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Perché bisogna dire NO

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Benedetto Saraceno

 

Dalla fine della guerra ad oggi si sono succeduti molti governi in Italia e in Europa: di destra, di centro e di sinistra o, sarebbe meglio dire, di centrodestra e di centrosinistra.
Tuttavia è la prima volta che fra le persone (e sono molte) che hanno a cuore la democrazia, lo stato di diritto e l'amore per la tolleranza e la civiltà, serpeggia un sentimento di paura e di disperazione, come se, questa volta, in Italia e in molti paesi d'Europa riapparissero i fantasmi del passato fascista. L'alternanza fra governi di destra e governi di sinistra è un fenomeno naturale delle democrazie occidentali ben rappresentato dalla alternanza pacifica di conservatori e laburisti nel Regno Unito.
Perchè allora questo sentimento di allarme che va ben oltre la constatazione pacifica della presenza di governi conservatori al timone di molti paesi europei.
La risposta è semplice e a tutti nota: gli attuali governi dell' dell'Austria, dell' Italia, della Polonia, dell'Ungheria, non sono governi conservatori ma governi caratterizzati dalle stimmate del populismo, del razzismo, della xenofobia, della omofobia, dell'irrazionalismo, della violenza verbale, della intolleranza.
No v'è dubbio che un autentico governo conservatore certamente non si caratterizza per tali stimmate (basti ricordare John Major in UK, Jacques Chirac in Francia, Helmuth Khol in Germania e De Gasperi in Italia) ma piuttosto per politiche orientate alla protezione degli interessi economici delle classi privilegiate. Inoltre, perfino governi decisamente di destra come ad esempio quelli di Cameron, di Sarkozy e di Berlusconi non si sono caratterizzati mai per una promozione attiva di una cultura razzista, xenofoba, omofoba e intollerante.
Dunque, è questa nuova deriva neofascista che allarma e che richiede chiari e sostenuti NO.

Perche dobbiamo dire NO a questa deriva politica, morale e culturale e ai governi che la incarnano?Perchè essa consolida una cultura di governance emergenziale invece che sistemica.

Ossia, invece che aprire cantieri progettuali di esperienze che affrontino in forma sistematica e sistemica la ineluttabile migrazione di milioni di individui dai paesi della miseria e della guerra verso i paesi della pace e del benessere, lo Stato si mette a urlare, induce paura, distorce le statistiche, predica intolleranza, innalza barriere e ricaccia (in realtà tenta di ricacciare) la Storia in qualche campo di concentramento turco o nordafricano.

Diciamo NO perchè anche se la rabbia e l'egoismo sono sentimenti spiegabili e spontanei soprattutto nelle comunità piú fragili per cultura e per condizione socio economica, essi vanno governati in modo responsabile e civile e non invece promossi, manipolati e utilizzati per generare consenso. Non va sottovalutata, come ci ricorda Gramsci, la «apoliticità fondamentale del popolo italiano (specialmente della piccola borghesia e dei piccoli intellettuali) , apoliticità irrequieta, riottosa, che permette ogni avventura, che dava a ogni avventuriero la possibilità di avere un seguito...» .
Si viene cosí creando in molti paesi europei (compresa l'Italia) quella "illusione dell'identità unica" di cui parla Amarty Sen quando scrive: "E' piú che naturale che quelli che per mestiere fanno gli istigatori di violenza cerchino di creare l'illusione della identità unica, da sfruttare per creare una contrapposizione, e non è un mistero che questo tipo di riduzionismo sia un obbiettivo perseguito" .
Al contrario, tolleranza e solidarietà, multiculturalismo e rispetto dei diritti sono sentimenti e valori che possono e che devono essere edificati da chi ha responsabilità pubblica atrraverso strategie e azioni che dichiarino la possibilità concreta di un progetto di società piú giusta, piú tollerante e accogliente.
Diciamo NO perchè oggi, invece, chi governa dichiara come valori l'egoismo e la rabbia e dichiara come disvalori la bontà, la tolleranza, la solidarietà.
Diciamo NO alla cattiveria che cessa di essere un deficit individuale e diventa ideologia organizzata che assume forme istituzionali potenzialmente sovversive, nel senso negativo del termine "sovversivo" che, ancora Gramsci ci illumina, altro non è che «...l'avversione contro la burocrazia in cui si vede unicamente lo Stato...Questo odio generico è ancora di tipo "semifeudale", non moderno, e non puó essere portato come documento di coscienza di classe: ne è appena il primo barlume, è solo appunto la posizione negativa e polemica elementare...» .

La cattiveria quando cessa di essere deficit individuale ma diviene ideologia affermata come segno di potenza e determinazione dello Stato diviene molto presto malvagia: «Dobbiamo riabituarci ad essere crudeli con la coscienza pulita» raccomanda Hitler in Mein Kampf (testo di cui non daró referenza bibliografica).
E' forse venuto il momento di affermare chiaro e forte che non è inscritto in alcuna idea di società che la bontà, nella sua accezione pubblica, non possa trovare le forme istituzionali che facciano di un governo non solo un Buon Governo ma anche un Governo Buono.
Diciamo di NO perchè un buon governo deve stare al fianco dei poveri invece che semplicemente usare il loro malessere per poi, in realtà, lasciarli indietro.
"Prima gli americani, prima gli italiani" ma questa illusione di identità nazionale che trascende le differenze sociali e economiche in realtà maschera scelte che non sono in favore dei poveri (americani o italiani) bensí protegge gli interessi dei privilegiati che vedono le loro imposizioni fiscali diminuiree e crea nemici fantasmatici (i Rom o i Migranti), invece di colpire le criminalità organizzate.

Tutti questi NO segnano la sostanziale differenza fra una possibile e pacifica opposizione a un governo pacifico ma conservatore e la necessaria, dura e determinata lotta a governi bellicosi e neofascisti.

Questi NO, dunque, segnano la differenza fra opporsi pacificamente a un progetto di società conservatore che non si condivide (come è naturale delle opposizioni nelle civili alternanze democratiche) o invece lottare contro una fondamentale assenza di progetto di società. Tale assenza di progetto viene sostituita da poche e semplicistiche ideologie brutali (armi per tutti, difesa armata della proprietà ad ogni costo, promozione dll'identitarismo nazionale e religioso, ostilità verso il sapere tecnico e scientifico, eccetera).

Il populismo sostituisce cosí alla nobile idea di democrazia popolare quella assai meno nobile di eccitazione della rabbia popolare ove le iper-semplificazioni dei problemi complessi servono a giustificare le loro pseudo soluzioni semplicistiche, ove al riconoscimento del sapere, della competenza, della razionalità si sostituiscono il culto della ignoranza: democrazia non è piú aspirazione al culto del sapere accessibile a tutti ma culto del non sapere esteso a tutti.

E cosí, con i vecchi stereotipi dell'intelletuale debosciato e borghese, l'intelletto e la conoscenza diventano pericolosi nemici e gli ignoranti sono portati a esempio di vicinanza al popolo.

Tuttavia, dire NO significa non soltanto combattere il governo che c'è ma anche combattere dentro noi stessi la tentazione al pessimismo passivo che ci fa rinunciare all'indispensabile ottimismo militante di cui parla Erns Bloch: utopia e speranza non sono infatti il regno dell'impossibile ma quello del "non ancora".

Si tratta di fare della Speranza un progetto di lavoro politico per potere rinnovare sia gli strumenti di comprensione della realtà sia quelli di azione nella realtà.
Dobbiamo tuttavia re-imparare a essere minoranza e, in questo momento storico, dobbiamo produrre un eccesso di affettività individuale e di solidarietà collettiva. E' da questo eccesso che dobbiamo sapere liberare energia politica capace di alimentare e governare conflitto.

Vi sono peró tre questioni che vanno affrontate affinché opposizione, lotte e conflitti siano efficaci e trasformativi.
La prima questione ha che fare con la frammentazione dei tanti luoghi che hanno saputo costruire, malgrado tutto, autentiche pratiche di liberazione, di deistitituzionalizzazione e di costruzione di cittadinanza. Questi sono i luoghi da cui puó e deve partire la opposizione ma essi sono dispersi e frammentati. Secondo una metafora di Aldo Bonomi, si tratta di oasi che funzionano bene ma che sono fra loro distanti e non comunicanti. Oasi nel terzo settore, oasi nel mondo della ricerca, oasi nelle pieghe delle burocrazie del sindacato, nel mondo della scuola e della sanità. Oasi di innovazione e potenziali centri di lotta e opposizione che tuttavia, in assenza di una organizzazione capace di intercettare e federare, restano ripiegati su sè stessi, incomunicanti fra loro. Dobbiamo uscire dalle angustie autoreferenziali dei mondi separati, quello del terzo settore, quello della scuola e anche quello del sindacato. Uscire dalle angustie settoriali per liberare energia politica, per "fare" politica.

Le responsabilità dei partiti della sinistra in Italia e in Europa in generale sono evidenti e imperdonabili. Inseguendo culture neoliberali, scimmiottando i populismi, le forze progressiste hanno perso l'appuntamento con le grandi trasformazioni sociali ed economiche degli ultimi venti anni.
Dunque, in assenza di una organizzazione-partito capace di federare le oasi, è necessario pensare a nuove forme di organizzazione di movimenti sociali, piú popolari e meno rigide dei partiti tradizionali. Sarebbe opportuno rileggere le pagine di Arjun Appadurai sulla "deep democracy" : «La democrazia profonda è la democrazia più prossima, più a portata di mano, la democrazia del quartiere, della comunità, delle relazioni di sangue e dell'amicizia, che si esprime nelle pratiche quotidiane della condivisione delle informazioni, della costruzione delle abitazioni e dei servizi igienici, e del risparmio (visto come base su cui fondare una federazione all'interno di questo network globale)... La democrazia profonda è una democrazia pubblica in quanto interiorizzata nella linfa vitale delle comunità locali e divenuta parte, a livello locale, dell'habitus, nel senso reso celebre da Pierre Bourdieu» . Abbiamo urgente bisogno di leaders locali che si incontrino, si parlino, stabiliscano sinergie e alleanze e costruiscano la possibilità di federarsi. Questo dovrebbe e potrebbe essere anche un possibile contributo di Casa della Carità, luogo di ricomposizione di rappresentanze diffuse.

La seconda questione ha a che fare con le forme possibili del conflitto: abbiamo bisogno di ripensare le forme del conflitto, superare certamente quelle tradizionali che paiono oggi prive di impatto e immaginarne di nuove e efficaci. Non possiamo lasciare l'esercizio del conflitto alle maggioranze silenziose che acconsentono alle nuove derive fasciste oppure alle minoranze violente (e manipolate) che trasformano ogni evento di protesta popolare in un rodeo di violenze insensate e cieche. Dobbiamo invece riappropriarci dell'esercizio del conflitto e non limitarci alle mobilitazioni popolari festose, dobbiamo costituire di nuovo un fronte di conflittività intransigente. A fronte della brutalità culturale e politica dei governanti non possiamo pensare di rispondere esclusivamente con l'appello festoso alle mobilitazioni che invocano una "diversa visone morale" della società. Abbiamo anche bisogno di generare mobilitazioni conflittive e di lotta su temi vicini agli interessi delle classi piú deprivate e abbandonate.

E questo ci porta alla terza questione, ossia quella dei contenuti delle lotte e dei conflitti.
Senza volere a tutti costi rivisitare analisi marxiste, è tuttavia certo che nella sinistra europea hanno prevalso i temi di natura societaria su quelli di natura economica. Ci si è battuti, e giustamente, per molti diritti civili: in primis, le donne che si sono mobilitate per i loro diritti, e poi altre lotte in difesa di molti altri diritti: quelli degli omosessuali e le forme di unione matrimoniale a cui essi debbono potere accedere, le adozioni al di fuori della famiglia tradizionale, i diritti di fine vita, le depenalizzazioni dell'uso di alcune sostanze psicotrope. Ci si è battutti, e giustamente, contro politiche ambientali dissennate e nocive all'uomo e all'ambiente. Ci si è battuti, e giustamente, perchè le minoranze (ad esempio i Rom) non siano discriminate e perseguitate. Ci si è battuti, e giustamente, per i diritti degli immigrati, per i diritti di accoglienza, per la dignità delle persone che fuggono guerra e miseria e, invece, incontrano ostilità, rifiuto e abbandono.
C'è tuttavia da chiedersi se mentre il fronte progressista era impegnato in queste battaglie non fossero ignorati e abbandonati molti temi vicini agli interessi delle classi lavoratrici, delle famiglie in difficoltà, dei gruppi piú deboli e disagiati: sanità, occupazione, pensioni, tasse.
La prevalenza di tematiche di natura "societaria" su quelle economiche spiega perchè i voti alle formazioni di sinistra provengono dalle classi medio-alto borghesi.
Certamente non vi sará mai una mobilitazione di massa per difendere i diritti degli immigrati e i governi populisti e neofascisti troveranno sempre sostegno popolare massicccio a politiche di intolleranza e razzismo.

C'è da chiedersi, invece, quanto tali governi saranno altrettanto popolari e sostenuti allorchè si genereranno conflitti su questioni quali la giustizia fiscale, la evasione fiscale, la privatizzazione della sanità, la nocività in fabbrica e la mortalità sul lavoro, la licenziabilità, l'occupazione, il precariato e, infine, i salari stessi. I diritti civili devono essere difesi e promossi insieme ai diritti sociali poiche se le lotte per i primi dovessero separarsi dalle lotte per i secondi, allora si legittimerebbe (come in parte già sta accadendo) la accettazione di una moltitudine artificialmente deprivata di classi sociali con interessi diversi e contrastanti.

Tuttavia il conflitto si genera secondo Ralf Dahrendorf soltanto se quattro condizioni sono presenti: la esistenza di una ideologia o di un leader, la presenza di uno stato liberale a differenza di uno autoritario, la concentrazione geografica e la comunicazione, la percezione che gli interessi da difendere sono reali.
Non sembra che tutte queste condizioni siano oggi presenti in Europa e in Italia.
E questo spiega perchè invece che una competizione fra destra e sinistra si affermi la presenza di due destre ("Le due destre" è il titolo di un bel saggio di Marco Revelli ), una populista e fascistoide e l'altra tecnocratica. Una di esse prevale a periodi alterni ed oggi sembra essere arrivato il momento d'oro della destra populista e fascistoide ma, entrambe sono accomunate da un fine comune, ossia quello di «offrire una adeguata sponda istituzionale al processo di ristrutturazione produttiva in corso; a quello che a buona ragione potrebbe essere considerato come il salto di paradigma produttivo e sociale che accompagna l'estenuazione del modello fordista e la transizione a quello che con espressione ancora incerta viene chiamato "postfordismo"» (Revelli, 1996 p.7).
Se il modello socialdemocratico costituiva una coerente risposta al fordismo, certamente il neofordismo o postfordismo, basato su una società frammenta e in crisi di coesione, non trova ancora una risposta che ad esso si opponga in maniera articolata e efficace (basti pensare alla distanza geografica fra fabbrica e delocalizzata e il suo centro direttivo finanziario per cogliere concretamente la difficoltà logistica di un conflitto che veda lavoratori che producono in Romania protestare contro una direzione che alloggia a Londra o Amsterdam).
E forse questo spiega il prevalere delle battaglie civili e di società su quelle economiche.
E questo prevalere spiega anche perchè le destre oggi governano.

Le tre questioni che pongo (bisogno di leadership di idee, bisogno di connessioni oltre gli ambiti settoriali e bisogno di arricchire e riorientare i contenuti dei conflitti) devono costituire i grandi SI alternativi ai No enunciati all'inizio di questo scritto.
É su questi Si che è possibile e doveroso lavorare per trasformare malessere e indignazione in energia politica capace di generare lavoro culturale meticoloso, capillare e intenso fra « coloro che non contano » con l'obbiettivo di generare un nuovo e diffuso consenso verso una fraternità ospitale che cessa essere di essere esclusivamente virtú individuale per divenire sentimento civile, condiviso e collettivo: cemento di spiritualità trasversali laiche e religiose.

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