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Infanzia traumatizzata:crescere all'ombra di un conflitto

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Itzhak Levav


R. Pat-Horenczyk1,2, D. Brom1,2, N. Lerner 1
1 Israel Center for the Treatment of Psychotrauma, Herzog Hospital, Gerusalemme, Israele
2 School of Social Work and Social Welfare, Hebrew University of Jerusalem, Gerusalemme, Israele
I. Levav3
3 Department of Community Mental Health, Haifa University


I traumi provocati dai conflitti armati hanno effetti di lunga durata sull'individuo, sulle famiglie e più in generale sulla comunità e la cultura collettiva. Il conflitto fra Israele e Palestina ha avuto inizio quasi un secolo fa: lo si definisce quindi un conflitto protratto vista la sua persistenza su un periodo così lungo nonostante tutta una serie di tentativi fatti negli anni per far cessare le ostilità, in genere conclusisi con accordi inaccettabili (Putnam & Wondolleck, 2003). "La violenza... solitamente implica una vasta gamma di atti di aggressione - distruzione di proprietà, mobilitazione di rifugiati, imprigionamenti, espulsioni, morti e feriti - considerati componenti ‘normali' degli scontri fra rivali... e quando la situazione si fa più cruenta e crudele, ciò provoca reazioni anch'esse crudeli. Essere esposti a simili circostanze violente ha effetti dannosi sugli esseri umani" (Lavi & Bar Tal, in corso di stampa).
Il presente articolo fornisce un rapido sguardo sugli studi che si sono occupati dell'impatto emotivo del conflitto su bambini e adolescenti. Esso si basa fondamentalmente sul lavoro svolto all'Israel Center for the Treatment of Psychotrauma (Centro israeliano per il trattamento degli psicotraumi), in parte in collaborazione con i colleghi palestinesi. In questa non esaustiva disamina considereremo brevemente le dimensioni contestuali del conflitto all'ombra del quale bambini e ragazzi sono cresciuti, e allo stesso tempo cercheremo di rispondere alle seguenti domande: a) Quali sono le conseguenze a lungo termine di una vita trascorsa nella costante minaccia di violenza politica e qual è il prezzo psicologico che si paga vivendo per un tempo prolungato in uno stato di vigilanza, in "modalità di sopravvivenza"?; b) Qual è la prevalenza di stress post-traumatico in bambini e adolescenti di entrambi i versanti, colpiti in modo diretto o indiretto dal conflitto israelo-palestinese?; c) L'impatto psicologico è diverso a seconda dello stadio di sviluppo del bambino colpito?; d) Qual è il ruolo del parenting nell'attenuare la reazione al disastro?; e) Cosa sappiamo degli interventi a livello di scuola secondaria superiore effettuati su ragazzi che vivono in tali circostanze violente? Sulla base dei dati presentati nell'articolo, concluderemo con brevi proposte mirate ad attuare, finché il conflitto proseguirà, interventi di buone pratiche a livello scolastico e comunitario.

Il contesto del conflitto israelo-palestinese
Il conflitto fra Israele e Palestina è all'origine di varie fonti e forme di trauma. Non si può certo affermare che dal 1967, dopo la Guerra dei sei giorni, palestinesi e israeliani si trovino in condizioni simili o comparabili. Entrambe le parti, però, hanno sofferto perdite, feriti, situazioni di emergenza ed eventi gravi che sono causa di ansia. Da una parte c'è una popolazione che vive in un prolungato stato di occupazione, con incursioni militari, perquisizioni e arresti a tappeto di persone sospette e i tanti posti di blocco che rendono estremamente difficoltoso il transito nei territori palestinesi. Dall'altra parte la popolazione di Israele vive da anni in uno stato di guerra con i Paesi confinanti, colpita da bombardamenti suicidi, frequenti attacchi missilistici, senza potersi esimere dal servizio militare, che è obbligatorio.
Come accade nella maggior parte, se non nella totalità, dei conflitti, l'impatto psicologico della violenza sembra essere fortemente influenzato dai significati e dalla natura di cui la si connota, di ispirazione religiosa o solo umana. Nel caso, per esempio, di individui e famiglie il cui approccio al conflitto è completamente impregnato di fede religiosa, gli effetti negativi sono visti come sfide cui opporre resistenza, in quanto vengono concettualizzati come conseguenze inevitabili dell'azione intrapresa per sconfiggere l'avversario infedele. Non solo, talvolta ci si aspetta che le conseguenze avverse siano premiate dalle potenze divine. Al contrario, in chi considera il conflitto un evento che dipende esclusivamente dall'uomo (per esempio individuandone l'origine nella disputa territoriale), la violenza che colpisce l'individuo può minare la fiducia nei leader politici e con il passare del tempo provocare uno stato di affaticamento psico-sociale, talvolta spingendo anche a una diversa concettualizzazione del conflitto e delle azioni che è necessario intraprendere. Ciò si osserva in particolar modo nelle persone che hanno sofferto gravi perdite per via della violenza, e il risultato è che esse tendono a riorganizzare il loro sistema interno di valori rispetto al conflitto, arrivando anche ad assumere un nuovo ruolo, come per esempio diventare avvocati di pace, e una nuova percezione di sé e dell'altro.
In breve possiamo dire che nel momento in cui intende spiegare le differenze di intensità nelle reazioni alla violenza osservabili nel corso degli anni, l'analisi dell'impatto psico-patologico di un conflitto protratto deve tener conto del clima socio-politico-ideologico-religioso. Sono moltissimi gli articoli scientifici, frutto di ricerche individuali e di gruppo, scritti dai professionisti della salute mentale sia palestinesi che israeliani, a dimostrazione che le preoccupazioni relativamente agli effetti psicologici del conflitto non conoscono confini geografici. Come indicano i risultati complessivi delle ricerche, bambini e adolescenti di entrambe le parti subiscono conseguenze psicologiche gravi. Nessuno, infatti, è immune dalla violenza in ogni sua forma, per quanto l'intensità e le caratteristiche della reazione possano variare, come verrà messo in evidenza più avanti in questo testo.

Il trauma cumulativo e la modalità di sopravvivenza
Nonostante sia tuttora aperto il dibattito se esista un impatto cumulativo dello stress o se invece le persone si abituino a tale impatto, le ricerche più recenti avanzano prove che supportano la prima ipotesi (Pat-Horenczyk et al., 2013). Questo risultato, cui ci si riferisce con il termine "carico allostatico", descrive il prezzo psicologico cumulativo che il nostro organismo deve pagare se costretto a vivere in uno stato protratto di stress o in circostanze traumatiche (o anche, più semplicemente, il deterioramento fisico). In situazioni di crisi è naturale attivare la "modalità di sopravvivenza". Tale modalità consiste in comportamenti che aiutano a mantenersi all'erta, a evitare rischi, concentrandosi sugli sforzi necessari per restare al sicuro e rispondere in modo rapido ed efficiente alle minacce, e rimane adattiva solo si deve affrontare un pericolo immediato. Dopo che si sono vissuti eventi estremi, la sfida è riuscire a riadattarsi a condizioni di sicurezza (Brom, 2014) ed evitare uno stato cronico di iper-arousal che alla lunga potrebbe finire per causare esaurimento delle risorse interne ed esterne.
In Pat-Horenczyk et al., 2013 è stata fatta un'ulteriore distinzione fra esposizione una tantum ed esposizione continua alla violenza specifica degli attacchi missilistici. Questo studio israeliano ha confrontato un campione di 85 madri e bambini di età prescolare costretti a esposizione ricorrente, e ancora attiva al momento dello studio, ad attacchi di missili e razzi ("campione continuo") e un campione di 177 madri e bambini con un trauma da esposizione a una guerra recente e limitata nel tempo ("campione del passato"). I risultati mostrano le gravi conseguenze che derivano dal dover affrontare uno stress da trauma prolungato. I bambini in esposizione continua presentavano stress post-traumatico più grave e valori più alti di disturbi comportamentali in confronto a quelli del "campione del passato". Inoltre, al 45% dei bambini con esposizione continua è stato diagnosticato un disturbo post-traumatico da stress (DPTS), contro il 15% dell'altro campione, il che supporta l'ipotesi del carico allostatico secondo cui un cumulo di stress provoca danni più pesanti. Parallelamente, il 46% delle madri del "campione continuo" ha riportato stress post-traumatico a livello clinico, contro il 21% del "campione del passato". Il danno psicologico di un conflitto protratto sui bambini e loro caregivers ha spinto i ricercatori a esaminare molti fattori che potrebbero aggravare o al contrario attenuare le reazioni a eventi traumatici.

Stress post-traumatico in bambini e adolescenti: fattori di rischio e fattori di protezione
Prevalenza di stress post-traumatico
I livelli elevati di DPTS infantile (età scolare) in Palestina e in Israele ha indotto i ricercatori a tentare di determinare quali siano i fattori sia di rischio sia di protezione associati allo stress da trauma nei bambini. Una serie di studi che hanno effettuato screening a scuola per determinare la prevalenza di DPTS nei bambini israeliani ha rilevato livelli dal 5% al 27% (Pat-Horenczyk, Abramovitz et al., 2007; Solomon & Lavi, 2005), significativamente più alti della media dei bambini non esposti al conflitto. Fra i bambini palestinesi una percentuale prevalente fino a un terzo di bambini di un campione a sezione trasversale ha manifestato sintomi parziali di DPTS (Pat-Horenczyk, Qasrawi et al., 2009). Punamaki e colleghi (2011) hanno testato la prevalenza di resilienza in presenza di violenza militare in una comunità palestinese su un campione di 640 bambini e adolescenti, loro genitori e loro insegnanti. Questo studio ha mostrato valori sostanzialmente uguali di bambini resilienti (21%; alto livello di trauma e basso livello di disturbi) e traumatizzati (23%; alto livello di trauma e alto livello di disturbi). È importante rilevare che una caratteristica comune ai bambini e agli adolescenti resilienti erano le buone condizioni di salute mentale dei genitori.
Fattori di rischio
Il fattore di rischio di stress post-traumatico su cui si è fatto il maggior numero di ricerche è l'esposizione a eventi traumatici. I contesti sia israeliano che palestinese presentano una combinazione di esposizioni al trauma che, a seconda del versante preso in considerazione, include operazioni militari armate e attacchi terroristici e missilistici. Tutti eventi, questi, potenzialmente in grado di alterare routine quotidiane quali andare a scuola o giocare all'aperto. Inoltre, bambini e caregivers entrano in un costante stato di allerta e consapevolezza, che include l'abitudine di cercare luoghi in cui mettersi al sicuro in caso di minaccia. Ciò, combinato poi con l'essersi trovati in situazioni, che vanno oltre l'esposizione diretta, in cui ci si è salvati "per un pelo" - come per esempio l'essere stati sul luogo di un attacco armato pochi attimi prima che avvenisse, o conoscere qualcuno che è rimasto ferito o addirittura ucciso - può causare sintomi post-traumatici (Pat-Horenczyk, Abramovitz et al., 2007). E ancora: uno studio ha evidenziato come gli adolescenti che soffrivano di sintomi post-traumatici mostrassero un numero maggiore di quei comportamenti per cui si è portati a correre rischi rispetto agli adolescenti ugualmente esposti a eventi traumatici ma che non avevano sviluppato DPTS (Pat-Horenczyk, Peled et al., 2007).
Una crescente consapevolezza di quanto l'infanzia venga colpita dall'esposizione diretta alla violenza ha stimolato nuove ricerche sui bambini sia molto piccoli sia in età prescolare, sui quali in precedenza non ci si era focalizzati. I bambini corrono un rischio più alto di soffrire di sintomi post-traumatici e disabilità funzionali a causa della combinazione di effetti da esposizione diretta a situazioni traumatiche e di effetti negativi dei traumi sul loro sistema ecologico, ovvero la famiglia, la comunità e in senso più ampio la società in cui vivono (Pat-Horenczyk, Qasrawi et al., 2009). Non solo: i dati mostrano che i bambini sono particolarmente vulnerabili all'esposizione diretta ma anche danneggiati da un'esposizione indiretta alla violenza, come quella cui assistono in televisione. Secondo alcuni studi, infatti, i bambini che in televisione guardano regolarmente contenuti legati al terrorismo per cinque o più minuti corrono un rischio maggiore per quanto riguarda disturbi esternalizzanti, disturbi del sonno, reattività emotiva, aggressività e comportamenti oppositivi provocatori (Wang et al., 2006).
Sono state riscontrate differenze di genere nel profilo dei sintomi post-traumatici: mentre le bambine soffrivano maggiormente di stress soggettivo e riportavano sintomi post-traumatici più gravi, i maschi manifestavano in modo più evidente disabilità funzionali, in ambito sia familiare che sociale, così come una più alta frequenza di idee suicide. Inoltre, nelle bambine, da una più intensa esposizione derivava maggiore stress post-traumatico, mentre tale "effetto da grande quantità" non si riscontrava nei maschi (Pat-Horenczyk, Abramovitz et al., 2007).
Fattori di protezione
Masten (2001) è giunta alla conclusione che la maggior parte dei bambini mostra risposte resilienti che lei ha definito di "ordinaria magia". Il concetto di resilienza ha stimolato uno sconfinato corpus di ricerche su tutta una serie di fattori di protezione che potrebbero attenuare l'impatto del trauma sui bambini.
Includere i fattori di protezione, oltre a quelli di rischio, all'interno delle metodologie di screening dello stress post-traumatico ha allargato la comprensione delle traiettorie di adattamento del post-trauma, migliorando il triage clinico per interventi nelle scuole. Tra i fattori di protezione analizzati ci sono le strategie di coping, l'autoefficacia, il sostegno sociale e la ricerca di aiuto (Pat-Horenczyk, Rabinowitz et al., 2009, 2013; Schiff et al., 2010, 2012).
Alla luce della crescente consapevolezza della centralità dei fattori di protezione nel momento in cui si vogliono valutare i bambini e gli adolescenti colpiti, è stato elaborato un nuovo modello basato proprio su tali fattori in grado di coadiuvare il triage degli scolari che necessitano di assistenza specialistica. Questo modello alternativo di screening utilizza i fattori di protezione, piuttosto che le patologie, per accertare la gravità del disturbo di cui soffre il bambino. Basato sulla verifica di tre caratteristiche positive - autoefficacia, strategie di coping e flessibilità - il modello ha classificato correttamente l'84% degli adolescenti che presentavano stress post-traumatico. Il vantaggio di un approccio basato sui punti di forza sta nel fatto che un simile tipo di screening e triage può diminuire lo stigma e accrescere la cooperazione (Pat-Horenczyk et al., 2013).
Al di là delle variabili utilizzate per lo screening, gli studiosi hanno cominciato a cercare altri fattori di protezione che potrebbero aiutare ad alleviare le reazioni infantili agli eventi traumatici, in particolar modo quelli che influiscono sugli aspetti più generali del comportamento e dell'atteggiamento. Una di queste variabili è l'abilità di mantenere le routine a scuola e a casa nonostante la continua esposizione alla violenza (Pat-Horenczyk, Doppelt & Schiff, 2006). Si è scoperto che tale mantenimento delle routine non solo fungeva da fattore di protezione, ma anche che la sua interruzione era un predittore significativo di livelli alti di stress post-traumatico e disabilità funzionali, anche dopo che si era controllato il livello di esposizione alla violenza, l'età e il genere.

L'impatto sulle famiglie di un conflitto protratto e tuttora in corso
Nessuno è un'isola a sé, ma i bambini dipendono in modo più significativo dalle persone che si prendono cura di loro per ricevere amore, nutrimento e protezione. In particolare dipendono dalla madre, al punto che la diade madre-bambino costituisce un sistema quasi chiuso. Da tempo la teoria ha messo in luce quanto sia cruciale il ruolo di genitori e caregivers come scudo protettivo per i bambini. Si è scoperto che gli stili di coping della madre dopo un trauma sono fondamentali nell'aiutare il bambino ad adattarsi e far fronte al trauma (Pat-Horenczyk et al., 2012). La teoria del DPTS relazionale, misurato dalla co-occorrenza di stress post-traumatico sia nella madre che nel bambino (Scheeringa & Zeanah, 2001), definisce direzione di influenza il fenomeno per cui i sintomi della madre aggravano quelli del bambino. Tale influenza è particolarmente forte nella prima infanzia, quando il bambino ha bisogno di indizi esterni per il proprio apprendimento e autoregolazione (Lieberman, 2011; Pat-Horenczyk et al., 2012, 2013). È stato mostrato che l'indebolimento del parenting che avviene in presenza di stress post-traumatico mette a dura prova la relazione madre-bambino. L'esposizione al trauma altera gravemente le abilità genitoriali della madre (è incapace di calmare, confortare e aiutare nella gestione della paura) e blocca la sua capacità di creare senso di sicurezza per il figlio.
Feldman e Vengrober (2011) hanno studiato un gruppo composto da 148 bambini piccoli che vivevano vicino alla Striscia di Gaza esposti ad attacchi missilistici e 84 che invece non lo erano stati. Hanno riscontrato DPTS nel 38% dei bambini esposti alla violenza, che mostravano anche altri disturbi: sostanziale regressione nello sviluppo, rappresentazione non verbale del trauma durante il gioco, frequenti crisi di pianto, sbalzi d'umore e isolamento sociale. Inoltre, si è verificato che le madri dei bambini con DPTS soffrivano maggiormente di depressione, ansia e sintomi post-traumatici, mentre mostravano un livello più basso di supporto sociale. Dati simili sono stati pubblicati anche da Pat-Horenczyk et al. (2012) in uno studio su madri e figli piccoli che vivevano in una situazione di esposizione continua ad attacchi missilistici. Si è visto che nel 33% dei bambini e nel 28% delle madri erano riconoscibili sintomi di DPTS. E ancora: i risultati della ricerca hanno evidenziato come valori alti di stress materno facevano approssimativamente raddoppiare le probabilità che il bambino sviluppasse disturbi comportamentali a livello clinico. Più del 34% dei bambini con madri che manifestavano DPTS parziale o totale soffriva a livello clinico di disturbi internalizzanti, rispetto al 18% dei bambini le cui madri mostravano stress lieve. Allo stesso modo, nel 19% dei bambini con madri che avevano avuto reazioni post-traumatiche gravi erano riconoscibili livelli clinici di disturbi esternalizzanti, contro l'8% dei figli di madri con livelli bassi di stress. Un altro studio condotto da Kaufman-Shiriqui et al. (2013) su madri e bambini di età prescolare che erano stati esposti agli attacchi di missili lanciati da Gaza, ha mostrato come nel 21% dei bambini fosse diagnosticato un DPTS completamente sviluppato. Lo studio evidenzia inoltre tassi significativamente più alti di reazioni psico-somatiche al trauma, come costipazione, diarrea e mal di testa nei bambini con DPTS piuttosto che nei bambini che non mostravano sostanziali sintomi post-traumatici.
Nuove ricerche forniscono prove che la via specifica di trasmissione di un trauma relazionale risiede nella capacità della madre di regolare e co-regolare le emozioni con i propri figli. Uno studio ha rilevato che il trauma relazionale era più frequente nelle madri e nei bambini piccoli esposti a continui attacchi missilistici rispetto a quanto non accadeva nel campione esposto a un conflitto limitato nel tempo (Pat-Horenczyk et al., 2013). Sia nelle madri che nei bambini sottoposti a minaccia continua il livello di DPTS era maggiore. Inoltre, il 58% delle madri con DPTS da esposizione continua aveva figli anche loro colpiti da DPTS, mentre solo l'1% delle madri con DPTS esposte a una guerra limitata nel tempo aveva bambini con DPTS.
Tali risultati sono stati ottenuti da ricercatori palestinesi che hanno studiato il rapporto fra esperienze di guerra in atto, DPTS e sintomi di ansia in bambini più grandi, e le corrispondenti risposte in ambito di salute mentale dei loro genitori. Lo studio è stato condotto nella Striscia di Gaza fra 100 famiglie con due bambini dai 9 ai 18 anni che vivevano in aree esposte ai bombardamenti. Ha partecipato allo studio, quindi, un totale di 200 genitori (divisi equamente fra madri e padri) e 197 bambini dai 9 ai 18 anni. Le famiglie erano state selezionate a caso da due villaggi, un campo e una città. Sia i bambini che i genitori erano altamente esposti a eventi stressanti, in particolare atti di violenza da parte dell'esercito israeliano ed eventi traumatici visti in televisione. I bambini mostravano reazioni diverse, come insonnia (41%), reazioni da spavento esagerate (39%) e tentativi di cancellare i ricordi (39%). Nel 70% è stato identificato DPTS. Come si è visto negli studi israeliani, le risposte emotive dei genitori erano significativamente associate a DPTS e sintomi d'ansia nei bambini. I ricercatori, quindi, hanno concluso affermando che gli interventi dovevano avere come target le famiglie piuttosto che esclusivamente i ragazzi (Thabet et al., 2008).

Interventi per i bambini all'interno della comunità
L'osservazione dei bisogni clinici dei bambini che soffrono di stress post-traumatico e disabilità funzionali ha portato all'elaborazione di modalità efficaci sia per individuare e assistere i bambini malati sia per mettere a punto interventi mirati a costruire resilienza e prevenire lo stress. La comunità internazionale ha già cominciato a utilizzare screening a livello scolastico per rilevare stress post-traumatico infantile in seguito a disastri naturali o umani (Pfefferbaum & Shaw, 2013). Questi studi hanno scoperto che fino a due terzi dei bambini con sintomi post-traumatici gravi non erano stati riconosciuti come bisognosi di trattamento né dai genitori né dagli insegnanti e quindi non erano stati segnalati per ricevere aiuto (Hoven et al., 2004). Seguendo l'esempio internazionale, durante l'Intifada di al-Aqsa cominciata nel 2000 molti studi israeliani hanno cominciato a utilizzare tipologie di screening da effettuare nelle scuole per determinare l'impatto del terrorismo su sintomi post-traumatici, disabilità funzionali e relativo stress come depressione e disturbi somatici (Pat-Horenczyk, Abramovitz et al., 2007; Solomon & Lavi, 2005).
La capacità di genitori, famiglie e comunità di provvedere a un ambiente che assicuri un percorso di sviluppo ottimale viene compromessa dal trauma di un conflitto armato. Le ricerche su bambini israeliani e palestinesi che vivono sotto la costante minaccia di violenza hanno sollecitato la messa a punto di interventi appropriati. In società nelle quali una larga percentuale di bambini è a rischio di reazioni post-traumatiche è di cruciale importanza far sì che l'assistenza sia accessibile, efficace e sostenibile. Sebbene alcuni casi possano giustificare la necessità di interventi clinici individuali, ciò non è praticabile per una popolazione che ha un bisogno enorme di servizi e/o insufficienti risorse umane qualificate. Facendo partnership con gli insegnanti e i sistemi scolastici è possibile creare una rete più vasta in grado sia di costruire relisienza sia di rispondere al dopo-disastro. Si è scoperto che gli interventi basati sulla scuola sono meno stigmatizzanti, più economici e pratici da implementare e sono efficaci nello screening e nel trattamento dei bambini che soffrono di disturbi post-traumatici (Berger, 2007; Brom, Pat-Horenczyk & Baum, 2011; Pat-Horenczyk et al., 2011). Inoltre, azioni di empowerment degli insegnanti nell'aiuto dei loro studenti costruiscono resilienza e forniscono una piattaforma sostenibile per i servizi post-trauma (Baum et al. 2013).
Dato il prolungarsi della violenza su entrambi i versanti del conflitto, è d'obbligo ideare modelli di intervento globali, che vadano al di là dell'ambito delle scuole, per preparare i bambini agli eventi traumatici e per insegnar loro come reagire. Creare sinergia fra famiglie, istituzioni educative, stato sociale e settore della sanità mentale può ridurre le lacune dei servizi, in genere organizzati da sistemi che tendono a lavorare separatamente. In un ambito di continuità della cura, i sistemi potrebbero includere principi clinici e comunitari, e riconoscere l'importanza di aprire un dialogo e sostenere salutari traiettorie post-trauma, così come di trattare coloro che soffrono di psicopatologie post-traumatiche (Brom et al., in corso di stampa). Un approccio fluido e flessibile che preveda interventi evidence-based dovrebbe servire a educare, responsabilizzare (empower) e rendere partecipi tutti coloro che sono coinvolti nella cura dei bambini esposti a realtà come la guerra, il terrorismo e la violenza politica (Kletter et al., 2013).

Conclusioni e suggerimenti
Ci sono prove evidenti di quanto sia pesante il prezzo pagato da bambini, famiglie e comunità costretti a vivere in un contesto di violenza armata. Questa breve disamina fornisce dati sufficienti della vulnerabilità dei bambini, anche e specialmente in età prescolare. Il trauma prolungato e il fatto di vivere sotto minaccia costante ha effetti debilitanti sulle capacità dei genitori di fornire bonding sicuro, co-regolazione delle risposte alla paura e sviluppo ottimale e in sicurezza dei loro figli. Nonostante la maggior parte delle ricerche sia incentrata sui sintomi post-traumatici, sta crescendo la consapevolezza di come l'impatto del trauma vada al di là di sintomi quali per esempio stress emotivo e possa abbracciare anche cambiamenti di atteggiamento, di giudizio morale e comportamento aggressivo. La maggioranza dei bambini esposti a eventi traumatici mostra una marcata resilienza e non sviluppa psicopatologie. Ciò non significa, tuttavia, che la maggioranza non sia affetta da stress o sofferenza emotiva.
Gli interventi pensati per i bambini, che vivono in famiglie all'interno di comunità le cui radici affondano in una specifica cultura, devono essere onnicomprensivi, sistemici ed ecologici. L'espressione "ci vuole un villaggio per crescere un bambino" riflette la necessità di coordinare i diversi cerchi del modello ecologico in modo da creare un continuum di servizi e sinergia fra coloro che forniscono tali servizi.
Sulla base di queste idee e principi, suggeriamo quanto segue:
a) Precocità di rilevazione e triage. C'è bisogno ¬- e le ricerche lo provano - che una rilevazione precoce dello stress post-traumatico sia praticabile ed efficace, a partire dalla prima infanzia fino all'adolescenza. In linea con le raccomandazioni dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che difende i Programmi per l'identificazione, la cura e il sostegno delle vittime, è imperativo cominciare con screening e interventi rivolti ai bambini il più presto possibile. Il triage per interventi differenziati dovrebbe includere bambini e genitori.
b) Una genitorialità competente è elemento cruciale per la resilienza della comunità. Gli sforzi mirati a prevenire e intervenire dovrebbero incentrarsi sul miglioramento del parenting, in grado di attenuare lo stress nei bambini, e sul rafforzamento delle abilità dei genitori di assicurare, nonostante le circostanze avverse, basi sicure per i propri figli. La raccomandazione dell'OMS è di Sviluppare relazioni sicure, stabili e di crescita fra bambini, genitori e caregivers, il che sembra di fondamentale importanza. C'è inoltre la necessità di mettere a punto e testare l'efficacia di programmi di parenting in zone di guerra. Le ricerche recenti hanno mostrato quanto sia centrale la regolazione delle emozioni per entrambi, genitori e bambini, come fattore di protezione per gestire stress e trauma. L'abilità nella regolazione emotiva, le altre abilità di coping necessarie a fronteggiare situazioni ed eventi negativi dovrebbero venire insegnate e praticate in ambito scolastico e comunitario.
c) Gli sforzi della comunità volti a rafforzare la resilienza richiedono la creazione di un linguaggio comunitario di resilienza. Esso si basa su:
1. Maggiore comunicazione e collaborazione. Per essere efficace, l'intervento post-disastro deve essere basato sulla comunicazione fra i vari fornitori dei diversi servizi responsabili degli interventi, compresi dirigenti, servizi medici, incaricati del primo soccorso, sistema educativo, stato sociale e i media.
2. Programmazione dei tempi. Continuità dei servizi significa anche un approccio integrato a disponibilità immediata, prevenzione e interventi rapidi, rilevazione dei bisogni, rilevazione della popolazione vulnerabile e programmazione a lungo termine per la valutazione delle necessità e degli interventi.
3. Servizi integrati. Gli interventi dovrebbero rispondere alle più diverse esigenze delle popolazioni colpite. Da quelli di minore entità per bambini senza sintomi a programmi comunitari per bambini che presentano sintomatologia moderata fino ad arrivare a programmi di trattamento completo per quelli che hanno difficoltà a far fronte all'esperienza vissuta e potrebbero sviluppare DPTS, depressione o altre forme psicopatologiche.

Questa breve disanima dimostra che il lungo conflitto fra Israele e Palestina è responsabile delle ferite psicologiche (oltre che fisiche) di oggi e delle cicatrici di domani. Nessuno - bambino, giovane o adulto - ne esce incolume. È richiesto ai professionisti della salute mentale e ai membri dei settori sociali di rilievo di intervenire per ridurre i danni inflitti dalla violenza. Più ampia sarà la nostra comprensione del trauma subito dai bambini e del loro modo di gestirlo, meglio saremo in grado di essere utili alla generazione di bambini che deciderà del futuro di questo storico conflitto.

 

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