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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Disuguaglianza contro benessere

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Chiara Saraceno

 

C'è un'ampia concordanza non solo tra gli studiosi, ma anche in organismi internazionali, in primis l'OCSE, che il PIL non sia un indicatore sufficiente del benessere della popolazione. Sono in atto diverse iniziative miranti a individuare indicatori adeguati a "misurare", appunto, questo benessere non già a livello aggregato, della società, ma a livello individuale ed includendo non solo la disponibilità di reddito, ma lo stato di salute, l'istruzione, la sicurezza, la partecipazione sociale, la posizione lavorativa, la soddisfazione per la propria vita ed altro ancora. La via è stata aperta dal primo rapporto Stiglitz. Ora ne è in preparazione un secondo. Aulla scia di quel primo rapporto, l'OCSE da qualche anno pubblica un rapporto How is life, con una serie di indicatori per ciascun paese. In Italia siamo ormai al terzo rapporto sul Benessere equo e sostenibile dell'ISTAT.
Tutti questi esercizi, oltre ad allargare le dimensioni del benessere e del malessere, mostrano lo stretto nesso che vi è tra la disuguaglianza economica e altre forme di disuguaglianza che incidono sulle stesse capacità e opportunità di vita. Come ha osservato il sociologo svedese Goran Therborn, la disuguaglianza, quando tocca le possibilità di vita, " è una violazione della dignità umana; è la negazione della possibilità che ciascuno possa sviluppare le proprie capacità. Prende molte forme ed ha molte conseguenze: morte prematura, salute cattiva, umiliazione, subordinazione, discriminazione, esclusione dalla conoscenza e/o da dove si svolge prevalentemente la vita sociale, povertà, impotenza, mancanza di fiducia in se stessi e dalle opportunità e possibilità della vita. Non è quindi solo questione delle dimensioni del proprio portafoglio. E' un ordinamento socio-culturale che riduce le capacità, il rispetto e il senso di sé, così come le risorse per partecipare pienamente alla vita sociale." Per contrastare la disuguaglianza occorre sicuramente rafforzare le pari opportunità, a partire dai più piccoli. In questo senso la povertà minorile è insieme uno dei nodi principali da affrontare ed uno degli scandali più grandi di una società democratica. Tuttavia non ci si può fermare ad un investimento nelle pari opportunità nelle fasi iniziali della corso. Occorre anche, come sottolineano tra gli altri Atkinson, Stiglitz e, in Italia, Franzini, Granaglia e Reitano,
occuparsi della disuguaglianza degli esiti, sia per motivi di equità sia per motivi strumentali, legati alla coesione sociale e al benessere di una società nel suo complesso. Per quanto riguarda le questioni di equità, ricorda che anche le politiche di pari opportunità più avvedute e la competizione più leale non possono escludere la sfortuna. Occorre, inoltre, distinguere tra opportunità competitive e non competitive, tra la possibilità di correre ad armi pari le stesse gare e la possibilità, come direbbe Sen, di condurre la vita che si desidera, nella consapevolezza che la struttura dei premi ottenibili nell'uno come nell'altro caso è fortemente differenziata e determinata da convenzioni sociali che non sempre hanno a che fare con il valore intrinseco di una determinata attività. Focalizzarsi solo sulle disuguaglianze di partenza rischia, inoltre, di far trascurare gli inciampi che si incontrano lungo il percorso non solo in modo random (una malattia improvvisa, una crisi aziendale che produce licenziamenti), ma anche specificamente legato alle proprie caratteristiche. Non è sufficiente, ad esempio, far studiare nello stesso modo ragazzi e ragazze, se poi basta la sola ipotesi di una maternità a far considerare diversamente gli uni e le altre dai datori di lavoro, o se la divisione del lavoro famigliare produce dei nuovi handicap per le une e simmetricamente vantaggi per gli altri. Infine, esiti disuguali hanno effetti anche sulle generazioni successive, come mostrano tutti gli studi sociologici sulla riproduzione intergenerazionale della disuguaglianza. Dal punto di vista strumentale, occorre ricordare che molte evidenze empiriche mostrano che la disuguaglianza Ha un prezzo alto in termini di indebolimento della coesione sociale, di tassi di criminalità e morbilità e di comportamenti rischiosi per sé e potenzialmente costosi per la società. Per questo ha effetti negativi sullo stesso sviluppo e benessere complessivo di una società. La disuguaglianza economica, infine, ha un prezzo anche per la stessa democrazia, nella misura in cui la concentrazione della ricchezza e del reddito portano con sé anche concentrazione del potere politico, quindi di influenza sulle decisioni in materia fiscale, di bilancio, della direzione che deve prendere lo sviluppo tecnologico e così via, ovvero su questioni di vitale importanza per le condizioni di vita e le opportunità delle persone.

 

Bibliografia

Atkinson T., Diseguaglianza, Cortina 2015
Franzini M., E. Granaglia, M. Reitano, Dobbiamo preoccuparci dei ricchi?, Bari, Laterza, 2015
Therborn G., The killing fields of inequality, Polity Press 2013
Stiglitz J. E., Il prezzo della disuguaglianza, Einaudi, Torino 2013

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