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Vivere le disuguaglianze urbane attraverso le istituzioni: il child welfare system a New York City.

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Abstract

Questo articolo nasce come rielaborazione della mia ricerca di dottorato svoltasi a New York sulle interazioni fra famiglie e istituzioni nel sistema di presa a carico dei minori che hanno subito forme di abuso o negligenza da parte degli adulti affidatari.
Il child welfare system, ovvero questo complesso di istituzioni, si evidenzia come un'area di azione dei servizi sociali particolarmente controversa, che riflette, amplificate, le principali disuguaglianze che contraddistinguono la società statunitense. La maggior parte delle famiglie che vengono condizionate dalle procedure del child welfare sono quelle delle donne afroamericane e latine single con figli a carico ed economicamente svantaggiate. Il modo in cui i servizi sociali esercitano le loro funzioni è infatti consequenziale al tipo di sorveglianza a cui la popolazione è soggetta. Questa varia sopratutto rispetto alle diverse zone della città, e viene attuata tramite la presenza di istituzioni come scuole, ospedali e uffici dell'assistenza pubblica, a cui gli abitanti delle comunità a basso reddito, che a New York spesso coincidono con quelle di colore, si rivolgono.
Famiglie e mondo dell'associazionismo esprimono un dissenso diffuso verso il child welfare system ed equiparano il ruolo che i servizi di protezione dei minori svolgono nelle comunità della inner-city a quello di polizia e sistema penale, specialmente per il loro abuso dello strumento della rimozione dei bambini dalle famiglie e per l'inefficacia dei servizi di rieducazione alla genitorialità obbligatori per ottenere la riunificazione.

Introduzione
La struttura del child welfare system, e di conseguenza l'insieme dei setting etnografici esplorati, è piuttosto complessa e frammentata. Come appunto contiene la sua definizione, esso è un sistema e per questo è articolato in servizi afferenti anche a diversi domini amministrativi. Questi sono principalmente:
 l'Administration of Children Services (ACS), l'agenzia pubblica principale che coordina il panorama dei servizi e amministra le procedure di segnalazione, investigazione e protezione dei minori.
 Numerosissime agenzie private e non governative che vengono coordinate e finanziate dall'ACS, e forniscono gli svariati servizi di cui i suoi utenti necessitano, da quelli preventivi per le famiglie in difficoltà, a quelli per categorie specifiche di utenti (bambini e genitori con special needs, tossicodipendenze, necessità linguistiche specifiche etc), nonché i numerosi corsi previsti dal programma riabilitante del child welfare per i genitori. Alcune di queste organizzazioni gestiscono l'aspetto più impegnativo dell'intero child welfare system, sia da un punto di vista logistico che da uno finanziario: la selezione e gestione delle famiglie di custodia temporanea in cui i minori rimossi vengono collocati (foster care).
 Il Family Court, ovvero il Tribunale Civile dove i casi di neglect e abuse vengono discussi e dove viene data l'autorizzazione per l'esecuzione dei diversi passi decisionali nel child welfare system.
 Le associazioni di advocacy, di comunità e a difesa e supporto dei diritti delle famiglie che si redistribuiscono localmente nei cinque comuni (borough), le quali possono prendere parte al percorso istituzionale del child welfare in varie forme e in modo più o meno formalizzato. Fra queste sono presenti anche le tre principali fornitrici di rappresentanza legale gratuita per i genitori.
Il nucleo fondamentale dei miei informatori è stato quello costituito da genitori e persone più o meno professionalmente inquadrate nel child welfare che condividevano un impegno sociale e politico per la riforma del sistema dei servizi sociali. Questo gruppo di persone, che per la maggior parte si conoscono, si ritrovavano in occasioni di incontro, riunioni, forum, iniziative sul child welfare a cui ho anch'io preso parte.
Questo mi ha dato la possibilità di seguirli nel corso dell'anno di ricerca, esplorare le loro connessioni, beneficiando dei loro contatti. Inoltre mi ha dato modo di osservare cosa l'impegno e l'attivismo nel child welfare significasse per loro e come questo venisse agito.
Le modalità di azione del child welfare system si connotano per la specificità con cui intervengono nei confronti di particolari gruppi della popolazione: i soggetti presi in carico sono per la maggior parte figli di donne single, afro-americane o latine, provenienti da aree determinate della città e che solitamente usufruiscono di aiuti finanziari pubblici per sostenere la loro famiglia. Tali caratteristiche le collocano all'interno di rappresentazioni culturali stigmatizzanti e razializzanti, in cui il concetto di dipendenza riveste un'importanza cruciale.
A partire dalla riformulazione del discorso sulla povertà negli anni 80, in USA l'azione governativa non mira più a tutelare le garanzie minime per la sussistenza di tutti i cittadini come previsto dal welfare state di stampo keynesiano del New Deal, ma piuttosto al re-inserimento dei cittadini che beneficiano degli aiuti statali nel mercato del lavoro, per renderli auto-sufficienti e svincolarli dall'assuefazione delle tutele pubbliche, obbligandoli a diventare indipendenti (Susser, 1996; Mullings, 1997, Davis, 2006; O'Connor, 2001). La dipendenza assume così definitivamente un'accezione esclusivamente morale (Gordon, Fraser, 1995) e viene identificata nello stereotipo della welfare queens, ovvero le donne single con più figli a carico che vivono nei quartieri poveri di sussidi statali. L'altro assoluto dal cittadino ideale, esse sono dipinte come irresponsabili, dalla sessualità sregolata, non autosufficienti, spesso vittime dei vizi e delle dipendenze prodotte dalla società come la droga e lo stato assistenziale, anch'esso una droga de-responsabilizzante che le sprofonda in una condizione di passività.
Come argomenta Susan Brin Hyatt, il tipo di razzializzazione della povertà che è andato di pari passo con l'affermazione del nuovo modello di welfare non è stato compiuto dichiaratamente ma è scivolato dentro le rappresentazioni di quella che Ida Susser chiama "media-visible periphery" ovvero della inner city , dei ghetti neri metropolitani (Hyatt, 1995; Susser, 1996). Questa è la ragione per cui i ricercatori si concentrano sempre di più su come la differenziazione delle possibilità riproduttive, la segregazione urbana e lavorativa, lo stato di abbandono in cui versano scuole e istituzioni nonché la vitalità dell'attivismo di comunità testimonino un contesto urbano messo in difficoltà da fattori strutturali ma dove è ancora possibile trovare forme di contestazione politicamente organizzata contro l'ordine delle cose e dei discorsi (Maskovsky, 2012).
Sono infatti proprio le pratiche di scrutinio e sorveglianza che gli uffici del welfare esercitano verso i candidati per controllare i loro requisiti a portarne alcuni all'interno dei servizi di protezione dei minori. I social workers incaricati di indagare sulle condizioni di vita delle tante donne che si rivolgono loro sono in stretto contatto con il child welfare system e le agenzie dell'ACS, nonché mandated reporter e dunque vincolati per legge a denunciare qualunque sospetto di abuso o negligenza verso i minori degli adulti che incontrano nei loro uffici. Ad esempio la necessità di sottoporsi ad un test antidroga per entrare a far parte del programma di sostegno economico denominato TANF (Temporary Aid for Needy Families) costituisce automaticamente, qualora il test sia positivo, l'apertura di un caso con i servizi di protezione dei minori. Dunque attraverso il sistema del welfare la struttura di ipervigilanza dell'inner city prende vita e si declina nelle ramificazioni del suo sistema di irregimentazione (Polsky, 1991) e controllo. Gli archetipi di anti-cittadinanza dell'underclass si depositano nelle griglie interpretative degli operatori sociali, orientando il processo decisionale nonché le pre-convinzioni rispetto alla possibilità di una riunificazione o di una adozione. Fra gli anni '80 e '90, quando il concetto di underclass venne pesantemente mediatizzato e quando l'attacco alle misure del welfare si tradusse in una stigmatizzazione della dipendenza, i casi di rimozione di minori raggiunsero il loro picco storico a New York, con 50.000 bambini in custodia temporanea, mentre ora il numero si aggira intorno ai 15.000. C'è stato quindi un calo drastico, riflesso anche a livello nazionale, probabilmente dovuto alla fine della crack-epidemic , all'uso delle reti famigliari come soluzione alternativa alla foster care e allo sviluppo di un movimento per la difesa dei diritti dei genitori. Non c'è stata però una pacificazione dei rapporti fra comunità e istituzioni del child welfare e molte organizzazioni per i diritti civili denunciano l'eccessivo numero di rimozioni che ancor oggi l'ACS pratica, ma tutti riconoscono il cambiamento sostanziale dell'agenzia, che si è dovuta aprire, volente o nolente, a dei nuovi soggetti politici come genitori e rappresentanti della comunità che hanno cercato un percorso di riconoscimento all'interno delle gerarchie e strutture istituzionali del child welfare system.
Tuttavia le profonde disuguaglianze che marcano la società e soprattutto le metropoli americane sono ancora pesantemente rappresentate nel child welfare system.
La popolazione di New York City è composta da un 44% di bianchi, un 27% di latinos, un 25% di neri e 11% di asiatici ma i numeri si ribaltano quando si guarda alla demografia del bacino d'utenti del child welfare. Fra i 15.000 bambini in foster care una percentuale intorno al 47% è infatti costituita da bambini afro-americani e un 29% di bambini ispanici. La popolazione di bambini bianchi è attestata intorno al 3% . Nelle statistiche nazionali invece viene mostrato come i bambini afro-americani hanno il doppio delle possibilità di finire in foster care comparato con quelle delle altre etnie, che riflettono più o meno la percentuale sulla popolazione totale, anche se è utile rimarcare come la popolazione bianca tenda ad essere sempre sotto-rappresentata nel child welfare . New York, così come altre aree urbane come Chicago e Washington, hanno tali picchi di sproporzione razziale grazie ad una serie di fattori che si legano alla geografia sociale delle metropoli del Nord Est, consequenziali alle migrazioni e alla stratificazione della popolazione di colore nei centri urbani nella storia degli Stati Uniti dell'ultimo secolo. Secondo Louis Wacquant lo spostamento della popolazione di colore, sopratutto afro-americana, nelle metropoli industrializzate del Nord-Est nei primi decenni del 1900, ha generato una forma di contenimento e sfruttamento della popolazione nera, che è stata relegata in aree specifiche della città, attorno a cui sono stati eretti veri e propri confini simbolici e di "casta", andando a costituire la forma storica del ghetto (Wacquant, 2009). Questo periodo, compreso fra gli anni '30 e quelli '60 del Novecento, è stato caratterizzato dal forte utilizzo della manodopera nera nell'industria di stampo fordista del tempo, situando la popolazione di colore ai margini del sistema d'istruzione e dunque anche della competitività nel mercato del lavoro. Il movimento per i diritti civili ha cambiato l'assetto politico urbano e posto in discussione le tradizionali forme di divisione del lavoro e le egemonie economiche e culturali che avevano modellato spazialmente le metropoli e regolato la produzione della ricchezza. Come reazione alla rinnovata vitalità e partecipazione civile della comunità afro-americana e latina e alla disgregazione dell'economia industriale statunitense a seguito della terziarizzazione e finanziarizzazione delle recenti forme del capitalismo, il ghetto si è trasformato in quello che Wacquant ha ridefinito come hyper-ghetto, caratterizzato dei resti del ghetto in simbiosi con la forma-istituzione del carcere (Wacquant, 2004). La massiccia presenza della polizia e le pratiche ad essa connesse solitamente percepite come discriminatorie e brutali in tali quartieri istituisce un regime di criminalizzazione che è stato esplorato da numerosi ricercatori (Wacquant, 1999; Bourgois, 2003; Alexander, 2010). La ricorsività fra i regimi di sorveglianza a cui gli abitanti della inner city devono sottostare si riflette, ad esempio, nel modo in cui i mandated reporters sono redistribuiti nei vari contesti in cui le persone si muovono quotidianamente e attraverso cui esperiscono la la loro cittadinanza. Questi luoghi sono gli ospedali, le scuole pubbliche, gli uffici del welfare, i dormitori per senzatetto. Nello stesso tempo, anche se si verifica una iper-visibilità istituzionale degli abitanti della inner city, le popolazioni più svantaggiate subiscono contemporaneamente un "regime di scomparsa" dal discorso pubblico e dalle priorità politiche nazionali (Goode, Maskovsky, 2001) che riconducono le cause del disagio urbano e della povertà alla responsabilità individuale dei singoli.
Uno dei quartieri più colpiti dal fenomeno delle rimozioni è East Harlem, ancora il più povero dei quartieri Manhattan, nonostante stia subendo un processo di gentrificazione che esacerba le differenze economiche e di status in modo radicale. East Harlem è stata in passato una delle zone più colpite dal fenomeno della decadenza urbana e della marginalizzazione, cosi come ricordato da tanti dei miei informatori e esemplarmente testimoniato dall'etnografia di Bourgois (Bourgois, 2003) ma la crescente espansione della città come centro elitario sta forzando i suoi confini, che rimangono comunque visivamente nettissimi. Questa nuova situazione crea dei contrasti all'interno dello stesso isolato, contrasti che è difficile non notare, sopratutto per chi abita da decenni ad East Harlem e condivide con il resto degli abitanti un forte senso della comunità, costruita nei decenni nell'avvicendarsi delle etnicizzazioni che ha subito, da quartiere principalmente italo-americano fino al dopoguerra ed in seguito sempre più portoricano e latino. A differenza di tutti gli abitanti che hanno dovuto spostarsi nel South Bronx a causa del crescente prezzo degli affitti e della ristrutturazione degli edifici messi a disposizione e pensati per la classe medio-alta proveniente dall'espansione del quartiere dell'Upper East Side, coloro che sono riusciti a mantenere la loro residenza a El Barrio sono principalmente i residenti dei cosiddetti projects. I projects sono gli alti condomini color mattone tipici di New York, quasi interamente edilizia popolare, eredi delle più antecedenti Tenements Houses e simbolo architettonico per eccellenza dell'urbanizzazione della popolazione nera ed in seguito ispanica e di ciò che viene denotato come inner city nelle metropoli statunitensi. Sennett a questo proposito ricorda come "In generale i problemi legati alla razza e al genere fanno sì che fruire dell'edilizia pubblica comporti uno stigma più grande in America che non sia in Inghilterra o in Europa Settentrionale" (Sennett, 2003, p.117). Nonostante la convivenza spaziale, il processo di gentrificazione attiva uno sfalsamento delle modalità dell'abitare nella comunità, marcato da un divorzio fra agenti gentrificanti (solitamente famiglie appartenenti al ceto medio) e gentrificati (solitamente comunità di colore della working class), che condividono lo stesso spazio ma non la stessa percezione delle dinamiche sociali che lo riconfigurano come comunità urbana. Tale discrepanza nel modo di abitare la cittadinanza sociale, la "città duale" a cui si riferiscono Mollenkopff e Castells (1991), si riflette anche nelle interazioni fra cittadini e istituzioni nel child welfare system, come sottolineano le testimonianze di alcuni degli informatori con cui ho parlato. Rappresentanti legali sia di bambini che dei genitori, cosi come alcuni impiegati dell'ACS hanno descritto come molto differente la procedura intrapresa nel caso in cui la famiglia non appartenga alla categoria dei "poveri non meritevoli", ma bensì alla classe medio-alta. Mike Arsham, ex direttore di CWOP , ha riassunto questa dualità con l'espressione "Non riceviamo chiamate al di là della 96esima strada" . CWOP si trova infatti sulla 110ma strada, ma le persone che lo frequentano abitano anche in Queens, Brooklyn e Bronx, ma non a dieci isolati a sud dell'agenzia stessa. Come viene pragmaticamente tracciata questa differenza nelle interazioni quotidiane fra apparato del child welfare e cittadini? Raccogliendo le testimonianze, ho costruito un'esemplificazione di alcune delle dinamiche che intervengono a dare forma a questa modulazione diversificata della cittadinanza. Nel caso, ad esempio, un insegnante abbia un sospetto di abuso nei confronti di un bambino al di là della 96esima strada, riprendendo la correlazione con East Harlem, la procedura che si attiverà sarà radicalmente diversa da quella di una scuola sulla 120esima strada. I genitori verranno convocati (mentre nelle scuole pubbliche questo viene raramente preso in considerazione, si preferisce chiamare direttamente i servizi sociali), il direttore della scuola verrà interpellato, esperti (psicologi, pedagoghi) verrano mobilitati. La questione verrà dunque in parte appurata passando attraverso canali intimi, privati, discreti. Anche nel caso in cui i servizi sociali intervengano, la modalità di presa in carico della famiglia devierà dai percorsi usuali. Ciò che le famiglie middle e upper class e tendenzialmente bianche fanno, come mi ha spiegato un impiegato dell'ACS, è di "lawyer up" ovvero interporre immediatamente fra il proprio diritto alla privacy e i servizi sociali i loro avvocati, attraverso cui l'ACS si ritrova a mediare. Da questo momento in poi il comportamento dell'agenzia per la protezione dei minori cambia e si mantiene su un registro il meno invasivo possibile, anche per paura di un ricorso, che negli Stati Uniti è pratica diffusa nella interazioni fra organizzazioni, pubbliche e private, e singoli cittadini. Numerosi ricercatori sociali hanno sottolineato come le stesse tecnologie del welfare implichino una rimozione del confine fra pubblico e privato (Ong, 2003; Rapp, 1987; Roberts, 2002) e come questa rimozione venga operata in modo selettivo, praticando politiche paternaliste nei confronti di gruppi di popolazione che vengono concettualizzati come incapaci di gestire responsabilmente e civicamente l'ambito di ciò che viene tutelato come privato per altri. Nella pratica del lawyering up infatti non è semplicemente la possibilità di una disponibilità economica maggiore a giocare un ruolo decisivo: quello che interviene è un senso di legittimità, di autorizzazione all'intimità e al rispetto dei confini fra pubblico e privato a cui le famiglie povere non possono appellarsi.
L'esempio di Joy, una madre che ho conosciuto al gruppo di supporto per genitori che si teneva a CWOP può fornire una finestra su come rappresentazioni ed esperienze di vita si intersechino nel determinare sia le probabilità di entrare in contatto con il child welfare system, sia la volontà di uscire dalle griglie interpretative degli apparati istituzionali. Quando Joy decise di prendere parte al gruppo di supporto viveva oramai da tempo in una condizione di estrema difficoltà e le sue ultime speranze di poterla cambiare stavano svanendo. I suoi tre figli si trovavano in foster care da anni e Joy aveva fallito nel dimostrare al giudice e agli operatori sociali di aver completato la sua riabilitazione. Il suo impegno era stato giudicato troppo intermittente e la sua volontà di cercare con ogni mezzo di riacquistare la custodia dei propri figli troppo debole. La prima volta che Joy fece il suo ingresso al gruppo di supporto non rivolse il suo sguardo quasi a nessuno degli altri partecipanti, chiudendosi in un'espressione ostentatamente vuota ed indifferente. Tutto nel suo comportamento, nella sua gestualità e nella sua incapacità di controllare la sua esasperazione, indicava la condizione di frustrazione e panico che la possedeva, tanto che anche la sua capacità di articolare la sua storia in modo coerente era in parte invalidata.Joy lottava da anni con il child welfare system. La sua storia di vita era una concrezione di tutti i molteplici aspetti stigmatizzanti che a volte si sommano nel caso degli utenti del child welfare system.: era una giovane donna afro-americana, proveniente da un delle zone più povere di Brooklyn, era disoccupata, ragazza-madre, aveva problemi di tossicodipendenza, combatteva da anni con una forma di bipolarismo e di ADHD , aveva subito violenza domestica, era stata a sua volta in foster care da bambina. Come se non bastasse, a tutti e tre i suoi figli era stato diagnosticato l'ADHD, motivo per cui necessitavano di attenzioni e risorse fuori dalla norma. Joy rappresentava l'immagine archetipica della underclass, le sue numerose problematiche componevano una sorta di "mosaico della devianza" in cui i diversi pezzi si incastravano l'uno con l'altro per dare vita all'immagine paradigmatica dell'"anticittadino" (Singh, 2000). La nozione di "riproduzione stratificata" con cui Rayna Rapp e Faye Ginsburg indicano il processo per cui "some categories of people are empowered to reproduce, while others are disempowered" (Ginsburg e Rapp, 1995, p.3) può essere utile per leggere alcuni dispositivi che intervengono nella regolamentazione della maternità per donne come Joy, considerate "inadatte" ( unfit). Joy rappresentava sia l'immagine del genitore-mostro che quello del genitore-vittima, venendo identificata come negazione e antitesi del modello di maternità universalizzato inteso come protezione, attenzione, amore incondizionato, sacrificio (Connolly, 2000) da una parte, e come sommatoria delle sfaccettature che la violenza strutturale assume in un contesto urbano, dall'altra. La letteratura antropologica e sociologica americana ha evidenziato come questa immagine di maternità sia culturalmente costruita e radicata nel modello famigliare della classe media e bianca, e quanto disconosca altre possibili forme famigliari, come quelle delle cosiddette "single mom", che vengono patologizzate (Gailey, 2000; Connoly, 2000; Appell, 1998; Rapp, 1987). Il child welfare system si prende carico esclusivamente delle problematiche di cui questi individui sono portatori, pensate come scorporate dal soggetto, il quale viene dunque ricompreso dai meccanismi istituzionali a partire dalle sue patologie e le sue devianze. Questa operazione di presa in carico finisce per fagocitare l'individualità della persona in questione e sottostimare il peso delle relazioni sociali e politiche che persone come Joy intrattengono all'interno delle possibilità delle loro "cittadinanza in difetto". Se Joy è quasi un'astrazione, un segno del prototipo del target del child welfare system, Joy è nello stesso tempo una donna, una madre, una persona che ha articolato e ricompreso la sua esperienza come marcata da molteplici forme di oppressione. Joy si interrogava costantemente sulla dimensione politica della sua storia personale, anche perché un'esperienza come quella di foster care nell'infanzia aveva marcato fin dai primi anni di vita la sua costante interazione con gli apparati istituzionali. La sua esistenza era stata condizionata da sempre dalle molteplici forme che lo stato assumeva nel tentativo di gestire persone come lei. Come sottolineato da Sennett "la disuguaglianza è un elemento così fondamentale dell'esperienza umana che gli individui sono costantemente impegnati a darle un senso" (Sennett, 2003, p.104). Proprio la sua consapevolezza rispetto a quali dinamiche di senso guidino il suo riconoscimento nell'area istituzionale l'ha fatta esclamare, a proposito del modo in cui veniva percepita in tribunale e dagli operatori sociali "Non voglio essere l'ennesima donna afro-americana con problemi mentali e di dipendenza che non è capace di prendersi cura dei suoi stessi figli!". La sua esclamazione denota sia una forma di riflessività che una volontà di resistenza ai meccanismi di violenza epistemica (Spivak 1999) esercitata dagli stigmi a cui viene ricondotta e dai modelli sociali che lei sembra disattendere. Questa frase, pronunciata con un senso di disperata rivendicazione durante il gruppo di supporto, ha segnato l'inizio del percorso di riconquista dell'agency che Joy ha poi intrapreso. Joy non è quindi un soggetto passivo, trascinata dalle correnti patologizzanti della inner city, su cui si sono impigliati detriti come la droga, la violenza, l'incapacità di una gestione responsabile della sua sessualità e della sua maternità. Joy è una persona eternamente in lotta. La sua stessa esistenza deve essere guadagnata giornalmente, in un contesto in cui viene negata o pensata come un nodo di comportamenti antisociali, irresponsabili e pericolosi. La sua vita è costituita in un certo senso dall'invenzione quotidiana della propria rivendicazione ad esserci. La città abitata da Joy e quella abitata dall'abitante archetipico di Manhattan non hanno quasi nulla in comune, sono realtà destinate a non incontrarsi e, qualora si incontrino, a non capirsi. Per Joy continua ad essere drammaticamente reale la peculiarità che caratterizza l'esperienza storica della rappresentazione razziale. La parola inglese "overlooked" ha una doppia accezione che corrisponde in italiano sia al significato di "sorvegliato" che di "omesso", "non riconosciuto". L'esistenza sociale di Joy rappresenta questa doppia caratteristica, espressa accuratamente da Omi Bhabha in questo passaggio all'interno della sua discussione sull'eredità filosofica e politica di Frantz Fanon: "to be amongst those who the very presence is "overlooked"- in the double sense of social surveillance and psychic disavowal- and, at the same time, overdetermined- physically projected made stereotypical and symptomatic (Bhabha, 2000, p.24). Come l'esempio di Joy mostra, il processo di blaming che investe i genitori una volta che entrano nelle maglie del sistema rende la possibilità della riunificazione un obbiettivo difficile da raggiungere, sia da un punto di vista psicologico che pragmatico. La riforma introdotta nel 1996, la ASFA (Adoption and Safety Family Act) ha ridotto i mesi disponibili ai genitori per dimostrare la loro riabilitazione a 15, che nel caso di una situazione di disagio cronicizzato da molteplici forme di sofferenza sociale (dalla tossicodipendenza, ad una perpetrata condizione di senza fissa dimora, ad una situazione di violenza domestica fortemente radicata nelle dinamiche famigliari) spesso non sono sufficienti. Per risolvere i molteplici lati problematici che marcano le esistenze di queste persone i servizi sociali chiedono ai genitori in questione di fare uno sforzo straordinario, dovendo allo stesso tempo affrontare problematiche di carattere economico, relazionale, psicologico, emotivo, fisico (come nel caso della dipendenza da droghe pesanti). La performance che viene richiesta ai genitori è inoltre ulteriormente appesantita dalla necessità di confrontarsi con il mondo delle istituzioni che è spesso demonizzato dalle comunità a cui le famiglie appartengono, conoscendone queste ultime esclusivamente il lato del controllo e della repressione.
La distanza che marca il linguaggio, gli assunti, l'orizzonte di senso che caratterizza il mondo istituzionale da quello delle comunità urbane più marginali viene vissuto dai genitori come un'eredità scomoda e allo stesso tempo come un resistenza irriducibile che tronca all'origine la possibilità di mutuo riconoscimento. L'atteggiamento generalizzato nei confronti del servizio di protezione dei minori è assimilabile in parte a quello verso la polizia, la cui funzione nella comunità viene vista contraddittoriamente come necessaria e dannosa, e che incarna in modo esemplare il nodo insolubile espresso dalla coppia sicurezza/controllo.
Ciò che viene contestato dunque non è la sua funzione ma la modalità in cui si struttura il suo intervento.
Nancy Scheper Hughes ha analizzato nelle sue opere le molteplici forme di violenza a cui i minori sono sottoposti in contesti culturali svariati ma accomunati dalla sofferenza sociale e dalla marginalizzazione. L'antropologa americana ha, a questo proposito, ribadito come la riforma del welfare negli Stati Uniti abbia colpito innanzitutto gli stessi bambini, i destinatari principali del programma estinto AFDC (Scheper-Hughes, 1998).
La stessa Scheper-Hughes però avverte, nell'introduzione del volume " Small Wars", come gli scienziati sociali non siano sempre stati pronti a denunciare e condannare le negligenze sui minori per paura di cadere nell'atteggiamento di blaming verso i genitori, considerate vittime politiche o sociali (Scheper-Hughes, Sargent, 1998, p.23). Quello che si rischia di fare è di non analizzare la complessità della genitorialità, assumendo acriticamente la credenza in una maternità inamovibile ed inevitabile, che si dà esattamente nello stesso modo al di là delle condizioni socio-economiche delle persone.
Nel child welfare in egual misura la gestione delle difficoltà causate da una condizione di precarietà esistenziale e pratica non vengono spesso prese in considerazione come forze determinanti nelle possibilità di modellamento degli stili parentali. Ma bisogna chiedersi, come mi disse Teresa, madre di 5 figli e parent advocate "why does neglect happen? Does it happen when she's alone, does it happen when the bills are too piled up? People are doing this by themselves", riferendosi alla condizione di isolamento e mancanza di supporto che troppo spesso connota le famiglie incriminate.
Nella mia esperienza di campo ho avuto più volte modo di riflettere sulla forza di queste donne, che con svariati figli, con lavori saltuari e appartamenti troppo piccoli e in zone difficili, cercavano faticosamente di sopravvivere e prendersi cura dei propri figli, che avevano età diverse ed esigenze e problematiche molto differenti. La loro capacità di prendersi carico delle proprie responsabilità, di sopportare una condizione di stigmatizzazione ed emarginazione costante, di reclamare il loro diritto ad esserci erano aspetti che mi colpivano ogni volta. Nell'analisi che si fa dei povertà è facile scivolare verso la vittimizzazione, ed è quello per cui Scheper-Hughes e Sargent esortano ad evitare. Quello che invece non viene spesso ricordato è l'incredibile forza necessaria per portare avanti delle vite così complicate. Imparando a conoscere queste donne, ma anche le persone che lavorano con loro, emerge immediatamente la difficoltà delle scelte e la costante tensione per la sopravvivenza che queste conducono (Rapp, 1987). La volontà di molte di loro di impegnarsi socialmente e politicamente per una riforma del child welfare all'indomani della chiusura dei loro casi personali con l'ACS testimonia inoltre la capacità di proiettarsi in una dimensione della cittadinanza attiva, che contraddice gli immaginari diffusi che le riguardano.
New York è un luogo incredibilmente complesso, stratificato, che contiene estremi contrasti dentro il proprio spazio e li dipana nella sua conformazione urbanistica. Tuttavia questo intrico di dimensioni sociali a volte si costituisce esclusivamente nella dimensione spaziale, visibile, nella possibilità di attraversare la città, nella contiguità dei luoghi della differenza radicale. Questa eterogeneità rimane uno spettacolo lontano, difficile da esperire profondamente a causa del singolare distacco che crea la sua iper-mediatizzazione e il continuo lavorio discorsivo, immaginativo e culturale che la città fa e disfa senza sosta su se stessa. I mondi di scatole cinesi di New York rimangono spesso separati da muri invalicabili, descrivendo traiettorie che non si incontrano se non nello sguardo distratto che ci si scambia fra passanti. Tuttavia ciò che crea la possibilità delle sue profonde disuguaglianze è l'interdipendenza delle sue dimensioni, dal modo strategico in cui vengono allocate e redistribuite le risorse, ai quartieri che vivono le rinascite escludenti della gentrificazione, alle forme di consumo e produzione stratificata che le scelte economiche e urbanistiche rimodellano senza sosta su quella che Herzfeld ha chiamato "gerarchia globale del valore" (Herzfeld, 2009).
Attualmente lo spettacolo della miseria e del degrado urbano, che negli '70 e '80 ha raggiunto il suo picco massimo, è stato ridimensionato incredibilmente dalle politiche securitarie e dall'azione di bonifica e cosmesi urbana che ha compiuto l'amministrazione Giuliani e che ha continuato quella Bloomberg. Opere come la high line, ovvero un giardino/percorso pedonale/spazio espositivo a Chelsea, è, ad esempio, il risultato della ristrutturazione dell'ex rotaia del treno sopraelevato che portava originariamente gli operai nel meatpacking district, il quartiere dove si confezionava la carne che poi veniva venduta in tutta la città. La sua creazione ha richiamato migliaia di turisti, diventando uno dei simboli della rinnovata centralità della città sul panorama globale, una manifestazione di benessere sociale, di utopie futuristiche, di elegante sostenibilità, di attenzione all'ambiente e alla cultura.
New York è però ancora la città dei projects, delle zone dimenticate dal rinnovamento urbano e dove il 32% dei minori sotto i 17 anni vive sotto la linea di povertà . In questa articolo ho tentato di descrivere, tramite il discorso sui confini netti e indicibili fra East Harlem e l'Upper East Side ad esempio, quanto questo divario si collochi e trovi uno dei punti d'origine proprio nella separazione radicale delle esperienze della città che i suoi abitanti ne hanno.
Il child welfare di New York è uno più controversi a livello nazionale, a causa delle disuguaglianze che evidenzia, ma proprio a causa delle stesse la ricca vita politica e civica di New York ha creato un dibattito tale da generare un terreno di scontro e negoziazione fra cittadini e istituzioni, un risultato per nulla scontato nel resto degli Stati Uniti. Il tipo di associazionismo che caratterizza i quartieri di New York è difficile da ritrovare in altri luoghi in USA e da sempre la città svolge un compito di avanguardia rispetto alla consapevolezza politica delle minoranze, fungendo da fucina di esperimenti sociali e da laboratorio politico e di partecipazione (Sanjek, 1998).
Quale destino questo dibattito avrà non ci è dato saperlo per ora, ma possiamo comunque rilevare l'apertura di una spazio discorsivo che precedentemente non costituiva materia di discussione e che sta già portando a cambiamenti strutturali nella stessa organizzazione. La nascita di numerosi comitati per l'analisi della racial disproportionality e l'istituzione di una sezione dell'ACS dedicata alla difesa delle famiglie ne costituiscono alcune testimonianze. Che si tratti di tentativi di razionalizzazione delle disuguaglianze mirati a depotenziarne il grado di contestazione o una nuova consapevolezza della necessità della trasformazione del sistema è una questione di punti di vista, ma penso sia comunque rilevante registrare la possibilità di entrambi.

Bibliografia

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