Nuova pagina 1

 


english English Home Contatti Credits ISSN
2282-5754
 
Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Alterità, Distanza.

Nuova pagina 1

 

Ota De Leonardis

I nuovi muri di un potere che ignora


Il folle è stato a lungo l' "altro" per antonomasia - quando erano i muri dei manicomi che escludendolo dal consesso civile ne definivano e imputavano l'alterità. La reclusione dell' "esperienza abnorme", come la chiamava Basaglia, definita come alienazione e poi come malattia mentale. L'alterità era qui correlativa allo statuto di eccezione della psichiatria. Di essa mi sono occupata a lungo, accompagnando la storia cruciale della deistituzionalizzazione che ha portato allo scoperto in questa alterità un legame di dominio, l'esercizio di un potere (un potere-sapere, certo): il potere di conferire un nome (naming). Questo potere può essere "terribile" quando, come sostiene Pozzorno esso si spinge fino ad imporre un'identità, come nel caso classico della stigmatizzazione degli ebrei fino alla shoah (Pizzorno, 2007). Il "ritorno dei matti in città" accompagnato da quei processi di deistituzionalizzazione ha messo in circolo l'alterità, rendendo palesi le contiguità delle esperienze e dei dispositivi di imposizione di nomi -che discriminano e stigmatizzano - nei mondi sociali confinanti della malattia e del sanitario, dei delitti e delle pene, della deprivazione e dell'assistenza sociale.
Se ho ripercorso in sintesi questa densa vicenda è perché la prospettiva che vi ho appreso ad assumere è qui messa in funzione per delineare i tratti di una diversa configurazione dell'alterità, e correlativamente di un modo diverso di dominare, che intravvedo dal mio lavoro di ricerca, studio e riflessione . L'alterità sembra stia assumendo un tratto che definirei provvisoriamente come "radicale". Essa si configura come correlativa a un potere che non impone nomi, che non si esercita nel discriminare, escludere, stigmatizzare - bensì ignora: negando all'Altro qualunque tipo di riconoscimento, per quanto discriminatorio, e dunque condannandolo ad una condizione di non-esistenza sociale (da cui può derivare anche, e non di rado deriva, una messa in forse della stessa sopravvivenza fisica delle persone).
Il potere che genera quest'alterità radicale è dell'ordine di quel regime "biopolitico" che Foucault ha chiamato "del far vivere e lasciar morire" - come tale diverso da quello "disciplinare" del lasciar vivere e far morire (precisando che non m'interessa qui discutere se queste due forme di potere siano alternative l'una all'altra, si susseguano storicamente o invece convivano e si combinino nei contesti concreti). Beninteso, tra questo potere che ignora e questa alterità radicale il cerchio non si chiude e non fissa in un destino di impotenza, poiché vale anche in questo caso il richiamo di Foucault : "dove c'è potere c'è resistenza". E di quest'ultima ancora occorrerà parlare.

 

Muri di separazione

Nelle cronache locali dei giornali di un paio d'anni fa si dava notizia di un vivace dibattito politico sviluppatosi nell'hinterland di Milano : se, per impedire l'accesso a un territorio delle roulotte dei rom - e il relativo formarsi di un campo - fosse meglio innalzare barriere o scavare fossati ; su questa alternativa si dividevano la destra e la sinistra. Cominciamo dunque da qui.
Appoggiandomi alla prospettiva che richiamavo nella premessa, non posso che partire dai muri. Che del resto oggi proliferano. Una grande varietà di muri di separazione, di barriere in cemento o metallo, di recinti e dispositivi di sorveglianza elettronica e/o armata, di buffer zones e check points (nonché appunto di fossati) è andata diffondendosi negli ultimi vent'anni ai confini tra Stati, o all'interno di Stati, e di città, per separare territori: per tener fuori popolazioni indesiderabili (il più lungo quello tra Stati Uniti e Messico) per separare slum o quartieri problematici (per quel che riguarda l'Italia l'esempio che ricorre nella letteratura internazionale è quello di via degli Anelli, a Padova) per proteggere insediamenti residenziali privilegiati (gated communities o gated towns) o per securizzare gli impianti del capitale estrattivo, metalli o petrolio (sull'America Latina v. Maristella Svampa, 2008).
Il proliferare di questi muri va ricondotto, secondo Wendy Brown che ne ha fatto un primo censimento e una prima preziosa analisi, alla crisi della sovranità dello Stato, che è diventata "porosa" (Brown, 2009). Alimentati dallo smontaggio dell'architettura verticale delle istituzioni moderne essi crescono sulla superficie del mondo piatto, nel quale tutto è connesso, mobile e fluido, lasciando intravvedere una faccia complementare, i contorni di nuove forme di verticalità e di dominio.
Guardo dunque a questi nuovi muri di separazione per interrogarmi su quale alterità attorno ad essi si costruisca. Allo scopo è forse utile metterne a fuoco alcune caratteristiche salienti, in termini molto sintetici.

1)Questi nuovi muri sono per l'appunto nuovi rispetto ai muri delle istituzioni totali (a cominciare appunto dai manicomi) che hanno rappresentato una presenza ingombrante e problematica nel paesaggio inclusivo della società moderna, marcatori emblematici di esclusione sociale. La differenza sta intanto nel fatto che là dove il muro istituiva uno spazio di contenimento e di segregazione, nel quale "comprendere" l'alterità, questi nuovi muri si configurano piuttosto come dispositivi di separazione con il compito semplificato, direi sbrigativo, di tenerla fuori. Mentre i muri dei manicomi si fondavano su un'architettura complessa di norme di diritto, istituzioni, e competenze amministrative e tecniche, che pretendevano di giustificare la segregazione delle persone con il dovere sociale di trattarle, i nuovi muri, anche quando producono effetti di segregazione, ignorano le persone. Essi rispondono ad una logica che si esercita su, e perimetra un territorio invece che delle persone, che non sono oggetto di alcun trattamento - se non in maniera indiretta, per effetto appunto del trattamento dello spazio, del suo ridisegno. Gli effetti sulle persone e sulla loro vita, gli effetti sociali in genere, non sono presi in considerazione, non rientrano nei conti dei costi e benefici di quelle barriere. Sono dispositivi che non agiscono sulla vita sociale bensì "soltanto" sullo spazio, o più propriamente sul territorio. Quegli effetti possono essere molto pesanti per gli interessati, e lo sono tanto più quanto più tali effetti sono ignorati; e con loro sono ignorate le persone che li vivono, come aspetti non pertinenti alle funzioni delle barriere -un po' sullo stampo dei side effects sui civili di azioni di guerra. Tutto il contrario del "controllo sociale" che era sotteso ai muri delle istituzioni totali.
Questa diversa logica, spaziale, che sovrintende alla costruzione dei muri è stata portata alla luce nella sua versione più brutale (con riguardo appunto ai suoi effetti sociali) negli studi sui dispositivi di separazione utilizzati dal governo Israeliano nei Territori Occupati (ivi compreso il Muro, certo). Ho attinto molto in proposito dalla ricerca di E. Weizman (uno sguardo da architetto, che sa riconoscere la potenza generativa dei dispositivi spaziali). Weizman (2007) fa vedere come questo caso estremo (siamo sul teatro di un conflitto bellico endemico, che dura da settant'anni) costituisca un prototipo, in fatto di nuovi muri, di una forma di potere che si esercita agendo sullo spazio e ignorando le persone. Qui, nella lunga storia della costruzione dell'alterità del popolo Palestinese, non è più soltanto questione di identità imposta -gli stereotipi attribuiti al nemico - bensì soprattutto di identità ignorata, o come Pizzorno direbbe "negata".
In definitiva l'indicazione è a prendere sul serio la forza normativa che questi nuovi muri esercitano precisamente là dove essa si applica allo spazio, alla cartografia di un territorio, e non alle persone. E a considerare quell'ignorare le persone come segnale di uno scarto nei processi di costruzione dell'alterità, qualcosa appunto come una sua radicalizzazione.

2)Queste barriere hanno poco a che fare con il diritto, con il potere imperativo della Legge, che è legittimato in quanto uguale per tutti. Nella maggior parte dei casi sono dichiarate provvisorie, e spesso giustificate come risposta a un' "emergenza"; in genere esse sono istituite sulla base di misure meramente amministrative e tecniche di gestione del territorio, sotto l'egida di competenze di carattere urbanistico, geologico o economico, o poliziesco, o militare - ma by-passando l'ambito della legge. Oggetto di misure di "soft law", materia di "regolazioni" non di regolamentazioni, propriamente giuridiche, come segnala Alain Supiot (2010). Con garanzie evanescenti rispetto ai diritti fondamentali delle persone. Di nuovo le quasi inesistenti fondamenta giuridiche del Muro di Israele nei Territori Occupati sono emblematiche, là dove su di esse si basa quell'ignorare che dicevo, l'ignorare le conseguenze della loro installazione meramente amministrativa anche proprio sulla condizione giuridica, e sullo statuto di diritto, di persone e popolazioni coinvolte. Ma queste deboli basi nel diritto le ritroviamo anche nei luoghi di contenimento dei migranti che come sappiamo sono finalizzati a tenerli fuori, i Centri di identificazione ed espulsione: quanti vi sono segregati lo sono in base a procedimenti amministrativi, non giudiziari. Sono trattenuti, non detenuti (come peraltro precisava una nota del Ministero degli Interni che reagiva ad una fuga dal CIE di Lampedusa). E del resto conosciamo, nel governo delle nostre città, la tendenza più complessiva a intervenire sui migranti che vi s'insediano - una figura centrale dell'alterità - con misure per l'appunto amministrative, urbanistiche, o di regolazione del commercio, o di frequentazione di spazi pubblici.
Si comincia dunque a intravvedere che questa costruzione dell'alterità passa per l'indebolimento di un vocabolario fondamentale del riconoscimento, quello giuridico, che è tale anche là dove esso veicoli assoggettamento, esclusione, afflizione. Questo tipo di barriere tecnico-amministrative sono là per impedire, più che per interdire - un potere che è proprio della legge.

3)Un altro indizio rilevante di ciò che caratterizza i nuovi muri rispetto a quelli delle istituzioni totali - e l'alterità cui essi danno forma - può essere rintracciato sul piano estetico. I vecchi manicomi colpivano (e ancora colpiscono) per la bellezza delle architetture e dei parchi in cui erano immersi. Belli come i vecchi manicomi americani, per lo più stile castelli e palazzi ancien régime, che il fotografo Christopher Payne ha repertoriato in Asylum, un libro notevole . Belli come lo è il manicomio di Vienna, tutt'ora pienamente in funzione, titolato a Otto Wagner, l'architetto maestro dello Jugendstil che lo ha disegnato e costruito - e meta di turismo culturale.
Questa bellezza era il segno del grande investimento (scientifico e giuridico, anzitutto) che si è dispiegato alla svolta del secolo XX° per includere anche i folli sotto l'egida della ragione - una grande ipocrisia se si vuole, per assopire la cattiva coscienza della violenza su di essi esercitata. Ma la differenza colpisce: i nuovi muri sono platealmente brutti. O forse qualcosa di più che brutti. Non potendo appoggiarmi a fotografie a corredo del testo per chiarire questo punto, posso soltanto suggerire al lettore di farsi un giro in internet. In evidenza troverà senz'altro il muro della California, ed esplorando i siti di immagini potrà trovare esempi di quanto sto per mettere in evidenza. Nella materialità grezza e sgraziata di queste installazioni - da intendersi, lo ribadisco, come concrezione di un potere - c'è qualcosa di arcaico, o forse di bruto, tanto che viene da domandarsi chi siano in questo gioco i barbari. Questa brutalità sembra porsi in contraddizione con il carattere virtuale che, nel regno della rete e della connessione globale, il potere ha assunto (si pensi alla finanza). E tuttavia è proprio la loro pesantezza, come ha messo bene in luce Wendy Brown, che sprigiona il potere virtuale di una messa in scena, di una fiction: i nuovi muri rivestono una « funzione teatrale ». La scena rappresentata e il messaggio veicolato da questo teatro dell'arcaico è l'estrema semplificazione della situazione sociale - il muro fissa le dinamiche sociali in una relazione duale drasticamente asimmetrica che ammette ben poche varianti. Nella materialità grezza di queste barriere, così esibita, sembra condensarsi la sbrigatività del tagliar corto, che potrebbe rappresentare un tratto saliente dell'alterità costruita intorno ai nuovi muri. Quello che questi nuovi muri mettono in scena è dell'ordine della repulsione (dell' espulsione, della proscrizione) più che dell'esclusione.


4)Ma i "nuovi muri" proliferano anche al polo opposto dello spettro sociale, a difesa degli spazi del privilegio, territori "securizzati" per l'appunto dalle minacce dell'alterità. Ne ritroviamo tracce nei fossati e contrafforti che scandiscono il paesaggio dei complessi residenziali nelle aree di sviluppo della città di Milano; dove anche il verde pubblico funziona da buffer zone per separare. Queste sono versioni un po' più soft delle gated communities, aree private residenziali con i propri servizi riservati, commerciali e sociali, ivi comprese scuole e polizia, che si governano come un club, o una società e cioè con una forma di governo privato. Con il corredo per l'appunto di muri, recinti, sensori e check-point. Lo stesso armamentario. Queste forme di convivenza umana per così dire a parte rispetto al territorio circostante, separate e fortificate - extra-mondi dice Mike Davis - sono diffuse dappertutto, dentro e intorno alle metropoli del sud come del nord (e anche intorno a Milano) e assumono a volte le dimensioni di una città vera e propria .
Si comincia dunque ad intravvedere uno stampo comune, un isomorfismo, nella installazione dei nuovi muri: una stessa logica della separazione sociale che fa leva sulla divisione dello spazio fisico; il motore comune essendo la paura, o forse il "governo con la paura" di cui si parla diffusamente. L'osservazione ravvicinata di questi insediamenti securizzati consente di introdurre una ulteriore specificazione su questa logica della separazione. Essa sembra mossa da una intrinseca energia di auto-produzione e di moltiplicazione; ovvero le installazioni che separano funzionano da moltiplicatori di altre separazioni, in una sorta di dinamica frattale. Mi è capitato di rilevarlo visitando per esempio una gated town (un barrio privado nell'area metropolitana di Buenos Aires, uno dei tanti: 35mila abitanti, al momento, ma in rapida espansione . che non è soltanto dotata di barriere con sensori, check points e pass, che la perimetrano come territorio privato: barriere check points e pass si moltiplicano al suo interno per separare gli uni dagli altri i quartieri (?) che la compongono (e così a seguire recinzioni di campi di calcio, parchi giochi dei bambini...) . Durante la visita a quattro di questi quartieri abbiamo passato due volte quattro checkpoint, oltre ovviamente quello in entrata e in uscita dal barrio privado (tutte barriere che abbiamo passato grazie alla nostra accompagnatrice che non era soltanto residente, ma anche operatore immobiliare accreditato nel barrio privado). Dunque si è convenuto qui di non darsi il diritto di circolare liberamente pur dentro il recinto di questo agglomerato urbano securizzato; e non si dà più la possibilità dell'incontro tra estranei che ha costituito un tratto distintivo della città come spazio pubblico, ma nemmeno la possibilità dell'incontro casuale tra amici e conoscenti (e pensiamo ai bambini). Anche all'interno di questi fortini del privilegio la logica della separazione rende reciprocamente altri i suoi abitanti. Altri, non estranei. In questo esempio della dinamica frattale che s'innesca con la spazializzazione e la logica della separazione ad essa conseguente viene in luce un aspetto importante dei meccanismi di fabbricazione dell'alterità, e della sua configurazione, che sto cercando di mettere a fuoco: una sua grande mobilità, o fungibilità, che potenzialmente non si fissa, non dà luogo a figure stabili dell'alterità. Quest'ultima non qualifica soltanto la posizione di popolazioni disgraziate, ma anche una logica di organizzazione sociale.


5)Vi è un ultimo aspetto nell'installazione dei nuovi muri che vorrei provare a cogliere benché sia di difficile decifrazione. Incuriosisce il fatto che, nella maggior parte dei casi, essi si prestino male ad essere giustificati in termini di efficienza o efficacia, con i parametri della valutazione costi-benefici. Emblematico il caso della barriera tra Stati Uniti e Messico, che ha costi elevatissimi ma non ha affatto interrotto i flussi di arrivo dei migranti irregolari, li ha solo resi più duri e più rischiosi (aumentano gli incidenti e i morti) ed ha potenziato il carattere criminale dell' organizzazione del passaggio cui le persone si devono adattare. Questa inefficacia del tutto evidente appare intanto un caso di scuola della "profezia che si auto-avvera" pienamente dispiegata, là dove sono precisamente questi stessi muri a costruire la realtà - l'equazione per la quale immigrazione = criminalità - che sono supposti combattere. Ma questa dinamica è talmente plateale - certo non riconducibile al registro argomentativo degli "effetti perversi" - da indurmi a ipotizzare una sorta di mutazione: questi muri non si giustificano perché funzionano a qualcosa. Anche in questo senso essi hanno una consistenza "teatrale", come dicevamo. Sembra che in essi si condensi una dissoluzione della grammatica funzionalistica di ancoraggio alla realtà, cui corrisponde un disimpegno rispetto all'onere di riconoscere l'esistenza, e di qualificare i soggetti su cui si esercitano poteri sulla vita (sulla morte) e sui corpi, per giustificare tali poteri. Il che -aggiungo - potrebbe forse valere anche per la logica della separazione sottesa alle politiche della sicurezza per come le conosciamo nelle nostre città.

Distanza, indifferenza

Nei nuovi muri si rappresenta in forma enfatica un ordine sociale fondato sulla spazializzazione dei legami sociali, i cui i dispositivi privilegiati sono quelli della separazione. Essi appaiono rispondere a un imperativo di immunizzazione, più che a quello del controllo sociale, e l'alterità che vi è costruita si configura come una condizione di non-statuto sociale, se così si può dire (più che di "statuto d'eccezione").
I processi di spazializzazione non soltanto separano un dentro e un fuori, e le rispettive popolazioni, ma più al fondo istituiscono una cesura sociale tale per cui il fuori diventa un altrove radicale, e quanti lo abitano sono relegati nell'invisibilità, o meglio nell'indifferenza. E' una cesura dei legami di alterità. Ovvero - potrei dire per cercare di spiegarmi meglio- la logica della separazione che fa leva sullo spazio istituisce una distanza cognitiva oltre che fisica, una distanza che, in quanto oggettivata nello spazio, libera dall'onere di nominarla e misurarla. Tra i fortini del privilegio e gli altrove abitati da popolazioni deprivate la distanza sociale non è soltanto enorme (vedi la polarizzazione delle diseguaglianze) ma è soprattutto incommensurabile, poiché non è corredata di una metrica per misurarla, di un vocabolario per qualificarla: la spazializzazione fa economia di parole per parlarne, e per parlare dell'Altro. Questa distanza crea un buco, un vuoto nel quale scompaiono i legami sociali, i legami di determinazione reciproca tra "noi e loro", la possibilità stessa di riconoscersi e nominarsi, e di qualificare la contrapposizione tra noi e loro. Individui e gruppi sociali che si trovano a subire una condizione di alterità così costruita non attingono nemmeno alla qualificazione di "altri"; essa consiste in un'assenza di nome, in una situazione di riconoscimento negato (diverso dal riconoscimento negativo della discriminazione e della stigmatizzazione, diverso dall'identità imposta che richiamavo da Pizzorno).

Inscritta nello spazio, questa alterità "radicale" che condanna i destinatari di un potere di repulsione ad una situazione di non-esistenza sociale, potrebbe funzionare da segnalatore di un meccanismo più generale, o sistemico, in modo analogo al ruolo svolto dalla nozione di esclusione sociale nella chiave interpretativa sviluppata da Robert Castel e che ho condiviso e difeso: "sono spesso le posizioni all'apparenza più eccentriche che ci dicono di più sulla dinamica interna di una società (ce sont souvent les positions qui paraissent les plus excentrées qui en disent le plus long sur la dynamique interne d'une société » (Castel, 2009,64). Del resto - a questo punto lo si può anche esplicitare - stiamo guardando dai bordi ciò che abbiamo sotto gli occhi. Ciò che abbiamo sotto gli occhi è, per cominciare, la moltitudine di situazioni scandite da barriere e separazioni che si possono repertoriare nelle nostre città. Banali, brutte e brutali, come lo sono appunto i nuovi muri. L'item più recente che si è aggiunto al repertorio relativo a Milano è, in pieno centro, la barriera che separa un albergo in un vecchio palazzo pomposo ristrutturato, dall' Opera San Francesco e da un giardinetto, peraltro piacevole e ben curato, in cui sostano i clienti della sua mensa . In questo, e in molti altri luoghi in cui sono all'opera dispositivi di separazione, là dove all'incontro tra estranei si va sostituendo la distanza tra alieni, si avvertono i segni che lì « la città si disfa », secondo l'espressione di Jacques Donzelot, si disfa precisamente come comunità politica. Questi dispositivi sono una matrice della « sofferenza urbana » che questa rivista ha messo molto opportunamente a tema.

L'esplorazione attorno ai nuovi muri suggerisce di prestare attenzione a ciò che accade attorno a noi con la « territorializzazione », a ciò che ci è famigliare e che apprezziamo nel « territorio » . Non per sminuire i potenziali di partecipazione e democrazia dal basso che vi si possono sviluppare, ma al contrario per salvaguardare questi ultimi dai potenziali opposti di cesura dei legami sociali che la spazializzazione porta con sé. Gli esiti della logica della separazione che l'accompagna potrebbero consistere, riprendendo la metafora dei frattali, in una segmentazione del corpo sociale che si riproduce senza sosta, e in cui si moltiplicano situazioni di distanza, di vuoto, di non riconoscimento reciproco. Un risvolto della società connessionista forse meno paradossale di quel che a prima vista appaia: essa infatti è piatta, come insisto a dire da un po' di tempo richiamando Flatlandia, il romanzo di Abbott; e in questo appiattimento a non avere un nome non è soltanto l'alterità ma anche il potere che la produce.

 

 

Bibliografia

Brown, W. (2009), Murs. Les murs de séparation et le déclin de la souveraineté étatique, Paris: Les Prairies ordinaires
Castel, R. (2009) La montée des incertitudes. Travail, protections, Statut de l'individu, Paris, Seuil
De Leonardis, O. (2011) "Combining or Dividing Citizens. The Politics of Active Citizenship in Italy", in J. Newman, E. Tonkens, eds., Participation, Responsibility and Choice. Summoning the Active Citizen in Western European Welfare States, Amsterdam: Amsterdam University Press
De Leonardis. O. (2012) « Creuser son sillon. En explorant une gande transformation », in Robert Castel et Claude Martin, dir., Changements et pensée du changement, Paris : La Découverte
Payne, Ch. (2009) Asylum, Cambridge Mass.: Mit Press
Pizzorno A. (2007) Il velo della diversità. Studi su razionalità e riconoscimento, Milano : Feltrinelli
Supiot A. (2010) L'esprit de Philadelphie. La justice sociale face au marché total, Paris, Seuil (trad. it et/al Edizioni)
Weizman E. (2007) Hollow Land, London : Verso (trad. it. Bruno Mondadori)

 

 

 

degli stessi autori:  Impresa sociale: un paradossale successo 

Nuova pagina 1
  Sostenitori

Il Centro Studi Souq

Souq è un Centro Studi Internazionale che è parte integrante delle attività della Casa della Carità e studia il fenomeno della sofferenza urbana. La Sofferenza Urbana è una categoria interpretativa dell’incontro fra la sofferenza dei soggetti e la fabbrica sociale che essi abitano. La descrizione, la comprensione e la trasformazione delle dinamiche

Il progetto editoriale

La rivista SouQuaderni si propone di studiare il fenomeno della sofferenza urbana, ossia la sofferenza che si genera nelle grandi metropoli. La rivista promuove e presenta reti e connessioni con le grandi città del mondo che vivono situazioni simili, contesti analoghi di urbanizzazione e quindi di marginalizzazione e di nuove povertà. Il progetto editoriale si basa su tre scelte

Staff

Centro studi Souq   Comitato direttivo: Laura Arduini, Virginio Colmegna (presidente), Silvia Landra, Simona Sambati, Benedetto Saraceno;   Comitato scientifico: Mario Agostinelli, Angelo Barbato, Maurizio Bonati, Adolfo Ceretti, Giacomo Costa, Ota de Leonardis,  Giulio Ernesti, Sergio Escobar, Luca Formenton, Francesco Maisto, Ambrogio Manenti, Claudia
  Editoriali      Teoria in attesa di pratica      Pratica in attesa di teoria      Papers      Bibliografie     

ISSN 2282-5754 Souquaderni [online] © by SOUQ - Centro Studi sulla Sofferenza Urbana - CF: 97316770151
Last update: 28/10/2019
 

[Area riservata]