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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Il Sindacato può diventare un soggetto politico?

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Corrado Mandreoli

 

Avevo vent’anni quando scelsi di interrompere gli studi universitari per andare a fare l’operaio in fabbrica. A quel tempo quella scelta non appariva, come forse adesso, incomprensibile o avventata. Perché in quell’epoca il movimento operaio, e con lui il sindacato, esercitavano su molti, me compreso, una forte attrazione ideale. Suscitavano un’urgenza: quella di esserci, di fare scelte di campo, di stare dentro la storia proprio mentre questa ci compiva. Una storia dove il singolo era parte di un corpo collettivo che sembrava rendere possibile l’impossibile.

Per me, e per moltissimi altri, la fabbrica era il luogo dove prendeva corpo e concretezza un’idea di società più giusta e più uguale; soprattutto, si cercava di costruirla attraverso un grande processo di partecipazione che partiva dalle assemblee, con una forte discussione dal basso e che continuava nelle lotte con il coinvolgimento diretto delle persone. Erano gli anni dei corsi delle 150 ore, del diritto allo studio esteso a tutti, della lotta all’analfabetismo, dell’appropriazione del sapere per essere consapevoli e parte attiva in fabbrica e nella società; erano gli anni della lotta per la salute, del lavorare meno per lavorare tutti, per il diritto al lavoro dei disabili, per il salario uguale per tutti, per la casa, per accantonare fondi attraverso la contrattazione collettiva da destinare ai comuni per i servizi sociali e i trasporti. Erano gli anni in cui attraverso le conquiste nei luoghi di lavoro si orientavano e si sostenevano le lotte per una società più giusta e inclusiva, come si direbbe oggi. Dove le lotte per migliori condizioni di lavoro si saldavano con i grandi movimenti studenteschi per una scuola aperta a tutti, con i movimenti di emancipazione delle donne, con un’attenzione anche al quadro internazionale a fianco di chi combatteva contro le dittature e per l’autodeterminazione dei popoli. Erano anni in cui tra politica e sindacato c’era un’intensa e naturale dialettica, che favoriva la crescita e la formazione di quadri, i quali poi si trovavano spesso ad assumere anche ruoli di amministratori negli enti locali, così come nelle istituzioni a tutti i livelli.

 

Se guardo oggi lo scenario, avendo come riferimento gli stessi luoghi, il quadro è alquanto desolante. Il tessuto produttivo è radicalmente cambiato, ridisegnando i territori e l’intera società. La fabbrica manifatturiera tradizionale dell’epoca fordista ha visto il declino, soppiantata dalla crescita enorme dei servizi, delle piattaforme e delle tecnologie digitali, mentre già incedono gli scenari del futuro, con la robotica, l’“Internet degli oggetti” e l’industria 4.0. Ma se il futuro è cominciato, al tempo stesso e paradossalmente il mondo del lavoro è stato precipitato nel peggiore passato, quello in cui i diritti basilari sono negati e vulnerati.

In questo processo globale si è infatti consumata una sconfitta del sindacato e del suo modello di radicamento basato nei grandi contesti produttivi. Se il sindacato ha sempre organizzato i lavoratori a partire dai luoghi di lavoro per poi estendere sul territorio la pratica di contrattazione sui diversi ambiti di vita, l’esperienza dei consigli unitari di zona ha portato nel sociale le stesse modalità di aggregazione, partecipazione e produzione di piattaforme incentrate su casa, scuola, salute, mense, trasporti con le peculiarità dei singoli territori. Chiudendo le grandi industrie è via via scemata anche quella peculiare stagione, polverizzandone le soggettività operaie che l’avevano abitata e caratterizzata. E, naturalmente, si è imposta in parallelo una mutazione profonda delle organizzazioni dei lavoratori, che si erano andate storicamente modellando sull’impronta e sulle necessità della fabbrica fordista. I processi di scomposizione operaia e di riorganizzazione produttiva dovuti alla ristrutturazione capitalistica hanno imposto una sfida di rinnovamento epocale, per molti versi ancora in corso. Postfordismo, delocalizzazioni produttive, economia globalizzata e ruolo dominante della finanza sono stati e sono i nuovi terreni nei quali il sindacato ha dovuto e deve ripensarsi e adeguare il proprio ruolo, spesso costretto sulla difensiva. Un eccesso di difensiva, occorre forse constatare. In questo modo non abbiamo solo perso salario e diritti, abbiamo ceduto su aspetti importanti come le pensioni o le condizioni di lavoro, a partire dalla sicurezza, non abbiamo saputo incidere sui processi di precarizzazione che si sono amplificati, così come le forme di lavoro irregolari o criminali.

Ma la sconfitta più grossa è stata quella di smarrire, o di non essere sufficientemente capaci di immaginare e proporre, un’alternativa, una diversa visione della società, fondata su uguaglianza, giustizia e solidarietà. Se la narrazione dominante e indiscussa è quella del mercato come regolatore generale e della competizione come modello sociale virtuoso, diventa conseguente non essere più vissuti come un punto di riferimento, un luogo dove riorganizzare un pensiero e una capacità di attrazione per i soggetti più in difficoltà. Perciò il sindacato fa fatica a rappresentare, a convincere e a organizzare i giovani disoccupati, i precari, i milioni di lavoratori intermittenti o costretti a divenire e a “pensarsi” come imprenditori di sé stessi, ovvero come individui soli e in concorrenza con altri come loro.

Quella narrazione ha progressivamente preso piede e determinato non solo i rapporti di produzione e i nuovi rapporti di forza tra capitale e lavoro ma si è estesa alla società in tutti i suoi aspetti e risvolti. Le forme crescenti di razzismo e di fascismo che vediamo e viviamo oggi, ormai pericolosamente diffuse a tutti i livelli e in tutti i paesi, sono una conseguenza della rottura e sconfitta di quell’idea e ambizione di uguaglianza che è alla base stessa del sindacato, della sua natura e della sua storia e del suo significato etimologico: Syn dike, insieme con giustizia.

Da qui bisogna allora provare a ripartire, pur con la consapevolezza della vastità e complessità dei problemi e delle difficoltà: dal recuperare la dimensione di un interesse generale e generalizzabile a fronte di un sistema che sta mostrando appieno la propria distruttività, non solo l’ingiustizia su cui si fonda e che riproduce. La questione dell’ambiente e del riscaldamento climatico, i nazionalismi e il disequilibrio geopolitico, le guerre e la nuova corsa agli armamenti, compreso il riarmo nucleare, sono i capitoli di questa grande e attuale sfida che riguarda anche e direttamente il sindacato ma che racconta di una alleanza necessaria e possibile – verrebbe da dire vitale e indispensabile – tra il mondo del lavoro, con le sue organizzazioni sindacali, e tutti i cittadini, i cui diritti attuali e ancor più quelli del prossimo futuro e delle nuove generazioni sono messi a rischio e negati dall’attuale sistema.

Se i dati e gli studi ci dicono che nei dieci anni successivi alla crisi finanziaria globale il numero di miliardari è quasi raddoppiato e che la loro ricchezza, solo nell’ultimo anno, è aumentata di 900 miliardi di dollari, mentre quella della metà più povera dell’umanità, vale a dire di 3,8 miliardi di persone, si è ulteriormente ridotta dell’11% o che la ricchezza di soli 26 individui equivale a quella di quasi quattro miliardi delle persone più povere a livello mondiale, se le Nazioni Unite ci dicono che i rifugiati climatici sono destinati a diventare 250 milioni entro due o tre decenni, dovrebbe essere facile capire che non si tratta solo di diseguaglianze e di ingiustizia economica e sociale: qui è in gioco la sopravvivenza stessa dell’umanità e del pianeta.

Naturalmente, ognuno è figlio della propria storia e delle proprie scelte, nel bene e nel male. Ciò non toglie che i contesti nei quali tutti ci troviamo a vivere e a operare hanno validità generale e una forza obiettiva alla quale non ci si può sottrarre, pena il non comprendere la realtà o il rinunciare allo sforzo di cambiarla.

Queste convinzioni e il quadro, pur inevitabilmente parzialissimo, che ho provato qui a disegnare sono il portato della mia esperienza, quella di un operaio entrato in fabbrica a vent’anni e che ha passato i successivi quaranta rivestendo, volta per volta, incarichi all’interno dell’organizzazione sindacale nelle diverse stagioni della nostra storia, prima nella zona di Sesto San Giovanni e Cinisello poi in Camera del Lavoro di Milano come responsabile delle politiche sociali e, infine, negli ultimi otto anni, nella segreteria della stessa Camera del Lavoro.

La breve analisi di come eravamo e di cosa siamo diventati, come dicevo assolutamente incompleta, mi serve per provare a dare una risposta alla domanda se siamo ancora un soggetto protagonista nella politica italiana.

Direi che lo siamo sicuramente stati nella grande stagione dello sviluppo economico, mentre oggi la nostra capacità di influire e di indirizzare le scelte della politica e dei governi è assai indebolita e inadeguata. Per nostri limiti e ritardi, sicuramente, ma anche per difficoltà più ampie e generalizzate, che riguardano le stesse mutazioni intervenute in questi decenni della decisionalità politica, dei luoghi, delle procedure e dei soggetti che storicamente ne avevano avuto la responsabilità. Banalmente, ma non troppo: se molte multinazionali e banche hanno bilanci superiori ai PIL degli Stati, non è difficile capire chi comanda davvero nel mondo. Bastino qui pochi esempi e cifre: il colosso USA dei supermercati Walmart impiega 2,2 milioni di persone e realizza un fatturato di oltre 485 miliardi di dollari, quanto l’intero PIL dell’Argentina; il bilancio della banca BNP-Paribas, quasi 2.000 miliardi di euro, equivale al PIL del Paese in cui ha sede, la Francia, la sesta più grande economia; eppure BNP è “solo” l’ottava banca a livello mondiale. Per non dire della capitalizzazione dei giganti della Silicon Valley come Google e Apple. O dei colossi petroliferi, come la nostra ENI, e delle industrie del bellico, come Leonardo-Finmeccanica. La concentrazione di ricchezza, e dunque di potere, riguarda tutti i settori, compreso quello dell’informazione, tra i più vitali e decisivi per le sorti della democrazia ma anch’esso governato da poche e potentissime multinazionali. Sui 34 gruppi del settore media, 17 sono nordamericani, due cinesi, uno brasiliano, due giapponesi, i rimanenti europei, compresa Mediaset. È facile allora capire quale sia la rappresentazione del mondo e dei suoi problemi, quale sia la narrazione dominante che ha progressivamente indirizzato e mutato la comune consapevolezza e la cultura diffusa senza che ce ne si rendesse conto, sino a scoprire improvvisamente che le tossine del razzismo e dell’odio nazionalista hanno attecchito in profondità.

L’ultima grande manifestazione del 9 febbraio a Roma, prima manifestazione unitaria dopo anni di divisioni sindacali, è rimasta sui giornali un solo giorno. Il nostro ministro del lavoro ha incontrato un rappresentante dei Gilet Gialli francesi ma non le nostrane organizzazioni sindacali, che da tempo chiedono un confronto sulla manovra economica. Il tema del lavoro, del resto, è il grande assente nelle politiche dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni. Quando è stato invece affrontato è stato anche peggio; gli intenti e gli effetti sono stati infatti una ulteriore, spesso drammatica, sottrazione di diritti: dalla legge Fornero, al Jobs Act e all’abolizione dell’articolo 18.

Maurizio Landini nel suo discorso di insediamento a Segretario Generale della Cgil ha ricordato che le Camere del Lavoro, quando sono nate, erano il luogo dove chi non sapeva scrivere trovava chi gli componesse una lettera, dove il mutuo soccorso era la pratica per aiutare le persone in difficoltà. Ovviamente, non si tratta di riportare indietro la storia – sarebbe in ogni caso impossibile – ma un tema si impone: oggi siamo in grado di farci carico della povertà crescente anche tra chi lavora? Siamo adeguati ad accogliere il bisogno di chi è vittima di esclusione e di privazione di diritti? Siamo capaci affrontare il precariato, di provare a sanare l’insopportabile ingiustizia che vede contrapposto chi è dipendente a tempo indeterminato e chi è a termine, magari lavorando nello stesso posto, con l’identica mansione ma con trattamenti e diritti differenziati? E se pure ci proponiamo di affrontare tutto questo, come lo facciamo? Sempre Landini, nella medesima occasione, ha citato l’esperienza della Cgil di Saluzzo che, insieme al Comune e alla Caritas, ha preso in gestione una caserma dismessa e organizzato un sistema di accoglienza per i migranti stagionali impiegati nelle campagne della zona. Sta a significare che abbiamo bisogno di non fermarci alla denuncia, alla protesta, alla rivendicazione: abbiamo bisogno di promuovere azioni coerenti che ci facciano riscoprire, attraverso l’esperienza, il valore vero di parole come solidarietà, aiuto, tutela e lotta alla povertà. Le pratiche e la coerenza sono un potente veicolo di sensibilizzazione, sono un messaggio che parla alla testa ma anche al cuore, che induce a pensare e a rendere percorribili ed esportabili pratiche di successo.

Quello stesso modello può essere sperimentato e messo in atto nei luoghi di lavoro, ad esempio imponendo le stesse tutele per tutti i lavoratori, oggi discriminati sulla base della stabilità o meno del contratto.

Per farlo, bisogna però essere presenti nei territori e nei luoghi di lavoro, in termini di conoscenza, capacità di ascolto, capacità organizzative e risorse. Il sindacato, nel corso del tempo, ha costruito una macchina organizzativa con stratificazioni a livello territoriale, regionale e nazionale, moltiplicate per le singole categorie, che rischia talvolta di andare a discapito dell’immediatezza, della prossimità e dell’effettiva vicinanza.

La conoscenza è l’altra grande leva per aiutare i processi di radicamento tra le persone e nei territori. Gli anni che ho sopra richiamato, segnati da partecipazione e lotte, da progetti ed elaborazioni collettive, erano contraddistinti da una grande passione per la conoscenza e lo studio a vasto raggio: si faceva formazione sindacale, per conoscere il processo produttivo ed essere adeguati nelle trattative con l’azienda, ma anche sulla politica, sulla salute, sulla cultura e sui grandi problemi sociali del momento, ad esempio sul perché andavano chiusi i manicomi e le classi speciali per i disabili. In generale, si faceva formazione per contrastare un’informazione ufficiale e una cultura dominanti piegati agli interessi e alla visione del sistema vigente: per cambiarlo occorreva prima di tutto conoscerlo e demistificarlo e dunque sviluppare una visione alternativa.

Oggi la formazione del pensiero, delle opinioni, del senso comune è affidata principalmente alla rete e ai social, dove il confine tra verità e falsità è spesso davvero labile e impalpabile e dove le tecnologie di controllo e profilazione vengono indirizzate anche per usi truffaldini, di alterazione del voto democratico e di condizionamento politico, come si è visto con lo scandalo Facebook-Cambridge Analytica.

Tanto più allora abbiamo vitale bisogno di riprendere una grande stagione di formazione, rivolta a chi è inserito nei luoghi di lavoro e nei territori, e capace di fornire strumenti e competenze, che orientino e aiutino a dotarsi di capacità di indagine e di ascolto dei bisogni, dei problemi, delle paure, dei desideri e dei sogni di chi si incontra; una formazione che, inoltre, sostenga nel costruire relazioni tra le persone.

Perché, in definitiva, questa è la vera battaglia da vincere: portare lavoratori e cittadini non più a viversi l’uno in competizione con l’altro ma tornare ad assaporare il gusto e la passione di vivere un’esperienza di convivenza e coesione che, se praticata dal basso, può veramente contaminare il piano della politica, attualmente drammaticamente segnato da logiche di egoismo sociale e da produzione di discorsi d’odio.

 

 

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