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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

La speranza come lavoro politico

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Benedetto Saraceno

"L'importante è imparare a sperare. Il lavoro della speranza non è rinunciatario perchè di per sè desidera avere successo invece che fallire. Lo sperare, superiore all'avere paura, non è passivo come questo sentimento né, anzi meno che mai, bloccato nel nulla. L'affetto dello sperare si espande, allarga gli uomini invece che restringerli, non si sazia mai di sapere che cosa internamente li fa tendere a uno scopo e che cosa all'esterno puó essre loro alleato. Il lavoro di questo affetto vuole uomini che si gettino attivamente nel nuovo che si va formando e cui essi stessi appartengono"(Ernst Bloch)

Nel precedente Editoriale "Salvaguardare i cammini di liberazione" riflettevamo sulla attuale e ubiquitaria recessione che non è solo economica ma si connota anche per un arretramento complessivo dei diritti, della giustizia, della tolleranza, della civiltà, della politica e dei suoi linguaggi. Una delle conseguenze di questa crisi è la risorgenza delle risposte regressive e istituzionalizzanti alle domande di giustizia, salute e inclusione sociale delle persone vulnerabili.
Dunque dalla Crisi al Neoistituzionalismo. E l'Italia di oggi (come altri paesi europei) è esposta a una singolare e pericoloso incrocio di neostituzionalismo dall'alto e di populismo dal basso. Certamente piú la credibilità dello stato è fragile piú i rischi di derive populiste e antidemocratiche sono elevati: "Gli italiani sono buoni a nulla ma capaci di tutto" diceva, ahimè, Leo Longanesi con cinica lucidità.
Il neoistituzionalismo sostituisce le risposte efficaci alla domanda di giustizia,di salute, di istruzione e di cittadinanza con interventi inefficaci, contingenti, emergenziali e inadeguati ad affrontare le grandi questioni nodali delle ineguaglianze e delle sofferenze che le accompagnano. Invece che affrontare i determinanti di sofferenza psicosociale, il neoistituzionalismo somma una serie di micro riduzioni del danno, puntuali, transitorie e insufficienti. Dunque, alla disperazione dei rifugiati risponde con quelle misure che i francesi definiscono sprezzantemente mesurettes (misurette) ossia soluzioni abitative spesso disumane e sempre comunque fragili e inadeguate, soluzioni di integrazione insufficienti se non spesso inique; al malessere della esclusione sociale e della povertà risponde con soluzioni puramente assistenziali che non generano nè diritti nè dignità; alla sofferenza psicologica degli esclusi e degli abbandonati risponde con modelli psicologici e sociologici che tutto spiegano ma nulla sanno modificare.
La riduzione del danno è quell'insieme di politiche, programmi e azioni orientati al contenimento delle conseguenze negative derivanti dall'uso di sostanze psicoattive. L'approccio di riduzione del danno nel campo delle tossicodipendenze è stato e continua ad essere una strategia vincente e umana che, accettando l'impotenza di terapie efficaci nell'eradicazione dell' abuso delle sostanze psicoattive (alcol, tabacco, oppiacei e tutte le droghe illecite), offre alternativamente interventi capaci di mitigare i rischi associati all'uso di tali sostanze. Tuttavia, se applicata a tutte le condizioni di sofferenza psicosociale, la strategia di riduzione del danno rischia di assumere come modello "l'impotenza" a incidere sulle cause di ogni fenomeno di sofferenza psicosociale e limitarsi a erogare "contenimenti" dei danni. Puó divenire in tal modo una strategia di elusione dalle responsabilità pubbliche verso i cittadini. In altre parole, invece di ridurre la polluzione ambientale si possono invitare i cittadini a starsene a casa o a mettersi delle maschere protettive; invece di ridurre l'impatto dei determinanti sociali sulla salute mentale dei soggetti piú vulnerabili si possono offrire terapie psichiatriche che mitighino le sofferenze; invece di ridurre la povertà si possono offrire coperte e pasti caldi.
Dunque, non è affatto detto che la riduzione del danno sia sempre la strategia piú umana e soprattutto sia l'unica possibile. La riduzione del danno puó, è vero, mitigare, contenere, ma puó anche nascondere le cause del disagio, convincere le vittime che "non c'è altro da fare" e cosí convincere anche coloro che erogano gli interventi di riduzione del danno che "non c'è altro da fare" e che "cosí è meglio di niente". Si viene cosí creando una cultura che individualizza e privatizza il "social suffering" rendendolo caso personale, che psicologizza la disperazione, la rabbia e il dolore, che dichiara l'impotenza a ogni trasformazione sociale. C'è da chiedersi quanto la riduzione del danno mitighi le sofferenze dei "ciascuni" e quanto invece non sia nociva per i "tutti".
E cosí, piano piano, silenziosamente, inconsapevolmente abbiamo tutti insieme dichiarato che la speranza e l'utopia appartengono all'universo degli adolescenti sognatori o degli adulti che non vogliono crescere. Speranza e Utopia divengono sinonimi di mancanza di realismo, di immaturità psicopolitica, di pericolosa germinazione di radicalità incontrollate e incontrollabili.
Non si tratta certamente di invocare Speranza e Utopia per inverare il regno dei Cieli ora e qui ma piuttosto per, attraverso il fertile approccio di pensare l'impossibile come possibile, acquisire strumenti nuovi e innovativi di conoscenza e scoprire strumenti di trasformazione che non riuscivamo neppure a immaginare. Chi poteva immaginare cinquanta anni fa le conseguenze straordinarie della idea e della prassi della deistituzionalizzazione, della infinita creatività e virtuosità della impresa sociale, della carità come azione intelligente di trasformazione e di affermazione dei diritti? Chi poteva immaginare che credenti e non credenti potessero incontrarsi intorno ad unica cattedra che coniugava conoscenza, tolleranza e misericordia?
Il pensiero utopico di Franco Basaglia o il pensiero di speranza di Carlo Maria Martini si sono caratterizzati per coraggio intellettuale e morale allorchè hanno innovato la conoscenza e permesso e promosso la trasformazione.
Vorremmo essere come loro. O almeno di loro essere buoni discepoli. Vorremmo almeno capire meglio quali sono stati i processi intellettuali e morali che hanno permesso di rendere Utopia e Speranza strumenti di conoscenza e di trasformazione.
Probabilmente dobbiamo fare un cammino a ritroso e sfidare alcune "certezze" che abbiamo introiettato come rigidi dogmi:
1. l'azione deve essere volta esclusivamente al possibile, solo la ricerca del possibile garantisce la maturità di un pensiero sociale;
2. le certezze ideali e ideologiche devono soccorrerci quando la crisi fa ci fa vacillare;
3. innanzi al disordine e alla confusione delle società in crisi dobbiamo difendere le nostre identità profonde per potere fare fronte alla incertezza.
E se, al contrario, queste tre certezze non fossero che la tomba di ogni pensiero creativo e trasformativo? Se tali certezze non fossero che la cifra della nostra paralisi conoscitiva e morale?
Un cammino a ritroso è invece quello che permette di sfidare queste certezze e invertire il loro vettore:
1. Ricercare l'impossibile della Speranza e della Utopia;
2. Abbandonare le certezze ideologiche;
3. Rinunciare alle identità forti.
Una bellissima affermazione della giovanissima Anna Frank ci potrebbe dare il coraggio necessario a intraprendere tale cammino a ritroso: "È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell'intima bontà dell'uomo" . Come dire che è necessario perdere la prudenza del possibile e ritrovare il coraggio delle utopie ossia è necessario e urgente perdere un po' di quel pragmatismo che usura fino al cinismo (che molti chiamano maturità) per ri-trovare invece innocenza e generosità. Non si tratta qui di invocare una nozione puerile e sdolcinata di innocenza e generosità ma di riscoprire invece la condizione morale di "chi non ha fatto del male a nessuno" ed è quindi senza colpa, di chi vuole ignorare il male perseguendo una purezza di azione disinteressata e quindi generosa. Ci vuole un certo coraggio a pensare l'impossibile come possibile, a pensare forme innovative di trasformazione della realtà; in sostanza si tratta di avere il coraggio di pensare: "Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto, altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio."(Ludwig Wittgenstein) .
Dunque, ci vuole un nuovo coraggio, coraggio di pensare la speranza che, dice papa Francesco, «non è un ottimismo, non è quella capacità di guardare le cose con buon animo e andare avanti. No, quello è ottimismo, non è speranza. Né la speranza è un atteggiamento positivo davanti alle cose....Ma cosa è la speranza? Cosa è questo atteggiamento di speranza? Per avvicinarci un po', possiamo dire in primo che la speranza è un rischio, è una virtù rischiosa, è una virtù, come dice San Paolo - di un'ardente aspettativa verso la rivelazione del Figlio di Dio -. Non è un'illusione» .
Ecco che la presa di rischio consente di perdere le certezze e ritrovare interrogativi ossia fare de dubbio un metodo) e cosí disegnare un vero progetto di ricerca. Il matematico e filosofo Jacob Bronowski, autore del classico "Science and Human Values" ci dice che non esiste una conoscenza assoluta e chiunque lo afferma - che sia uno scienziato, un politico o un religioso - spalanca le porte alla tragedia. "Tutta la conoscenza - scrive il filosofo inglese Simon Critchley a proposito del pensiero di Bronowski - tutte le informazioni che circolano tra gli esseri umani, possono essere scambiate soltanto all'interno di ciò che potremmo chiamare "un gioco di tolleranza", sia nel campo della scienza, che della letteratura, della politica o della religione» . Bronowski di fronte ai forni crematori di Auschwitz afferma che "Non fu opera del gas, ma dell'arroganza, del dogma, dell'ignoranza" ossia le certezze forti portano alla intolleranza. Ancora Critchey dice "La lezione della tolleranza, dell'accoglienza, del dubbio: cosa c'è di più importante in questi tempi di fondamentalismo, fascismo strisciante, dottrine economiche, politiche, pseudoreligiose fondate sulla presunzione e sull'odio?".
Non è facile capire che l'innocenza e la tolleranza si conquistano soltanto attraverso un processo di perdita delle identità forti e che soltanto perdendo identità complesse e forti si possono ritrovare umanità immediate ossia non inter-mediate dalla distanza creata dalle identità forti e dalle ideologie.
Abbandonare ideologie e identità forti è un processo che ha senso non soltanto perchè contribuisce a contenere il rischio di intolleranza insito in esse ma soprattutto perchè consente di sfuggire alla paralisi del pensiero indotta dalla difesa accanita della identità: dunque, perdere ideologie e identità per ritrovare Idee (che invece tendono a scomparire quando prevalgono le ideologie) e sperimentare umanità dirette (che invece sono impedite dal filtro delle identità).
C'è, mi pare, una urgenza che è al tempo stesso conoscitiva, morale e politica. Una urgenza a:
• perdere identità per ritrovare umanità. Dobbiamo tornare a toccare la corporeità del dolore e della sofferenza, dobbiamo rinunciare ad essere ferocemente bianchi, cristiani, sani e benestanti per potere riuscire ad annunciarci a chi bianco non è, è malato, ossia è "altro" da noi. Non dobbiamo organizzare una spedizione etnografica, non dobbiamo costruire una comprensione antropologica, non dobbiamo offrire una interpretazione psicodinamica: dobbiamo essere in presa diretta con identità altre ed essere disponibili a confondere le identità dei ciascuni in una sola comune che è quella umana dei tutti.
• perdere certezze per ritrovare possibilità di ricerca. Si tratta proprio di adottare l'atteggiamento metodologico del ricercatore che costruisce protocolli di ricerca a partire dal dubbio e dalla incertezza. Non possiamo continuare a replicare la ricerca che sappiamo già: la sociologia descrittiva che innanzi a una pipa ci dice che quella è una pipa invece che sfidarci con La Trahison des images di René Magritte che illustra una pipa con la scritta « Ceci n'est pas une pipe»; le scienze psicologiche che innanzi alla indicibile sofferenza di una madre che viene da lontano e tiene fra le braccia il suo bambino morto affogato pretendono di "dire e spiegare" l'indicibile, pretendono di denominare e dunque dominare la inconoscibilità dell'altro.
• pensare la Speranza e l'Utopia come possibili Nord cui dirigere la nostra navigazione. Ancora è Basaglia a indicarci che la impensabile rivoluzione copernicana che trasforma il chiuso in aperto, il disumanizzato in umano, il miserabile in cittadino è tuttavia stata davvero "pensata" e davvero "agita", è realmente successa e ha reso possibile l'impossibile.
Si tratta di fare della Speranza un vero e proprio lavoro ("Hoffnung arbeit") nel senso freudiano del Traumarbeit o del Trauerarbeit.
E gli esempi reali non mancano.
• La creatività radicale e sorprendente che ha mosso alcuni sindaci meridionali a rilanciare l'agricoltura e fare uscire dal'abbandono i loro piccoli comuni utilizzando forza lavoro degli immigrati e garantendo loro autentica integrazione sociale;
• La ricerca azione sul Conflitto e sul senso e i possibili schemi operativi della Mediazione messa in opera nelle periferie urbane da Adolfo Ceretti e Claudia Mazzuccato;
• La radicalità innovativa della esperienza della Fondazione Massimo Leone che a Napoli lavora con persone in stato di grave bisogno e vulnerabilità, attraverso ascolto, assistenza, accoglienza, mediazione famigliare, orientamento lavorativo, assistenza legale e anche riflessione permanente sulla condizione di homelessness
• La strategia affettiva ed economica che connota le "gelaterie sociali" inventate e realizzate da Ambrogio Manenti in Egitto, a Gaza e a Milano alla Casa della Carità e ispirate a modelli di solidarietà ed equità.
• La rivoluzione della cultura dei servizi sanitari territoriali ideata e realizzata a Trieste da Franco Rotelli con l'iniziativa delle "Microaree" che coniuga buone pratiche sociosanitarie e forme reali di democrazia partecipata.
• La costruzione di nuovi modelli che integrano salute, diritti e partecipazione attraverso la rete di esperienze di Casa della Salute promosse attraverso il Manifesto della Casa della Salute e che ambiscono a realizzare una nuova identità comunitaria nel segno di un welfare efficace e partecipato;
• ........La Casa della Carità di Milano
• ..........e molto altro ancora
Dunque, l'utopia e la speranza non sono il regno dell'impossibile ma quello del "non ancora" e sono continuamente esposte al rischio e all'incertezza e quindi richiedono quello che Ernest Bloch chiama "ottimismo militante". Si tratta di fare della Speranza un progetto di ricerca, un lavoro politico di innovazione sia degli strumenti di comprensione della realtà sia di azione nella realtà: un lavoro sulle potenzialità (future) del presente.
La innovazione consiste nella capacità di oscillare fra l'investimento umano nelle singole soggettività e l'azione politica nella collettività. Si tratta dunque di oscillare fra attitudini e prassi diverse: da un lato una affettività senza condizioni nell'incontro con gli altri ma dall'altro una determinazione pragmatica nell'attraversamento trasformativo delle istituzioni. Questo lavoro della Speranza altro non è che quello delle pecore in mezzo ai lupi ("Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi: siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe") .
Cosí Speranza e l'Utopia cessano di essere illusione ("Non è una illusione" dice papa Francesco) e da sguardo ottimistico sul futuro diventano il sogno "in attuazione" di Martin Luther King.

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