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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Suggestioni tra sogno e realtą

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Alberto Giasanti

1.Uno sguardo sociologico sul mondo può essere considerato uno sguardo doppio con diversi piani di analisi e interpretazioni, ma che sempre presuppongono almeno una realtà manifesta ed una latente, un mondo di luce ed uno di ombra, uno diurno e uno notturno, una città di sopra ed una di sotto e così via. Ci si trova, infatti, di fronte ad una società contemporanea, con particolare riferimento a quella occidentale, nella quale è ancora dominante un'etica che esprime una visione dualistica degli opposti e che, per ciò stessa, rende gli individui, i gruppi e le comunità unilaterali, parziali e inconsapevoli del lato negativo. Un'etica dualistica che porta al riconoscimento di mondi contrapposti tra luce e oscurità, tra puro e impuro, tra dio e diavolo, tra coloro che stanno dalla parte del bene e coloro che sono identificati o si identificano con il male: in questo modo gli individui e le comunità sono completamente scissi tra un mondo superiore di valori con il quale si dovrebbero identificare e un mondo sotterraneo di valori altri che si oppone con forza al primo. Un'etica che divide gli esseri umani e le società sempre in due parti e che si fonda sul principio dell'irriducibilità degli opposti, nonostante il mutamento nel tempo dei contenuti di bene e di male. Inoltre gli individui, i gruppi e le collettività vivono il male come qualcosa di estraneo, da eliminare con ogni mezzo perché minaccia la sicurezza delle proprie coscienze: bisogna quindi sbarazzarsene attraverso la proiezione del negativo sugli estranei da noi, ancora meglio se questi estranei hanno una pelle di colore diverso o sono diversi per religione, nazione, genere, handicap fisico o psichico, classe sociale o qualsiasi altra differenza che possa scaturire dalla formazione dell'Ombra (il nostro lato oscuro) in quanto comunque manifestazione di una scissione. Nell'immaginario sociale occidentale sono soprattutto gli "zingari" che rappresentano gli altri da noi come nemici o come ossessioni permanenti che rimandano a immagini di figure maligne da negare se non da sradicare per sempre. In fondo lo "zingaro" richiama ancora oggi il "vagabondo" ovvero il capro espiatorio della modernità che porta alla frenesia di ordinare e normare in quanto l'essere senza padroni, disordinato e senza controllo, è una situazione intollerabile. E sono ancora gli "zingari" a rappresentare lo specchio dei nostri desideri e delle nostre paure in quanto figure inquietanti che vivono ai margini delle città, artisti e ladri per natura, cittadini del mondo e vagabondi, spiriti liberi e demoni maledetti. Ma un popolo errante e meticcio, senza patria, armi e confini, pacifico e inoffensivo, è troppo per un mondo che a malapena riconosce la cittadinanza e i diritti che ne conseguono a chi sta dentro dei confini, segue determinate regole e si riconosce in un territorio. Soprattutto per un mondo, il nostro, costruito a due dimensioni, solo larghezza e lunghezza senza un sopra e un sotto, che appare ad uno sguardo esterno come un immenso foglio di carta abitato da figure geometriche piane. Il problema fondamentale per i suoi abitanti (uomini e donne) è allora quello relazionale in quanto molto spesso gli incontri negli spazi pubblici sono incontri pericolosi. A volte mortali. Infatti, quando si avvicinano o si allontanano, ciascuno degli abitanti può vedere dell'altro solo delle linee che si allargano o si accorciano cosicchè è facile finire infilzati gli uni sugli angoli acuminati degli altri. E' quindi una società terroristica, violenta e ostile dove le relazioni tra le persone sono superficiali, contingenti e incerte, sulle quali è comunque pericoloso investire e che non danno luogo a legami sociali solidaristici; nella stessa vita privata o in famiglia le relazioni tra le persone possono facilmente portare a reazioni colleriche e a morti istantanee, bastando semplici movimenti bruschi per trafiggersi a vicenda. La scuola è l'unico luogo dove le varie figure geometriche hanno la possibilità, proporzionalmente al reddito, di imparare a riconoscersi reciprocamente a patto di essere figure regolari, essendo quelle irregolari trattate come delle storture morali, se non addirittura criminali e quindi condannate, in prospettiva, ad essere soppresse. Non è forse la descrizione della nostra società dove le relazioni sociali sono solo di superficie e per lo più dominate dalla paura dell'incontro con alterità irriducibili e quindi a rischio di conflitti insanabili? La società contemporanea manca proprio della dimensione della profondità che solo il lato d'ombra può dare a patto che lo si riconosca come indispensabile, altrimenti saremo tutti esseri umani a due dimensioni, ovvero delle non persone in una non civiltà. La mancanza di profondità significa, infatti, che le relazioni sociali sono appiattite sulla dimensione di una superficie orizzontale, caratterizzata dall'immediatezza, che non può, per sua natura, cogliere gli strati complessi dai quali la società è comunque composta. Ma se non conosco gli abissi non potrò neanche affrontarli, sembrandomi così l'unica strada percorribile quella della relazione dicotomica amico-nemico che, da un lato, fa vedere il mondo delle figure geometriche come il solo dei mondi possibili e che, dall'altro lato, fa immaginare le relazioni sociali come rapporti tra persone che hanno sostituito l'inconscio con il diritto.

2. E' importante l'Ombra? Quando c'è e il sole la proietta sulla strada, lungo i muri, l'ombra sembra essere un elemento accessorio, secondario, inconsistente anche. Quando non c'è, invece, è un'assenza drammatica, forse irreparabile: un corpo senz'ombra è un corpo esposto allo sguardo dell'altro, allo stupore e alla paura dell'altro. Quali possono essere, allora, i significati dell'ombra e della sua perdita? L'ombra denota il lato non accettato, la parte inferiore, il negativo della personalità, ma anche uno degli archetipi fondamentali della vita psichica. La dottrina alchemica riteneva indispensabile estrarre dal sole la sua ombra per costruire la pietra filosofale, significando con questo che occorre operare su ciò che appare come negativo, oscuro, pesante, privo di luce, limite, ostacolo, per ottenere l'esito finale del processo di trasformazione. Dunque nell'anima umana come nella società occorre attraversare ciò che appare oscuro e riconoscere l'ombra per giungere ad un processo di trasformazione sia del singolo come della collettività. In realtà solo l'avere fatto esperienza dell'oscuro ci porta a capire la luce o, in altri termini, si può dire che l'ombra è una modalità della luce, mentre, in generale, nella cultura occidentale l'ombra è sempre un ostacolo da rimuovere. E' in fondo attraverso il colore del buio che si scopre un mondo dove luce e ombra sembrano sfumare e confondere i contorni, creando luoghi nuovi dove i sensi si possono dilatare e amplificare all'infinito ed è allora che il colore assume un valore d'ombra e che ci si accorge della strana pretesa di volere cogliere la luce in sé o l'oscurità in sé. E' invece la penombra il termine che meglio esprime non una situazione netta, ma quella di un passaggio dal chiaro allo scuro, che suggerisce ed evoca, ma non dice. L'iniziazione all'oscurità diventa così la strada dell'ombra o la "via terapeutica alla paura", che contiene in sé la possibilità di integrazione e di assimilazione del lato oscuro e di quello luminoso degli individui e delle collettività e che comporta come, nel rapporto tra luce e ombra, si sente, a volte, la necessità di un capovolgimento della prospettiva a cui siamo abituati: il sole, che brucia e annienta, diventa la potenza malefica e la notte lunare assume connotazioni benefiche, chiamando al riposo e alla meditazione, ma anche al recupero delle energie spese durante il giorno. E' ancora una volta un problema di riconoscimento: se gli individui e le collettività ne accettano consapevolmente l'energia, la luna, nella sua dimensione di ombra, sarà loro favorevole, altrimenti, rimuovendola, può diventare una forza demoniaca e violenta. Ma questa rimozione è in atto da tempo nella nostra società così come le innumerevoli proiezioni del male che diventano tanto più regressive quanto più gli individui e le comunità sono catturate dalle Ombre che si allungano e si accorciano secondo il grado e l'intensità dell'ottundimento delle coscienze individuali e collettive. Così la Luna/Ombra, rimossa e confinata negli inferi, riappare, secondo i tempi e le ideologie in varie forme e con vari nomi: streghe, eretici, ebrei, stranieri, nemici, terroristi, poveri, devianti, arabi, matti, zingari e così via. Il rifiuto di confrontarsi con l'Ombra ha portato quasi sempre le società, senza distinzione tra regimi democratici e regimi totalitari, a pensare a se stesse come personalità collettive scisse che esorcizzano gli aspetti negativi della propria storia e li proiettano sulle altre collettività. Ma il non riconoscimento dell'ombra, che sfugge a qualsiasi controllo ed è indipendente da ogni limite e misura, è destinato a produrre nel tempo in quelle società un processo di regressione tale da riportarle a uno stato di primordiale incoscienza e indifferenza con effetti assolutamente disastrosi e scellerati sul genere umano. Ne sono tragiche testimonianze le guerre, le stragi, i genocidi di ieri e di oggi. D'altra parte pensare che il negativo sia parte integrante della società umana significa fare un salto qualitativo e realizzare uno spazio-tempo dove l'Ombra dell'inconscio si incontri con la Luce della coscienza dando origine, ciascuna per la sua parte, ad un Sé collettivo e comunitario. Provate a pensare alchemicamente alla duplicità dello zolfo: come prima materia dell'oro è qualcosa che arde e corrode ed è ostile alla materia della pietra, ma se viene purificato di ogni impurità, esso è la materia stessa della pietra. E' proprio la rimozione di una o di entrambe delle componenti costitutive della coscienza collettiva la ragione per cui le società moderne hanno prodotto guerre, massacri, genocidi, stermini e violenze, forse in numero mai eguagliato nella storia dell'umanità. E' lo spostamento nell'Ombra dell'inconscio collettivo di aspetti rilevanti della nostra vita sociale che provoca la loro regressione, ma anche il loro inarrestabile rafforzamento, accompagnato da sentimenti di fascinazione e di seduzione. Allora la violenza e la rabbia, celate in superficie dalle "buone maniere" inculcate nei "bravi ragazzi" che crescono nel mondo, esplodono in tutta la loro potenza e la paura ci pervade completamente fino a farci diventare, con la perdita della coscienza e dell'anima, automi meccanici. Così le energie dell'Ombra fanno parte della comunità umana, nelle sue varie manifestazioni individuali e sociali, che le deve accudire e non ignorare perché altrimenti diventano distruttive. In altri termini onorare l'ombra, il nostro lato anima(le), significa riconoscerla, accettando in questo modo il lato oscuro di noi e non proiettandolo sugli altri. Allo stesso modo dovrebbero comportarsi i gruppi sociali e le collettività, cioè imparare a lavorare con le proprie Ombre, integrandone sia il lato femminile che quello maschile in un corretto equilibrio di Logos e di Eros. Ma le società contemporanee sembrano, invece, non rendersi conto di avere un'ombra e non sapere neanche dove cercarla, anzi, in nome della propria civiltà, tendono a proiettare sulle altre odio, rabbia, paura, gelosia e non ad agirle in loro stesse. E' più semplice indossare maschere e attribuire agli altri qualità e poteri estromessi da noi piuttosto che riprenderci le ombre per reintegrarle nella comunità. La prima operazione porta a costruire società a due dimensioni e a rinchiuderci dentro, rifiutando la relazione con l'altra società, mentre la seconda operazione si presenta molto più complessa in quanto intende fare un lavoro di recupero dell'ombra e, attraverso un lento, ma continuo processo, operare per la sua integrazione e instaurare positive relazioni sociali con gli altri, individui e collettività. Perché allora perdere energie e lasciare che la rabbia faccia danni irreversibili in noi e attorno a noi? Perché, in fondo, non riusciamo ad amare e tollerare l'altro così com'è, in quanto il nostro complesso di potere vuole sempre cambiarlo. Inoltre si può aggiungere che la vita sociale in generale è un gioco di ombre in cui ogni gruppo proietta la propria su quello che ritiene sia il gruppo antagonista. E' la dimensione del potere per il potere che assume il significato di supremazia sugli altri a partire dalla pratica quotidiana dei rapporti interpersonali tra i partner, nella famiglia, verso i figli, tra insegnanti e allievi, tra colleghi di lavoro, tra capi e subordinati, sino ad arrivare alle dimensioni macrosociali dei regimi politici. Alla base di questo esercizio di potere, al tempo stesso distorto, ma ampiamente praticato, sta una situazione di impotenza, una difficoltà di realizzazione personale e un desiderio di bloccare le potenzialità dell'altro. Così, quando deteniamo il potere e, per ciò stesso, abbiamo in mano il destino di molte persone, siamo dominati dalle nostre Ombre che, proiettate, innescano una sorta di meccanismo diabolico: dominiamo in quanto insicuri, ma come detentori del potere diamo sicurezza a individui, gruppi e comunità, che, a loro volta, si sentono indifesi. In questo modo si instaura una relazione perversa tra dominanti e dominati di reciproca negazione di sé ed emerge la bestia, la parte più violenta di noi, che agisce differentemente sugli uni e sugli altri. Nei primi, i carnefici, fa sì che il bisogno di potere esprima il desiderio di controllare gli altri sino a forgiarli, per un delirio di onnipotenza, a propria immagine e somiglianza, umiliandoli. Nei secondi, le vittime, la bestia interiore fa in modo che siano disposti a rinunciare alla libertà e non solo a quella psicologica in cambio della promessa di essere affrancati dalle proprie paure, ansie e bisogni. Entrambe le figure sociali sono impotenti a gestire la propria realtà: le une per eccesso, le altre per difetto. Dunque il nucleo centrale dell'Ombra assume i connotati dell'assassino o del suicida, cioè di ciò che è distruttivo in sé in quanto la mancanza d'amore e di rapporto con gli altri è sostituita in alcuni soggetti o gruppi sociali dal piacere di conquistare ed esercitare il potere in modo privo di scrupoli e senza che la morale possa essere di intralcio. Da questo punto di vista un problema che ci si deve porre è come impedire che le istituzioni politiche e sociali siano governate da soggetti psicopatici e, al tempo stesso, chiedersi come mai, invece, molti stati nazionali sono stati organizzati per favorire la presa del potere da parte di questi stessi soggetti. Il pericolo è dato dal fatto che una comunità nella quale i membri non siano in grado di riconoscere e di smascherare i demagoghi assetati di potere corre il rischio di essere distrutta come comunità democratica e sostituita dalla sua dimensione mostruosa che è, comunque, dentro di noi. Quali possibilità abbiamo, allora, di opporci e di non essere sedotti? Non esistono ricette e i sacchi pieni di ombre che ciascun individuo, ciascuna collettività o ciascuna cultura porta con sé e riempie quotidianamente sono diversi e di vario tipo: alcuni più pieni, altri più vuoti in un processo di alienazione delle proprie energie che può durare a lungo sino a quando ci togliamo dalle nostre passività e reagiamo, richiamando dentro di noi le nostre proiezioni, troppo a lungo lasciate a se stesse. In fondo la particolarità della nostra Ombra sta in quello che vi mettiamo dentro: odio, amore, rabbia, sessualità, avidità, invidia, altruismo, potere, vergogna. E così via. Ciascuno riconosca il proprio contenuto e tiri fuori l'ombra, ma senza lasciarla in giro, anzi nutrendosi di essa. Solo così acquisterà l'energia perduta: mangiare la propria ombra significa, infatti, farla partecipe dell'interno di noi, del nostro mondo più segreto e, in questo modo, renderle l'onore dovuto. Accogliendo l'ombra dentro noi stessi saremo in grado di non "demonizzare" gli altri e forse anche, quando occorre, di svolgere funzioni temporanee di potere. La questione di fondo per la società è sempre quella del riconoscimento dell'Ombra collettiva, che significa acquistare consapevolezza dei propri limiti con spirito critico, senso di responsabilità e scelta etica. E questa consapevolezza deve essere continuamente rinnovata se la comunità non vuole restare ostaggio delle proprie ombre che si materializzano quando le istituzioni sociali, le organizzazioni politiche e i gruppi sociali si separano dalle proprie parti indesiderate invece di occuparsene. Rimane il fatto che il confronto con l'ombra, cioè con l'altra parte della società, non può essere confinato nella patologia della vita associata, ma dovrebbe diventare un aspetto importante della coscienza collettiva di una comunità con i suoi simboli, miti e archetipi, pena la perdita della propria identità collettiva e la costituzione di una falsa identità.
3. Un disegno, donatomi anni fa dai ragazzi di un istituto penale minorile, mi dà lo spunto per parlare ora delle città, immaginandole come due mondi e due popoli che si fronteggiano e si contendono gli spazi urbani o, ancora, come un enorme organismo vorace, a più teste, che inghiotte sempre più porzioni di territorio con una sorta di furia iconoclasta che porta a cementificare tutto il possibile e oltre in una frenesia inarrestabile. Si tratta del disegno di due città: una di sopra e una di sotto; la prima si specchia nella seconda. Le due città sono disegnate come se si guardassero in un grande specchio che ingigantisce, deforma, rimpicciolisce le immagini e le combina in modo grottesco per cui i conflitti sembrano assumere l'aspetto di risse tra maschere tragiche e comiche al tempo stesso, oppure, ma questo riguarda solo la città di sopra, di scambi di cortesie e favori tra cortigiani chiusi nei loro palazzi. I colori sono violenti, accesi, inquietanti e tendenti al rosso oro per la città di sopra e al blu notte, viola e nero per la città di sotto che è abitata dal popolo dell'abisso. La città di sopra è abitata dal popolo degli automi, dalle figure geometriche del mondo a due dimensioni. Se l'artista fosse stato Chagall avrei immaginato case solari dorate per il mondo di sopra e case lunari nere scintillanti per il mondo di sotto. A parte, una scaletta di corda con i colori dell'arcobaleno, se i due mondi si decidessero a relazionarsi tra loro. I cittadini della città di sopra sembrano divisi in vari strati gerarchicamente differenziati tendenti ad occupare luoghi determinati e possibilmente omogenei; individui-massa simili a gocce di ceralacca liquida che aderiscono e si immedesimano coi corpi su cui cadono, svuotati di ogni energia vitale e trasformati in conduttori di forze senz'anima, sostituita da una più semplice e razionale coscienza del desiderio; individui-massa che la metamorfosi del mondo in merci ha forgiato impossibilitati a comunicare e a relazionarsi con gli altri. In fondo gli individui-massa possono avere relazioni tra loro solo quando eliminano dal rapporto stesso i sentimenti, secondo il detto "in questioni di denaro non si tratta più di sentimento". Ma anche la merce ha un'anima e i sentimenti che si liberano sono quelli di un consumatore che trasforma i propri sensi in ricevitori di segnali di vendita: l'individuo sceglie quella merce che gli promette sempre di più, ma contiene sempre di meno. Questo carattere morboso della merce impronta di sé la struttura pulsionale del consumatore che si appaga solo con l'atto dell'acquisto. E la merce assume sempre più forma umana con le qualità che sono proprie degli individui-massa che la moda fa emergere e che pensano di potere comprare anche i propri desideri. Nella città di sopra il potere è dovunque e non gli si può sfuggire perché agisce dal di dentro delle coscienze. E' legge interiorizzata che ha bisogno di trasgressori per potersi confermare come forza punitiva e necessita di nemici che garantiscono una sorta di equilibrio basato sul binomio ansia/sofferenza. Anzi i nemici assomigliano alle cavie di un esperimento di psicologia comportamentista: percorrono senza saperlo itinerari obbligati e contrassegnati da segnali positivi e negativi, ostacoli e passaggi facili, premi e punizioni. Si tratta solo di vedere quanto tempo impiegheranno le cavie per percorrere il viaggio verso la loro gabbia. I cittadini della città di sotto sono considerati il popolo dell'abisso, la parte negativa e non detta della civiltà di sopra; una sorta di scarto, di rifiuto sociale, di oscure forze istintive, di inferi della psiche collettiva, pronti però ad affermare le loro esigenze e aprirsi dei varchi verso la loro soddisfazione. Lo sguardo dentro la città sotterranea è quello che uno può avere quando prende la metropolitana e sente gli odori di un'umanità affaticata, scontenta, compressa dal peso della vita quotidiana e attorniata dal buio delle gallerie, quasi senza tempo. E' uno sguardo che si concentra sui volti di uomini e di donne che entrano ed escono dai vagoni, sostando il tempo sufficiente per leggere su ogni viso la storia di quella giornata, ma anche sulle posture dei corpi, sulle loro dimensioni e poi sui vestiti per carpire il lavoro di chi li indossa. Ma l'umanità che più colpisce lo sguardo è quella dei poveri, dei mendicanti, dei disastrati con le facce che ti disturbano perché sono indicatori di sofferenze e tristezze indicibili che nella città di sopra non ti colpiscono perché si ha la possibilità di passare via, di non vedere, di mostrarti insensibile. Sotto, in metropolitana, non si può fare finta di non vedere, di non ascoltare, di non sentire, anche se sono spesso grida senza voce e suoni senza musiche. L'umanità del sottosuolo sembra vivere come in un sogno collettivo o sul palcoscenico di un teatro dell'assurdo, come se la realtà fosse da un'altra parte, forse in superficie. L'atmosfera in metro è sempre di assenza come se si fosse schiacciati da problemi che emergono dai tanti corpi degli uomini e delle donne che sono in attesa della loro fermata. Allora lo sguardo non regge più e ha bisogno di andare in superficie e di perdersi nella città di sopra, anche se la sa popolata da individui a due dimensioni. Mi ha colpito, in un libro di racconti metropolitani, il riferimento ai cimiteri come a dei luoghi misti di sopra e sotto dove le storie e le persone sono sotto e i ricordi di loro sopra. E' importante che i ricordi restino e continuino a dare vita alle persone, così i segni sopra le tombe (giardini, monumenti, lapidi, iscrizioni e così via) sono la testimonianza di quelle vite vissute. Si può partire da qui per raccontare Milano e le strategie per mettere insieme le due città, di sopra e di sotto, come si racconta in Città invisibili: "metterò insieme, pezzo a pezzo, la città perfetta, fatta di frammenti mescolati col resto, d'istanti separati da intervalli, di segnali che uno manda e non sa chi li raccoglie".

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