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Aporie dell'empowerment

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Benedetto Saraceno


Benedetto Saraceno

"Parlare di empowerment dunque significa parlare di un duplice e permanente processo di liberazione dalla propria servitú da parte degli individui e dalla autoriproduzione dei riti inefficaci della democrazia da parte delle istituzioni e dei cittadini."
Con queste parole terminava l'ultimo editoriale di Souq ma, successivamente, sulla questione dell' "empowerment" abbiamo ulteriormente riflettuto insieme agli amici del comitato direttivo in una bella serata alla Casa della Cultura nel maggio scorso.
E a discutere e riflettere, come sempre, le questioni appaiono più sfumate e più complicate di quando si comincia il percorso.
Infatti se si guarda all'empowerment come a una unità discreta che racchiude un processo di liberazione da una qualsivoglia servitù non ci si può che augurare che i processi di empowerment si moltiplichino.
Tuttavia, la questione diviene più intricata se immaginiamo una società attraversata di continuo e a tutti i livelli da miriadi di processi di empowerment dispersi, ciascuno con finalità diverse, dominati dal pragmatissmo e dunque da un forte grado di ateoreticità: dobbiamo allora interrogarci sul rapporto fra empowerment diffuso e rappresentanza politica. La rappresentanza, per definizione, è una funzione in cui alcuni rappresentano molti e tale funzione viene messa in crisi allorchè i molti si sentono traditi nella fiducia che hanno riposto negli alcuni. Si verificano allora quei fenomeni di sclerosi della democrazia che si autoriproduce attraverso riti formali non più sostanziati da un mandato forte e consapevole dei cittadini: la recente elezione del presidente della repubblica ne è stato un esempio. Il grande e alto rito delle camere riunite non rappresentava infatti il popolo ma piuttosto dei manipoli di rappresentanti del popolo incapaci di rappresentarlo.
Ecco allora che i molti aspirano, e a volte con rabbia se non addirittura con violenza, a liberarsi dalla autoriproduzione dei riti inefficaci della democrazia.
Tuttavia se liberarsi dalla autoriproduzione dei riti inefficaci della democrazia è cosa buona, giusta e salutare, non così è liberarsi tout court dalla democrazia!
In altre parole è necessario e urgente chiedersi dove finisce la democratica produzione di micro appropriazioni di potere da parte dei molti singoli e dove invece semplicemente si produce quella che lo psicoanalista François Ansermet definisce "epidemia degli ego"?

Ecco qui dunque la prima aporia dell'empowerment: democrazia diffusa o narcisismo sociale?
Abbiamo imparato dai processi di deistituzionalizzazione che la massa amorfa di "lungodegenti" reclusi in manicomio diventava un insieme vitale di soggetti attraverso un processo di ristoricizzazione dei ciascuni: questo abbiamo imparato da Franco Basaglia e se questo era vero per la ristoricizzazione del lungodegente spento, ammutolito e silenziato questo può e deve esssere vero anche per ogni gruppo umano silenziato e ammutolito e costretto in una qualunque istituzione sia essa addensata o diffusa: anche quella dei quartieri anonimi di qualunque città ove la vita democratica sia stata spenta. La democrazia diffusa è infatti la ristoricizzazione dei cittadini istituzionalizzati nelle città private progressivamente di vita e di diritti. I cittadini si risvegliano a una "primavera" araba o soltanto europea e cercano di praticare la democrazia ossia di mettere in moto processi diffusi di empowerment. Dunque, cosa succede allorchè i molti, a torto o a ragione, non credono più in alcun tipo di rappresentanza dei loro diritti e dei loro bisogni? Cosa succede quando i cittadini scoprono che il re è nudo ossia che le istituzioni democratiche non sono democratiche e che i loro rappresentanti non li rappresentano ?
Assai raramente e in condizioni storiche molto speciali si verifica una "rivoluzione" con tutto quanto le rivoluzioni portano di vero cambiamento e di vera liberazione e anche con tutte le consuete e ben note distorsioni più o meno feroci "in progress" (Cuba docet).
Ma, molto più spesso, si moltiplicano invece le ribellioni, i tumulti e le sommosse che nulla cambiano ma molti ingannano.
Ad esempio oggi in Italia tutti i cittadini sanno che la legge elettorale vigente è l'espressione più compiuta di una coercizione illiberale, è la negazione dell'empowerment più basilare ossia quello di votare per i rappresentanti che si sono scelti.
Ebbene, si moltiplicano le ribelllioni (non ancora le sommosse) e con esse si afferma anche e pericolosamente il narcisismo sociale ossia la epidemia degli ego ossia la illusione che i cattivi rappresentanti vadano sostituiti con la abolizione della rappresentanza. Dunque la soluzione pericolosa della prima aporia dell'empowerment è quella della illusione che l'empowerment dei singoli, disillusi dalla cattiva rappresentanza, consista non nella costruzione di processi di democrazia diffusa ma in una libertà diffusa di invettiva e in una proliferazione di presenze dei singoli sui mezzi di comunicazione e sulle reti sociali virtuali (facebook, twitter): l'illusione di esserci senza esserci, l'inganno di pensare che la rappresentanza distorta si rimpiazza con l'abolizione della rappresentanza, la mistificazione del potere diffuso come sostituto della politica.

E qui dunque è la seconda aporia dell'empowerment: in che misura la salutare crisi della rappresentanza tradizionale e inefficace produce azione politica più democratica ossia più rappresentativa dei bisogni e delle volontà dei cittadini oppure invece determina semplicemente e brutalmente la morte della politica?
Si potrebbe dire che la crisi della rappresentanza altro non sia che la crisi della ragionevolezza e della accettabilità dello scarto fra il volere dei ciascuni e la rappresentanza del loro volere: così come una carta geografica non rappresenta la realtà come essa è ma la rappresenta con un ragionevole scarto fra realtà e rsppresentazione, analogamente 800 parlamentari dovrebbero rappresentare con un ragionevole e accettabile scarto la realtà del volere di milioni di cittadini. Ma se la carta geografica della Toscana non avesse neppure più la forma della Toscana e al posto di Firenze indicasse Londra non vi sarebbe più nè ragionevolezza nè accettabilità dello scarto; così la rappresentanza politica è entrata in crisi a misura in cui essa ha perduto il suo ragionevole scarto. I cittadini traditi dovrebbero allora mutare azione politica e mutare rappresentanza ma non sostituire l'azione politica con l'invettiva e illudersi di rappresentarsi essi stessi con qualche messaggio su facebook o con qualche pernacchio di Eduardiana memoria.
La politica infatti non è invettiva, non è un twit, non è un pernacchio ma è una visione del bene pubblico condivisa da una parte dei cittadini che, attraverso le forme della rappresentanza e le sue istituzioni, cerca di prevalere sulla visione di una o di altre parti di cittadini.
Ecco la terza aporia dell'empowerment: può darsi empowerment senza una visione collettiva del bene pubblico?
Certamente può e deve darsi empowerment nei microprocessi di riconquista individuale di poteri legittimi da acquisire così come il lungodegente riconquista i propri individuali diritti e poteri di cittadinanza.
Ma quando si tratta del bene pubblico è sufficiente la proliferazione dei micro empowerment o è invece necessaria anche una visione collettiva e condivisa?
Infatti il bene pubblico è una dimensione valoriale, istituzionale e morale: non è un insieme di soluzioni pragmatiche dei problemi di pubblica amministrazione locale. A ben guardare la pervasività e frequenza dei quesiti referendari che caratterizzano la democrazia svizzera non è necessariamente la prova di una forte democrazia reale ma piuttosto quella di una micro democrazia locale. La visione del bene pubblico richiede molto di più che un pragmatismo amministrativo ateoretico.

Il pensiero politico di alcuni e le lotte di molti hanno dato vita alla democrazia che per potere esistere ha bisogno della politica: la politica è costituita e definita da un insieme di possibili weltanschaung del bene pubblico e della società. La politica non rappresenta gli individui ma sono gli individui che scelgono le weltanschaung o meglio gruppi di individui aderiscono a diverse visioni del bene pubblico: gli individui accettano di entrare in una logica metaindividuale.
Allorchè tale dinamica fra individui e visioni metaindividuali si arresta, noi restiamo orfani di una visione del bene pubblico e rischiamo o di illuderci ed essere illusi dentro il pragmatismo ateoretico, la pseudopartecipazione, l'invettiva populista e quant'altro la morte della poilitica porti con sè.
Abbiamo invece disperatamente bisogno di visioni alte e articolate del bene pubblico, abbiamo bisogno di avere maggiore potere non per rappresentarci ma per potere individuare e promuovere la nostra rappresentanza, abbiamo bisogno di istituzioni che ci rappresentino e in cui possiamo ragionevolmente credere e sperare: siano esse il parlamento, la corte suprema di giustizia, le nazioni unite, comunque dobbiamo accettare che i processi di empowerment non si sostituiscano alla e alle rappresentanze ma, al contrario, le nobilitino e le fortifichino. Dunque, i cittadini chiedono ai rappresentanti del popolo di essere degni e forti e non vi è dubbio che la crisi della politica ha a che vedere con la debolezza e indegnità dei rappresentanti e dunque con la conseguente ostilità dei cittadini che fuggono la politica o la reinventano come se fosse un video gioco o la mortificano con l'invettiva e la pseudorappresentanza populista.
La politica ha bisogno di visione alta e condivisa del bene pubblico e soprattutto ha bisogno di rappresentanti che, nell'assumere il potere non soltanto garantiscano che lo scarto fra rappresentati e rappresentante sarà ragionevole ma che soprattutto siano capaci di controbilanciare il potere che è stato loro conferito attraverso l'esercizio di un "eccesso" di virtù personale. Chissà se questa parola desueta non vada rivisitata senza la paura di riferirsi anche al pensiero di Robespierre? Già sento mormorare e anche tuonare intorno alla sola evocazione di questo nome: Robespierre, il padre del Terrore?
Che questa sinistra associazione fra Terrore e Robespierre non ci impedisca tuttavia di rileggere le sue pagine sulla separazione dei poteri esecutivo e legislativo, sui diritti dei più demuniti e, infine, sulla virtù. Facciamolo questo esercizio di rilettura con libertà e pacatezza sapendo che conosciamo bene le perversioni della virtù e dello stato morale.
Dobbiamo però vanificare, e con forza, l'argomento oggi diffuso che legittima i liberi costumi del rappresentante del popolo: legittimazione basata sulla separazione fra vita privata e funzione pubblica. Argomento fallace e separazione fallace.
Il potere del rappresentante del popolo (potere conferitogli dal popolo stesso) viene temperato dall'esercizio consapevole della sua virtù. Non c'è proprio da sorridere quando si racconta di Luigi Einaudi che teneva separato il conto dei francobolli che usava per spedire lettere personali da quello dei costi della sua corrispondenza pubblica. Non c'è proprio da sorridere per quell'eccesso di virtù. Giuliano Ferrara , il modesto giornalista dalla prosa volgare, ci dice che il capo del governo fa quello che vuole a casa propria e che solo una società moralista e ipocrita si permette di sindacare sulle sue serate postribolari. Non è cosí.
La virtù in eccesso, la virtù sempre e ovunque, consente l'esercizio del potere al rappresentante del popolo.

Ecco perchè, equipaggio intrepido, navighiamo a vista in un mare tempestoso fra la Scilla del ritorno delle ideologie che, si sa, divorano le weltanschaung condivise per farne corazze e armi e la Cariddi della illusione di un individualismo pragmatico ateoretico e sovente amorale.
Scrive Fernando Pessoa: "Navegadores antigos tinham uma frase gloriosa: -Navegar é preciso; viver não é preciso-" ("Gli antichi navigatori avevano una frase gloriosa: -Navigare è necessario, vivere non è necessario-").
Dobbiamo, e soprattutto ora, anteporre ad ogni cosa la necessità vitale di navigare uniti verso una possibile ipotesi di weltanschaung che non si facciano divorare dalle ideologie, che prevalgano sia sulle ideologie sia sul pragmatismo ateoretico.
Abbiamo bisogno di visioni del bene pubblico sufficienteente forti, belle, vere, piene di speranza e condivisibilità ma non tanto forti da divenire ideologie.
Esiste una visione del bene comune che non divenga ideologia del bene comune?

 

 

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