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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Economie solidali

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Pia Saraceno

 

Partendo dall’attuale crisi dei modelli neoliberisti di sviluppo economico, ci si chiede: la cultura dell’economia solidale è destinata a espandersi o a ripiegarsi? Può essa avere oggi un ruolo egemone? E quale potrebbe essere il suo impatto sulla pratica quotidiana di realtà come la Casa della Carità?

 

1)      La crescita non crea benessere per tutti.

L’economia mondiale ha registrato nell’ultimo quindicennio tassi di sviluppo nel reddito pro capite in termini reali tra loro molto diversificati nei paesi aggregati per grado di sviluppo. Nei paesi più sviluppati la crescita è stata meno di un terzo di quella dei paesi emergenti e la metà di quelli in via di sviluppo. La diseguaglianza globale misurata confrontando il GDP pro capite a parità di potere d’acquisto si è dunque ridotta, ma non per tutti: è peggiorata la posizione relativa dei paesi in via di sviluppo, ed è aumentata la disuguaglianza all’interno dei paesi, sia dove la crescita è stata più sostenuta (Cina e Brics) sia dove, come in Italia non vi sia stata alcuna crescita.  I due fenomeni in apparenza contradditori (convergenza nei livelli di reddito pro capite tra aree del mondo e aumento delle disuguaglianze interne) rendono evidente che i principi, su cui si è fondato il contratto sociale e la regolazione della politica economica, dei paesi ad economia di mercato, non producono giustizia distributiva e nemmeno efficienza, come si vedrà più avanti.

L’ Oxfam[1]  nei suoi rapporti annuali fornisce ogni anno informazioni ed analisi sulla gravità e sull’allargarsi della distanza tra ricchi e poveri. Nel rapporto 2016 calcolava che l’1 più ricco era passato da 388 individui nel 2010 a 62 nel 2015, la ricchezza delle 62 persone più ricche era aumentata del 45% in 5 anni, la ricchezza della metà più povera della popolazione mondiale era scesa del 38%. Nel rapporto 2019 segnala  come  le persone che vivono in estrema povertà - con meno di 1,9 dollaro al giorno secondo la definizione della World Bank  - siano  in numero inferiore rispetto a 10 anni fa, dal 2013 però questo trend si è fermato, mentre la concentrazione della ricchezza si è accentuata. Nel 2018, 26 ultramiliardari possedevano da soli la stessa ricchezza della metà più povera del pianeta. In particolare, a livello mondiale l’1% più ricco deteneva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro lo 0,4% posseduto dalla metà più povera (per quanto riguarda l’Italia, nello stesso periodo il 20% più ricco possedeva circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale).

Le politiche pubbliche nell’ultimo decennio invece di redistribuire hanno ampliato il distacco.  Secondo Oxfam, nei paesi più ricchi l’aliquota media dell’imposta più alta è scesa dal 62% della fine degli anni 70 al 38% del 2013..Mentre i ricchi diventano più ricchi, i poveri ovviamente aumentano (dell’11% solo nell’ultimo anno). L’impoverimento dei servizi pubblici, accompagnato alla introduzione di principi privatistici nella loro gestione, nonché la loro parziale privatizzazione, ha reso sempre più profondo e tendenzialmente crescente il solco tra ricchi e poveri perché più limitate sono le opportunità di ascesa sociale lungo l’arco della vita, come l’accesso alla buona istruzione ed alla buona sanità.

In Europa l’aumento della disuguaglianza sembra più contenuto che in altre aree del mondo. Tuttavia, ricerche dell’IMF mostrano che essa appare stabile solo se ci si limita alla distribuzione del reddito corrente per percentili, ma la crisi finanziaria del 2007 ha inciso diversamente sulle generazioni. La maggiore povertà dei giovani di oggi sia in termini di reddito che di accesso a percorsi di vita differenti, erode la fiducia nelle istituzioni con conseguenze durature sui meccanismi di solidarietà interna e tra generazioni.  Nel 2017 il 5% degli europei più benestanti possiede il 40% della ricchezza privata, il 10% dei lavoratori europei rientra tra i lavoratori poveri; del tutto mancati gli obiettivi di convergenza e di solidarietà che l’Europa si era dati per il 2020 con il trattato di Lisbona: i paesi più fragili se ne sono allontanati soprattutto con riguardo agli indicatori di lotta alla povertà. Sono i giovani ad avere assorbito gran parte dei costi della crisi finanziaria. Milioni di giovani non trovano lavoro e più della metà della popolazione europea vede per loro un futuro peggiore di quello della generazione precedente. Un terzo dei bambini europei nel 2017 è povero[2] o rischia di diventarlo.  E’ inevitabile che la maggiore povertà dei giovani di oggi avrà conseguenze durature, erodendo la coesione sociale e la fiducia nelle istituzioni.

L’inefficacia delle politiche redistributive è stata più evidente in Italia, gravata dalla necessità di ridurre il debito pubblico.  Il reddito reale medio pro-capite  dell’Italia nel 2018 è inferiore a dieci anni prima (-del 7% rispetto ai livelli pre-crisi finanziaria) ma il 20% più ricco ha nel 2017 6,4 volte il reddito del 20% più povero, 10 anni fa il rapporto era di 5,4 volte.  Al 2020 secondo il trattato di Lisbona ci si poneva come obiettivo la riduzione di 2,2 milioni di persone a rischio di povertà, il loro numero è invece aumentato di quasi 3 milioni. I poveri assoluti non solo sono aumentati, passando dal 3,3% nel 2005 della popolazione all’8,3% nel 2017 ma sono anche più poveri di 10 anni fa.  In particolare sono aumentate molto la povertà assoluta e la deprivazione materiale, due indicatori non congiunturali a differenza della povertà relativa. Nel 2017 era in povertà assoluta il 26,7% di tutte le famiglie in cui a persona di riferimento era in cerca di occupazione, ma anche l’11,8% se era operaio o assimilato e il 6,1% di tutte le famiglie con persona di riferimento occupata. Avere una occupazione non sempre è sufficiente a proteggere se stessi e i propri famigliari dalla povertà grave. Le classi di età più giovani si sono trovate spiazzate, la percentuale di giovani fino ai 17 anni in povertà assoluta si è triplicata passando dal 4% al 12,5%[3].

2)      Le cause secondo gli economisti.

Il tema della disuguaglianza è divenuto molto di moda tra gli economisti, non esce nuovo numero di  rivista specialistica o divulgativa, che non abbia uno o più articoli sul tema. Tra le cause (ma forse sarebbe più opportuno chiamarli esiti degli errori d’impostazione nel governo dell’economia), del determinarsi ed aggravarsi della disuguaglianza, gli economisti concordano nel citare alcuni comportamenti divenuti patologici e devianti nei mercati dei beni e dei fattori di produzione. Ci si è allontanati dalla concorrenza perfetta con regole e pratiche che hanno privilegiato il profitto e la rendita rispetto al lavoro. Segmenti strategici del tessuto produttivo[4] si sono concentrati in poche mani, i nuovi settori tecnologici sono stati protetti dalle prolungate tutele previste nelle norme sui brevetti, i settori della vecchia economia in concorrenza con le produzioni dei paesi di nuova industrializzazione sono stati favoriti dalle politiche dell’offerta ottenendo la flessibilità al ribasso nella retribuzioni e degli oneri per il finanziamento della protezione sociale. Si è affermato in questo contesto un sistema retributivo, per una quota rilevante della remunerazione dei manager, determinato dai risultati aziendali ottenuti a chiusura dei bilanci annuali o al massimo (per una quota minore) degli anni del proprio mandato. Vi sono evidenze di comportamenti opportunistici dei manager delle società quotate: garantendo profitti gonfiati agli azionisti i top manager massimizzano il proprio beneficio, l’ottica delle decisioni d’investimento si è accorciata. Tramite accordi di non concorrenza in caso di fuoriuscita (cosiddetto paracadute d’oro) di fatto si è garantito ai top manager la copertura dai rischi delle oscillazioni cicliche dei profitti e degli eventuali errori di gestione (quando le cose vanno bene si guadagna molto quando vanno male ci si protegge lasciando il posto). Il rapporto tra le retribuzioni dei lavoratori   e quello degli amministratori delegati era negli Stati Uniti di circa 50 alla fine degli anni 80, è salito a 350 all’inizio del 2000, ancora nonostante la crisi è sopra 300 alla fine del 2017. Il 20% della forza lavoro americana è coperto dalle clausole di non concorrenza (paracadute d’oro) era il 5% 30 anni fa. L’effetto distributivo di tali comportamenti è stato esplosivo, si è esteso dalle economie anglosassoni anche ad altri sistemi economici., si è creata una classe di privilegiati la cui appartenenza deriva dalla distorta percezione che la posizione privilegiata acquisita derivi dal merito. A questi fenomeni si aggiungono le conseguenze di un capitalismo diventato sempre più footloose, sempre meno radicato in comunità locali e nazionali e di uno sviluppo tecnologico che ha consentito di ammassare enormi profitti per pochi a scapito delle opportunità e condizioni di lavoro per molti.

Ne mercati né le istituzioni preposte a correggere i cosiddetti fallimenti del mercato sono riusciti a realizzare l’obiettivo di garantire una equa distribuzione del reddito nel momento della sua formazione. Tutt’altro, le politiche dell’offerta, divenute di gran moda con Reagan e la Thatcher,  perseguendo la massima flessibilità dei fattori (per favorire efficienza) e la detassazione dei profitti (per incentivare gli investimenti) hanno piuttosto creato il terreno per l’allontanamento dalle condizioni di concorrenza. Le correzioni attuate con gli interventi di politica economica attraverso la redistribuzione e/o le politiche di welfare dell’ultimo quindicennio, soprattutto dopo l’esplosione della crisi del 2008, sono state parziali, meno potenti rispetto ai decenni precedenti e socialmente discriminatorie.

 La necessità di correggere il funzionamento del capitalismo trova spazio anche nelle discussioni sui destini del mondo che si svolgono nei luoghi più elitari, la classe dirigente che ha perseguito l’allontanamento dalle condizioni teoriche di massima concorrenza si sente minacciata. Negli ultimi anni sempre più spesso sono ospitati al World Economic Forum di Davos oratori fortemente critici  come Michael Sandel[5]. Filosofo politico, in vari scritti sottolinea da anni limiti morali dei mercati, nella conferenza tenuta a Davos del 2018 ha denunciato l’effetto distruttivo derivante dalla monetizzazione di tutti gli aspetti della vita sociale. Ha ricordato all’uditorio che l’affermazione della logica marginalistica che assegna ai  “mercati” il compito di dare  un valore “oggettivo” basato sulla scarsità, ai beni e servizi che si scambiano ha distrutto i valori etici dell’agire ed il valore delle relazioni sociali.   Il Presidente del World Economic Forum, di fronte alla minaccia del populismo, ha ridotto la lettura radicale del suo ospite a tendenze molto più circoscritte, attribuendo la responsabilità della creazione di posizioni di rendita[6] alla globalizzazione e alla quarta rivoluzione industriale. L’indicazione delle soluzioni e degli strumenti, per uscire dalla deriva minacciosa dei vari populismi, manca però del tutto. Non è del resto quella la sede dove esse possono emergere: le multinazionali presenti, come Apple, Google, Starbucks ed altre simili, dichiarano di essere socialmente responsabili e presentano bilanci con ottimi indicatori al riguardo, dimenticando che il primo modo per essere responsabili è quello di pagare le tasse in modo equo. Difficilmente i manager delle grandi multinazionali faranno azioni concrete per cambiare l’approccio appoggiando forze politiche che promuovono la messa in pratica delle proposte in discussione per evitare la competizione fiscale,  tra cui si ricorda quelle avanzate in sede OECD[7]. L’autorevolezza delle sedi internazionali per trovare soluzioni condivise al momento non è molto elevata, ne sono evidenti le ultime riduzioni delle imposte sulle società dell’amministrazione Trump .

3)      Equa distribuzione del reddito e salvaguardia dell’ambiente aiuterebbero la crescita.

L’evidenza che il funzionamento delle economie capitalistiche è arrivato ad un punto di rottura è documentata in numerosi studi, soprattutto con riferimento al mondo più sviluppato. Ha dato nuovo vigore al dibattito tra gli economisti su come leggere le relazioni causali tra diversi fenomeni economici. Il paradigma dominante, che vede nel “mercato” concorrenziale il luogo dove si realizza la giustizia distributiva e quella allocativa, ha perso buona parte della sua legittimità. Il dibattito tra gli economisti delle diverse scuole di pensiero non è del resto mai mancato. Le critiche all’eccessiva formalizzazione della teoria economica e la ricerca di indicatori per misurare il benessere e lo sviluppo umano diversi dal PIL, hanno attraversato molti decenni; l’approccio evolutivo per impostare gli interventi di politica economica si è dimostrato sempre più rilevante;

Si sono mutuate da altre discipline ipotesi di comportamento dell’individuo che non rispondono all’idea del consumatore razionale, che massimizza il suo benessere agendo su mercati concorrenziali.  Il consumatore non è razionale ed i mercati raramente sono concorrenziali. Il  Fondo Monetario Internazionale, pubblica sempre più spesso articoli dove si sottolinea la necessità di riportare i valori etici al centro dell’evoluzione dei sistemi economici[8]. Organismi ed Agenzie internazionali hanno fatto proprie le conclusioni di molti studi empirici dove si dimostra che ad una meno diseguale distribuzione del reddito sarebbe in realtà associata con un maggiore e più sostenibile livello di sviluppo[9]. Il grado di disuguaglianza - tra gruppi sociali, tra uomini e donne – in diversi campi – dal reddito all’istruzione, alla salute, alla partecipazione nei processi decisionali - è entrato a pieno titolo tra gli indicatori in cui si tenta di valutare il livello di sviluppo di una società. L’agenda della Banca Mondiale ha definito, nel 2010, 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDGs), essi sono stati adottati da 193 nazioni, sotto gli auspici delle Nazioni Unite. Questi obiettivi sono fondati sul presupposto che lo sviluppo non può più essere misurato senza considerare molteplici fattori tra questi l’inclusione sociale e la salvaguardia dell’ambiente hanno un ruolo centrale. Implicita è la nozione che i “mercati” non incorporano valori etici, né danno valore all’approccio cooperativo nel perseguimento dei beni comuni: tra cui l’uso dell’ambiente è il più evidente. 

4)      Dalla diagnosi alle proposte.  

Una risposta apparentemente facile e ovvia, oggi molto popolare tra populisti e sovranisti di vario tipo,  è il ritorno a qualche forma di protezionismo, mettendo in discussione uno degli assunti del liberismo e della liberalizzazione, ovvero che flessibilità dei fattori di produzione avrebbe garantito la massimizzazione sia dei profitti sia  del benessere il consumatore (le cui preferenze verrebbero soddisfatte al minor prezzo).  Ad esempio,  un repubblicano doc. come Oren Cass (ha diretto la campagna presidenziale di Romney nelle elezioni presidenziali del 2016),senior fellow al Manhattan Institute, prende atto che la bandiera della  “maggiore flessibilità del mercato del lavoro”,  genera, invece che maggiore competitività,  abbandono dei luoghi e impoverimento dei tessuti produttivi locali. Ponendo l’attenzione sulle conseguenze della globalizzazione e dell’uso delle risorse comuni come l’ambiente su comunità circoscritte, riconosce che compensare economicamente i perdenti (pilastro dell’approccio redistributivo tradizionale) non può funzionare: la mancanza di lavoro mina il benessere individuale e della comunità, anche se i consumi sono garantiti da trasferimenti monetari. Giustifica quindi misure protezionistiche e di solidarietà interna e simmetricamente di esclusione di chi non è parte di quella comunità. Non è una posizione del tutto identica all’Americans First alla Trump, ma può  prestarsi a quella deriva, senza risolvere né la questione dei meccanismi che producono le forti disuguaglianze sopra evidenziate, né quella degli effetti dell’inquinamento sulle comunità che ne sono danneggiate.

 l’Economist[10] è intervenuta con numerosi articoli criticando in modo severo le derive protezionistiche propone interventi rivolti alla rottura delle posizioni oligopolistiche che sono state favorite dalla mancanza di regole nella globalizzazione e dallo sviluppo tecnologico, mantenendosi nel solco del tradizionale approccio del ruolo dell’operatore pubblico guardiano delle condizioni della concorrenza. Riassume quindi la sua ricetta in tre passaggi: 1) I dati e la proprietà intellettuale dovrebbero essere usati per stimolare l’innovazione e non per proteggere l’incumbent, occorre quindi ridurre la durata dei brevetti e liberalizzarne l’accesso con strumenti appropriati che riconoscano il valore a chi ha realizzato la ricerca; 2) ridurre le barriere all’entrata e smantellare le clausole di non concorrenza imposte nei contratti dei manager (paracadute d’oro),3) aumentare il potere dei regolatori antitrust.

Mazzuccato nella sua ultima pubblicazione (Il valore del tutto. Laterza 2018) sostiene che a fronte di un capitalismo diventato sempre più di tipo “estrattivo”, ove la raccolta dei profitti, è ricompensata assai meglio della creazione effettiva del valore (lavoro), occorre  ridefinire il valore a partire dalla consapevolezza che i mercati non esistono “in sé”. Sono costruzioni sociali che coinvolgono una molteplicità di agenti in un contesto specifico. In quest’ottica il ruolo pubblico non è solo quello di regolatore ex post, ma di un attore che, con le sue decisioni di politica economica concorre alla determinazione dei meccanismi di mercato stessi, quindi alla direzione più o meno disegualizzante che prendono i meccanismi distributivi. Secondo Mazzucato, l’obiettivo dello sviluppo di un paese dovrebbe concentrarsi meno sul tasso di crescita e più sulla direzione della crescita.

Franzini e Raitano in un recente volume[11] distinguono tra politiche pre-distributive che agiscono prevalentemente sulle “dotazioni”  e quelle  che modificano le “regole del gioco”. Le prime riguardano l’istruzione e l’investimento formativo fin dalla più tenera età e lungo tutto il corso della vita e, come già sostenuto da Atkinson, la correzione della trasmissione intergenerazionale della disuguaglianza tramite una tassazione più consistente delle ricchezze acquisite per via ereditaria per rimetterle in circolo. Le seconde riguardano diversi aspetti, tra cui citiamo i più importanti: la rottura di posizioni di diritto e di fatto monopolistiche in talune professioni e nel mercato dei beni e dei servizi, monopoli  oggi favoriti proprio dallo sviluppo tecnologico (si pensi alle grandi piattaforme digitali); la limitazione dei diritti di proprietà intellettuale che ha consentito a poche grandi imprese (si pensi al settore farmaceutici) di controllare il mercato e dettare i prezzi (una proposta condivisa anche dall’Economist); il rafforzamento del potere contrattuale dei lavoratori e l’introduzione di qualche forma di salario minimo decente a prescindere dalla forma contrattuale. Questa è anche una proposta avanzata dall’ILO in un suo recentissimo documento, per contrastare il fenomeno dei working poor, su base individuale e famigliare.

Anche il Rapporto sulla Uguaglianza sostenibile, preparato dalla Progressive Society[12] già citato sottolinea l’importanza di politiche europee che intervengano non solo a livello redistributivo ma anche distributivo. Accanto ad un piano di azione per salari equi e decenti, sottolinea l’importanza di misure concordate a livello europeo e non solo nazionale per rendere le imprese responsabili dell’impatto sia sociale sia ambientale delle loro azioni e propone l’introduzione di una tassa europea sulla ricchezza netta e sulle transazioni finanziarie per finanziare le politiche di contrasto alla povertà. Analogamente il Manifesto di Boujuu, Delatte, Hennette, Piketty ed altri, in vista delle elezioni Europee[13] propone di superare  la “dura logica dell’ultra-liberismo” tramite investimenti diretti in forme di crescita sostenibile per quanto riguarda sia il grado di disuguaglianza sia l’ambiente, includendo sia i costi dell’accoglimento dei migranti sia i costi di chi altrimenti verrebbe spiazzato nella transizione.

Le consapevolezze crescono, le organizzazioni internazionali promuovo la cooperazione su obiettivi comuni come strumento indispensabile per raggiungerli. Siamo agli inizi ma  le defezioni già si vedono quando dalle enunciazioni si dovrebbe passare alle azioni (si veda accordo di Parigi) e soprattutto quando emergono i costi per far fronte ai danni provocati dall’uso improprio delle risorse comuni. Gli strumenti ancora non sono adeguati, risorse non solo finanziarie, ma soprattutto culturali ed etiche dovrebbero portare a superare le politiche per un buon uso dei beni comuni, basate per lo più sugli incentivi e la detassazione, strumenti fondati sempre su una visione individualistica dell’agire economico.

Ed è proprio questa impostazione che fa crescere le resistenze dal basso di chi, dopo avere visto ridursi il proprio tenore di vita per l’iniqua distribuzione del reddito e per l’impoverimento dei servizi pubblici, si vede gravato dei costi del finanziamento delle politiche di riequilibrio basate sugli incentivi per investimenti “sostenibili” e tasse ambientali. La rabbia degli esclusi è stata convogliata verso la ricerca di protezione, escludendo chi non fa parte di non meglio definite comunità circoscritte. Misure protezionistiche si sono sommate all’individuazione del nemico immigrato come causa dell’impoverimento delle fasce per le quali l’ascensore sociale non funziona più. Sono le risposte politiche sbagliate alle conseguenze del mal funzionamento dell’economia.

5)      Le attività solidali ed il ruolo del volontariato.

Quale ruolo svolgono le attività cosiddette solidali e di servizio per l’accoglienza (non uso di proposito il termine terzo settore) in questo ripensamento del funzionamento del sistema economico e sociale?

Tenterò di rispondere un po’ schematicamente. Siamo a pieno titolo una impresa produttiva perché il nostro obiettivo è creare valore e benessere per la collettività dove operiamo.  Quindi alla “Mazzuccato” riteniamo che il bene pubblico non si raggiunge attraverso la correzione ma attraverso la creazione del valore sociale ed economico come la risposta ai bisogni. . Con un incentivo pubblico iniziale, si raggiunge, anzi, un valore sociale ‘moltiplicato’ (e misurato) con le donazioni private+lavoro gratuito dei volontari e degli ospiti. Si rende in questo modo evidente il valore vero/sociale della nostra ‘impresa produttiva’.Questo non ci esime dal confronto con le comunità in cui siamo inseriti per dare contenuto etico ed equo alle scelte andando al cuore di ciò che è necessario per la crescita della società/comunità. Cioè dobbiamo rispondere anche noi alla domanda “Quale economia vogliamo”.

L’obiettivo dell’attività è il perseguimento dell’equità come la base di partenza per un buon funzionamento del sistema economico, il suo valore va oltre la contabilizzazione dei costi e dei servizi resi. Da questo punto di vista va bene la contabilizzazione del bilancio sociale per obiettivi ma siamo ancora nella logica della quantificazione tradizionale in cui si percepisce poco il valore effettivo: se l’obiettivo è generare benessere dei più svantaggiati come parte di una comunità più ampia, che a sua volta sta meglio se è più equa, occorre anche lavorare per creare consapevolezza con indicatori in parte da inventarsi. Non è mio avviso l’approccio giusto quello di ritenere che si rende sostenibile ciò che il mercato non prezza, si ricadrebbe nell’impostazione della necessità di correggere i “fallimenti del mercato”. Rinuncia ai profitti e volontariato sono in se la realizzazione di un valore sociale,  non sono al di fuori del confine della produzione.

La gratuità come parte fondamentale della missione, spesso richiamata nei dibattiti sul volontariato non soddisfa quindi solo una esigenza personale di correzione delle iniquità. Deve essere vista come elemento di rottura dei comportamenti e degli schemi concettuali. La gratuità non è beneficienza (mi sento buono, restituisco ciò che si è avuto in più, non importa tanto se spreco un po’ del tempo), dovrebbe essere invece l’eccedenza rispetto alle possibilità materiali, si arricchisce con l’azione la comunità e quindi anche me, non è monetizzabile. L’approccio culturale deve dare valore anche alla ricchezza potenziale che deriva dalla collaborazione tra chi offre i propri servizi gratuitamente e chi svolge l’attività nel contesto di un rapporto lavorativo. L’attività del volontario, la rinuncia al profitto dell’impresa, l’accettazione di remunerazioni meno generose (purchè eque) non sono atto di testimonianza ma funzionali alla realizzazione dell’obiettivo comune di vivere in una società equa. Quindi discussione di metodi ed obiettivi deve vedere coinvolti tutti gli attori e puntare ad una conseguente organizzazione del lavoro e distribuzione dei ruoli.

 

 



[1] Oxfam 2018 “Ricompensare il lavoro non la ricchezza” e Oxfam 2019 “Public good or private wealth?”

[2] Dati riportati nel rapporto della commissione indipendente su “Uguaglianza sostenibile 2019-2024” commissionato dal gruppo Progressista sei Socialisti&Democratici al Parlamento europeo

[3]Allegato DEF 2018 Indicatori di benessere equo e sostenibile, Aprile 2018

[4] Negli Usa la concentrazione, stima l’Economist, è salita di 2/3 in dieci anni.

[5] M.J. Sandel, What money can’t buy . Penguin 2012 , e conferenza al WEF gennaio 2018

[6]“While open market and increased competition certainly produce winner and looser in the international arena they may have an even more pronounced effect on inequality at the national level. Moreover the growing divide between the precariat and the privileged is being reiforced by the Fourth Industrial revolution which often derive rents from owing capital or intellectual property… “discorso del gennaio 2018. Parlava a chi di tale deriva era stato il protagonista ed ha continuato ad esserlo.

[7] L’iniziativa OECD/G20Base Erosion and Profit Shifting Project” ha posto alcuni principi base per ridefinire e ripensare la tassazione delle multinazionali, ma la sua applicazione implicherebbe rinunciare a sfruttare come stanno facendo da decenni la competizione fiscale tra stati 

[8] A. Annett “Restoring Ethics to Economics” IMF F&D March 2018, N.Shafik “A New Social Contract” IMF F&D December 2018

[9] Nei IMF Discussion paper, citato nella nota 2, vengono citati gli studi di Berg and Ostry, del 2011 e Ostry, Berg, and Tsangarides, del 2014

[10]L’uso del Web e reti non è come si pensava in una prima fase portatore di una rivoluzione dal basso basata sulla shared economy: Uber, Airbandb, Foodora ect sono industrie che si vanno concentrando per il possesso dei nostri dati. Si veda E. Morozov. “From Airbandb to city bikes, the sharing economy has been seised by big money, The Guardian 27 Nov 2018

[11] M.Franzini, M. Raitano (a cura di) “Perché il mercato rende diseguali?” il Mulino 2018, ma si veda anche il manifesto di A.G.I.R.E. Contro la disuguaglianza, Laterza 2018

[12] Preparato da un folto numero di economisti di vari paesi tra cui anche L. Becchetti che è qui con noi a discutere ed il cui pensiero è sintetizzato nel suo “Capire l’economia in sette passi” Minimum Fax 2016

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