Nuova pagina 1

 


english English Home Contatti Credits ISSN
2282-5754
 
Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Le buone pratiche e le buone teorie: note su deistituzionalizzazione e riflessione critica

Nuova pagina 1

 

Mario Colucci

 

A ben vedere, quando Basaglia si chiede con inquietudine “che cos’è la psichiatria?”, [1] :la sua domanda si inserisce legittimamente nella tradizione del pensiero moderno, da Kant fino alla Scuola di Francoforte, interrogandosi in modo critico sull’evento della razionalità illuminista che assolutizza la separazione fra il normale e l’abnorme, il sano e il malato, il colpevole e l’innocente.Foucault, che ha ripreso più volte l’interrogazione di Kant e il modo in cui la razionalizzazione conduce “al furore del potere”,[2] :ci spiega che la domanda non può prescindere dall’analisi del presente e da ciò che siamo in questo determinato momento della storia: “Che cosa sta accadendo attualmente? Che cosa ci sta succedendo? Che cos’è questo mondo, questo periodo, questo preciso momento in cui stiamo vivendo?”.[3]

 

Si tratta del più importante dei problemi filosofici, che introduce, soprattutto, al tema dell’atteggiamento critico, da intendere come una “certa maniera di pensare, di dire e anche di agire, […] in rapporto con l’esistente, con ciò che si sa, con ciò che si fa, con la società, con la cultura, con gli altri”.[4] :Atteggiamento che per Foucault, e ugualmente per Basaglia, è innanzitutto un atteggiamento morale e politico di opposizione allo stato del mondo e di antagonismo ai suoi dispositivi di governo, inteso come controllo della libertà degli altri o meglio strutturazione del loro campo di azione possibile.[5]

 

È evidente la particolare rilevanza di questo discorso in riferimento alle pratiche psichiatriche. Non è un caso se Foucault stesso, nella lezione del seminario :Il governo di sé e degli altri :del 5 gennaio 1983,[6] :per spiegare la sua idea di una storia critica del pensiero, riprenda proprio l’esempio della follia e dell’analisi che vi ha condotto per tanti anni: la follia studiata non come un oggetto naturale, invariante lungo la storia, ma come un prodotto della storia, il cui statuto di verità è mutevole. La follia è un’esperienza all’interno della nostra cultura, in cui non solo si sono costituiti saperi diversi (medico, psichiatrico, psicologico, sociologico), ma anche norme diverse, da cui comportamenti e devianze, e modi diversi di essere, quello del soggetto normale e quello del soggetto folle. In altri termini, l’esperienza della follia è un ambito privilegiato in cui porre la questione delle arti di governo, dell’atteggiamento critico e del modo in cui dal loro confronto si modellano strategie contrapposte di soggettivazione e assoggettamento, affrontamento ed evitamento, resistenza e accettazione, consenso e rifiuto.

 

Mantenere un atteggiamento critico significa riconoscere che nel campo delle pratiche psichiatriche le conoscenze, le procedure di esercizio e soprattutto gli oggetti d’indagine sono situate all’interno di un’esperienza storica e dunque frutto di una costruzione provvisoria, tutt’altro che invariante. È evidente come questo atteggiamento critico sia inaccettabile per la psichiatria perché ne mortifica lo statuto epistemologico e la rispettabilità scientifica: in questo modo l’origine delle pratiche psichiatriche, spesso coercitive, risulta attribuita a eventi contingenti che avrebbero potuto svolgersi diversamente da come si sono svolti oppure non accadere mai. Inoltre, il discorso stesso che s’incarica di descrivere la follia deve la sua forza, non all’evidenza di una verità universale, ma solo al fatto di essere riuscito a prevalere su altri discorsi. Tutti questi temi spiegano perché le tesi di Foucault siano state viste con ostilità dagli psichiatri. Già negli anni sessanta Henry Ey, attacca Foucault riguardo alle tesi contenute in :Storia della Follia[7] :e lo accusa di psichiatricidio.[8] :Ma ancora oggi, trentacinque anni dopo la sua morte, chi usa la sua :boite à outils :rischia di essere bollato come antiscientifico.

 

L’esperienza della deistituzionalizzazione, nella sua pratica e nella sua teoria, è un chiaro esempio di atteggiamento critico, perché rappresenta un modo per contrastare quelle forme di governo sulla vita delle persone che ne dirigono non solo il destino sociale ma lo stesso percorso di soggettivazione, ossia il modo attraverso cui viene costruita la loro verità di soggetti come “oggetti” da conoscere, manipolare e distruggere. L’atteggiamento critico non è altro che il tentativo per rifiutare questo esercizio di potere o quanto meno per riuscire ad allentarne la presa e trovarne un giusto limite.

 

Deistituzionalizzare significa innanzitutto rovesciare l’assetto di quelle istituzioni totali – istituzioni del contenere e del reprimere – che senza mezzi termini agiscono contro l’esistenza e la dignità dell’uomo. Gesto complesso che non può esaurirsi nella contestazione e nel rovesciamento di organizzazioni di potere o di ruoli costituiti, ma deve cercare con pazienza e tenacia un cambiamento radicale che porti a un nuovo assetto organizzativo, un’istituzione inventata, da costruire con intelligenza su basi :salutarmente :precarie e instabili.[9]

 

Storicamente, il termine deistituzionalizzazione è nato nella stagione delle lotte contro i manicomi e le loro aberranti procedure di esclusione e segregazione. L’obiettivo è stato quello di eliminare definitivamente l’internamento in ospedale psichiatrico partendo dallo “smontaggio e riconversione delle risorse materiali e umane che vi erano depositate”.[10] :Laddove questo non è avvenuto, ossia laddove è stata agita solo una politica selvaggia di dimissioni per ridurre i posti letto o una chiusura più o meno rapida di ospedali psichiatrici senza procedere alla contestuale costruzione di una rete adeguata di servizi di salute mentale, si è trattato di una “deospedalizzazione” che ha consegnato il destino delle persone malate alla cura affannata delle famiglie o all’abbandono alla miseria della strada.

 

Inizialmente, la sindrome da istituzionalizzazione viene descritta da Russell Barton nel 1959 nel suo celebre testo :Institutional neurosis,[11] :in cui illustra gli effetti negativi che derivano da un soggiorno prolungato in istituzioni psichiatriche chiuse, dominate dalla coercizione e dall’autoritarismo, dove la persona internata è messa in uno stato di totale passività e assoggettamento tale da determinare un grave impoverimento delle sue funzioni cognitive fino alla perdita di autonomia e autosufficienza. Una sindrome specifica che si sovrappone come un’incrostazione alla malattia originaria che è stata diagnosticata, fino a nasconderla in un viluppo inestricabile.

 

Barton vi aggiunge una considerazione inquietante e cioè che la medesima sindrome da istituzionalizzazione, con il suo corteo di impoverimento cognitivo e relazionale, arriva a colpire anche gli infermieri, i medici e tutto il personale ospedaliero che lavora all’interno di questo ambiente chiuso e passivizzante, soprattutto quando ripetutamente esposto all’esecuzione di pratiche coercitive e violente come la contenzione e l’elettroshock.

 

Entrato in manicomio, il malato non trova altro che uno spazio costruito per renderlo inoffensivo e per annientare completamente la sua individualità: il luogo della sua totale oggettivazione, dove sarà definitivamente perduto perché stritolato dal ritmo infernale dell’internamento. Scrive Basaglia a proposito dell’istituzionalizzazione: “L’apatia, il disinteresse, il lento e monotono passeggiare a testa china, senza scopo, negli enormi androni o nei cortili chiusi, certi impulsi immotivati (troppo spesso riferiti alla malattia), un comportamento remissivo da animale addomesticato, lo sguardo perso perché non c’è dove potersi appoggiare, la mente vuota perché non ha una meta verso cui tendere, non sono che alcuni aspetti di questa sindrome”.[12]

 

La mancanza di libertà e di stimoli affettivi e relazionali in cui precipita l’internato associata allo squallore di un ambiente privo di effetti personali e alla diffidenza, fino all’ostilità, se non addirittura all’aggressività, da parte del personale, portano a una dimensione di “vuoto emozionale”, variamente descritta anche da altri autori nello stesso periodo, come Erving Goffman nel suo celebre :Asylums[13] :sul funzionamento delle istituzioni totali, o come Martin, Stanton e Schwartz nei loro lavori sul processo di “rimpicciolimento dell’Io” dell’internato, o ancora Kahn e Kaplan con gli studi sull’azione regressiva esercitata da meccanismi di potere coercitivo.[14]

 

Basaglia usa un riferimento ancora più pregnante perché preso non dalla letteratura scientifica ma da una delle pagine più dolorose della nostra narrativa:paragonando la condizione dell’internato psichiatrico con quella di altri esclusi, i neri, i colonizzati, gli ebrei nei campi di concentramento, cita :Se questo è un uomo :di Primo Levi: “Si immagini ora un uomo, a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente a chi ha perso tutto, di perdere se stesso”.[15]

 

Per questo, nel 1964, quando si reca a Londra, invitato a parlare al I° Congresso Internazionale di Psichiatria Sociale, presenta una relazione dal titolo forte, quasi eversivo per la psichiatria dell’epoca, :La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione.[16] :La tesi di fondo è che il manicomio provoca malattia invece che guarigione: l’ospedale deputato alla cura delle malattie mentali è in realtà il luogo della loro cronicizzazione, del loro peggioramento, se non addirittura della loro insorgenza. Esso punta a razionalizzare la sofferenza delle persone codificandola in malattia. “Il manicomio ha la sua ragione d’essere”, dichiarerà anni dopo Basaglia, “nel fatto che fa diventare razionale l’irrazionale. Quando uno è folle ed entra in manicomio smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato”.[17]

 

Nella nostra società la sofferenza non è accettata, a meno di non andare incontro a processi di razionalizzazione che puntano a invalidarla e a neutralizzarla. Basaglia ne sottolinea tre passaggi: la sofferenza dell’individuo, la razionalizzazione della sofferenza, attraverso un sapere che è la diagnosi scientifica di malattia, infine l’organizzazione della sofferenza, attraverso un potere che è l’istituzione psichiatrica.[18]  I bisogni degli internati vengono sempre dopo le regole dell’istituzione e delle esigenze del suo funzionamento e, comunque, sono organizzati a partire dalla subordinazione dell’individuo a un sistema repressivo e violento e a un ruolo passivo che lo colloca nel mondo come malato.[19] :Scrive Basaglia: “L’assenza di ogni progetto, la perdita del futuro, l’essere costantemente in balia degli altri senza la minima spinta personale, l’aver scandita e organizzata la propria giornata su tempi dettati solo da esigenze organizzative che – proprio in quanto tali – non possono tenere conto del singolo individuo e delle particolari circostanze di ognuno: questo è lo schema istituzionalizzante su cui si articola la vita dell’asilo”.[20]La soggettività dell’internato, vacillante sotto i colpi della malattia, si smarrisce nelle procedure anonime della segregazione. L’unica possibilità di sopravvivenza che l’istituzione concede è quella di accettarle e identificarsi ad esse, perché non deve esserci alcun margine individuale, né alcuna iniziativa personale “che possa turbare l’ordine e la regola della complessa organizzazione, minandone quindi l’efficienza”.[21]

 

Allora, risulta evidente per Basaglia che criticare l’istituzionalizzazione non significa solo mettere sotto accusa una cattiva gestione dell’ospedale psichiatrico, ma attaccare alla radice la sua presunta terapeuticità e l’ideologia di asservimento e spersonalizzazione che la anima: ideologia di fatto costruita per “produrre” l’internato, “l’uomo immobile, senza un futuro, uno scopo, un progetto, un’attesa, senza una speranza verso cui tendere: l’uomo da tempo acquietato e liberato dagli eccessi della malattia per opera dei farmaci, ma ormai distrutto dal potere dell’istituto”.[22] :Si comprende bene perché la deistituzionalizzazione all’interno dell’ospedale psichiatrico sia orientata innanzitutto a rovesciare il ruolo passivo assegnato all’internato e si traduca sostanzialmente in un lavoro quotidiano di contrasto alla desoggettivazione che la lunga permanenza fra le quattro mura del manicomio inevitabilmente produce: eliminazione delle pratiche violente e coercitive, progressiva apertura delle porte dei reparti e dei cancelli dell’ospedale, restituzione degli abiti civili e degli effetti personali, messa in discussione degli obblighi disciplinari insensati e delle gerarchie umilianti.

 

Le assemblee della Comunità Terapeutica, introdotte a Gorizia dall’équipe basagliana, hanno appunto lo scopo di promuovere orizzontalità nella comunicazione tra curanti e curati e favorire l’autonomia e il protagonismo degli internati, rovesciando il ruolo passivo imposto dall’istituzione e preparando un vero cambiamento dell’organizzazione. L’obiettivo è quello di realizzare un’uguaglianza di parola fra i vari attori sulla scena istituzionale, quantunque il loro statuto non sia fino in fondo paritario, poiché la medicina non sembra capace di emanciparsi dall’impostazione padronale del suo sapere, mantenendo un’osservazione “dall’alto” sul paziente.

 

Si comprende perché Basaglia prenderà le distanze dall’esperienza inglese: egli è convinto che si possa rovesciare la condizione di oggettivazione in cui vive il malato e consentirgli una ripresa, a patto di spingere il progetto terapeutico fino al suo limite estremo, facendo del ritorno alla libertà dell’internato non una concessione ma una :conquista :e accettando senza condizioni la sua contestazione. Invece, nell’esperienza di Maxwell Jones, che Basaglia aveva visitato per qualche mese insieme con la moglie Franca, accadeva che, quando la tensione interna alla comunità si faceva insostenibile e la contestazione degli internati rischiava di travolgerla, interveniva l’“autorità latente” del medico a ristabilire l’ordine.[23] :La comunicazione da orizzontale tornava bruscamente a essere verticale e gerarchica, gli elementi di disturbo venivano allontanati per abbassare il tono degli scambi verbali. È come se il potere dell’istituto decretasse che, per preservare la terapeuticità delle assemblee comunitarie, fosse necessario privarle un po’ della loro :forza, quanto meno di quella in eccesso. Un’azione di regolazione, o meglio di normalizzazione, necessaria per preservare il buon funzionamento dell’istituto che risulta profondamente inscritta nella storia del manicomio fin dalla sua origine, nella misura in cui, anche l’asilo riformato da Pinel, si poneva come primo obiettivo quello di domare “la forza scatenata della follia”.[24] : 

 

Per questo, quando arriva a Trieste nel 1971, Basaglia è persuaso che l’esperimento della Comunità Terapeutica sia ormai concluso: per quanto siano state eliminate le misure coercitive a carico delle persone degenti e si sia restituita loro dignità e libertà, per quanto sia stata prestata attenzione alle loro condizioni di vita e ai loro bisogni, per quanto si siano messi in crisi tutti i ruoli professionali e rimescolato il gioco dei poteri e della responsabilità, il progetto politico non è andato oltre la bonifica del manicomio e la trasformazione delle sue dinamiche di funzionamento interno, senza mettere in discussione le reali finalità delle strategie di istituzionalizzazione ed esclusione sociale.

 

A Trieste non possono più essere accettati compromessi o tollerati ritardi nella chiusura dell’ospedale psichiatrico e nella contestuale costruzione di una :comunità possibile[25] :sul territorio attraverso una rete di servizi di salute mentale aperti sulle ventiquattrore, ma anche appartamenti e centri diurni, gruppi di convivenza e di lavoro, cooperative e atelier, caffè e palestre, luoghi di vita e di scambio, o, se si preferisce l’etimo latino, luoghi del :neg-ozio, in cui, come scrive Saraceno, negare l’ozio dello statuto del matto, quello immobile della diagnosi di malattia e della cronicità, per rientrare nel negozio dell’inclusione sociale e dei diritti, nella contrattualità economica e civile, e anche nello scambio affettivo.[26] :L’obiettivo non è più la guarigione, ma l’emancipazione attraverso lo smontaggio dell’esistente e la produzione di vita, di senso, di socialità, di solidarietà, in una riconversione continua di risorse soggettive e istituzionali e addirittura in un esercizio inedito di forme di dissipazione.[27]

 

Se volessimo riassumere in modo schematico il processo di deistituzionalizzazione che si è svolto in Italia, potremmo individuare quattro fasi successive, ciascuna più estesa della precedente e da intendere come un allargamento progressivo di una messa in sospensione teorico-pratica dell’esistente: nella prospettiva basagliana di ascendenza fenomenologica si tratta di un’epoché :che cresce nella sua radicalità critica e che, :in una prima fase, investe il sapere tradizionale della psichiatria impiantato su basi organicistiche e antiterapeutiche; :in una seconda fase, si allarga ai poteri della psichiatria e alle sue istituzioni segreganti, sospette anche quando tentano di riorganizzarsi e ammodernarsi; :in una terza fase, si estende alla funzione sociale e politica della psichiatria con le sue strategie di controllo ed esclusione; infine, :in una quarta fase, investe l’intera dimensione culturale legata al problema della malattia mentale, alla percezione del suo ruolo, ai cambiamenti di prospettiva e mentalità, in generale al rapporto mutevole tra istituzioni di potere ed effetti di verità e tra produzione economica e norma sociale.[28]

 

Il processo di deistituzionalizzazione ha significato costruire una nuova politica di salute mentale che partisse dai tecnici e dagli operatori all’interno delle istituzioni, ma che implicasse da subito la mobilitazione e la partecipazione, talora conflittuale, di tutti gli attori interessati; ha significato ricentrare il lavoro terapeutico sull’esistenza complessiva delle persone, più che sulla loro malattia, in un’ottica di ricostruzione delle competenze personali e della rete dei rapporti sociali; ha significato, infine, trasformare e riconvertire le risorse dell’ospedale in strutture esterne che hanno completamente sostituito non solo l’internamento, ma la sua stessa necessità, da un lato incidendo durevolmente sulla rappresentazione dei bisogni degli utenti, delle famiglie, degli operatori e della stessa comunità, dall’altro richiedendo trasformazioni a livello delle istituzioni (dei poteri, delle norme e delle competenze), e più in generale dell’organizzazione sanitaria, della giustizia e dell’amministrazione pubblica.[29]

 

Va precisato che tali processi di deistituzionalizzazione, che hanno visto il nostro paese protagonista sulla scena internazionale, restano in parte inconclusi anche da noi. Comunque, è importante sottolineare che non sono consegnati al passato, alla storia della psichiatria e alla lotta contro la segregazione psichiatrica che raggiunse il suo apice negli anni sessanta e settanta del secolo scorso. Come scrive Saraceno, essi appartengono alla nostra attualità perché quando parliamo di :sofferenza urbana :e quando vogliamo elaborare strategie umane, politiche e sociali che ci permettano di abbattere i muri dell’esclusione sociale, non possiamo che rivolgerci a questi processi come “fondamentale paradigma di riferimento”.[30] :In altri termini, quella che è stata l’esperienza di riscatto delle esistenze dannate in manicomio ha il suo valore pregnante anche fuori delle sue mura. “E di questo ancora si tratta quando l’intervento non è più rivolto al lungodegente ma all’escluso e il campo d’azione allora non è più quello del manicomio ma quello di qualunque altra istituzione sia essa densa e visibile o diffusa e invisibile”.[31]

 

D’altronde, il filo comune delle esperienze messe in campo da Basaglia e dal suo gruppo a Gorizia, a Parma, a Trieste, come di altre simili in diverse parti d’Italia, va rintracciato in un lavoro appassionato di deistituzionalizzazione della sofferenza,[32] :che sempre più chiaramente non è solo quella confinata in manicomio, ma via via si allarga alla città, come luogo di laceranti contraddizioni e gravi fenomeni di disagio sociale. Questo è ancora più evidente quando, alla fine del 1979, Basaglia approda a Roma come coordinatore della Regione Lazio per i servizi psichiatrici: l’impresa appare improba perché le dimensioni del contesto urbano e regionale e i carichi di lavoro sono tali da rendere impraticabile un progetto complessivo di riorganizzazione della salute mentale. Ma Basaglia non si lascia scoraggiare e avvia subito tre programmi: il primo prevede un concorso di idee rivolto a tutta la città per completare il lavoro di deistituzionalizzazione nel grande manicomio della capitale, il “Santa Maria della Pietà”, e immaginarne un suo riuso; il secondo cerca di arginare la voracità dell’ospedalità privata, che nella regione Lazio ha un numero di posti letto pari a più della metà di quelli nazionali, coinvolgendo alcune cliniche in un programma di risistemazione delle strutture; il terzo, forse il più incisivo sulla sofferenza urbana, mira a un riassetto del Pronto Soccorso di uno degli ospedali più problematici del centro storico, punto di riferimento per persone marginali, nel tentativo di affrontarne i percorsi di miseria e devianza e riuscire a influenzarne l’esito, spesso destinato al controllo in istituzioni segreganti o all’abbandono in strada.[33] 

 

Questo ultimo tentativo di Basaglia ci fa capire l’attualità del lavoro di deistituzionalizzazione, che oggi deve misurarsi con aspetti della sofferenza e del disagio notevolmente cambiati negli ultimi decenni, a fronte di una trasformazione epocale della domanda, fatta di bisogni inediti, nuove popolazioni, inaspettate povertà e condizioni improvvisamente precarie anche per fasce di cittadini che prima ne sembravano indenni. I migranti, i senza fissa dimora, gli anziani oppure gli adolescenti problematici e i giovani marginali che sfidano coi loro comportamenti le regole escludenti o inassimilabili della città:[34] :solitudini tutte diverse e tutte uguali che si sommano e si mescolano alle categorie storiche del “matti” e dei “drogati”, rappresentando fasce di popolazione a grave rischio di deriva sociale ed esclusione dal patto di comunità.

 

Per leggere tali bisogni complessi e senza risposta e per contrastare la frammentazione delle risposte o meglio la loro costitutiva separatezza di ambito (sociale o sanitario piuttosto che sociale e sanitario insieme), a Trieste da un lato si è cercato di organizzare i servizi in modo da favorire accessibilità e rispetto dei diritti (Centri di Salute Mentale aperti 24 ore, Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura “leggero”, con pochi posti letto e porte aperte, senza contenzioni e con gruppo di sostegno alla permanenza a domicilio in caso di crisi, centro diurno diffuso); dall’altro lato si è puntato sull’integrazione sociosanitaria e sulla concertazione dei programmi e degli aiuti erogati (budget di salute, Fondo per l’autonomia Possibile, progetti terapeutico-riabilitativi personalizzati) per andare verso il cittadino e aiutarlo nella ricerca di risposte coerenti al suo bisogno di salute e nella costruzione di reti di supporto formali o informali. In altri termini, si è agita la deistituzionalizzazione attraverso un lavoro di rete fra operatori e servizi (salute mentale, dipendenze, distretti sanitari, età evolutiva, consultori familiari, microaree, servizi sociali del comune, tribunale, carcere, etc.) e una mobilitazione dei cittadini, come attori protagonisti e non solo come utenti, nella ricerca di soluzioni per un miglior funzionamento delle strutture istituzionali. Si può parlare in modo ampio di una “clinica del legame sociale”, cioè di una cura dei legami del soggetto attraverso un intervento sui determinanti di malattia, sugli assi dell’abitare, dell’inserimento lavorativo e della socializzazione, al fine di ricostruire la sua appartenenza alla :polis :e di far crescere, al tempo stesso, il capitale sociale dell’intera comunità, investendo sulle relazioni, sugli scambi e sulla negoziazione dei conflitti, ma anche sull’arricchimento dei contesti territoriali, sulla rottura degli isolamenti e sull’inclusione.[35]

 

In definitiva, la deistituzionalizzazione risulta essere non solo un processo, che è andato ben oltre il terreno della salute mentale, ma anche un metodo e una dotazione di esperienza, soprattutto una diversa narrazione della sofferenza, non più il modello globale standardizzato dei manuali diagnostici e statistici e non certo il pensiero unico costruito sul binomio pericolosità/insicurezza sociale. È superfluo sottolineare quanto tutto questo risulti fondamentale oggi per procedere nel campo minato di un :welfare :reso fragile dalle politiche dissennate di tagli degli ultimi governi (sia di destra che di sinistra) e, più in generale, da un’organizzazione dei sistemi sanitari, dell’istruzione e dell’accoglienza, drammaticamente arretrata e non all’altezza delle emergenze sociali dei nostri tempi.

 

 

Tuttavia, :per quanto in questi anni siano stati realizzate, in quelle realtà italiane che hanno portato a compimento il processo di deistituzionalizzazione, formidabili soluzioni per la presa in carico e la cura sul territorio delle persone sofferenti, non può essere taciuta la colpevole disattenzione critica mostrata verso la prepotenza di tutti quei meccanismi di aziendalizzazione e burocratizzazione, ormai egemoni in sanità, che hanno ridotto clamorosamente l’operatività, se non addirittura la missione, di un Dipartimento di Salute Mentale alla gestione manageriale e alla contabilità delle prestazioni. Non si fa che parlare di programmazione di budget e di raggiungimento di obiettivi. Il personale sanitario è quotidianamente assediato da questi compiti, perché ne va della valorizzazione individuale e collettiva e dell’attribuzione di incentivi per il lavoro svolto. Importa poco che ci si trovi di fronte a operatori che talvolta hanno competenze terapeutiche straordinarie, ma che si esprimono a ritmi diversi da quelli pretesi dall’azienda: scarso peso hanno indici come l’accoglienza della domanda, la capacità di instaurare un clima affettivo di ospitalità, la competenza nell’ascolto, il rigore nell’intuire e nel distinguere le forme di sofferenza, perché ormai ha più importanza la quantità degli interventi rispetto allo loro qualità.

 

In altri termini, si è accettato tranquillamente quello che il “realismo capitalista”, per dirla con Mark Fisher, ha imposto con successo, ossia una specie di “ontologia imprenditoriale” per la quale è :semplicemente ovvio :che tutto, dalla salute all’educazione, andrebbe gestito come un’azienda.[36] :Questo ha determinato, fra gli altri, un effetto di impoverimento della dimensione culturale complessiva all’interno dei Dipartimenti di Salute Mentale, favorendo, o quanto meno non ostacolando, quell’invasione in corso da anni da parte di procedure di medicalizzazione alla base di strategie più efficaci di gestione biopolitica della popolazione.

 

A me pare che la responsabilità non possa essere attribuita solo alla deriva neopositivista del sapere psichiatrico, ma ricada anche su coloro che, pur critici nei confronti di questo sapere, non lo sono stati in egual modo, o quanto meno con la stessa forza, verso una certa deriva manageriale della salute mentale, spacciata per gestione economica efficiente e ottimizzazione nell’impiego delle risorse disponibili.  :In altri termini, può essere legittimo accusare la psichiatria clinica, le psicoterapie, le farmacoterapie, di aver oggettivato in malattia l’esistenza sofferente. Tuttavia, questo non basta a coprire la mancanza di una critica adeguata e di pari intensità contro la burocratizzazione e la gestione economicistica delle nostre pratiche, fenomeni non ovvi e inevitabili, ma conseguenza della pervasività di modelli di governo neoliberale della cosa pubblica.[37]

 

Qui si tocca il punto dolente della formazione degli operatori della salute mentale: sorprende ascoltare inviti alla resistenza o alla riluttanza di fronte a episodi di istituzionalizzazione, violenza e sottrazione di diritti delle persone sofferenti, senza però che sia riconosciuto che tali episodi non sono solo la conseguenza dell’agire di colleghi che sbagliano o di politici inadempienti. Non basta un discorso “morale”[38] :che affermi che le buone pratiche sono le nostre e che il compito è quello di denunciare e correggere le cattive, quelle degli altri. Bisogna invece riconoscere la scarsa attenzione che è stata prestata allo sviluppo delle capacità critiche degli operatori e della loro dimensione culturale (quella che costituiva la quarta fase nel percorso di deistituzionalizzazione).

 

In altre parole, in questa epoca in cui la lezione di Basaglia non è entrata nelle università, negli istituti di specializzazione, nei centri di formazione, non è sufficiente propagandare il “manuale standard delle buone pratiche”, spesso redatto in lingua inglese e comunque figlio di una visione neoliberale del legame sociale, né semplicemente controllare l’applicazione dei suoi protocolli. Piuttosto, bisogna rilanciare una riflessione che parta dall’attualità, ma che attinga a quei saperi che storicamente sono stati capaci di contestare i dogmi della psichiatria e che invece sono stati equiparati alla sua deriva biomedica e frettolosamente liquidati: la fenomenologia, e in generale certa filosofia, la psicoanalisi, l’etnopsichiatria, la sociologia, ma soprattutto l’analisi storica dei processi anti-istituzionali e le esperienze più proficue dell’antipsichiatria. Oggi c’è la tendenza a svalutarli, talvolta da parte degli stessi operatori impegnati nel lavoro territoriale, che li considerano saperi teorici del passato, senza accorgersi che così rinunciano o vengono privati di un bagaglio formativo necessario per contrastare il discorso unico della psichiatria fatto di controllo, medicalizzazione e tecniche di gestione comportamentale.

 

In ogni caso, si fa un grosso errore a lanciare contro questi saperi una generica accusa di “intellettualismo”. Non ha senso parlare di buone pratiche contrapposte a cattive teorie, perché esistono anche delle buone teorie, che sono capaci di promuovere un atteggiamento critico.Basaglia stesso era consapevole che la dimensione pratica era prioritaria ma non assoluta e che, facendo a meno di una riflessione teorica, si finiva per “fare dell’empirismo, che facilmente può diventare una forma di semplice pragmatismo”,[39] :ossia per scivolare in uno spontaneismo assistenziale, affidato solo all’intuizione e al buon senso, senza neanche essere protetti dal rischio di un recupero di modelli teorici tradizionali già rifiutati in passato. Come ci ricorda Di Vittorio, :nel pieno della lotta antiistituzionale Basaglia avanza il bisogno di una riflessione storica condivisa su ciò che si è fatto e si continua a fare, che deve avvalersi di un certo lavoro critico di matrice filosofica e sociologica: lavoro che non può essere derubricato a costruzione teorica lontana dall’azione concreta quotidiana. In fondo, che cosa è stata l’impresa di :L’istituzione negata :se non un percorso di storicizzazione riflessiva e ragionata sulle zone d’ombra e sulle contraddizioni emerse nell’esercizio delle buone pratiche di Gorizia? : “Mettere nello stesso sacco, sotto l’etichetta di ‘intellettualismo’, la :modellizzazione tecnico-scientifica :e la :critica storica, significa produrre una grande confusione”, ribadisce Di Vittorio. :“Di questa confusione, che alla lunga ha prodotto una serie di effetti, anche indesiderati, un giorno bisognerà pure assumersi la responsabilità storica. Certo, ci sono le ‘buone’ e le ‘cattive’ pratiche. D’accordo. Ma il lavoro di storicizzazione comincia quando, infranta la facciata mitologica e la sua luminosa immobilità, si comincia a riflettere sulle zone d’ombra e le contraddizioni che sono dinamicamente emerse nell’esercizio delle buone pratiche ‘stesse’. Le ‘migliori intenzioni’ sono sempre immerse, prese in una processualità storica che gli attori non padroneggiano del tutto.”[40]

 

A mio avviso, la conclusione da trarre è che non si può ignorare il pericolo che nasce dal modo in cui il patrimonio culturale all’origine della psichiatria antiistituzionale, fatto di linguaggi e saperi multiformi e di diversa provenienza, è stato progressivamente silenziato fino non significare più nulla per le giovani generazioni di operatori. Allora accade, come scrive Saraceno, che si possa essere guardati con sospetto se nella propria bibliografia di riferimento accanto ad uno studio epidemiologico di :follow-up :si voglia anche citare la :Lettera ai direttori di manicomio :di Artaud; o se nel proprio discorso si vogliano tenere insieme la cultura angloamericana di Strauss e di Warner con quella francese di Foucault e Castel.[41] :Ma fare deistituzionalizzazione non significa anche questo?

 

 


[1] :Cfr. F. Basaglia (a cura di), :Che cos’è la psichiatria?, prima edizione del 1967 a cura dell’Amministrazione Provinciale di Parma; successivamente, Einaudi editore, Torino 1973.

[2] :M. Foucault, :Illuminismo e critica :(1978), a cura di P. Napoli, Donzelli, Roma 1997, p. 47.

[3] :Cfr. M. Foucault, :Il soggetto e il potere. La questione del soggetto, in appendice a H. L. Dreyfus – P. Rabinow, :La ricerca di Michel Foucault. Analitica della verità e storia del presente, Ponte alle Grazie, Firenze 1989, p. 244.

[4] :M. Foucault, :Qu’est-ce que la critique? (Critique et Aufklärung), in  “Bullettin de la Société Française de Philosophie”, aprile-giugno 1990, p. 36 [trad. mia].

[5] :Cfr. M. Foucault, :Il soggetto e il potere. La questione del soggetto, cit., p. 249.

[6] :M. Foucault, :Il governo di sé e degli altri. Corso al Collège de France (1982-1983), (2008), trad. di M. Galzigna, Feltrinelli, Milano 2009, pp. 11-47.

[7] :M. Foucault, :Storia della follia nell’età classica :(1961-1972), trad. di F. Ferrucci, Rizzoli, Milano 1976.

[8] :H. Ey, :Commentaires critiques sur “L’Histoire de la folie” de Michel Foucault, in“Évolution psychiatrique”, Actes du colloque, Privat, Toulouse 1971, tome 36, fasc. II, p. 226.

[9] :L’espressione “istituzione inventata” è di Franco Rotelli che scrive a proposito dell’esperienza di Trieste: “Si è cominciato con un manicomio di milleduecento internati, destrutturandolo pezzo a pezzo, indicando il significato di quel che si stava facendo (l’istituzione negata), si è continuato con l’ossessiva costruzione di alternative sostenibili (inventandole)”. Tratto da “Presentazione” in F. Rotelli (a cura di), :L’istituzione inventata/Almanacco Trieste 1971-2010, Edizioni alpha beta Verlag, Merano 2015. Cfr. anche Id., :Per la normalità, Asterios, Trieste 2006, pp. 5-25.

[10] :F. Rotelli, O. De Leonardis, D. Mauri, :Deistituzionalizzazione, un’altra via, Centro Studi e Ricerche sulla Salute Mentale del Friuli Venezia Giulia, 1986. Disponibile online su www.triestesalutementale.it.

[11] :R. Barton, :Institutional neurosis, John Wright & Sons Ltd., Bristol 1959.

[12] :F. Basaglia, “Potere e istituzionalizzazione. Dalla vita istituzionale alla vita di comunità” (1965), :in Id. :Scritti, 2 voll., Einaudi, Torino 1981-1982, :vol. I, p. 287.

[13] :E. Goffman, :Asylums. Le istituzioni totali: I meccanismi dell’esclusione e della violenza, (1961), trad. it. di F. Ongaro Basaglia, Einaudi, Torino 1968.

[14] :Cfr. F. Basaglia, “La ‘Comunità terapeutica’ come base di un servizio psichiatrico. Realtà e prospettive” (1965), in Id., :Scritti, cit., vol. I, p. 259, nota 1.

[15] :P. Levi, :Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1958, p. 23.

[16] :F. Basaglia, “La distruzione dell’ospedale psichiatrico come luogo di istituzionalizzazione” (1964), in :Scritti, cit., vol. I, pp. 249-258.

[17] :F. Basaglia, :Conferenze brasiliane :(1979), Raffaello Cortina Editore, Milano 2000, p. 34.

[18] :Cfr. F. Basaglia, “La distruzione dell’ospedale psichiatrico”, cit., p. 240.

[19] :Cfr. F. Basaglia, F. Ongaro Basaglia, “La malattia e il suo doppio”, in :La maggioranza deviante, Einaudi, Torino 1971, p. 135. Questo scritto si trova con lo stesso titolo anche in :Scritti, cit., vol. II, pp. 155-184.

[20] :F. Basaglia, “La distruzione dell’ospedale psichiatrico”, cit., p. 250.

[21] :Ivi, p. 251.

[22] :F. Basaglia, “La ‘Comunità terapeutica’ come base di un servizio psichiatrico”, cit., p. 269.

[23] :Cfr. M. Jones, :Ideologia e pratica della Psichiatria Sociale :(1970), trad. di A. Bencini Bariatti, Etas, Milano 1981. Prefazione di F. Basaglia e F. Ongaro Basaglia, in :Scritti , :cit., vol. II, p. 114.

[24] :M. Foucault, Il potere psichiatrico. Corso al Collège de France, 1973-74 (2003), ed. stab. da J. Lagrange, trad. di M. Bertani, Feltrinelli, Milano 2004, p. 20.

[25] Cfr. R. Mezzina, M. Colucci, G. Dell’Acqua, “La comunità possibile”, in A. Ferrata, G. Foresti, E. Pedriali, M. Vigorelli (a c. di), La comunità terapeutica tra mito e realtà, Raffaello Cortina Editore, Milano 1998, pp. 144-163.

[26] B. Saraceno, Sulla povertà della psichiatria, Derive Approdi, Roma 2017, p. 50.

[27] Cfr. M. Colucci, “Dissipazione”, in AA.VV., Follia e paradosso. Seminari sul pensiero di Franco Basaglia, Edizioni “e”, Trieste 1995, pp. 89-98. Cfr. ancheF. Rotelli, O. De Leonardis, D. Mauri, Deistituzionalizzazione, un’altra via, cit.

 

 

[28] Cfr. M. Colucci, P. Di Vittorio, Franco Basaglia, Bruno Mondadori, Milano 2001, pp. 125-126.

[29] Cfr. F. Rotelli, O. De Leonardis, D. Mauri, Deistituzionalizzazione, un’altra via, cit.

[30] Cfr. B. Saraceno, Sulla povertà della psichiatria, cit., pp. 158-159.

[31] Ivi, p. 163.

[32] Scrive Rotelli: “L’oggetto fu sempre per noi l’esistenza-sofferenza dei pazienti e il suo rapporto con il corpo sociale”. In Id., Per la normalità, cit. p. 8. Cfr. anche F. Rotelli, O. De Leonardis, D. Mauri, Deistituzionalizzazione, un’altra via, cit.

[33] Cfr. M. G. Giannichedda, “Oltre i vincoli del possibile”, il manifesto, 27 agosto 2005.L’autrice ha collaborato a Trieste con Basaglia fin dal 1972 e lo ha seguito a Roma nel 1979, coadiuvandolo nell’attuazione di tali progetti. Attualmente è presidente della Fondazione Franca e Franco Basaglia (www.fondazionebasaglia.it).

[34] Cfr. B. Saraceno, Sulla povertà della psichiatria, cit., p. 159.

[35] Cfr. F. Stoppa, “Legame sociale, istituzione, comunità”, Fogli d’informazione, n. 198, annoXXXI, luglio-settembre 2003,pp. 47-60. Cfr. anche M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, (2003), trad. di E. Missana, Feltrinelli, Milano 2004.

[36] Cfr. M Fisher, Realismo capitalista (2009), trad. di V. Mattioli, Nero, Roma 2018, p. 51. Cfr. anche F. Stoppa, Istituire la vita. Come riconsegnare le istituzioni alla comunità, Vita e Pensiero, Milano 2014.

[37] Cfr. ivi, p. 51 e 88.

[38] Scrive Fisher: “Una critica morale al capitalismo che enfatizzi le modalità in cui questo produce sofferenza altro non farebbe che rinforzare il capitalismo stesso: la povertà, la fame, le guerre, possono essere presentati come aspetti inevitabili della realtà, mentre il desiderio di eliminare tanta sofferenza potrebbe facilmente essere derubricato a ingenuo utopismo. L’unica maniera per mettere in discussione il realismo capitalista è mostrare in qualche modo quanto sia inconsistente e indifendibile: insomma ribadire che di ‘realista’ il capitalismo non ha nulla”. Ivi, pp. 50-51

[39] F. Basaglia, “Conversazione: a proposito della nuova legge 180” (1980), in Scritti,cit., vol. II, p. 484.

[40] P. Di Vittorio, “I vetri rotti e la gaia scienza delle rovine. Un’esperienza di salute mentale in Italia”, in P. Di Vittorio, B. Cavagnero (a cura di), Dopo la legge 180. Testimoni ed esperienze della salute mentale in Italia, Franco Angeli, Milano 2019, pp. 30-31.

[41] Cfr. B. Saraceno, La fine dell’intrattenimento, Etas, Milano 1995, pp. VIII-IX.

Nuova pagina 1
  Sostenitori

Il Centro Studi Souq

Souq è un Centro Studi Internazionale che è parte integrante delle attività della Casa della Carità e studia il fenomeno della sofferenza urbana. La Sofferenza Urbana è una categoria interpretativa dell’incontro fra la sofferenza dei soggetti e la fabbrica sociale che essi abitano. La descrizione, la comprensione e la trasformazione delle dinamiche

Il progetto editoriale

La rivista SouQuaderni si propone di studiare il fenomeno della sofferenza urbana, ossia la sofferenza che si genera nelle grandi metropoli. La rivista promuove e presenta reti e connessioni con le grandi città del mondo che vivono situazioni simili, contesti analoghi di urbanizzazione e quindi di marginalizzazione e di nuove povertà. Il progetto editoriale si basa su tre scelte

Staff

Centro studi Souq   Comitato direttivo: Laura Arduini, Virginio Colmegna (presidente), Silvia Landra, Simona Sambati, Benedetto Saraceno;   Comitato scientifico: Mario Agostinelli, Angelo Barbato, Maurizio Bonati, Adolfo Ceretti, Giacomo Costa, Ota de Leonardis,  Giulio Ernesti, Sergio Escobar, Luca Formenton, Francesco Maisto, Ambrogio Manenti, Claudia
  Editoriali      Teoria in attesa di pratica      Pratica in attesa di teoria      Papers      Bibliografie     

ISSN 2282-5754 Souquaderni [online] © by SOUQ - Centro Studi sulla Sofferenza Urbana - CF: 97316770151
Last update: 13/01/2020
 

[Area riservata]