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Soggetti rifugiati e in protezione sussidiaria che hanno subito tortura: percorsi di cura e processi di civiltą

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Laura Arduini Monica Lammoglia Silvia Landra


In Italia il Ministero della salute, con nota del 23 marzo 2017, ha trasmesso la versione definitiva delle "Linee Guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale" in attuazione del Decreto Legislativo 18 del 2014 . Vengono così ufficialmente raccolti in utile sintesi i frutti di tre anni di lavoro di un Tavolo tecnico ministeriale che ha visto la partecipazione, tra gli altri, dell'Alto Commissariato Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), del Ministero della salute e dell'interno, della Conferenza Stato-Regioni con rappresentanti di numerose regioni italiane, della Caritas Italiana. Sono infatti molti e vari i soggetti chiamati a unire le proprie forze per dare centralità e operatività precisa alla gestione di un fenomeno che, visto nella sua complessità, rappresenta un'emergenza sanitaria - nel senso etimologico di realtà che esce dal sommerso - grave e assai consistente.
Non mancano rilievi critici, da parte di chi ad esempio afferma che "il fine delle linee guida sembra rafforzare quello che qualcuno in antropologia medica chiama l'impero del trauma, cioè un'analisi del trauma come categoria che crea politiche sanitarie focalizzate sul corpo, senza tenere conto della sua dimensione sociale, storica, culturale e politica" e tuttavia a noi pare vada colto con favore uno sforzo articolato di offrire sistematizzazione al tema della cura delle persone torturate, con attenzione multidisciplinare e con un invito esplicito a muoversi con celerità e competenza non solo nei contesti del privato-sociale, ma in una rete socio-sanitaria di servizi pubblici che includa l'interazione con tutti i soggetti che si occupano di rifugiati.
Secondo i dati del UNHCR , 65.6 milioni di persone in tutto il mondo sono migranti forzati, costretti a fuggire dal proprio paese per motivazioni politiche, economiche o sociali. E' un numero senza precedenti, in continuo aumento negli ultimi anni. Di queste, circa 22.5 milioni sono rifugiati, ovvero perseguitati secondo la definizione dell'art 1 della Convenzione di Ginevra , più della metà dei quali di età inferiore ai 18 anni. A livello globale, con una popolazione mondiale di 7.349 miliardi di persone, questi numeri significano che 1 persona su 113 è oggi un richiedente asilo, sfollato interno o rifugiato. In tutto, il numero di persone costrette alla fuga è più alto del numero di abitanti della Francia, del Regno Unito o dell'Italia. Negli ultimi anni anche in Italia è cresciuto progressivamente il numero dei migranti e tra essi la quota di richiedenti protezione internazionale. Siamo il terzo paese dell'Europa, dopo Germania e Svezia, per il numero di richieste d'asilo. Secondo il rapporto più aggiornato di cui si dispone , nel 2015 i richiedenti asilo nel nostro paese sono stati 83.970.
Se per tortura intendiamo "le sofferenze fisiche o mentali inflitte in modo deliberato, sistematico o arbitrario da una o più persone che agiscono da sole o su ordine di una autorità per obbligare un'altra persona a fornire informazioni, a fare una confessione o per qualunque altra ragione" , non è difficile cogliere la vastità del fenomeno della tortura e delle sue conseguenze laceranti per l'individuo e la collettività in un contesto mondiale dove una numerosissima popolazione di rifugiati di fatto scappa da guerre, persecuzioni, pulizie etniche, dittature sanguinarie, ovvero tutti i contesti che fanno della tortura uno strumento ordinario di repressione, controllo del potere, prevaricazione.
Benchè non sia facile fornire il numero preciso dei soggetti che subiscono sistematicamente violenze fisiche o psicologiche, è intuitivo affermare che ad essere vittima di forme più o meno gravi di tortura sia una percentuale significativa dei rifugiati.
La tortura è l'imposizione sistematica del dolore: una ricerca di Amnesty International ha evidenziato come le percosse siano ampiamente il metodo di tortura più diffuso in oltre 150 paesi. Le percosse vengono inflitte con pugni, bastoni, calci di pistola, fruste improvvisate, tubi di ferro, fili elettrici. Le vittime patiscono contusioni, emorragie interne, fratture, fino a danni ad organi vitali e alla morte. Sono molto diffusi lo stupro e gli abusi sessuali sui prigionieri. Tra gli altri metodi di tortura più comuni ci sono l'elettroshock (accertato in 40 paesi), la sospensione del corpo (in 40 paesi), i colpi di bastone sulla pianta dei piedi (oltre 30 paesi), il soffocamento (oltre 30 paesi), le finte esecuzioni e minacce di morte (oltre 50 paesi) e le detenzioni in isolamento prolungate (oltre 50 paesi). Altri metodi sono l'immersione in acqua, lo spegnimento di sigarette sul corpo, la privazione del sonno e delle funzioni sensitive.
Tale avvilente elenco - che nelle scriventi genera raccapriccio e supponiamo lo generi nella maggioranza dei lettori e dei cittadini - è un incitamento a considerare il tema di questo articolo non già una questione che attiene esclusivamente ai clinici, all'organizzazione dei nuovi servizi sanitari, all'azione di equipe multidisciplinari competenti, alla gestione corretta di un fenomeno che genera psicopatologia e disagio socio-economico, quanto piuttosto una questione etica e antropologica tra le più delicate, che riguarda la dignità umana, i diritti indiscutibili di ciascuno, le condizioni essenziali per definirsi umani e civili, in ogni paese del mondo.
Scrive la Di Cesare che "sopravvivere alla tortura non è come sopravvivere ad una malattia, ad un incidente anonimo, ad una avversità esterna. La sofferenza è più acuta e più difficle da sopportare perché è stata inflitta da altri esseri umani con consapevolezza. Ecco perché la tortura è un trauma che lacera intimamente la vittima, ne mina il rapporto con il mondo, lasciando cicatrici che, visibili o non visibili, a lungo stentano a rimarginarsi". Le fa eco Paul Ricoeur (1989): "gli aspetti fisici della tortura non devono mascherare la sua vera natura, cioè la distruzione mentale, la devastazione della personalità mediante la perdita di sé, in breve, lo scopo di una umiliazione a volte peggiore della morte".
Un rilievo consistente del trauma da tortura e una serie che pare infinita di episodi di traumatizzazione secondaria, non rappresentano solo un numero enorme di malati da curare, ma il segno di un imbarbarimento della civiltà, di un impoverimento delle città, anche delle più ricche e "avanzate". Crediamo che curare i traumi da tortura determini inevitabilmente la cura dei nostri deficit di umanità.

Riferimenti normativi
Quando parliamo di asilo, ci riferiamo ad uno dei diritti fondamentali, che perciò viene normato dal diritto internazionale, per noi da convenzioni europee e dalla normativa che si dà a sua volta ogni stato al riguardo.
La principale normativa di riferimento nel diritto internazionale è la Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, sancita dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1948 e la successiva "Convenzione sull'abolizione della schiavitù" firmata a Ginevra nel 1957. Nel 1984, l'Assemblea delle Nazioni Unite ha espresso la "Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti."
Nel contesto europeo, facciamo riferimento alla "Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU)" firmata a Roma nel 1950, il cui articolo 3 declama "nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene inumani o degradanti" e alla "Convenzione Europea per la prevenzione della tortura e delle pene e trattamenti disumane degradanti", firmata a Strasburgo nel 1987.
Per rispondere all'esigenza di garantire una più adeguata protezione a coloro che sono in fuga da un conflitto armato o da una situazione di violenza generalizzata, dal 2014 in Italia si applica il Decreto legislativo che prevede il riconoscimento di un sistema di accoglienza e di protezione ai "titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale". Particolare attenzione è data al tema della certificazione delle torture subite, processo che richiede delicatezza relazionale insieme ad alta competenza medica, e all'importanza che i destinatari delle cure non siano solo i soggetti che hanno il riconoscimento dello status di rifugiato, ma anche i richiedenti asilo e coloro che stanno attendendo tempi burocratici di rivisitazione della loro pratica dopo un diniego. In caso di persona vulnerabile (minori, disabili, anziani, donne gravide, genitori singoli con minori, persone con malattie fisiche importanti o disturbi mentali accertati, ecc), la domanda deve essere valutata in via prioritaria, per consentire che eventuali processi di assistenza e cura possano essere avviati subito.

Intervento tempestivo e trauma prolungato
Numerosi studi accreditati sul trauma psichico sostengono l'importanza dell'intervento precoce per la prevenzione dello sviluppo di problematiche psicopatologiche anche gravi. A scopo preventivo, tutte le volte che è possibile, si predispongono unità di crisi con competenza psicologica che possano intervenire tempestivamente sul luogo di un incidente, di un attentato, di una catastrofe naturale con numerosi morti e feriti. E' rilevato, infatti, che l'intervento psicologico immediato, con possibilità di esternare e condividere subito stati emotivi dolorosi, possa essere protettivo dal rischio di sviluppare il Disturbo Post Traumatico da Stress (DPTS), condizione clinica insidiosa, dolorosa, pervasiva, che comporta la comparsa di quadri di tipo ansioso-depressivo, psicotico-dissociativo e neurologico. Caratteristici del DPTS sono reazioni sintomatiche imponenti (ad esempio attacco di panico, ma anche angoscianti flashback o veri e propri stati dissociativi) in relazione a stimoli anche flebili che hanno il potere di evocare il dramma subito.
Alcuni autori offrono una lettura analitica delle diverse fasi del trauma prolungato multidimensionale che riguarda la condizione dei migranti forzati , evidenziando tre fasi di esposizione a ripetuti eventi traumatici: fase premigratoria, legata al contesto di origine (violenza correlata con la guerra, disastri ambientali, minacce e torture, persecuzioni, abusi, reclusioni forzate, deprivazioni, scomparsa e morte di persone care, perdita di affetto e della posizione economica e sociale), una fase migratoria, legata alla fuga e al viaggio (partenza forzata e improvvisa, permanenza in campi profughi, viaggi drammatici con malnutrizione, malattie non curate, morte dei compagni di viaggio, sfruttamento e violenze, detenzione nei paesi di transito, respingimenti) e una terza fase post-migratoria che riguarda il contesto del paese di accoglienza (respingimenti, rimpatri forzati, rischio di detenzione, cambiamento brusco di abitudini e stili di vita, disoccupazione, alloggi di fortuna, marginalizzazione sociale, stigma, politiche di deterrenza con ostacoli all'accesso ai servizi, complessità delle procedure burocratiche).
La catena traumatica è ancora più lunga di quanto si possa pensare se consideriamo che gli effetti del trauma sono trasmissibili alla generazione successiva. Anche su questo aspetto disponiamo di diversi studi approfonditi. Rachel Yehuda, direttrice del Traumatic Stress Studies Division, ha effettuato uno studio sui figli dei sopravvissuti alla Shoah, i cui genitori avevano sviluppato un Disturbo Post Traumatico da Stress: nel gruppo dei figli si è dimostrato una disregolazione dell'asse ipotalamo-ipofisi-surrene che ha portato come conseguenza un rallentamento del metabolismo del cortisolo plasmatico, alterazioni del ritmo circadiano e una maggiore reattività dei recettori dei glucocorticoidi. Queste modificazioni fanno così prospettare una trasmissione intergenerazionale del trauma con una maggiore prevalenza nei figli di alterazioni neuroendocrine e con la possibilità di insorgenza di DPTS, ansia e depressione.
Ulteriori studi sono stati effettuati sui bambini nati da donne, che erano presenti al Word Trade Center ed erano incinte, durante l'attacco dell'11 settembre: anche in questo caso si è assistito ad una ridotta produzione di cortisolo nel bambino e, a livello epigenetico, una metilazione del gene FKBP5 con conseguente disregolazione dell'arousal e dunque una minor resilienza degli individui allo stress. Ne consegue che la seconda generazione ha maggior probabilità di sviluppare DPTS.
Le Linee Guida sul trattamento dei torturati parlano di "effetto migrante esausto" , riferendosi ai richiedenti asilo che giungono nel nostro paese quando ormai hanno subito traumi multipli e sono già portatori di un elevato grado di sofferenza fisica e psichica. "Lo stress reattivo alle violenze subite può determinare nelle vittime anche una serie di reazioni psico-neuro-endocrino- immunologiche, provocando un aumento della suscettibilità alle infezioni e alle malattie croniche" .
Dunque si tratta di soggetti con i quali non si può quasi mai parlare di tempestività dell'intervento sul trauma, perché arrivano alla nostra osservazione dopo mesi e anni di angherie subite nel paese di origine o nei paesi di stallo come la Libia.
Vi è tuttavia la possibilità di agire quanto prima per affrontare la ritraumatizzazione legata al viaggio verso l'Europa e per prevenire l'ulteriore insulto che può derivare dall'impatto con il nostro Paese.
Pur non operando in un contesto che accoglie i migranti al momento del primo arrivo , ma in un luogo di seconda accoglienza per migranti vulnerabili (alcuni accolti nel programma SPRAR Disagio Mentale, altri al di fuori di ogn circuito nazionale di accoglienza si presentano spontaneamnete alla nostra Fondazione) rivolgiamo particolari energie perché l'ospite migrante trovi innanzitutto un contesto di accoglienza, familiarità e riconoscimento.
La prima fase, anche della durata di diversi mesi, non prevede colloqui strutturati o approfondimenti della propria storia, a meno che l'interessato non lo richieda esplicitamente. Ci si concentra soprattutto sui bisogni primari, sui percorsi di regolarizzazione giuridica, sul dare cura e sollievo ai sintomi fisici e psichici, sul favorire la graduale conoscenza del contesto, sull'apprendimento della lingua e sulla ricerca di tempi e spazi personali per quanto consentito dalla struttura, sulla "scelta" di alcune persone di riferimento tra operatori e volontari con i quali sviluppare un rapporto di maggiore confidenza. Un giovane iracheno, solo dopo un trapianto di rene e alcuni mesi di convalescenza nella nostra casa ha avvertito un giorno la necessità, o forse ha visto finalmente la possibilità, di consegnare ad una di noi un lungo e dettagliato racconto sulle violenze subite.
L'impossibilità di utilizzare, in un primo momento di accoglienza, le parole per raccontarsi (per paure e imbarazzo, ma anche per la barriera linguistica) ha fatto sì che nascessero percorsi sperimentali e creativi per facilitare la comunicazione, ad esempio un laboratorio artistico sull'autoritratto rivolto a giovani migranti od uno spazio per le donne dove trovarsi a cucire sulla stoffa il racconto del viaggio migratorio, creando un arazzo fatto di tante strisce con i simboli e i colori che parlano delle traversie del percorso di fuga.
A volte i sintomi si presentano anche a distanza di tempo: un ragazzo ganese, che poche settimane dopo il suo arrivo in Italia ha avuto la possibilità di intraprendere una psicoterapia con operatori esperti nel trattare il delicato tema delle torture subite presso un servizio specializzato di Milano, ha poi trascorso più di un anno da noi in situazione di relativo benessere, riconoscendo una ritrovata calma e voglia di vivere, stabilendo relazioni significative con alcuni volontari e raggiungendo una posizione stabile come falegname. All'improvviso ha manifestato attacchi di panico durante l'esecuzione di un lavoro, ha sviluppato un'ostinata insonnia legata alla paura di non essere efficiente nella bottega e ha cominciato a non alimentarsi regolarmente perdendo peso. Nel confronto approfondito si è colto il riaffiorare dell'esperienza drammatica della tortura, da lui subita anche con oggetti metallici, probabilmente rievocata dall'utilizzo di alcuni attrezzi da lavoro. La tempestività dell'intervento che cerchiamo di offrire si traduce nella prontezza con la quale si raccolgono i segnali di sofferenza del soggetto e si propongono strumenti personalizzati per affrontarli.
Non di rado sono le crisi a determinare l'entrata in una seconda fase del percorso: la gestione dell'emergenza apre alla possibilità di un dialogo più approfondito con alcuni operatori di riferimento, in alcuni casi viene proposta una psicoterapia con un setting definito, a tutti si offre molta disponibilità all'ascolto. Nelle persone che hanno subito tortura o violenze assistiamo spesso al faticoso passaggio dalla diffidenza alla fiducia. Capita molte volte che i soggetti interessati, a domanda esplicita, rispondano di non potersi fidare di nessuno, di dover ipotizzare il tradimento in qualunque persona incontrata, anche in quella che appare più disponibile e "estranea alla politica".
La terza fase del percorso riguarda i passi necessari per consentire l'abitare dignitoso di ogni migrante nel tessuto sociale. Comporta l'abitazione e il lavoro ma anche una rete significativa di relazioni.

Intervento multidimensionale e competente
Le linee guida si soffermano sull'idoneità degli spazi dell'accoglienza, sul valore della relazione tra operatori e soggetti che hanno subito tortura e sull'importanza di un approccio multidisciplinare integrato. Non si tratta di concetti nuovi per chi opera in campo socio-sanitario. La vera novità è l'applicazione nella pratica di tale approccio, senza eccezione per i migranti forzati e le vittime di tortura. Sono menzionate quattro macroaree che necessariamente devono intrecciare obiettivi e competenze per offrire una risposta efficace e di qualità: Area sociale, Area sanitaria, Area giuridica e Area della mediazione. Si dice che "non esiste un modello standard, né è prescrivibile un determinato assetto. Sicuramente la presa in carico di vittime di tortura pone la necessità di integrare funzioni, e quindi professionalità sanitarie, sociali e giuridiche e di coordinare le attività anche in relazione ai servizi del territorio" .
Sulla base della nostra esperienza di accoglienza e cura, crediamo che la linearità di tale affermazione sia confermata se sono soddisfatti alcuni criteri per noi vincenti:
• la contiguità spaziale nell'offerta di risposte di tipo diverso, almeno nelle prime fasi dell'intervento. Infatti, come nel modello delle "case della salute" previste dalla normativa sanitaria nazionale, è cruciale che i migranti possano riconoscere un luogo ben inserito nel territorio nel quale alla molteplicità di problemi che portano, possano trovare delle "risposte-rete" , rispettose della complessità, senza dover percorrere uno sfinente iter burocratico per le vie della città;
• la competenza articolata e trasversale degli operatori delle singole aree: medici che conoscano la normativa, giuristi che sappiano trattare con persone fragili, assistenti sociali esperti in più settori, educatori attenti alle politiche e alle dinamiche transculturali, ecc...;
• la personalizzazione dei progetti e dei percorsi. Ogni persona deve essere considerata per la singolarità della propria storia e propri suoi bisogni. A nessuno si applica un tempo standard di permanenza o una sequenza già decisa a tavolino di risposte;
• la tempestività della risposta sia in emergenza, come ovvio, che di fronte alla comparsa di una esigenza nuova o di una potenzialità prima nascosta da parte del soggetto, con una buona capacità di riorganizzarsi e trovare soluzioni creative a nuove richieste, superando il limitante "da noi in genere si fa così";
• la flessibilità delle forme di accoglienza, soprattutto per le persone molto fragili e vulnerabili, permettendosi di passare rapidamente da forme di vita comunitaria più monitorate a forme abitative che favoriscano una autonomia sempre maggiore, ma pronti a cogliere le ricadute e le regressioni. Non di rado le persone molto fragili e gravemente traumatizzate hanno mostrato battute d'arresto nel loro percorso o crisi importanti in fasi in cui tutto sembrava progredire verso un benessere consolidato.
Un cenno importante delle linee guida è rivolto agli operatori e ai temi principali della formazione di coloro che lavorano con una utenza delicata come quella di cui trattiamo. Pur di professionalità diverse - cliniche, sociali, antropologiche, giuridiche, transculturali - tutti devono conoscere temi che attengono all'instabilità geopolitica e alla violazione dei diritti umani nei Paesi di origine e di transito, alle dinamiche della migrazione, ai diritti e ai doveri dei soggetti rifugiati, ai fattori di resilienza e vulnerabilità, alle principali forme di violenza fisica, psicologica e sessuale, alla violenza di genere, agli aspetti clinici in ambito psico-traumatologico, alla rete dei servizi-socio-sanitari . E' questa la "core competence" che viene ipotizzata per garantire l'adeguato e uniforme livello di competenza degli operatori coinvolti, per i quali si dedica uno spazio significativo a discutere il rischio del burn out. Nel nostro contesto si ha particolare cura di fornire a tutti gli operatori spazi di confronto individuale con altri operatori più esperti in caso di difficoltà e di emergenze, si offre una periodica supervisione di gruppo di taglio educativo, psicologico e sociale. Si favoriscono spesso alcuni cambiamenti di ruoli e mansioni, aspetto ritenuto protettivo per lo sviluppo di burn out.

Intervento per favorire il protagonismo del singolo e della comunità
Nella sua atrocità la tortura ha lo scopo di mettere a tacere l'individuo, di spegnere la persona nella sua dimensione più profonda. L'adeguatezza di un percorso riabilitativo per chi, magari per anni, è stato isolato, vessato e ridotto al silenzio, passa dalla possibilità di riscoprire un senso di sé solido e definito e di poter esercitare un protagonismo nel proprio contesto di vita. Nel nostro operare in Casa della carità abbiamo individuato quattro direttrici significative per consentire ai soggetti di "riprendere in mano la propria vita":
• la ricchezza del mondo interiore, ovvero le peculiarità della propria persona, i desideri e le aspirazioni, le esigenze di cura e la capacità di chiedere aiuto;
• le relazioni vitali, ovvero le relazioni familiari significative, quelle amicali, i rapporti interrotti in modo drammatico, le nuove relazioni instaurate, le figure di aiuto, i riferimenti istituzionali con i quali c'è dialogo, i desideri di instaurare nuove relazioni. Si considera qui anche il mondo del lavoro come realtà che non può mancare e come contesto irrinunciabile di relazioni;
• i luoghi del sentirsi a casa, ovvero gli spazi più significativi della situazione abitativa attuale, l'abitazione che si è lasciata, quella che si desidera, i luoghi importanti della città e i propri itinerari nel contesto cittadino;
• l'esercizio pieno della cittadinanza, ovvero il riconoscimento dei propri diritti, spesso negati e/o non pienamente conosciuti, ma anche l'identificazione del proprio potenziale da mettere a disposizione.
Su queste direttrici sviluppiamo i piani di intervento con gli ospiti, dapprima nella forma della proposta e della discussione all'interno dell'equipe multidisciplinare, quindi considerandole aree di verifica del percorso e, in una fase più avanzata di conoscenza e relazione con l'ospite, come argomenti che il soggetto può proporre in un momento di confronto convocato da lui stesso. Chiamiamo "tavolo rotondo" questa forma di intervento, volendo gradualmente valorizzare il protagonismo della persona, se pur in una situazione ancora molto fragile e bisognosa di supporto, nel governare il timone della propria vita.
I nostri ospiti possono essere molto compromessi sia sul piano fisico che psichico, e in questo caso possono avvalersi dell'accompagnamento dell'operatore o del volontario che ritengono più significativo per presentare le loro riflessioni nel corso di un "tavolo rotondo". A questo tavolo partecipano operatori di riferimento per la persona, figure istituzionali della rete socio-sanitaria, ma anche familiari e amici. Al "tavolo rotondo" si discute partendo dai desideri e dalle istanze dell'ospite, ovvero dalla sua soggettività. Si valutano ipotesi per la prima volta o si verificano aspetti già da tempo condivisi. Si ascoltano i pareri di tutti e tutti si impegnano a sviluppare soprattutto il punto di vista dell'interessato. Si decide una strada da percorrere e si decidono insieme i tempi e i modi della verifica, rimandandosi ad un nuovo tavolo di confronto. Nel complesso tale pratica sperimentale, introdotta da poco in questa forma così specifica di "tavolo convocato dall'ospite", raccoglie gli sforzi continui di non porsi nei confronti del soggetto come titolari della sua vita, depositari dei suoi desideri e di ciò che è bene per lui riducendo a mera procedura tecnica un delicato percorso di restituzione al benessere e alla vita sociale. E' uno stimolo per la persona a porsi con più energia e determinazione ma è anche una provocazione seria per gli operatori a non sostituirsi al soggetto, a non generare assistenzialismo, a praticare davvero il rispetto della persona e del suo desiderio.

Domande per pensare e nodi da sciogliere
Accompagnare le persone che hanno subito traumi ripetuti, torture e violenze agghiaccianti è percorso duro e affascinante che apre domande molto impegnative. Le linee guida del ministero offrono alcune procedure di intervento riconoscendo ai migranti forzati e torturati il diritto alla cura e alla cittadinanza pacifica. Tuttavia l'individuazione di procedure buone e dignitose non è che l'inizio di un discorso che deve coinvolgere la cittadinanza intera, in tutte le sue componenti. Riflettere sulla cura di chi ha subito violenze chiede di focalizzare questioni che riguardano le categorie ancora più vulnerabili tra essi; le donne, i minori, i malati mentali. Si tratta delle persone con meno voce in capitolo, spesso nell'impossibilità di riconoscere e riferire ciò che hanno subito. Molte domande che attendono risposta riguardano il nesso tra la salute e la violenza subita, anche nell'ottica preventiva di fermare la catena transgenerazionale della violenza.
Tema centrale, dal quale derivano domande impegnative e cruciali per continuare la riflessione, attiene al ruolo dell'intera comunità, ovvero del soggetto che può capire, sviluppare mentalità nuova e generare inclusione in un contesto che accolga e non infligga ulteriori sevizie a persone già duramente provate. Tutti gli sforzi profusi per informare ed educare la comunità civile sono gesti i cui benefici si rivolgono ai più fragili e si riverberano efficacemente su tutti.

Bibliografia
• Améry; Jean (1993): Intellettuale a Auschwitz, Bollati Boringhieri, Torino
• Camilli, Annalisa (2017): "I medici che curano le ferite invisibili della tortura", Internazionale 25.07.2017
• Di Cesare, Donatella (2016): "Tortura", Bollati Boringhieri, Torino
• Dossier Statistico dell'Immigrazione 2016 Centro Studi e Ricerche IDOS
• Franchi, Maurizio (2014): "Europa ed immigrazione: un fenomeno complesso" Informazioni della Difesa
• Geraci, Salvatore et al (2014): "Quando le ferite sono invisibili: vittime di tortura e di violenza. Strategie di cura", Pendragon, Roma
• Yehuda, Rachel (2002): "Post traumatic Stress Disorder" New England Journal of Medicine, 346: pp 108-114
• Yehuda, Rachel (2016): "Intergenerational effects of PTSD on offspring Glucorticoid receptor methylation", Epigenetics and Neuroendocrinolgy, pp 141-155
• Yehuda, Rachel et al (2015): " Holocaust exposure induced intergenerational effects on FKBP5 methylation", Biological Psychiatry pp 1-6
• Medici Senza Frontiere (2016) : "Traumi ignorati. Richiedenti asilo in Italia : un'indagine sul disagio mentale e l'accesso ai servizi sanitari territoriali"
• Mollica, Richard (2007) "Le ferite invisibili: storie di speranze e guarigioni in un mondo violento", Il Saggiatore, Milano
• Ricoeur, Paul (1989): Preface de Médecins tortionnaires, médecins résistants, La Découvert; Paris
• Ravazzini M. e Saraceno B. (2010): Governare confusioni urbane, Il Saggiatore, Milano
• "Linee guida per la programmazione degli interventi di assistenza e riabilitazione nonché per il trattamento dei disturbi psichici dei titolari dello status di rifugiato e dello status di protezione sussidiaria che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale" Ministero della Salute, Roma 22 marzo 2017

degli stessi autori:  Interventi per la salute mentale di soggetti gravemente emarginati, italiani e stranieri, nella strategia di Casa della caritą a Milano 

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