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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Natura con Umani

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Benedetto Saraceno

 

C’é  vigente una ideologia dello scarto e c’é una pratica dello scarto, quest’ultima talvolta inconsapevole. Se la ideologia dello scarto riflette una visione mortifera dell’uomo e della natura basata sul profitto, spesso la pratica dello scarto, quando non é realizzata a livello macro (pensiamo al ruolo delle industrie della deforestazione o della estrazione dei combustibili fossili) il piú delle volte è figlia di inconsapevoli ma irresponsabili culture consumistiche dell’usa e getta. Scrive Guido Viale: “Lo scarto evidenzia innanzitutto il modo di funzionare di un’economia lineare e non circolare: di un’economia, cioè che aggredisce le risorse della Terra senza curarsi degli equilibri dell’ambiente da cui vengono prelevate, per trasformarle il più rapidamente possibile in rifiuti, cioè in cose di cui non si sa più che fare, che vengono restituite all’ambiente in forme che contribuiscono al suo degrado[1].                                                         

Coloro che vengono dalle grandi esperienze e lotte di liberazione degli “ultimi” (nei manicomi, nelle carceri, nelle istituzioni totali per bambini) conoscono bene però anche un’altra economia dello scarto ossia quella che degli scarti umani.

La funzione regolatoria degli scarti dalla normalità, tipica della psichiatria istituzionale così come del carcere, non è certo scomparsa malgrado riforme e buone pratiche : l’idea di contenimento delle libertà e delle vite di scarto è ancora vigente.Certamente, se c’è una parola che non solo non ha perso attualità ma purtroppo è sempre piú confinata nell’antiquariato delle idee vecchie è la parola Deistituzionalizzazione. Si avverte nel clima morale e culturale  attuale una sorta di fastidio quando la parola deistituzionalizzazione ritorna come se si trattasse di una utopia nobile sí,ma, tutto sommato, frutto di un pensiero politico adolescenziale. Invece, se il vino migliora invecchiando, non v’è dubbio che c’è il bisogno di ritrovare il senso e il potere innovativo tecnico e morale insito nella « vecchia » nozione di deistituzionalizzazione. La rottamazione del vecchio ha creato un nuovo ahimè popolato di giovanotti mostruosi : non lasciamo rottamare anche la teoria e la pratica della Deistituzionalizzazione perché ne abbiamo piú che mai bisogno.

Infatti la violenza istituzionale continua in quanto non solo la contenzione fisica non è scomparsa ma addiritura è stata teorizzata[2]: ricordiamo il tetro « Protocollo di Niguarda » che ha tentato di dare dignità scientifica a una pratica smentita da molte realtà italiane che la hanno combattuta con umiltà e dignità e la hanno definitivamente abbandonata  cosí come smentita da altre  realtà che, pur non avendo completamente abolito la contenzione, affrontano con determinazione  il problema con l’obiettivo di farla scomparire[3].

Infine, il ricorso al ricovero nel servizio di diagnosi e cura sembra rappresentare ancora la soluzione piú frequente per gestire casi difficili cosicchè la capacità di sviluppare intensivamente attività territoriali è penalizzata da un uso intenso della ospedalizzazione.Dunque la violenza istituzionale continua e si esprime con la contenzione fisica, con un eccesso di Trattamenti Sanitari Obbligatori e con una scelta preferenziale per il ricovero ospedaliero piuttosto che per l’intervento territoriale.

Ma anche un altro indicatore ci dice che di deistituzionalizzazione c’è ancora bisogno ed è il proliferare di letti psichiatrici. Non solo nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura  ma anche nelle mille forme della cosiddetta “residenzialità”. Se trenta anni fa residenzialità poteva significare soluzioni alternative al manicomio oggi, dietro alla parola residenzialità sempre piú si nasconde un mondo di miriadi di piccole e medie istituzioni psichiatriche, pubbliche, semi pubbliche, convenzionate e private. Lo slogan del 1979 “Più case e meno Serenase” è ancora valido perchè in realtá non sono case quelle dove risiedono gli utenti bensì strutture residenziali più o meno protette, sempre meno  pubbliche, in un crescendo di “letti” residenziali e di riproduzione di logiche molto istituzionali che tra l’altro deprivano il territorio di risorse e vanificano la idea stessa di salute mentale nella e della comunità. Oggi il numero piu alto di persone presenti in strutture residenziali  è nella Regione Emilia Romagna. Ma il Piemonte e la Lombardia seguono a ruota.

Infine, un’altra pericolosa involuzione, segno del permanere egemonico della cultura dello scarto,  è quella che si riferisce alla teoria e alla pratica della Impresa Sociale.La avventura culturale, morale e pratica della Impresa Sociale come luogo di produzione di senso, di valore sociale e di reddito è stata progressivamente erosa da un terzo settore che fa sempre più impresa decisamente business oriented ed è sempre meno preoccupata delle implicazioni che erano implicite nella Impresa Sociale: empowerment, diritti, cittadinanza e valorizzazione di quella che Amartya Sen chiama “capacity to aspire”[4]. Invece, troppo spesso ormai, gli utenti della psichiatria sono semplicemente trasformati in forza lavoro a basso costo assistita da personale poco qualificato anch’esso a basso costo. Alla impresa sociale si è sostituita una impresa redditizia che sfrutta operatori e utenti, nobilitata dalla sua vocazione, che in realtà è tradita, di « essere sociale ».

Dunque, in generale si ha la chiara percezione che la spinta trasformativa si sia arrestata lasciando spazio a processi di burocratizzazione delle vulnerabilità e della sofferenza. Si ripropongono etichette collettive tanto rassicuranti quanto prive di senso e di umanità: «i tossicodipendenti», «gli acuti », i «senza fissa dimora», gli  « immigrati » e si rafforzano le molte nuove istituzioni contenitive come le residenzialità (misteriosamente differenziate in Piemonte in  pesanti e leggere),come  i servizi di diagnosi e cura, le cliniche convenzionate, le istituzioni per anziani  e quelle per i gravi disabili, eccetera.

Ancora una volta, pseudo identità che annullano soggettività, storicità, individualità : identitá di scarto da « sommare » ai delinquenti, ai rifugiati, ai rom.

La saga delle tribù identitarie che non esistono in natura ma che fanno comodo alle soluzioni spicce non si è mai arrestata. Se negli anni ’80 dicevamo che si doveva “ristoricizzare il lungodegente”, oggi bisogna ristoricizzare tribu intere di soggetti vulnerabilizzati dalla esclusione sociale e dalla perdita di diritti: senza documenti, senza casa, senza storia, senza soggettività, scarti scartati.

Il territorio, parola magica che doveva interpretare e inverare  l’incontro fra storie individuali e luoghi di vita comunitaria, tende ad essere rimpiazzato da «spazi istituzionali » (da «non luoghi», per dirla con Marc Augé[5])  che poco hanno a che fare con la vita reale intorno ad essi.

Dobbiamo certamente ripensare la idea stessa di Comunità non più come luogo utopico ove intorno alla chiesa si apre una piazza e nella piazza si fa il mercato e in un angolo c’è il bar e poi la farmacia e un medico buono che conosce per nome i suoi pazienti grandi e piccini. Cosa è infatti  una comunità a Milano, a Roma, a Londra o a Los Angeles? Dobbiamo cercare di capirlo anche perchè non è detto che le comunità si costituiscano a partire da contiguità geografiche ma probabilmente  esistono oggi grazie a contiguità tribali, etniche, religiose e soprattutto di marginalità condivisa.

Sappiamo poco, ed è in questa pervietà della conoscenza che si inseriscono le neo istituzioni, le neo etichette, le neo burocrazie che trovano un casella per ogni problema e dunque fanno sparire soggetti e cittadini per fare  invece apparire gruppi  con diritti indeboliti.

Le nuove pericolosità sociali inventate dal nostro ex “Ministro-della-Propaganda-e-della Repressione” si sommano alle nuove pericolosità cliniche in una costruzione affannosa di nuove istituzioni più o meno totali.  Dunque, ritrovare oggi la parola Deistituzionalizzazione, il suo senso e la sua pratica è divenuto urgente. Di nuovo infatti ci aspetta una lunga marcia contro la violenza invalidante delle istituzioni e abbiamo bisogno di vecchi e nuovi saperi per leggere e per decostruire la neo istituzionalità e per riaffermare la salute come bene pubblico e come diritto primario.

E’ necessario e urgente domandarsi come la Enciclica « Laudato Sí »[6]  di papa Francesco possa e debba contribuire in questo momento storico  a interrogare gli operatori delle istituzioni destinate a contenere gli scarti umani. La Enciclica puó infatti costituire un potente stimolo a rinnovare pensiero e pratiche di deistituzionalizzazione che oggi appaiono affaticate, talvolta impoverite e spesso tradite.

Infatti  la cultura dello scarto non riguarda solo l’ambientema, come ancora Guido Viale scrive, essa  “si trasferisce e investe il nostro rapporto con l’essere umano, con il nostro prossimo. L’essere umano ridotto a risorsa, che vale solo perché ci serve, è condannato al destino di scarto non appena non serve più: di qui l’emarginazione  di una parte crescente dell’umanità, ma anche il suo sfruttamento fintanto che può “servire”, cioè avere un ruolo nell’alimentare i cicli della produzione e del consumo”[7].

Gli spazi per rigettare le vite di scarto sono tutte le istituzioni totali e quindi non solo manicomi e carceri ma anche i campi per migranti e rifugiati: essedevono costituire il rinnovato fronte di lotte e di possibili liberazioni.

Il mare Mediterraneo é certamente divenuto la piú grande e efficiente istituzione totale per gettare vivi e morti che non si sa dove mettere, cosicché un ambiente tanto naturale quanto devastato dall’inquinamento é divenuto il luogo concreto e simbolico ove sono rigettati  sia gli  scarti umani sia i rifiuti.

Proprio a  partire dalla “Laudato Sí” (e da alcune sue letture e ri-letture molto stimolanti[8]) é possibile ritrovare un filo rosso che unisce e fornisce senso a pratiche e lotte aparentemente fra loro distanti ed eterogenee: la cosiddetta conversione ecologica non determina soltanto convivenza armonioosa con la natura ma anche convivenza fra esseri umani.Si tratta di volere riconvertire modelli produttivi lineari e produttori di scarti in modelli circolari compatibili con la protezione dell’ambiente ma questo significa anche riconvertire le dinamiche sociali ed economiche che producono scarti umani per costruire compatibilitá fra gli esseri umani e i loro diritti fondamentali.

Credo che sia urgente, necessario e utile ri-leggere, e ri-formulare in alcuni casi,  il ricco e complesso vocabolario delle teorie e delle pratiche della liberazione, delle lotte alla esclusione sociale, delle azioni di inclusione sociale e di promozione dei diritti: una rilettura e riformulazione alla luce della prospettiva della “ecologia integrale” ossia della compresenza di tutela dell’ambiente e natura e di tutela dei diritti e della giustizia.

Per troppo tempo abbiamo visto militare in favore di una Umanitá scartata e ultima ma senza preoccuparsi del Pianeta in cui essa vive e muore cosí come per troppo tempo abbiamo visto militare per una Natura costantemente aggredita e divorata senza troppo preoccuparsi della Umanitá che la abita .

E’ tempo che che ci si parli, che si uniscano e si unifichino  battaglie solo apparentemente distanti fra loro, che si rendano compatibili i linguaggi, che le pratiche virtuose per un umanitá non scartata non scartino peró  la Natura e quelle per un ambiente protetto e non devastato non scartino peró gli uomini, le donne e i bambini che ogni giorno quell’ambiente  attraversano.

E’ tempo di coesione e di mobilitazione dura e determinata perché i nemici dell’uomo, della donna e della natura sono sempre gli stessi.

A Trieste, c’é una sartoria, la Sartoria Sociale, diretta da un uomo che oltre ad essere un artista abile, creativo e poetico é anche una persona con una grave disabilitá fisica che lo costringe su una carrozzella. La sartoria é parte viva e integrata  del mondo  degli utenti della psichiatria e impiega, sarte e cucitrici abilissime. Come molte cooperative sociali essa attraversa e costeggia  quel mondo di persone che furono gettate come scarti e cosí partecipa al grande processo di ritrovamento di sè dei soggetti  che da scarti si “riciclano”  come cittadini produttori di senso e di dignitá. La sartoria lavora solo con gli scarti: ombrelli rotti e gettati, teli plasticati per il trasporto di immensi motori marini e altri scarti ancora. Oggetti e capi dismessi vengono destrutturati  e ricostruiti in pezze e gomitoli, lavorati a maglia, cuciti e trasformati. Gli scarti divengono borse eleganti, cravatte, stoffe, portafogli e altro ancora, con gusto e ironia.

Scarti che lavorano con scarti  per produrre cittadinanza e bellezza.

Ecco una Ecologia Integrale che non a caso è nata a Trieste all’interno del parco di San Giovanni, l’antico manicomio chiuso da Franco Basaglia e restituito alla cittá come parco e come sontuoso giardino di rose concepito per uomini e donne riconoscibili non per una qualche  etichetta che qualcuno abbia loro attribuito ma per la loro semplice appartenenza al genere umano.



[1]Viale Guido. Scarto e cultura dello scarto. In: https://www.laudatosii.eu/contributi-e-documentazione/

 

[2]Si diffondono pratiche e protocolli ospedalieri e professionali sulla contenzione, nell’errato convincimento del valore giustificativo e tutorio per gli operatori in caso di lesioni, decessi e danni di qualsiasi genere ai pazienti. Tutti gli argomenti giuridici giustificativi di dette pratiche non tengono conto che nella legislazione vigente la contenzione in senso stretto, meccanica (distinta dall’occasionale ed eccezionale contenzione fisica e dalla contenzione farmacologia) non è prevista e che non trattasi dilacuna per distrazione del Legislatore, bensì di consapevole scelta dello stesso”.F. Maisto,Imputabilità e vulnerabilità, Quaderni di SOUQ-Centro Studi Sofferenza Urbana, 2011, n.4

[3] Fra il 2009 e il 2015 nella sola regione Lombardia la percentuale di pazienti ricoverati in servizi di diagnosi e cura e sottoposti a contenzione fisica era dell’11,6%. A livello italiano, il solo raffronto possibile è quello con i dati rilevati nell’area romana dove nel 2009 è stato registrato un tasso di 11,1 pazienti contenuti ogni 100 dimessi.

[4]Amartya K. Sen, La diseguaglianza. Il Mulino, Bologna 1994.

 

[5]Marc Augé, Nonluoghi. Introduzione a un'antropologia della surmodernità, Elèuthera, 2009

[6] http://w2.vatican.va/content/francesco/it/encyclicals/documents/papa-francesco_20

[7]ibidem

[8] Si veda a questo proposito il fondamentale « Documento Programmatico-Laudato Si’-»,  www.laudatosi-alleanza-clima-terra-giustizia-sociale.it

 

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