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Terremoti e tsunami politici in vista

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Robert Van Voren


L'amor proprio è un pallone di vento, da cui escono tempeste quando lo si punge.
Voltaire (1747)

Virtualmente, non passa giorno senza qualche notizia sconvolgente. Non mi riferisco a conflitti, disastri naturali (incluso il cambiamento climatico) dei quali ce n'è in abbondanza.1
Parlo invece di un fenomeno del tutto nuovo e pericoloso: la crescita a destra di politiche in gran parte populiste, imperniate su rivendicazioni infondate o non provate, distorsioni e menzogne palesi. Ciò che è iniziato un paio di decenni fa con l'ascesa di Silvio Berlusconi quale incontestabile leader politico in Italia, detentore di un inedito mix esplosivo di potere economico e politico risultante in abusi e, infine, in una serie di sfide al sistema giudiziario, è diventato ora un problema globale, proprio, quanto meno, del mondo occidentale.
Non si possono osservare i cambiamenti politici avvenuti in Europa separatamente dalle conseguenze della disintegrazione del blocco socialista e della stessa Urss all'inizio degli anni novanta. L'immediata quanto improvvisa liberazione di due dozzine di paesi alimentò enormi speranze. La democrazia sembrò avviarsi verso la vittoria definitiva sull'autoritarismo. Le guerre in Jugoslavia del 1991‐1995 risultarono ovviamente devastanti per le popolazioni delle ex repubbliche jugoslave, ma mostrarono anche l' incapacità dell'Unione Europea di agire all'unisono in modo efficace e decisivo. Ciò nonostante, il conflitto finì per essere considerato come effetto postumo di quell'autorità unitaria socialista che aveva tenuto le tensioni nazionali e la discordia troppo a lungo nascoste.
L'Europa entrò in un'epoca completamente nuova. La spinta più forte venne focalizzata sull'integrazione dei paesi ex comunisti ed ex socialisti, portando all'allargamento dell'Unione Europea nel 2004 e nel 2007. Probabilmente, si trattò di una mossa saggia sul piano politico e psicologico, perché portò con sé un senso di stabilità e sicurezza ai paesi che si stavano riprendendo da decenni di dominazione da parte di Mosca. Ma sul piano economico e culturale, rappresentò una sfida enorme, che si proproneva un obiettivo mai raggiunto in precedenza. L'adesione delle ancora giovani democrazie di Spagna e Portogallo nel 1986 era stata molto più facile: questi paesi erano forse economicamente più arretrati, ma socialmente e culturalmente molto facili da integrare. Si dimostrò invece una sfida enorme integrare i paesi firmatari del patto di Varsavia, in modo particolare le tre ex repubbliche sovietiche: queste ultime non solo erano state soggiogate a un governo dittatoriale, ma il lo‐ ro sistema economico era ancora all'inizio della transizione da economie pianificate a libero mercato. Questi paesi non erano affatto pronti: gran parte della popolazione si impoverì ulteriormente e inoltre l'integrazione europea aprì le porte a una massiccia emigrazione.
Entro la prima metà del 2010, alcuni di questi paesi - come Lettonia e Lituania - avevano già perso un terzo della loro popolazione. La fuga di cervelli fu verosimilmente più ampia di quella in Germania dell'Est prima della costruzione del muro di Berlino ed ebbe conseguenze enormi non solo sul piano economico ma anche su quello politico.
I cittadini che lasciarono il proprio paese non rappresentavano solo una cruciale forza lavoro, ma molti di loro erano giovani e con un alto livello di istruzione. Per definizione, si diceva che quest'ultimi fossero meno «sovietizzati». Erano loro che avrebbero dovuto rafforzare la società civile e il pensiero e il comportamento democratico nei loro paesi d'origine. Emigrando, lasciarono invece il paese nelle mani dei pochi che decisero di restare, dei meno istruiti che non ce l'avrebbero fatta nell'Europa occidentale e delle vecchie generazioni cresciute e educate nel periodo autoritario. In molti di questi paesi, tutto ciò provocò un cambiamento del clima politico lontano dalla democrazia e dalla tolleranza, e in paesi come Lettonia e Lituania portò a una sorta di «re‐sovietizzazione».
In Germania la situazione non fu meno complessa, dato che la Repubblica Democratica Tedesca (Ddr) era stata rapidamente ingoiata dalla sua più grande controparte occidentale con le sue enormi richieste economiche, ma anche con le sue tensioni sociali. Nell'ex Ddr gran parte della popolazione si sentì ostracizzata e vittima di una specie di «giustizia del vincitore» durante la quale molte posizioni di primo piano nel settore economi‐ co e in quello politico furono prese dai tedeschi dell'Ovest: i tedeschi dell'Est si sentirono come cittadini di seconda classe all'interno del proprio paese. E più di ogni altra cosa, la Ddr era piena di talpe sovietiche ed ex agenti della Stasi, poi rivelati‐ si particolarmente utili a destabilizzare la situazione, come per esempio durante la crisi migratoria del 2016‐2017.
La fine del comunismo in Europa portò a un'eccessiva sensazione di «autogratificazione» tra i politici occidentali, che si comportarono come se sapessero che cosa fosse giusto e in che modo i paesi avrebbero dovuto essere trasformati. Ciò emerse con maggiore evidenza in molti dei paesi dell'Est Europa, dove i membri della diaspora ritornarono nei «loro paesi d'origine» e iniziarono a porsi al comando, sebbene non fossero nati né cresciuti nell'Ovest e non fossero mai stati prima nei «loro paesi d'origine». Questa sensazione di essere dal «lato giusto della storia» non era meno evidente tra i politici dell'Unione Europea. A mio parere, tutto ciò portò a un atteggiamento di superficialità politica, per cui le vere sfide politiche delle nuove realtà furono più ignorate che affrontate.
Nei Paesi Bassi questo atteggiamento si mostrò in tutta la sua gloria dopo l'assassinio del populista Pim Fortuyn nel 2002, un omicidio che scosse fortemente l'intero il paese. Fortuyn era entrato da poco in politica e aveva sfidato la costellazione politica olandese dominata dagli stessi partiti politici dall'immediato dopoguerra in poi. Il suo stile era totalmente diverso: sollevò questioni politiche mai discusse in pubblico prima di allora, sfidando i «santuari» della classe dirigente, come per esempio le tensioni provocate dal carattere multiculturale che la società andava assumendo. Fortuyn era generalmente considerato di destra. Ma era anche dichiaratamente e apertamente omosessuale e in un certo modo era la dimostrazione vivente che le cose stavano cambiando: le vecchie categorie non erano più in grado di rispondere alla realtà. Quando venne assassinato, tutti i partiti politici, sia di sinistra sia di destra, cercarono di mostrare nei loro programmi politici elementi di «fortuynismo», nella speranza di conquistare voti o evitare di perderne. Ma questo provocò una grave crisi politica, che fece della superficialità la norma imperante poiché, da quel momento in poi, nessun politico osò più manifestare apertamente il proprio dissenso contro le dichiarazioni di Fortuyn, proprio per il timore di perdere peso politico. La vita politica nei Paesi Bassi non sarebbe più stata la stessa e il risultato diretto di tutto ciò, secondo me, è l'attuale dominio della destra e del politico antislamico Geert Wilders, chiamato spesso il Mozart d'Olanda per la sua esuberante chioma bianca.
In linea di massima, la globalizzazione ha avuto ripercussioni su tutto il continente europeo. Negli ultimi trent'anni, il mondo è cambiato ben oltre la nostra comprensione, e non da ultimo sull'onda di una nuova rivoluzione tecnologica, almeno significativa quanto il processo di industrializzazione della fine del xix secolo. Se a metà degli anni ottanta, in assenza di internet, la comunicazione avveniva quasi esclusivamente attraverso i tradizionali servizi di posta, i telegrammi, il telex e i telefoni fissi, la rivoluzione tecnologica ha reso possibile una globalizzazione reale. Tutto ciò ha comportato opportunità sino ad allora inimmaginabili. Ma anche molte sfide che probabilmente non sono state affrontate in modo adeguato. Interi settori industriali sono andati in esubero, il concetto del «lavoro per tutta la vita» all'interno della stessa azienda è scomparso, la mobilità è diventata la norma e l'apertura delle frontiere ha comportato un afflusso di lavoratori disponibili a lavorare più a lungo con stipendi inferiori e in condizioni di gran lunga peggiori. Mentre l'afflusso di lavoratori provenienti dal Sud Europa e dal Nord Africa verso l'Europa occidentale negli anni sessanta e settanta rappresentò una vera e propria sfida, causando forti tensioni, non può tuttavia competere con quello che sta accadendo oggi. Per esempio, il settore logistico nell'Europa occidentale ha assistito a una crescita rapida di servizi di trasporto a basso prezzo con camion e autisti provenienti da Polonia, Lituania e successivamente Romania e Bulgaria. Numerose società di autotrasporto dell'Europa occidentale sono state costrette - almeno sulla carta - a trasferire le loro sedi in questi paesi per evitare l'immediato fallimento.
Nel 1986 l'Unione Europea era composta da 12 paesi membri, nel 2017 erano più che raddoppiati a 28, con altri 6 in lista d'attesa (e molti altri ancora, come Georgia e Ucraina, hanno espresso il loro desiderio di avviare i processi di adesione all'Ue). Ne è risultata una forza indubbia sul piano economico, ma anche, al tempo stesso, un agglomerato politico altamente burocratizzato che ha trovato molte difficoltà a sviluppare qualsiasi politica concreta a causa del prevalente desiderio di funzionare in base a un meccanismo di consenso. Nuovi stati membri come la Polonia, divenuta rapidamente un'importante forza economica nel continente europeo, hanno avuto la percezione di essere trattati in modo ingiusto come membri di seconda classe, e hanno iniziato a sfidare il predominio dei paesi fondatori dell'Ue. Questi paesi erano invece stati accolti a braccia aperte come nuovi membri dell'Unione, ma senza comprendere del tutto che non sarebbero rimasti grati e in silenzio ad appoggiare le politiche della «vecchia guardia», ma avrebbero invece avuto le loro idee, le loro visioni, le loro richieste.
Nell'Europa centrale e orientale, la principale opposizione al controllo comunista o socialista provenne da piccoli gruppi di intellettuali, membri di movimenti nazionalisti spesso conservatori e della Chiesa. Soprattutto in Polonia e Lituania, la Chiesa cattolica rappresentò una vera forza d'opposizione e un faro di speranza per la popolazione repressa. Tuttavia, opporsi al potere comunista non significa automaticamente promuove‐ re il pensiero democratico e liberale. In particolare, in Polonia la Chiesa sviluppò una forza politica e insieme spirituale che si dimostrò essere molto più incline all'autoritarismo. I sentimenti nazionalisti avevano aiutato la gente a reagire contro governi autoritari o totalitari, ma per molti il «controllo da parte di Bruxelles» fu una mera sostituzione del «controllo da parte di Mosca», al quale guardarono in modo molto diffidente. Tutto questo - insieme alla carenza di una tradizione democratica, all'emigrazione di una parte significativa dei giovani e della popolazione più orientata in modo progressista, alle difficoltà economiche causate dalla transizione verso l'economia di mercato, alla crisi economica del 2008‐2009 che, Polonia a parte, investì duramente tutti i paesi dell'Europa centrale e orientale - pro‐ vocò un clima esplosivo.
È stato questo clima esplosivo a permettere a politici come il primo ministro ungherese Viktor Orbán di presentare se stessi in veste di «salvatori della nazione». Originariamente progressista e pro‐Europa, Orbán ha assunto presto posizioni più nazionaliste, rifiutando di aderire alle condizioni politiche decise dall'Unione Europea (la cosiddetta «nuova Mosca») e frantumando gradualmente le fondamenta dello Stato democratico. La sua retorica ha lentamente sviluppato una sfumatura anti‐ semita: ha indirizzato la maggior parte della sua rabbia e della sua frustrazione contro il filantropo americano nato in Ungheria George Soros, costretto poi a trasferire fuori dall'Ungheria la sua Central European University e il suo Open Society Institute. Le posizioni politiche di Orbán sono assai condivise dall'altrettanto nazionalista governo polacco guidato da Diritto e giustizia, il partito che a sua volta si rifiuta di cedere alle critiche dell'Unione Europea. Al momento vediamo che queste posizioni antieuropeiste, antimmigrazione, antislamiche, insieme allo slogan «La nostra nazione prima» sono mutuati da sempre più paesi, compresa l'Italia.
Ancor più a Est, il ritorno dell'autoritarismo e della repressione in Russia ha rafforzato ulteriormente le tensioni. La Russia, ultimo impero del continente europeo, ha attraversato una breve fase democratica terminata di fatto nel 1993 quando il presidente Eltsin ha ordinato di aprire il fuoco contro il Parlamento russo durante un braccio di ferro politico. Gli sviluppi democratici si sono così brevemente esauriti ed è avvenuto l'esatto opposto nel 2000, quando un ex agente del Kgb, Vladimir Putin, venne nominato successore del presidente Eltsin. Senza entrare troppo nei dettagli, l'ex agente segreto ha gradualmente preso pieno controllo del paese. Il presidente Putin ha iniziato a ripristinare lo status di superpotenza del paese, combinando in modo scaltro elementi della Russia imperiale e del simbolismo sovietico. Non è stato il primo a farlo: già nel 1928 Iosif Stalin aveva detto di essere un erede dell'Impero russo con il compi‐ to di restaurarne l'antica gloria. Putin ha seguito la stessa linea, ricorrendo all'ex apparato del Kgb (raddoppiato nel numero di effettivi dopo il collasso dell'Urss), eliminando l'opposizione politica, destabilizzando i paesi confinanti (come Georgia e Ucraina) e riattivando la vecchia rete di spionaggio nell'Europa centrale e orientale e nella ex Ddr. Così, mentre l'Occidente si crogiolava nella falsa sensazione della vittoria certa, i servizi segreti russi facevano uso di tutti i mezzi a disposizione per espandere la propria influenza nell'Ovest, tradizionalmente visto come ostile, incluso l'impiego del vasto network di gang criminali russe che dagli anni settanta hanno iniziato a operare sotto la protezione dei servizi governativi e in collaborazione con loro. Per questo sono allarmanti le relazioni tra Mosca e i partiti di destra menzionati prima, sulla base del concetto che «ciò non è buono per l'Unione Europea, è buono per noi».
Molte persone credono che sia stata la crisi migratoria del 2016‐2017 a innescare il radicale cambiamento di clima politi‐ co avvenuto in Europa. Tuttavia, come descritto in precedenza, gran parte delle tensioni e dei disaccordi esistevano già in precedenza, da quando l'Europa ha subìto gli sconvolgimenti provocati dal collasso dei regimi comunisti. Molti problemi sono stati ignorati o non valutati correttamente, a volte di proposito, a volte per ignoranza e pigrizia politica. La crisi dei migranti si è soltanto dimostrata il catalizzatore finale che ha risvegliato l'Europa mettendola di fronte a una realtà già esistente.
L'attuale crisi politica sarà difficile da risolvere. All'Europa mancano leader che siano in grado di prendere posizione in modo chiaro e forte davanti a ciò che va contro il buon senso. La maggior parte di loro - soprattutto quelli di destra e populisti - strumentalizzano le paure primordiali e congenite, non‐ ché quelle più facilmente comprensibili e banali, del proprio elettorato, che si ritrova ad affrontare un processo di trasformazione radicale in cui vecchie sicurezze, tradizioni e consuetudini non esistono più, e scorge nei migranti la minaccia alla propria esistenza. Politiche antislamiche o antimusulmane trovano in queste paure le loro fondamenta, ulteriormente alimentate dall'incapacità dei politici di assumere la leadership e, di conseguenza, di reagire di fronte a politiche «di pancia». Quando i politici locali sono capaci, per esempio, di vietare l'uso del burkini (costume da bagno integrale) sulle spiagge della Costa Azzurra perché considerato «estremista» o comunque contra‐ rio a certi valori della tradizione occidentale giudaico‐cristiana, diventa chiaro che hanno perso ogni senso di realtà e non agiscono come dovrebbero. Lo stesso si può dire circa le palesi menzogne, ormai diventate una «normalità» in politica. Il fatto che Donald Trump parli ripetutamente di fake news e che appelli i giornalisti come «nemici del popolo» senza che questo provochi serie reazioni è, in questo senso, un pessimo presagio.
Politiche forti ingaggiate da parte dei cosiddetti «alpha uomini» rientrano nella normalità. E sembra che i Trump, gli Erdoğan, i Putin, i Xi Jinping e i Kim Jong‐un governino e dominino la vita politica. Ci stiamo dirigendo verso tempi turbolenti, con regimi non democratici in ascesa e la stessa democrazia presa di mira non solo nei paesi in via di sviluppo ma nel cuore del continente europeo e negli Stati Uniti. L'unica consolazione è il fatto che la storia tradizionalmente proceda a ondate. E dopo le ondate democratiche degli anni novanta vediamo chiaramente un contraccolpo. Ciò che è cambiato, comunque, è dovuto alla globalizzazione che ha alterato il mondo dalle fondamenta: così le increspature causate da una tempesta politica in Europa finiscono per riverberarsi nel Sud‐Est dell'Asia e viceversa; e un terremoto negli Stati Uniti può provocare uno tsunami in Europa. Meglio prepararsi a ciò che sta per arrivare.
Note
1 L'articolo di Robert van Voren appare nella versione originale con il titolo di «Political Earthquakes and Tsunamis Ahead» in http://www.vdu. lt/en/political‐earthquakes‐and‐tsunamis‐ahead/.
La traduzione è a cura di Marzia Ravazzini.

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