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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Il paradigma della sofferenza urbana

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More and More di Maria Rosa Fustet
More and More di Maria Rosa Fustet

 

Benedetto Saraceno

La popolazione urbana è cresciuta significativamente negli ultimi trenta anni: nel 1975 il 26% degli abitanti dell'Africa viveva in città, oggi sono il 39% e nel 2030 saranno il 63%; in Asia il salto sarà dal 29% al 64% e in Europa dal 66% al 79%. I problemi di salute mentale e di salute in generale saranno dunque sempre piu' problemi di salute (e sofferenza) "urbana".

La Banca Mondiale e l'Organizzazione Mondiale della Salute stimano che le malattie mentali rappresentino il 13% del carico totale di mortalità e disabilità generato da tutte le malattie. In altre parole il contributo delle malattie mentali alla disabilità e mortalità globali è molto significativo (superiore al cancro o alle malattie cardiovascolari). Questi dati si riferiscono alle malattie mentali definite dalle classificazioni internazionali delle malattie e non tengono conto delle numerose condizioni di sofferenza psicologica e sociale generate dalla povertà, dalla violenza, dall'insicurezza e dall'abbandono nell'infanzia e adolescenza, dall'emigrazione forzata, dall'esclusione e che colpiscono individui, famiglie e comunità.
Fra coloro che soffrono per una malattia mentale formalmente classificata e riconosciuta e coloro che soffrono per quelle "altre" condizioni di vulnerabilità psicosociale vi è tuttavia molto in comune: stigma, discriminazione, abbandono, violazione dei diritti. Inoltre entrambi i gruppi vivono in istituzioni definite, visibili e ad alta densità come i manicomi, le carceri, i campi per rifugiati oppure indefinite, invisibili, diffuse, a bassa densità come le strade, le stazioni della metropolitana, le favelas. Vi è permeabilità fra il primo gruppo, i malati di mente, e gli "altri" che, per la natura ed eterogeneità della loro sofferenza, non possono avere altro nome che ‘"altri".
Carlo Maria Martini ha commentato l'episodio dal Vangelo di Marco ove un uomo della città di Gerasa, dai comportamenti bizzarri e violenti, interrogato da Gesù che gli domanda il suo nome (Mc 5, 1-20), risponde: - il mio nome è Legione perchè siamo tanti -. L'uomo di Gerasa non ha nome perchè ha il nome collettivo della sofferenza e dell'esclusione.

Gli uni e gli altri sono tutti come l'uomo di Gerasa, il loro nome è legione perchè sono tanti e non hanno individualità riconosciuta (matti, poveri, rifugiati, immigrati): una "nazione" trasversale alle Nazioni ufficiali dotate di nome, ove le sofferenze si incrociano, si confondono, si specializzano o si de-specializzano ma non trovano risposte.

La città è uno spazio fisico ove la "nazione degli uomini di Gerasa" abita. La città chiama e attrae, la città nasconde, la città offre pieghe per sopravvivere, per nascondersi, per relazionarsi. Ma la città non promette nè permette continuità spaziale, ossia vicinanze vere, comunità umane; le persone vi coabitano e semmai si aggregano sempre piu' in contiguità gergali, in identità apparenti di etnie, accomunati dalle esclusioni e spesso dalle illegalità .
La città produce sofferenze e malattie multiple e offre non-risposte oppure risposte frammentate e frammentanti. La città produce sofferenze e malattie collettive che colpiscono cioè gruppi vulnerabili ma che pero' non sono riconosciute come inter-individuali: paradosso della città che nega la collettività della vulnerabilità e fornisce risposte individuali ma in forme de-soggettivanti, ossia che negano l' individualità. Dunque la città nega agli individui la loro dimensione collettiva di sofferenza e risponde agli individui negandone la soggettività.

Abbiamo invece bisogno di risposte in rete semplicemente perché le domande sono reti e la negazione di questa semplice verità crea risposte unilaterali, falsamente lineari, verticali, separate, non trasparenti. E' la sofferenza delle persone che è in rete, perché è la realtà che è una rete di fattori di rischio ed è la risposta alla sofferenza che troppo spesso non è in rete. Ed è questo che crea le barriere e l'ineffettività della risposta.
Malattia fisica, malattia mentale, sofferenza psicologica, sofferenza sociale sono in realtà nodi di una rete complessa la cui ipersemplificazione può essere forse un bisogno amministrativo, istituzionale, talvolta anche comprensibile, legittimo. Tuttavia la risposta deve limitare l'ipersemplificazione, mantenere negli interventi le stesse connessioni che le domande propongono.

Una malattia è il risultato di un rischio ma il rischio è talvolta anche un'altra malattia. Ad esempio: povertà, abuso di sostanze, depressione, incidenti automobilistici o suicidio sono eventi e condizioni in rete, nel senso che i maschi alcolisti (che sono a rischio, in quanto alcolisti, di suicidio) sono anche spesso autori di violenze in famiglia. E le donne che subiscono la violenza domestica (dai quei maschi alcolisti che magari si suicideranno) sono a rischio per una depressione grave. E poi qualcuno andrà anche con la macchina a morire o a far morire. Tutto questo è una rete e le risposte non possono essere separate e verticali ma integrate e orizzontali.

Il ruolo egemonico del modello bio-psico-medico, lineare, individualista, a-storico, permea e colonizza tutti i problemi del vivere; le malattie "aumentano" anche perchè si chiamano malattie le sofferenze psicologiche e sociali; il modello bio-psico-medico si appropria della sofferenza, la classifica, la frammenta e somministra risposte, una risposta per ogni domanda e se la domanda non trova risposta sarà necessario ri-formulare la domanda cosicchè non si formino gruppi di domande senza risposta. Cosi' si creano gruppi di domande che si combinano con gruppi di risposte: malati di AIDS, omosessuali, donne, adolescenti, bambini... diventano gruppi di domande da far incontrare con risposte preformulate da esperti. Ecco che si formano tribù separate, convinte della loro appartenenza alla tribù e progressivamente una tribù scompare ed è quella del noi ossia dei soggetti accomunati semplicemente dalla loro condizioni di soggetti.

Nascono così le identità, forzate dalla frammentazione delle risposte, create dall'assenza di diritti.
Certamente le identità si formano a partire da un'urgenza di riconoscimento, dalla necessità di affermare una differenza: "siamo donne e solo donne", "siamo neri e solo neri". Tale processo attraversa tappe diverse e si formano nuove conoscenze, si costruiscono nuovi linguaggi a partire dalla forza di una identità. Le minoranze possono essere tali perchè gli individui che le costituiscono sono numericamente minoritari (le popolazioni indigene) o perché, indipendentemente dalla loro numerosità, gli individui che le compongono sono diminuiti nell'esercizio dei loro diritti (i neri sudafricani durante l'apartheid). Certamente ogni processo di autoidentificazione ossia di costruzione di una identità ne arricchisce i protagonisti.

Ma cosa succede quando l'identità costruita diviene prigioniera di sè stessa, cessa di essere fonte di interazione e dialogo con gli altri e si limita ad autoaffermarsi soltanto per autoriprodursi? Cosa succede quando gli individui sono forzati in una e solo una identità? Se la loro identità non è il risultato di un orgoglioso progetto di autoriconoscimento ma un vestito che la vita mette loro addosso e solo quel vestito hanno?
I soggetti che riconoscono in sè una identità fra altre sono ricchi mentre quelli che vogliono o non possono che assumere una e una sola identità e di essa fanno o sono costretti a fare il loro marchio di riconoscimento sono fondamentalmente poveri, sono fondamentalisti nella loro povertà. Di una identità unica si muore e spesso si uccide.

I Governi possono alimentare e rafforzare le identità uniche costringendo i loro cittadini ad essere "solamente" mussulmani o "solamente" serbi ma anche gli interessi economici possono fare lo stesso costringendo gruppi di individui a essere "solamente" portatori di una certa malattia e rappresentarsi esclusivamente come "malati di...". Anche la disperazione e la miseria forzano i soggetti alle identità uniche: si diviene "solamente" clandestini o "solamente" immigrati o "solamente" matti e null'altro.

Il modello lineare psico-bio-medico non tollera la complessità e favorisce le identità esclusive e separate: le donne maltrattate sono "casi" clinici individuali cosi' come i rifugiati diventano casi di stress post traumatico. E' certamente vero che ogni singola donna maltrattata puo' "anche" essere un caso clinico cosi' come ogni singolo rifugiato puo' "anche" essere un caso di stress post traumatico ma questa possibilità/identità si impadronisce del resto e non permette alle risposte di essere "anche" cliniche e non "solo ed esclusivamente" cliniche.

I soggetti non si percepiscono piu' e non sono piu' percepiti come persone complesse ma come rappresentanti di una identità unica. Non più uomini e donne ma hutu o tutsi, serbi o bosniaci, clandestini o legali. Viene a negarsi la ricchezza delle mille identità esistenti o potenziali dei soggetti, identità per fortuna contradditorie e generatrici di competenze multiple. Giorgio Agamben in "La comunità a venire" suggerisce la possibilita che gli esseri umani, invece che continuare a cercare una propria identità, possano trasformarsi in "singolarità senza identità".

Il processo di deistituzionalizzazione attivato da Franco Basaglia non è stato solamente la dinamica che ha posto fine allo scandalo del manicomio ma il processo che ha fornito le tecnologie umane per la ricostruzione multiidentitaria di soggetti ridotti a una solo identità (lungodegenti dei manicomi). I cronici del manicomio erano e sono (dove il manicomio continua a esistere) "solamente" lungodegenti, tutti uguali come tanti uomini della città di Gerasa, tutti prigionieri di una sola identità. La deistituzionalizzazione è la denominazione delle diversità, delle plurime identità, di modo che l'uomo di Gerasa cessi di chiamarsi Legione. L'istituzione totale (e non solo quella manicomiale) teme la diversità, non tollera la differenza, teme l'estraneo, lo straniero, teme la corporeità e la sessualità, teme la produzione di senso perchè deve impiegare tutte le proprie energie per autoriprodursi.

La nazione trasversale dei malati di mente, degli esclusi, dei fuggitivi, dei clandestini è costretta in campi, riserve, istituzioni sanitarie, carceri, diagnosi, aggregazioni sociali, gerghi, fatti in modo da bloccare le frontiere, gli scambi fra le persone, fra le culture, fra le canzoni, le follie.

In Francia si chiamano "sans papiers" ossia senza documenti, dunque illegali, coloro che migrano dall'Europa dell'Est o da Africa e Medio Oriente e si installano senza permessi nelle città.

Vi sono molti modi per essere un "sans papier": ci sono quelli che le carte che documentano la loro identità le hanno ma sono in un altro luogo dove si' sono poveri e senza lavoro ma hanno pero' carte che concretamente e metaforicamente danno loro nome e identità; là sono soggetti e qui cessano di esserlo. Altri invece non hanno un là perché sono sempre stati qui ma anche loro non hanno carte che li definiscano come soggetti perchè non hanno identità oramai né qui né altrove. Ancora la nazione trasversale che ritorna con tutte le sue similarità. Ancora la città che nega la soggettività, disconosce il senso prodotto da coloro che sono solo portatori di identità forzate, esclusive.
Dunque la prima tappa (ben nota a chi si pose il problema nei manicomi di ricostruire identità individuali) è quella del riconoscimento del senso prodotto dai ciascuni: ciascuno è produttore di un senso e questa produzione umana ha diritto ad essere riconosciuta e dotata di dignità e rispetto (il riconoscimento dell'uomo di Gerasa da parte di Gesu').

La seconda tappa è quella del lavoro a che tale senso si esprima, si connetta ad altri, operi scambi affettivi e materiali, impari ad interagire. Si tratta di adattamenti reciproci fra il soggetto e l'ambiente: soggetti piu' competenti e ambienti piu' tolleranti. E' una dinamica di poteri che si acquisiscono, di contrattualità psicologiche e sociali, di diritti che che cessano di essere negati. I protagonisti di questa dinamica urbana? Tutti. Chi ostacola, chi sabota, chi promuove, chi tollera, chi concede, chi si appropria, chi impara, chi impone. E in questa dinamica ci sono individui e istituzioni, pubblico e privato, interessi, impegni civili e oblatività.

Ma anche c'è o dovrebbe esserci la democrazia che ha bisogno di poteri pubblici che attivamente promuovono i diritti di cittadinanza per tutti i soggetti che per il solo fatto di essere soggetti sono per definizione titolari dei diritti di cittadinanza.
Una democrazia è tale quando invece di normalizzare la diversità diversifica la norma cogliendo la complessità dei bisogni e non avendo paura della diversità di essi. I soggetti si liberano allora dalla prigione identitaria e la collettività si libera dalla paura della diversità: l'incontro costituisce l'abilitazione dell'esclusione/sofferenza allo statuto di cittadinanza.

Tale processo richiede un lavoro doppio, dei soggetti e della collettività . Chi non ha una gamba ha bisogno di imparare a camminare con la protesi ma anche di una citta senza barriere architettoniche e questo presuppone il lavoro del soggetto e quello della città. La diversità e l'esclusione domandano di essere abilitate ossia domandano protesi per camminare e regole nuove per potere camminare. L'inclusione degli esclusi non è l'apprendimento delle regole del gioco degli inclusi da parte degli esclusi ma un mutamento delle regole del gioco. Dunque non lavoriamo per una città senza diversi ma per una città diversa. Luoghi invece che spazi: Franco Rotelli un giorno ha scritto che non esiste migliore servizio di salute mentale che un bazaar di una città araba. Ossia: la piazza rinascimentale toscana, il mercato di Chichicastenango in Guatemala, la spiaggia di Rio de Janeiro sono luoghi e non semplicemente spazi (come invece le stazioni della metro o i supermercati) e in essi si incontrano e si sperimentano le diversità, i neg- ozi che negano l'ozio, le identità che si annullano per dare luogo a incontri e scambi.

La città "ospitale" permette la cittadinanza e la cittadinanza permette di non essere nella prigione delle mono identità. I diritti di cittadinanza sono ben piu' che i diritti "negativi" (non essere escluso, non essere oggetto di violenza, non essere abbandonato) ma a questi si sommano i diritti "positivi" (essere ascoltato, accolto, riconosciuto nei propri bisogni). E' molto probabile che il bisogno di appartenere ad una e una sola identità sia una scelta forzata che deriva dal non avere cittadinanza, dal non essere veri cittadini della città. A misura in cui godiamo dei diritti di cittadinanza pieni e molteplici non abbiamo bisogno di riconoscerci e farci riconoscere con un marchio piuttosto che un altro perchè la nostra soggettività e la nostra corporeità sono riconosciute come umane e ricche di bisogni.

Questa è l'utopia della città vivibile e ospitale. Non ho bisogno di essere prigioniero della mia identità unica di ultrà della curva dello stadio (identità che mi illudo di avere scelto) nè sono prigioniero della mia identità di immigrante clandestino (che non ho scelto) perchè posso essere tante diverse identità: padre/madre, marito/moglie, lavoratore/lavoratrice, cristiano o mussulmano, matto o quant'altro ma mai solamente una sola di queste identità. E ahimè gli ultras sono pronti a scontrarsi con gli immigrati perchè entrambi sono portatori della stessa dolorosa povertà ossia quella di essere prigionieri e ostaggi della città invece che esserne cittadini.

La tolleranza è il paradigma che ci accompagna dall'Illuminismo; tolleranza como sforzo morale di accettazione di cio' che è diverso: "non sono assolutamente d'accordo con quello che dite voi ma mi battero' fino alla morte perchè possiate continuare a dirlo" si dice abbia detto quel furbacchione di Voltaire. Dunque uno sforzo morale della maggioranza per accettare la minoranza fu propugnato da una minoranza di uomini di buona volontà.

Oggi nella città contemporanea si tratta non solo di tolleranza dei ciascuni ma di affermazione e protezione formale dei diritti da parte della collettività e dei poteri pubblici. La cittadinanza è la forma contemporanea della tolleranza, non piu' dinamica nobile fra individui, bensi' corpo di leggi e di garanzie che definiscono una nuova etica pubblica secondo cui i soggetti in quanto tali hanno diritto ad accedere alle risposte appropriate ai loro bisogni. Tolleranza dunque come etica dell'accesso alle opportunità affettive e materiali: ai servizi sanitari, alle opportunità lavorative, alla casa, ma anche all'ascolto, all'accoglienza, allo scambio.

Ecco dunque che la sofferenza urbana diviene paradigma nuovo secondo cui:
• Le sofferenze sono intersecate fra loro
• Le sofferenze sono metaindividuali
• Le risposte sono frammentate, frammentanti
• Non c'è salute/benessere senza diritti
• Privato e Pubblico insieme e o separatamente possono contribuire a città invivibili e inospitali o il contrario
• Tutto cio' avviene a Milano e a Bombay, a Los Angeles e a Jakarta ossia non c'è un Nord e un Sud del mondo con problemi diversi ma ogni Nord, ovunque esso sia geograficamente collocato, ha il proprio Sud
• E' necessaria una pratica della complessità che si caratterizzi non solo per la virtu' illuminata e illuminista della tolleranza ma per la nuova virtu' della cittadinanza che trascende la virtu' individuale e costruisce la virtu' della Città e non solo quella dei singoli cittadini.

Sappiamo che tutto questo è vero a Milano e a Berlino e a Londra ma anche a Bombay, a Jakarta e a Lagos. Ossia abbiamo buoni motivi per ritenere che la frontiera non sia piu' tanto fra Nord e Sud del mondo (accezione simbolica per definire Ricchi e Poveri) ma passi trasversalmente attraverso i Nord e i Sud e gli Est e gli Ovest, "internamente" alle grandi metropoli. Dunque esperienze di città mortifere e negatrici dei diritti sono ubiquitarie ma ubiquitarie sono anche le "storie" di coloro che lavorano perchè le città siano abitabili, siano ospitali, siano luoghi di affermazione dei diritti e non solo spazi di negazione di essi. Storie, esperienze, gruppi anch'essi costituenti una nazione trasversale di impavidi costruttori di speranza. Vorremmo essere una "antenna" che fluttua nel cielo e manda e riceve messaggi per questa nazione trasversale.

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