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Percorsi di deistituzionalizzazione: i diritti dei deboli non sono diritti deboli

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Francesco Maisto

 

Quaranta anni: la legge 180 fu approvata dal Parlamento il 13 maggio 1978, a distanza di soli tre giorni dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro.

 

Questa quasi-coincidenza di date ha un notevole significato per la politica, intesa non come semplice reazione agli eventi, bensì come capacità di rispondere con razionalità anche di fronte ad una tragedia così terribile.

 

Il nostro Paese faceva i conti, da una parte, con il carcere del popolo, la prigionia del “meno implicato”, come scrisse Leonardo Sciascia nell’Affaire Moro, “la pena di morte illegale, ingiusta e iniqua”, e, dall’altra parte, con una legge di liberazione, di chiusura dei “luoghi orrendi, non degni di un Paese appena civile”, come definì i manicomi giudiziari il Presidente della Repubblica nel messaggio di fine anno del 2012.

 

Quaranta anni dopo si sono svolte tante celebrazioni della tragedia della politica e, al contempo, di una riforma che toglieva le catene agli ultimi.

 

Qualche voce fuori dal coro c’è stata ed ha destato allarme e preoccupazione, soprattutto fra le associazioni per la salute mentale con un lavoro costante e appassionato.

 

Una conferma eclatante è venuta da una frase del Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che ha definito la legge 180 “Una legge assurda che ha causato miseria e abbandono per migliaia di famiglie di pazienti psichiatrici, abbandonando il tema della psichiatria sulle loro spalle, chiudendo tutte le strutture che c’erano per i malati psichici” e che, inoltre, “ha causato un’esplosione di aggressioni da parte di persone affette da disturbi mentali”.

 

Non costituisce un’attenuante l’occasione dell’esternazione, cioè il raduno della Lega sul prato di Pontida. Rappresenta, invece, il sintomo di scelte che vogliono imporre lo scontro fra sani e malati, tra normali e devianti, fra italiani e stranieri.

 

Addirittura, senza pudore, viene esaltato il manicomio e deprecata la sua chiusura. Ma, a partire da quella legge, sono state riconosciute soggettività e viene restituita soggettività anche con il riconoscimento di diritti personali e patrimoniali.

 

Per la chiusura di tutti i manicomi si dovettero aspettare altri dieci anni, fino al 1998, quando la ministra Rosy Bindi, con un decreto ultimativo, mise la parola fine alla “vergogna infinita”.

 

Si è completato, infatti, il percorso avviato con la legge 180 e si è giunti, con la legge n. 9 del 2012 e la legge n. 81 del 2014, al superamento degli O.P.G. con la scadenza del 31 marzo 2015.

 

Ora c’è il rischio del ritorno del manicomio nelle carceri a causa della controriforma voluta da questo Governo con la previsione delle c.d. articolazioni psichiatriche, che, peraltro, in alcuni casi sono rimaste solo sulla carta. Il coacervo di categorie presenti in queste articolazioni (minorati psichici, detenuti in osservazione psichiatrica, persone con disturbi mentali sopravvenuti durante la detenzione) fa emergere il rischio di una neomanicomializzazione, per non dire del sovraffollamento che di nuovo attanaglia le carceri.

 

La deistituzionalizzazione non deve comprendere soltanto la chiusura di queste istituzioni, ma anche l’abbandono di quella cultura manicomiale diffusa e nascosta in tante realtà, comprese le REMS, come stiamo, peraltro, scoprendo nelle RSA in cui del diritto alla vecchiaia.

 

La legalità del male sopravvive ed arriva prepotentemente, come ad esempio nel DDL. Marin di riforma della L. 180, non solo rispetto al trattamento sanitario obbligatorio, ma anche rispetto alla Residenze per lungodegenti. E così nel DDL. Pillon di riforma del Diritto di famiglia, col ritorno alla vecchia funzione istituzionale a causa della minore tutela dei soggetti familiari fragili.

 

Si è ripetuto molto, e forse troppo, che la libertà è terapeutica. Ame piace dire che la responsabilità è terapeutica e che attraverso un processo di liberazione si raggiunge il traguardo dell’autonomia più vasta e profonda della persona.

 

Quelli accennati non sono fenomeni settoriali, perché l’aggressione alla pari dignità delle persone e l’intolleranza per i diversi formano il tratto distintivo di tutti i regimi autoritari, dai fascismi razzisti agli integralismi ed ai fondamentalismi religiosi, accomunati da un’antropologia della disuguaglianza, immancabilmente finalizzata alla discriminazione o all’oppressione dei più deboli o dei dissenzienti.

 

Oggi, nelle nostre democrazie avanzate, si manifesta l’intolleranza, il disprezzo e la paura per quei diversi per antonomasia, che sono i migranti, raffigurati dalla propaganda populista come alieni, pericolosi e virtualmente nemici.

 

Oggi è di nuovo il veleno razzista dell’esclusione del diverso che sta diffondendosi non solo in Italia, ma in tutto l’Occidente, nell’Unione Europea e negli Stati Uniti, quale base del consenso nei confronti degli odierni populismi e delle loro politiche di esclusione. Quegli stessi populismi che si caratterizzano come “populismo penale”, che si riallaccia al c.d. “diritto penale del nemico”, letteralmente come ha insegnato Papa Francesco, il 23 ottobre 2017, nell’udienza all’Associazione Internazionale di Diritto Penale.

 

Eppure, tutta la tradizione classica ha sempre considerato lo ius migrandi come un diritto fondamentale.

 

Aggiungo che si dovrebbe avere il coraggio di assumere il fenomeno migratorio come l’autentico fatto costituente dell’ordine futuro, destinato, quale istanza e veicolo dell’uguaglianza, a rivoluzionare i rapporti fra gli uomini e a rifondare, nei tempi lunghi, l’ordinamento internazionale. Il diritto di emigrare equivarrebbe, in questa prospettiva, al “potere costituente” di questo nuovo ordine globale: giacchè l’Occidente non affronterà mai seriamente i problemi che sono all’origine delle migrazioni, se non li sentirà come propri.

 

I diritti fondamentali, come l’esperienza insegna, non cadono mai dall’alto, ma si affermano solo allorquando la pressione alle porte di chi ne è escluso diventa irresistibile. Per questo dobbiamo pensare al popolo dei migranti come al popolo costituente di un nuovo ordine mondiale.

 

Nel film Vincitori e vinti la contestazione del giudice americano (Spencer Tracy) al giudice e grande giurista tedesco (Burt Lancaster) si conclude proprio col riconoscimento di quest’ultimo che non avrebbe dovuto applicare le leggi ingiuste. La vicenda è paradossale perché anche il giudice americano avrebbe dovuto guardare a quello che succedeva e continuava a succedere nel proprio sistema giudiziario: l’apartheid ed il razzismo, allora ancora operanti anche con modalità tragiche, come quella di oltre ottomila linciaggi di neri, consumati fra il 1880 e il 1990 negli Stati Uniti mediante processi ed esecuzioni sommarie. La situazione era paradossale, ma chiara: il giudice vinto riconosceva la violazione deontologica, il giudice vincitore non si poneva il problema.

 

Oggi facilmente cediamo alla tentazione di prendere le distanze da quei tempi e da quelle legislazioni e di considerare un parallelo con i nostri giorni.

 

Epperò, si possono fare due obiezioni. Innanzi tutto, una questione che tocca, come toccava i due giudici, i principi di umanità non può essere assolutamente trasformata in una questione di quantità della discriminazione, correndo così il rischio dell’ottundimento etico.

 

In secondo luogo, bisogna evidenziare la necessità di ricostruire le motivazioni reali delle leggi ingiuste, in modo da disvelarne le ingiustizie. Il che può essere fatto evidenziando tutte le alterazioni dei fatti che trasformano lo straniero in un soggetto pericoloso ed ostile: in sostanza, proiettando sull’altro le nostre ostilità verso di lui. Questi meccanismi hanno avuto piena applicazione in tutte le politiche di apartheid e di razzismo. Nulla di nuovo, quindi: semmai, la conferma che siamo di fronte allo stesso fenomeno, alle stesse legge, alla stessa ingiustizia delle medesime. Aggiungerei, alla stessa debolezza verso la tentazione della conformazione alla legge ingiusta, perché questa favorisce la quiete sociale, mentre, all’opposto, la contestazione provoca divisioni e tensioni. E si potrebbe citare qui la cieca invocazione del dialogo con chi demolisce la casa comune: l’invito all’agnello a fidarsi del lupo.

 

Forse non siamo ancora arrivati al punto in cui la legislazione ingiusta cerca la costruzione di nuovi principi generali di convivenza della nostra comunità e fa ciò svuotando le norme costituzionale del loro contenuto e dei loro principi, creando quella che non è temerario chiamare una società cattiva. Allo stato, però, quelle norme e quei principi della nostra Costituzione restano del tutto integri e giudicano le leggi che li ignorano.

 

Sicuramente influisce il contesto populista internazionale, compatibile, a livello nazionale con tre nevrosi da insicurezza:

 

  1. Le relazioni fra le persone si fanno incerte e il primo moto è di diffidenza, difesa, chiusura;
  2. Un’epoca di restrizione delle cerchie della socievolezza;

  3. La perdita di futuro come bene collettivo.

Conseguenza naturale della diffidenza e della chiusura è la perdita di futuro come bene collettivo. Si procede alla cieca e, non sapendoci dare una meta che meriti sacrifici, cresciamo in particolarismi e aggressività. Le visioni del futuro, che una volta assumevano le vesti dell’ideologia, sono state distrutte e, con esse, sono andati perduti anche gli ideali che contenevano. Sono stati sostituiti da mere forze fini a se stesse, come pura tecnica.

 

La perdita di futuro ha tre risvolti: morale, politico, costituzionale.

 

In termini morali, contiene un’autorizzazione in bianco alla consumazione, nell’immediato, di tutte le possibilità, senza accantonamenti per l’avvenire.

 

In termini politici, comporta una concezione dell’azione pubblica come sequenza di misure emergenziali.

 

In termini costituzionali, distrugge ciò che propriamente è politica e la sostituisce con una gestione d’affari a rendita immediata.

 

Una china su cui troviamo, per esempio, indifferenza per l’universalità dei diritti, per la separazione dei poteri, per il rispetto delle procedure e dei tempi delle decisioni, per i controlli, per la dialettica parlamentare, per la legalità, per l’indipendenza della funzione giudiziaria.

 

Sul piano della riflessione sociologica si sono anche usate sintesi come quella del passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale o quella del governare attraverso la criminalità ( v. Jonathan Simon, Il governo della paura, ed. Cortina 2008 e Loic Wacquant, Punire i poveri: il nuovo governo dell’insicurezza sociale, ed. Derive/Approdi 2006).

 

Il Decreto sicurezza, o Decreto Salvini, estremizza queste posizioni e rappresenta un punto di rottura della già fragile legislazione previgente.

 

La nuova disciplina dell’immigrazione e della cittadinanza presenta aspetti allarmanti di incostituzionalità:

 

  • L’abolizione del permesso di soggiorno per motivi umanitari è mirata a ridurne drasticamente il volume, creando una serie di drammi personali ed un’esplosione del contenzioso giudiziario.
  • Poiché, nella stragrande maggioranza dei casi, non sarà possibile procedere al rimpatrio, l’unico effetto reale sarà l’allargamento dell’area della clandestinità, che produrrà l’incremento di una popolazione di persone senza diritti, impossibilitate a lavorare e costrette al lavoro schiavile, facile preda della criminalità.
  • Tale situazione inciderà sulla sicurezza degli italiani e renderà più spietato il mercato del lavoro e la competizione fra i lavoratori italiani poveri e la mano d’opera degli stranieri senza diritti.
  • Il raddoppio (sei mesi anziché tre) della durata massima del trattenimento nei Centri Permanenza Rimpatri appare irragionevole perché si risolve in una pena senza delitto. Tale misura comporterà il raddoppio degli stranieri in detenzione amministrativa, con un incremento esponenziale dei costi che gravano sui contribuenti. Insomma, si realizzano, per la prima volta nel nostro Ordinamento, le prigioni del ministro di polizia.
  • Ugualmente incostituzionale appare la norma che prevede la sospensione della procedura d’asilo ed il rimpatrio del richiedente asilo che abbia subito una condanna in primo grado, perché palesemente contraria alla presunzione di non colpevolezza (art. 27 Cost.) ed al principio di inviolabilità del diritto di difesa in ogni stato e grado del procedimento (art. 24 Cost.).
  • Il sostanziale smantellamento del sistema di protezione su base comunale dei rifugiati e richiedenti asilo (S.P.R.A.R) bloccherà possibilità di inclusione degli immigrati nel tessuto sociale, rendendo più problematica la convivenza.
  • Il Decreto Salvini associa, non a caso, norme sulla sicurezza a norme sugli extracomunitari e così, ad esempio, prevede le cosiddette armi ad impulsi elettrici, creando una situazione pericolosa per la pubblica incolumità, trattandosi di dispositivi potenzialmente letali.
  • Infine, viene ampliata l’area dell’intervento penale con riferimento alle condotte di blocco stradale e ferroviario, di occupazione di edifici, di accattonaggio molesto. Ovvero, come introdurre il delitto di povertà.

Ma non basta: leggi razziste e burocrazia razzista.

 

Esemplare è il caso della mensa scolastica del Comune di Lodi. Una storia che mette in luce la straordinaria capacità della burocrazia di funzionare da strumento di esclusione.

 

Il Regolamento comunale – che, facendo leva sulla necessità di una certificazione della situazione patrimoniale dei migranti,  al limite dell’inesigibile per la situazione, politica ed amministrativa, dei Paesi di provenienza, di fatto discrimina i bambini extracomunitari, precludendo loro l’accesso alla mensa – viola, in contrasto con norme statali sovraordinate,  i diritti di una parte della popolazione abitante in quel territorio, in ragione della nazionalità e dell’etnologia della stessa.

 

Ma anche altri Comuni (ad esempio,  Cascina) hanno imposto la clausola discriminatoria per l’accesso alle tariffe agevolate dei servizi scolastici educativi, in violazione del Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa, il quale prevede, al comma 2 dell’art. 3, che “I cittadini di Stati non appartenenti all’Unione regolarmente soggiornanti in Italia, possono utilizzare le dichiarazioni sostitutive di cui agli articoli 46 e 47 limitatamente agli stati, alle qualità personali e ai fatti certificabili o attestabili da parte di soggetti pubblici italiani, fatte salve le speciali disposizioni contenute nelle leggi e nei regolamenti concernenti la disciplina dell’immigrazione e la condizione dello straniero”.

 

In uno degli ultimi racconti di Leonardo Sciascia, Porte Aperte, il protagonista - giudice della Corte d’Assise di Palermo, davanti alla quale si sta svolgendo il processo a carico dell’imputato di un triplice omicidio, suscettibile di essere condannato a morte per l’evidenza delle prove a suo carico – non accetta la pena di morte, prevista, in quel caso specifico, dal vigente codice Rocco. Sviluppa, quindi, d’udienza in udienza, la sua linea di resistenza, persuadendo il presidente del Collegio ed i giudici popolari fino al giudizio di responsabilità, ma non con l’esito della condanna a morte. Nel racconto di Sciascia l’interlocutore del giudice è il Procuratore del Re, il quale cerca di persuaderlo, nel corso dei colloqui intrattenuti, che la pena di morte è nella legge e che questa va rispettata. Il giudice, tuttavia, pur riconoscendo l’esistenza di una generale aspettativa della condanna a morte, mantiene ferma la sua contrarietà alla pena capitale. Il Procuratore l’incalza, rappresentandogli gli effetti di una giustizia severa: “…dobbiamo riconoscere che le condizioni della sicurezza pubblica, da quindici anni a questa parte, sono notevolmente migliorate. Anche in Sicilia, malgrado tutto.”. E aggiunge: “Qui, sa, corre l’opinione che da quando c’è il fascismo si dorme con le porte aperte…”. A questa frase, che dà il titolo al racconto, il giudice risponde: “Io chiudo sempre la mia.”. Dopo la sentenza di condanna, con cui effettivamente non viene inflitta la pena di morte, il Procuratore, in un ulteriore colloquio col giudice, afferma: “Di fronte alla gravità della pena non si è tenuto conto della gravità del reato: e dunque si è violata la legge e non si è fatta giustizia”. Osserva, poi, come sia convinzione di tutti che la giuria si sia arresa all’opinione del giudice. Questi, di rimando, replica: “Ma non si è arresa per nulla: aveva già quella che lei chiama opinione ed io chiamo principio. Ed è un principio, quello contro la pena di morte, che si può essere certi di essere nel giusto anche se si resta soli a sostenerlo”.

 

E dunque: a prescindere dalle leggi divine (di cui oggi si parla tanto, spesso a sproposito, e che non devono interessare uno Stato laico), ci sono principi di fondo che si riconducono al comune senso di umanità e che decidono della giustizia o dell’ingiustizia delle leggi.

 

La resistenza all’ingiustizia della pena di morte, opposta dal giudice di Sciascia, consiste, alla fine, nel fare di tutto per non applicarla, risvegliando, in quanti sono chiamati ad applicare la legge insieme a lui, la coscienza comune di quell’ingiustizia.

 

Le stesse conclusioni si impongono ogni qualvolta sia in discussione l’applicazione di leggi che, come sopra evidenziato, sono indifferenti al senso di umanità ed, anzi, animate da sentimenti ad esso contrari.

 

Occorre sottolineare, in merito, che l’interpretazione delle leggi secondo i principi costituzionali non è dovuta solo dai giudici, ma grava, come imperativo categorico, su qualunque cittadino.

 

Vivessimo anche in un mondo di santi, una qualche ingiustizia potrebbe sempre essere rilevata da taluno. E’ questo, del resto, il pensiero di Durkheim, secondo cui è proprio il grido “non è giusto!” a produrre il mutamento.

 

Non viviamo in un mondo di santi, e sono in tanti a gridare all’ingiustizia, a percepire come ingiusti un evento, una decisione, un modello di organizzazione sociale, una modalità di esercizio del potere, o addirittura il potere in quanto tale..

 

Abbiamo imparato a distinguere tra ciò che è legale e ciò che è (ritenuto) giusto. Sappiamo, insomma, che legalità e giustizia non sono la stessa cosa.

 

E comunque, i diritti servono se si lotta per essi, altrimenti deperiscono e muoiono, anche nel senso comune.

 

Come è stato espresso magistralmente da Hannah Arendt, il male è come un che ammanta in superficie la società; il pensiero, invece, è qualcosa che penetra in profondità le sue radici.

 

 

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