazione radicale degli attuali assetti politici e sociali. E’ quello che aveva immediatamente percepito un centinaio di intellettuali, di attivisti e di operatori sociali convocati a discutere dell’enciclica in un convegno promosso dalla Casa della Carità di Milano già alla fine del 2015.

Ne era nata un’associazione informale – Laudato si’ – che si era immediatamente impegnata a sviluppare tre dei temi implicati dall’enciclica che sembravano allora i più urgenti: fare il punto sugli esiti del vertice Cop 22 di Parigi, da poco concluso; aprire un dibattito sulla figura del profugo ambientale, ignorata dalla normativa e dai trattati vigenti; approfondire il tema dei beni comuni, a partire da quello dell’acqua. Tre incontri - soprattutto il secondo, che aveva visto la partecipazione di relatori da tutto il mondo grazie a un finanziamento del Gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica del Parlamento europeo - perfettamente riusciti nel presentare le tematiche affrontate, ma rimasti senza un’elaborazione capace di tradurre in impegno sociale e comunitario le indicazioni emerse; anche perché la loro trattazione era stata quasi completamente svincolata dal merito dell’enciclica.

Numerosi incontri che i soci dell’assemblea avrebbero avuto nei mesi seguenti con le platee più differenti avrebbero peraltro evidenziato come la lettura, e anche solo la conoscenza, dell’enciclica, per non dire la comprensione della sua rilevanza, fossero molto ridotte, nonostante che nessun politico rinunciasse a fare un riferimento “di ufficio” a quel documento. E questo, sia all’interno del mondo cattolico che di quello laico, anche se, soprattutto in questo, una ristretta cerchia di lettori sembrava averne colto meglio il carattere radicalmente innovativo. Il tutto sarebbe stato sommerso, di li a poco, dalle polemiche - che non hanno certo risparmiato il papa - che mettevano sotto accusa le iniziative dirette a salvare e accogliere i migranti e a difendere la liceità di questa scelta.

Quello che era emerso dalle attività che eravamo riusciti a mettere in campo con l’associazione era il carattere troppo indefinito della sua natura e del suo scopo. Che cosa volevamo o cercavamo di ottenere con la nostra attività? Discutendone a fondo, e anche grazie all’apporto di nuovi soci, era emerso che avremmo dovuto legare più strettamente i temi trattati al contenuto e allo spirito dell’enciclica e dei suoi assi portanti: non considerarla soltanto uno spunto per affrontare determinati argomenti, sicuramente all’ordine del giorno, bensì una chiave di interpretazione del presente e di prospettazione di un futuro sostenibile. Ne era scaturita, all’inizio del 2018, una lettera che ridefiniva il nostro approccio e che è stata successivamente inviata a un numero molto elevato di possibili interlocutori nel mondo della cultura, dell’associazionismo e delle politiche di base. La risposta, con più di cento adesioni, era stata immediata e superiore alle attese: i tempi stavano cambiando e si stava facendo viva in tante persone impegnate, ma sempre più prive di ancoraggi non solo organizzativi, ma anche cultuali, l’esigenza di costruire insieme ad altri dei punti di riferimento comuni. L’enciclica forniva un quadro sintetico e imprescindibile per dare il via a quel nuovo confronto. Su queste basi l’associazione Laudato si’ è ricostituita con una nuova definizione – non più credenti e non credenti per la casa comune, bensì alleanza per il clima, la Terra e la giustizia sociale - dandosi un assetto ufficiale e riconosciuto. Come suo atto fondativo, o rifondativo, si è messa al lavoro per convocare il Forum del 19 gennaio che si è svolto a Milano, nella sala di Palazzo Reale, con l’esplicito impegno di tutti i relatori a non farne un nuovo convegno, ma l’inizio di un lavoro su cui continuare a sviluppare insieme una elaborazione comune. Una elaborazione che vedrà come suo primo risultato la stesura di una “carta di intenti” da sottoporre a tutti i candidati alle prossime elezioni europee, e con cui tradurre in impegni concreti l’attività di quelli che verranno eletti; ma anche quella di tanti altri, e di tutti coloro che riusciremo a raggiungere con questo documento, approfittando dell’occasione offerta dalla scadenza elettorale.

Oltre a questo, l’impegno prioritario dell’associazione rifondata è stato individuato nel campo dell’educazione, e soprattutto nella scuola, viste non come mera occasione per divulgare contenuti già elaborati, ma come momento di verifica della praticabilità di una nuova cultura da costruire insieme, intorno agli assi portanti dell’enciclica, ma senza chiudere le porte ad altri spunti, e anzi sollecitando il contributo attivo di tutti coloro, alunni e insegnanti, operatori sociali e volontari delle associazioni, pubblico e studiosi, che saranno coinvolti dalle iniziative che stiamo mettendo in cantiere.

 

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