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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

I vuoti e i buchi della cittą: per una antropologia delle forme di rifugio

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Stefano Allovio

Era il maggio del 2007 quando furono soccorsi e condotti in salvo ventisette naufraghi che per tre giorni rimasero in bilico sulle passerelle di una gabbia per la pesca dei tonni nelle acque del Mediterraneo, rischiando la morte. Quante volte nei nostri mari, nelle acque altrui o in quelle di nessuno, si sono sfiorate o consumate tragedie simili nel tentativo di raggiungere l'Europa? Tuttavia, la gabbia per tonni come ultima frontiera dell'idea di rifugio è qualcosa che va oltre, qualcosa su cui occorre riflettere perché impensabile, o meglio, difficilmente immaginabile.
Che cosa è una gabbia per tonni ad uso umano? Non è solo un luogo, uno spazio di rifugio a cui letteralmente aggrapparsi, è la degenerazione dell'idea di rifugio, il grado zero dell'elaborazione del concetto di rifugio. I ventisette naufraghi, avvistati e ignorati, non scelsero la gabbia di tonni come rifugio, essi non avevano altre possibilità; ed è sul senso delle possibilità che si gioca la civiltà.


1. Sacralità dei luoghi e diritti individuali

Viaggiando nel tempo e nello spazio si incontrano istituzioni corrispondenti a luoghi fisici deputati ad accogliere coloro che fuggono in modo da garantire loro asilo: i boschetti sacri fra i Kachin della Birmania, le tombe dei re nel Burundi precoloniale, la tenda del detentore del cappello benedetto fra gli indiani Cheyenne, i templi greci, le chiese cristiane, i tamburi dei Lozi nello Zambia, la dimora del capo dalla pelle di leopardo fra i Nuer del Sudan. Molti di questi luoghi sono gestiti con saggezza e rimandano a una notevole raffinatezza e complessità culturale; al confronto, la gabbia per tonni sperduta nel Mediterraneo, intesa come luogo di rifugio, rappresenta un imbarazzante impoverimento culturale.
A ben vedere, la cultura occidentale è povera di luoghi deputati a svolgere funzione di asilo per il fatto di aver sostituito la sacralità dei luoghi con i diritti individuali, ovvero con una sorta di sacralità della persona. Il trasferimento dei diritti dai luoghi ai soggetti è un notevole passo avanti che nessuno può negare. Tutto vero, ma i diritti dei soggetti vanno tutelati. Non sempre ciò accade; basti pensare per esempio alla trasformazione di una moltitudine di richiedenti asilo in clandestini e l'applicazione della criticata politica dei respingimenti, entrambe bizzarre procedure di garanzia dei diritti individuali.
L'uso umano (o disumano?) delle gabbie per tonni è inoltre il segno più evidente della pervasività globale dello Stato-nazione e della poca propensione a tollerare eccezioni agli impianti normativi statali: quando ciò accade non è di solito ad uso di esseri umani bisognosi di rifugio. Infatti ogni angolo di mondo del pianeta è incluso all'interno di confini nazionali ad esclusione dell'Antartide (riservata alla libertà della ricerca scientifica a scopi pacifici e sottoposta alla sospensione delle pretese di sovranità) e di altri "stati di eccezione" che tuttavia non riguardano gli esseri umani, ma bensì le merci (le zone franche) e la finanza (i paradisi fiscali). Sembra proprio che per gli esseri umani non si facciano eccezioni all'ordine degli Stati e di conseguenza non stupisce che eventuali "terre di nessuno" giuridicamente preposte al rifugio non possono essere normativamente tollerate. Non resta quindi che appellarsi ai diritti dei singoli individui sanciti a livello nazionale e internazionale - ma così spesso disattesi - oppure aggrapparsi a quei simulacri del rifugio così ben esemplificati dalle gabbie per i tonni.
Se la pervasività dello Stato è una delle eredità degli ultimi due secoli (Ottocento e Novecento) non è azzardato prevedere che la pervasività della città sarà l'eredità che lasceremo al mondo nei prossimi due secoli. Ne sono avamposti profetici le conurbazioni e ancor più le megalopoli. Queste ultime, al di là di un immaginario fantascientifico che ama pensarle come amalgame uniformi che tutto divorano, non sono esenti da crepe, sospensioni e vuoti. Progettare e governare questi vuoti come spazi di rifugio ed elementi di diversità all'interno di una urbanizzazione diffusa e pervasiva potrebbe rappresentare una sfida di notevole importanza. Sarà in questi vuoti che in parte si risolverà il rapporto con le altre forme viventi (animali e vegetali) secondo una filosofia che dovrà attutire l'antropocentrismo; in modo analogo sarà in questi vuoti, non necessariamente rurali, che si stabilirà una dose notevole del senso delle possibilità nei confronti della diversità culturale e di una rinnovata socialità.
Architetti e urbanisti lavorano da tempo sulla rifunzionalizzazione dei terreni soggetti a cambio di destinazione d'uso spesso denominati vuoti urbani. Un'importante riflessione sui vuoti urbani è avvenuta intorno al tema delle aree industriali dismesse, le derelict lands e vacant lands. In tali contesti il vuoto è tuttavia connesso alla "sottoutilizzazione" e le buone pratiche sono orientate al superamento della condizione di vuoto e alla sua rifunzionalizzazione, mantenendo non di rado l'idea di spazio aperto, ma non di vuoto. Un analogo discorso coinvolge il dibattito su quelle aree urbane che rappresentano zone franche svincolate dalla legalità e spesso sconnesse dal resto della città. Anche in questo caso la condizione di vuoto è percepita come ostacolo all'integrazione e le azioni politiche sono escogitate al fine del superamento di tale vuoto.
A fianco di queste importanti riflessioni si ritiene possa essere quindi utile ragionare sulla connessione fra specifici vuoti urbani e i concetti di asilo, zona franca, rifugio; immaginando questi vuoti "densi" di umanità nel senso morale, istituzionale e fisico del termine.
Pensare cosa potrebbero essere questi "vuoti" all'interno della pervasiva urbanizzazione al di là delle zone franche per le merci e per la finanza e al di là di quelle altre zone franche, per nulla desiderabili, dovute alla sospensione dell'ordine costituito (aree dove la legge non entra) potrebbe essere necessario e salutare. Non è d'altronde auspicabile che l'Occidente si arresti alla progettazione di "vuoti ad uso di asilo degli umani" soltanto in un'accezione negativa di cui fulgidi esempi del passato sono i manicomi e tragici esempi del presente sono i Cie, i centri di detenzione amministrativa per l'identificazione e l'espulsione degli immigrati.
E' allora in quest'ottica che potremmo tornare a riflettere sugli altri, su quelle forme di alterità spesso connotate come inutili e ornamentali esotismi spendibili nel solo mercato delle stranezze e relegate in insignificanti angoli di mondo. Proviamo a farci provocare e sollecitare dalla presenza di altre visioni del mondo; proviamo per esempio a prendere sul serio l'istituzione della tenda del detentore del cappello benedetto dei Cheyenne convinti di quanto sia prezioso il repertorio delle visioni del mondo delle altre culture e le forme di vita differenti.
Gli antropologi hanno rilevato notevole accortezza giuridica tra i Cheyenne delle Grandi Pianure. Ciò che colpì fu la loro caparbietà nel voler riabilitare il reo e in particolare colui che si fosse macchiato di omicidio. In questa circostanza l'assassino è esiliato dal gruppo perché si suppone stia "marcendo dentro" e il cattivo odore che emana risulterebbe insopportabile per gli altri Cheyenne. Il reo può trascorrere l'esilio presso gli ospitali Arapaho e Sioux finché, a tempo debito, verrà reintegrato nel gruppo perché, per i Cheyenne, la pena non può essere pensata senza un termine e deve necessariamente avere come fine il rafforzamento dei vincoli sociali fra tutti i membri del gruppo.
Sempre nell'ambito del diritto è bene soffermarsi sull'esistenza, presso i Cheyenne, del diritto d'asilo che veniva concesso a chiunque avesse raggiunto la tenda del detentore del cappello benedetto, un copricapo particolare confezionato con pelliccia di bisonte e conservato in un fagotto nella tenda del custode, oppure portato sulla schiena dalla moglie del detentore durante gli spostamenti. Questo cappello è un potente artefatto posseduto originariamente dalla tribù dei Sutai, un tempo stranieri e successivamente incorporati fra i Cheyenne (non è un caso che spesso le zone franche istituite presso società di interesse etnografico siano gestite da stranieri o da coloro che per ultimi sono stati integrati, ovvero coloro che erano stranieri fino a poco tempo prima).
L'antropologo Edward Hoebel (The law of primitive man, Cambridge, Mass. 1967) narra un episodio significativo: durante uno dei frequenti spostamenti dei Cheyenne, la moglie del detentore del cappello benedetto, ovvero colei che è deputata al trasporto del potente emblema da un accampamento a un altro, gettò le braccia al collo di una ragazza che ingiustamente stava per essere abbandonata nella prateria e in tal modo la salvò sotto una sorta di tenda simbolica; un rifugio che ha la forma dell'abbraccio e un abbraccio che si fa istituzione giuridica. E' pur vero che presso i Cheyenne il diritto d'asilo è subordinato all'esistenza di un luogo specifico (la tenda del detentore del cappello benedetto), ma è altrettanto vero che questo spazio di sospensione, questo vuoto in cui rifugiarsi non può mai venire meno, neppure durante i trasferimenti, ovvero, quando la tenda preposta all'asilo è in marcia, ripiegata, verso un nuovo territorio, lasciando al corpo della moglie del detentore del cappello benedetto il ruolo di offrire asilo.


2. Dilatare il concetto di rifugio

Nella prima parte di questo scritto si è cercato di mostrare che l'idea del rifugio inteso come "sacralità" dei luoghi non merita di essere completamente obliato sull'altare di un progresso giuridico che decreta comprensibilmente la superiorità evolutiva dell'idea di rifugio come diritto individuale. Qualcosa, almeno in chiave comparativa, andrebbe irrimediabilmente perduto. Si assisterebbe a un restringimento del repertorio e a una contrazione dei significati concettuali. In quest'ottica, l'episodio narrato da Heobel contribuisce ulteriormente alla lotta contro il restringimento dei significati concettuali dell'idea di rifugio, in quanto non solo il concetto di asilo si riconnette alla territorialità, ma è l'idea di territorio adibito a rifugio a subire un dilatamento che include il corpo della moglie del detentore del cappello benedetto che diventa luogo di rifugio.
Uno dei compiti irrinunciabili dell'antropologia culturale è questa capacità di destabilizzare il campo di analisi attraverso progressive dilatazioni dei concetti sollecitati dai viaggi etnografici nei più sperduti angoli di mondo. Come sottolinea Francesco Remotti (Antenati e antagonisti, Bologna 1986), una delle prerogative dell'antropologia culturale consiste nella dilatazione etnografica degli universi concettuali. Tale dilatazione ha la forza di scombinare la struttura interna di aree concettuali precostituite.
Negli ultimi anni, l'antropologo Michel Agier ha contribuito per esempio a dilatare il concetto di città includendovi quegli "spazi di eccezione" come i campi di raccolta dei dislocati (campi profughi) i quali, nonostante la loro provvisorietà statutaria, permangono a lungo negli anni raggiungendo un certo grado di perennità alla pari degli agglomerati urbani. Sempre in relazione al connubio rifugio-città e con la consapevolezza che i campi di raccolta rappresentano più che altro una "categoria mondiale di senza posto e senza diritti" varrebbe la pena domandarsi quale sia il destino dell'idea di rifugio e asilo all'interno di un mondo che diventa megalopoli. In realtà la questione che si vuole porre in queste pagine è molto più ampia e trascende o semplicemente dilata l'idea di rifugio così come finora si è rappresentata. Fino a questo momento si è parlato di rifugio/asilo perché risulta "buono per ripensare" provocatoriamente e in modo positivo i vuoti territoriali. La sfida tuttavia è di andare oltre e scoprire dove si annidino concettualmente e fisicamente quella moltitudine di vuoti, crepe e buchi che fanno diventare più vivibili i nostri universi urbani e più solida la convivenza e la simbiosi fra gruppi sociali differenti.
Intendendo i vuoti urbani in una accezione che si differenzia da quella degli architetti e si connette maggiormente ai concetti di asilo, zona franca e rifugio, sarebbe interessante verificare l'esistenza di vuoti urbani preposti affinché il vuoto rappresenti una opportunità di rifugio. Benché possa apparire sotto un certo punto di vista paradossale, i luoghi dove si svolgono i mercati rimandano a quell'idea di vuoto capace di favorire l'integrazione e la simbiosi fra gruppi differenti. Il paradosso nasce dal fatto che i mercati, a ben vedere, presentano una densità di merci e persone molto alta, nulla di più distante dall'idea di vuoto. Nonostante ciò il mercato in molte società si installa ciclicamente in uno spazio "vuoto" e conserva quella funzione di arena pubblica e neutrale, senza barriere, aperto a tutti compresi gli stranieri. Come ricorda l'antropologo Marco Aime, nel volume dedicato ai mercati in Africa occidentale e significativamente intitolato La casa di nessuno (Torino 2002) il mercato è terra di nessuno e non di rado ha la funzione di area neutrale dove è possibile risolvere conflitti e dispute fra singoli e gruppi esattamente come succede in quelle strane e bizzarre forme di asili politici citati in precedenza.
Un ulteriore dilatazione del concetto di rifugio in ambiente urbano emerge dalla periferie delle grandi città del Sud del mondo soggette a massiccia lottizzazione. In queste metropoli si registra una grande esigenza di "vuoti" intesi non solo nel senso di luoghi aperti per organizzare la vita e la partecipazione collettiva (spiazzi e piazze), ma anche nel senso di luoghi relativamente chiusi, aree di sospensione dello sguardo pubblico per appartarsi e recuperare una necessaria intimità soprattutto nei confronti delle proprie deiezioni.
L'urbanistica popolare autogestita ha grande considerazione per i progetti inerenti questi "vuoti" e questi "buchi" urbani che in senso lato sono rifugi. Un esempio importante è l'azione della Slum/Shackdwellers International, una rete globale di comunità di base di attivisti nata negli anni '80 del Novecento a Mumbai e impegnata nella lotta per il diritto della casa quale primo passo per il riconoscimento come cittadini dei più poveri abitanti delle periferie urbane. L'antropologo Arjun Appadurai (Le aspirazioni nutrono la democrazia, Milano 2011) si è recentemente interessato a tale rete globale evidenziandone il grande impegno nei confronti di ciò che denomina la "politica degli escrementi" quale forma immediata di lotta per il diritto alla città e alla cittadinanza. L'accesso a latrine pubbliche dignitose in contesti dove manca un buon sistema fognario e l'acqua corrente diventa una necessità urgente, un primo e fondamentale passo per conquistare la dignità come esseri umani e ottenere riconoscimento come cittadini. Non si sta forse parlando in un senso neppure troppo metaforico di buchi? Gestire in modo dignitoso la defecazione non è forse un desiderio di rifugio per la propria intimità e privacy?
Non tutti potrebbero convincersi che sia utile rovistare nelle politiche di gestione della defecazione a Mumbai, nelle regole di neutralità dei mercati dell'Africa occidentale oppure nelle prassi di asilo fra gli accampamenti cheyenne per ricercare buone pratiche di cittadinanza e convivenza urbana. Nonostante ciò si ritiene davvero rischioso formulare teorie in cerca di pratiche ad uso della città prendendo congedo da un repertorio delle forme di vita urbane e non urbane che si nutre di esperienze variegate, distanti e che, per quanto bizzarre, apparentemente marginali o addirittura non immediatamente esportabili, arricchiscono un dibattito troppo spesso racchiuso in un orizzonte asfittico e limitato i cui confini sono presuntuosamente tracciati lungo le linee dell'Occidente o della supposta modernità globalizzata.
Non è plausibile pensare che le nostre città, benché internazionali e meticce, siano il solo palcoscenico per vedere il mondo e per trovare soluzioni globali a problemi globali. Qualcosa andrebbe irrimediabilmente perduto. A fronte delle sospensioni alle quali si è accennato in questo breve scritto (vuoti culturalmente programmati e buchi fortemente desiderati), si imporrebbe una sospensione dello sguardo che non andrebbe oltre a un certo orizzonte. In tal modo si perderebbe il gusto di ficcarsi come ricercatori e riformatori nei più sperduti angoli di mondo a rovistare nel repertorio variegato delle forme di vita in cui troviamo ex-città coloniali ridisegnate, campi profughi trasformati in città stabili, metropoli cinesi sorte dal nulla negli ultimi decenni e, perché no, accampamenti cheyenne.

 

 

 

 

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