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Impresa sociale: un paradossale successo

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Ota De Leonardis


Sono passati trent'anni da quando la prospettiva dell'impresa sociale è stata delineata, per la prima volta - a quanto mi risulta -in un convegno a Trieste nel 1988. In questi trent'anni quella prospettiva si è affermata traducendosi in organizzazioni, progetti, esperienze collettive, in "imprese sociali" che hanno acquisito uno statuto ufficiale nel campo del welfare, dei servizi e delle politiche sociali, un campo che a sua volta stava cambiando profondamente. Dunque si è trattato di un'idea di successo, e tuttavia la sua concretizzazione ha dato luogo a declinazioni molto diverse tra loro, se non opposte, così che oggi non è più chiaro che cosa si è davvero realizzato di quella prospettiva originaria, e in definitiva che cosa si debba intendere oggi per impresa sociale. Mettendo comunque in conto il fatto che per questa prospettiva e in genere per il welfare la situazione è oggi molto difficile, a cominciare dal fatto che oggi si sono molto indebolite istanze e movimenti politici di emancipazione guidati da principi di giustizia sociale, con la messa in discussione del valore dell'eguaglianza e dell'obiettivo politico della redistribuzione, e il tessuto di collettivi di appartenenza, partecipazione e rappresentanza si è disarticolato e frammentato, se non senz'altro dissolto. E lo spirito del tempo, il clima culturale e politico, è contrassegnato dall'egemonia di valori strumentali e individualistici - sotto l'egida del cosiddetto neo-liberismo. 

E' il caso perciò di fare il punto in materia, provando anche a domandarsi se e come la prospettiva dell'impresa sociale possa esprimere ancora la forza trasformatrice ed emancipativa che l'ha caratterizzata.

1. L'idea, in breve.


L'idea dell'impresa sociale ha preso consistenza nell'ambito del processo di de-istituzionalizzazione psichiatrica, e questa origine dà l'impronta alla sua stessa ragion d'essere: allestire spazi nei quali gli utenti - quand'anche molto matti e comunque molto fragili - siano protagonisti, anzitutto protagonisti del loro proprio progetto di vita. Il "protagonismo degli utenti" era del resto anche alla base della prima "cooperativa di lavoro" costituita nel 1973 all'interno del manicomio di Trieste, la Cooperativa Lavoratori Uniti Franco Basaglia, che possiamo considerare senz'altro la prima esperienza d'impresa sociale, e che nel frattempo è cresciuta - ovviamente da molto tempo fuori dal manicomio - e ad oggi conta 250 soci lavoratori e diversi milioni di fatturato. Il lavoro appunto, e la sua forma cooperativa, hanno rappresentato un ambito strategico su cui far leva nel processo di ricostruzione della pienezza di diritti e opportunità della cittadinanza, nel rendere possibile il "ritorno dei matti in città". Perciò l'impresa sociale si delinea e poi si sviluppa in stretta interazione con quel ricco insieme di servizi, dispositivi, luoghi e situazioni con cui è stata ridisegnata la geografia delle competenze e responsabilità pubbliche per la salute mentale dei cittadini, totalmente sostitutive del manicomio. Anche l'impresa sociale è parte di una strategia che punta a cambiare le condizioni di vita dei destinatari del welfare - anche fuori dal campo della salute mentale - trasformando il modo in cui funzionano i servizi, la logica di azione della stessa amministrazione pubblica: dalla spesa all'investimento, dal trattamento dei destinatari come costi alla loro valorizzazione come essi stessi risorse per cambiare le loro condizioni di vita alla base di quei costi. La deistituzionalizzazione ha costituito, in questa chiave, un percorso per "inventare" istituzioni (Rotelli, 2016).
Nel caso dell'impresa sociale l'invenzione istituzionale era già indicata nel nome che, suonando come un ossimoro, ne designa la collocazione al confine tra due mondi tra loro estranei, se non decisamente alieni: quello dell'impresa e del lavoro e quello del sociale e dell'assistenza, quello della produzione e della produttività e quello improduttivo dei costi sociali e della spesa pubblica; il mondo del mercato votato ad espellere inefficienze e debolezze, e il mondo delle incapacità, dei bisogni, delle dipendenze e delle esclusioni da quel mercato. L'impresa sociale si costituisce ai confini tra questi due mondi, e in vari modi prova a metterli in connessione, costruendo ponti, allargando gli spazi di manovra, esperimentando ibridi - anzitutto tra "protezione" e "promozione". Le voci raccolte nel libro collettivo che nel '94 aveva lanciato la prospettiva dell'impresa sociale dando conto delle esperienze in corso a Trieste, in Italia e in Europa (de Leonardis, Mauri, Rotelli, a cura di, 1994) esprimevano la piena consapevolezza di ciò che questa collocazione di confine implica, in termini di tensioni e contraddizioni suscitate non meno che di opportunità che vi si possono aprire: borderlands, che come tali funzionino da laboratori di trasformazione (Borghi, 2001).
In questo contesto dunque il termine "impresa" designa non solo o tanto un tipo di organizzazione - per esempio una cooperativa sociale - bensì piuttosto una strategia, un' "intrapresa" collettiva. Della quale i destinatari del welfare, le persone che soffrono di uno svantaggio sociale, sono come dicevo protagonisti, anzitutto in quanto costituiscono il parametro (normativo) di riferimento per orientarsi su ciò che va intrapreso e per interrogarsi su ciò che si sta realizzando, in un processo per l'appunto aperto. Ciò che questi collettivi intraprendono è la costruzione di società, la densificazione di legami sociali, la messa in pratica di diritti, la creazione di contesti in cui quelle persone abbiano delle possibilità di vita e di auto-realizzazione, una fonte di reddito, dei legami sociali di supporto, e spazi per fare esperienza e per coltivare "aspirazioni" .
Sia il lavoro che il mercato costituiscono appunto una leva cruciale per questo genere d'intraprese, un terreno strategico attorno a cui mettere in piedi tutti insieme progetti imprenditoriali e relative attività lavorative, e per questa via dar vita a dei "collettivi di appartenenza" (Castel, 2003) in cui riconoscersi, essere riconosciuti e sentirsi protetti, e in cui siano valorizzate capacità e desideri. Ma perché questo sia possibile, non basta un lavoro qualunque, un'occupazione purchessia, poiché in queste intraprese è il lato emancipativo del lavoro, come auto-realizzazione, che conta. E' in altre parole sulla qualità del lavoro, dei processi, degli ambienti lavorativi, e dei prodotti che si giocano questioni come la dignità e l'autostima delle persone, la soddisfazione e il riconoscimento sociale. Qualità che comincia da uno statuto occupazionale degno di questo nome, e relative tutele giuridiche. Peraltro, la formula cooperativa è quella che meglio si presta per dar sostanza concreta a queste intenzioni. Lo stesso vale per il mercato, di cui si valorizza "il lato buono", il suo essere un dispositivo moltiplicatore d'incontri e scambi nei quali le differenze si mescolano e si relativizzano, con potenti effetti inclusivi. Il riferimento è evidentemente al mercato come luogo concreto, la piazza che esso allestisce, non alle leggi astratte dell'economia capitalistica, e tanto meno ai cosiddetti "mercati": nondimeno esso è vagamente scandaloso, dalla prospettiva del welfare, così come lo slogan che, nello stesso spirito, enuncia l'idea per cui "il lusso è terapeutico".

Queste dunque sono, in estrema sintesi, le strategie d'impresa sociale sui confini tra mercato e assistenza, per rompervi separazioni e impotenze cui sono condannati sia i destinatari che i servizi, per contrastare e invertire i processi di invalidazione ed esclusione che vi si producono, e per costruire al tempo stesso protezione e promozione. Il punto di sutura tra assistenza e lavoro, tra l'intervento sociale e le attività d'impresa, consiste nella convergenza sulla "validazione", cioè in un comune orientamento a costruire opportunità perché si dispieghino e crescano le capacità delle persone, quelle "capacità di essere e fare" che costituiscono nell'approccio di Amartya Sen un parametro fondamentale per la giustizia sociale.

2. Una storia di successo


L'impegno trasformativo che qualifica l'impresa sociale, così intesa, si misura non soltanto con le durezze del mondo economico ma anche con le inerzie istituzionali e professionali del sistema dei servizi. E' anzi quest'ultimo il punto focale: è il servizio pubblico che si vuole trasformare in impresa sociale, è l'amministrazione pubblica che per questa via è sollecitata a "intraprendere" un cambiamento delle condizioni di vita dei suoi cittadini, a partire anzitutto da un cambiamento delle sue stesse logiche d'intervento che tendono a cronicizzare i problemi, a invalidare.
Si tratta in definitiva di una scommessa su "una possibilità reale" che viene costruita man mano nella pratica, e rappresentata così che possa essere appresa e riconosciuta da tutti gli attori a vario titolo coinvolti, operatori, amministratori, politici, volontari e rappresentanti della società civile; e naturalmente dagli stessi destinatari i quali da utenti del welfare si sono intanto trasformati in tecnici del suono, attori, baristi, cuochi, falegnami, designer, responsabili della contabilità dell'impresa, e così via. "Si può fare", come recita il titolo di un famoso film, è stato fatto e tutt'ora si fa, in ambiti disparati e con modalità diverse a seconda del contesto.
Nel frattempo comunque, anche al di fuori di questa cornice, la nozione d'impresa sociale si è andata affermando nel campo del welfare sull'onda dello sviluppo del terzo settore e del processo di esternalizzazione dei servizi sociali e sanitari, a partire dalla legge 381 che istituisce le cooperative sociali, nel 1991. La legge recepisce l'indicazione della forma organizzativa e giuridica della cooperativa come la più adeguata allo scopo, in ragione della combinazione di impresa e associazione, solidarietà e mercato che la caratterizza storicamente, nonché dei principi di democrazia interna e proprietà comune che le sono (sarebbero) propri.
D'altra parte, nella forma cooperativa vengono ricomprese due fattispecie che declinano in modo diverso la finalità sociale delle imprese: quelle che inseriscono al lavoro "soggetti svantaggiati" (cooperative di tipo B) e quelle la cui vocazione sociale consiste nell'erogazione di assistenza di qualche tipo (cooperative di tipo A). Per conseguenza l'appellativo d'impresa sociale, utilizzato come sinonimo di cooperativa sociale, acquista un significato più ampio e generico che nasconde differenze importanti. Esse concernono la vocazione sociale che le qualifica e, insieme, la posizione che vi assumono i destinatari, i cosiddetti "soggetti svantaggiati" .
In un caso l'impresa mantiene un riferimento stringente all'obiettivo dell'integrazione sociale attraverso il lavoro, coinvolgendo le persone con problemi (più o meno gravi) nelle sue attività come soci lavoratori, e a volte anche come dirigenti; e l'aggettivo "sociale" designa ciò che essa mira prioritariamente a produrre, ovvero come abbiamo visto legami sociali, contesti e motivi di interazioni, scambi e incontri. Nel secondo caso l'impresa si qualifica come sociale per il settore economico in cui opera, e quelle persone con problemi restano destinatari d'interventi (sociali, sanitari, formativi, ecc.) su di essi. Mentre in questo caso le persone in questione sono oggetto di trattamento in una rete più o meno densa di relazioni di servizio in qualità di utenti - definiti tali volta a volta da un diritto, da un contratto tra cliente e fornitore di una prestazione, da un obbligo, o da una relazione di "dono" - nel primo caso, anche quando si tratti di persone in carico a servizi, le reti di relazioni attengono a progetti e attività di natura produttiva o commerciale condivise, cui queste partecipano con le loro competenze tecniche e professionali.
"Impresa sociale" è diventata una nozione-ombrello, che viene utilizzata per definire organizzazioni e strategie eterogenee, e che si confonde con la varietà di mix tra volontariato, lavoro informale, non-profit, associazionismo civico o confessionale, finanza etica, eccetera, che popolano il terzo settore nel suo insieme. Di più, anche focalizzando l'attenzione al campo degli inserimenti lavorativi l'ambiguità della nozione non si scioglie: si ritrovano ad aver titolo d'impresa sociale non solo quelle cooperative con persone svantaggiate tra i soci, sia lavoratori che dirigenti, cui ho fatto riferimento sopra, ma anche quelle imprese che vivono di formazione professionale e tirocini senza che si arrivi ad un effettivo inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, nonché quelle che fanno inserimento lavorativo in laboratori protetti, nei quali queste persone vengono impiegate in produzione su commesse esterne senza che venga loro riconosciuto uno statuto lavorativo, con le relative garanzie di diritti e di reddito: una vecchia pratica nelle istituzioni totali, nella versione dell'ergoterapia o in quella della rieducazione attraverso il lavoro coatto. E la nozione è così elastica che arriva ad applicarsi anche agli atelier di stampo prettamente assistenzialistico che fanno "intrattenimento"(Saraceno, 2000): il classico laboratorio di ceramica, che poi espone i suoi "prodotti" alla fiera rionale. Si tratta con tutta evidenza di situazioni molto diverse quanto alla posizione che vi assumono le persone svantaggiate, in termini di entitlements ed endowements, di capacità contrattuale, di autonomia, di voce.
In questa versione l'impresa sociale è diventata un dispositivo ufficiale riconosciuto e regolato per legge, prima con il Decreto 155/06, e ora nell'ambito della riforma del terzo settore e successivi decreti correttivi. Il Decreto legislativo 112 del 2017 così definisce l'impresa sociale, all'articolo 1: "tutti gli enti privati .... che esercitano in via stabile e principale un'attività d'impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, adottando modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il più ampio coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle loro attività".
Nel suo insieme la nozione d'impresa sociale che si è andata affermando nell'alveo dello sviluppo del terzo settore, così fungibile, corrisponde ben poco all'idea originaria che ho sintetizzato più sopra. Soprattutto su un aspetto la differenza va sottolineata: è venuto a cadere il riferimento alla dimensione pubblica dell'impresa, al suo essere una strategia di trasformazione di servizi e istituzioni del welfare. Anzi, si può senz'altro affermare che pur nella varietà delle situazioni concrete cui questa nozione si applica l'elemento unificante sta nel costituirsi come un'alternativa al sistema pubblico dei servizi, nel frattempo impoveriti e delegittimati, del resto in coerenza con il discorso che legittima più in generale la centralità del terzo settore nell'ambito del welfare, che è "terzo" per l'appunto in alternativa sia allo Stato che al mercato.
Se, quando e quanto esso sia davvero alternativo a quest'ultimo è tuttavia da verificare; ed è altrettanto da verificare che cosa sia oggi e come operi lo Stato.

3.L'impresa sociale nella "grande trasformazione"

Avendo chiamato in causa lo Stato e il mercato dobbiamo allargare lo sguardo per collocare l'impresa sociale nello scenario più ampio dei processi di cambiamento che hanno investito i sistemi di welfare nelle nostre società e i relativi parametri di giustizia sociale; e che configurano, seguendo Robert Castel (a sua volta sulla scia di Karl Polanyi) una "grande trasformazione" del capitalismo (Castel, 2009). E per farlo torniamo a osservare i confini tra assistenza e mercato su cui l'impresa sociale si definisce e opera. L'osservazione ne evidenzia sviluppi paradossali.
Da una parte quei confini sono diventati porosi. Vediamo come e perché, brevemente.
Le logiche del mercato, degli interessi privati e degli affari sono penetrate nel campo del sociale, attraverso la contrattualizzazione del diritto (Supiot, 2013) che ridefinisce l'erogazione di prestazioni come scambio tra fornitore e cliente, e la privatizzazione sia dell'offerta che della domanda di servizi. Si costruisce così un mercato sociale (o sul sociale) che tende a sostituire la funzione pubblica e nel quale lo Stato svolge funzioni di regolazione (anche, ma sempre meno, via finanziamenti). In questo mercato acquistano peso banche e imprese che organizzano autonomamente programmi sociali, dando luogo a formule di "secondo welfare". Spesso il peso di questi attori si fa sentire sotto il profilo non soltanto economico ma anche politico, come quando le fondazioni di origine bancaria impegnate nel campo del welfare fissano attraverso i loro programmi e relativi bandi le linee di una politica sociale, i criteri d'azione e le finalità, in un dato territorio.
Il governo delle politiche sociali è diventato un ambito strategico per l'applicazione del modello neo-liberale del New Public Management che dà priorità all'obiettivo dell'efficienza economica e relativo controllo dei costi: fino all'introduzione in Costituzione del principio della parità di bilancio, subordinando a esso i principi di giustizia e in genere le scelte pubbliche.
L'obiettivo dell'efficienza è affidato alla concorrenza di mercato che, come di consueto, innesca processi di concentrazione e verticalizzazione, di selezione e acquisizione, che premiano aziende -anzitutto le cooperative sociali - di più grandi dimensioni; e che tendono a ridisegnarne l'assetto organizzativo allineandolo a quello dell'impresa di mercato tout-court: i principi organizzativi del "management" prevalgono su quelli della "membership" (Skocpol, 2003).
Cambia perciò anche il lavoro sociale: esso perde l'ancoraggio alla funzione pubblica, si "industrializza", ovvero viene sottoposto a una più o meno rigida standardizzazione, scomposizione e misurazione per singole prestazioni (il cosiddetto "minutaggio") che ricorda da vicino il taylorismo, e viene disciplinato dal mercato del lavoro nelle sue forme attuali, con contratti a termine e precarizzazione. Oppure, o anche, esso si ibrida con azione volontaria e impegno civico così che le differenze tra lavoro e non-lavoro sfumano.
Da ultimo va considerata l'enfasi posta sulla "comunità" come protagonista della produzione o "co-produzione" del proprio benessere, e come crogiuolo di forme d'innovazione sociale inclusive. Quest'enfasi presuppone che tale comunità esista (qualunque cosa s'intenda con questa nozione, anch'essa a dir poco ambigua) e si traduce nel richiamo alla responsabilità che i cittadini si devono assumere per fronteggiare i problemi sociali nei loro contesti locali. Il programma della "Big Society" lanciata dai conservatori inglesi negli anni 2000 ha fatto scuola.
L'insieme di queste traiettorie di cambiamento ha prodotto dunque commistioni tra Stato e mercato, e tra assistenza e impresa. E i confini tra loro sono diventati confusi e per l'appunto porosi, così che quel requisito specifico dell'impresa sociale, la sua collocazione al confine come leva per il cambiamento, si è banalizzato e fa ormai parte del normale funzionamento del sistema di welfare.
D'altra parte, se si guarda dalla prospettiva dei destinatari, come ho fatto fin qui e come l'impresa sociale richiede, quelle porosità e commistioni appaiono selettive, e sui confini si possono riconoscere altrettanto separazioni, soglie e barriere. Il lavoro - a cominciare dall'accesso al lavoro - si è andato nel frattempo indurendo, come sappiamo. Basti pensare ai problemi endemici di disoccupazione, sottoccupazione, lavoro precario, informale e sottopagato. Per le persone che patiscono uno svantaggio sociale il lavoro appare come un traguardo irraggiungibile. Per esempio nell'ambito dei programmi d'inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati l'indicatore di performance per gli enti erogatori è costituito dalla percentuale di quanti tra i destinatari conseguono un certificato d'"impiegabilità" (employability) senza considerazione per l'effettivo raggiungimento di una condizione lavorativa quale che sia. Di più: poiché sempre più spesso per gli enti erogatori del servizio è da tale performance che dipende l'ottenimento dei finanziamenti, s'instaura una prassi selettiva che screma i casi più facili lasciando fuori tutti gli altri. E per questi ultimi continuano a funzionare, quando ci sono, formule francamente assistenzialistiche, che se va bene forniscono appunto "intrattenimento".
Il generalizzarsi dell'imperativo dell' "attivazione" dei destinatari, a partire dalla strategia Europea per l'impiego, poco corrisponde all' obbiettivo della valorizzazione delle capacità delle persone, del loro protagonismo, che è proprio dell'impresa sociale. Siamo anzi ben lontani dalla prospettiva aperta dall'approccio delle capabilities. Il lavoro ha acquistato invece tratti performativi, è diventato un criterio morale di meritevolezza, come nelle misure di welfare-to-work. E l'inserimento lavorativo, quand'anche riuscito, potrebbe destinare a quella condizione di obbligo e insieme di precarietà che caratterizza i working poor. In questi casi sul confine s'istituisce una soglia che agisce per sottrazione, un'area svuotata sia dei compiti di protezione che di quelli di promozione: assistenza ai minimi termini e lavoro senza dignità. Una soglia che alimenta una doppia invalidazione.

Se confrontato con la prospettiva originaria dell'impresa sociale il quadro appare nel suo insieme paradossale. E l'impressione si rafforza se si considerano alcuni elementi nuovi emersi a partire dalla crisi del 2008 e dalle relative politiche di austerità.
Consideriamo da una parte l'accelerazione della tendenza storica alle dismissioni del welfare pubblico con la drastica riduzione delle risorse che lo Stato centrale destina agli enti locali per le politiche sociali, con tagli oltre l' 80%, e insieme l'aggravarsi dei problemi occupazionali in particolare per i giovani, il cui tasso di disoccupazione si aggira secondo i dati ufficiali attorno al 35%, l'estensione e il peso crescenti delle situazioni di povertà anche grave, delle emergenze abitative, eccetera: alla luce di tutto ciò possiamo ben dire che gli obiettivi dell'impresa sociale sembrano appartenere a sogni del passato, irrealizzabili se non decisamente velleitari.
D'altro canto, l'idea stessa dell'impresa sociale sembra essersi pienamente realizzata: quel cambiamento istituzionale da essa perseguito, di riorientare l'amministrazione pubblica dalla logica dei costi a quella degli investimenti, quell'idea di un' "amministrazione che intraprende", appare oggi recepita e rilanciata alla grande dall'Europa, che ha fatto del "social investment" il nuovo cardine per le politiche pubbliche sulle materie sociali (Hemerijck, 2014). In base ad esso per il sistema pubblico di welfare è questione non più solo o tanto di contenere i costi degli interventi bensì di riconfigurarli in base all'obiettivo della loro redditività. Salvo il fatto che questa prospettiva incoraggia la crescente presenza di attori finanziari nel sociale, i relativi processi di "finanziarizzazione" del welfare, e l'inquadramento dei destinatari dentro legami di debito. Questo paradossale successo dell'idea dell'impresa sociale ricorda quanto avevano sostenuto Boltanski e Chiappello (1999) nel loro importante studio sull'ideologia sulla quale ha poggiato il rilancio del capitalismo a partire dagli anni '80: il "nuovo spirito del capitalismo" ha fatto tesoro delle istanze di critica e cambiamento sociale che ne avevano messo in questione il vecchio assetto, incorporando le idee di cui erano portatrici e neutralizzandole.

4. E ora?


Naturalmente i cambiamenti che ho appena riassunto vanno intesi come tendenze, per quanto molto potenti: le dinamiche sociali e istituzionali sono molto più sfaccettate, le situazioni concrete e locali molto più variegate, ci sono enti locali e servizi pubblici che provano a svolgere seriamente il loro mandato pubblico, e le possibilità di progettare e agire in forme non coerenti con quelle tendenze non sono chiuse. E ci sono realtà che a quell'idea originaria si rifanno e che continuano a perseguirla, praticarla e reinventarla.
Non di meno quei cambiamenti e il successo paradossale che essa vi ha incontrato sollevano la questione: ha ancora un senso parlare d'impresa sociale oggi, e semmai in che termini?
Devo ammettere che non ho una risposta che mi soddisfi. Posso soltanto affermare che se si vuole provare a dare un futuro a questa prospettiva essa va ripensata. Anche su come ripensarla non ho le idee chiare. E del resto non è un compito che mi spetti. La formulazione originaria dell'impresa sociale, la sua costruzione come strategia per il cambiamento sociale e le elaborazioni che le hanno dato forza hanno avuto origine da pratiche collettive e riflessive, non da una teoria: io mi sono limitata allora a darne conto, e tale sarebbe il mio contributo anche ora, se e in quanto io mi possa ancora appoggiare a un collettivo di pensiero costruito sulle pratiche delle quali dar conto. Riesco perciò soltanto a formulare qualche considerazione, provvisoria, su possibili direzioni di questo ripensamento.
Prima direzione: bisogna ritornare sulla deistituzionalizzazione che dell'idea dell'impresa sociale è stata matrice e parametro, e domandarsi in che cosa essa consista, o potrebbe consistere, oggi. Perché la "grande trasformazione" di cui ho parlato ha comportato a suo modo una vasta operazione di deistituzionalizzazione: l'architettura delle istituzioni pubbliche del welfare è stata largamente criticata, delegittimata e anche concretamente smantellata, in un modo tale per cui la liberazione dal loro potere sulle persone ha significato di fatto abbandonare queste ultime a se stesse, scaricare su di esse la responsabilità dei loro problemi; in un certo senso è la versione reaganiana della deistituzionalizzazione, chiudere i manicomi scaricando gli internati per strada, che ha fatto scuola e che si è generalizzata anche in altri ambiti. Come ho mostrato altrove i muri di oggi non servono più a segregare per trattare e disciplinare ma semplicemente per respingere, espellere, ignorare, per "rigettare nella morte". D'altra parte vale più che mai oggi l'indicazione della deistituzionalizzazione come percorso di invenzione di istituzioni. Con chi, con quali poteri, come, con quali alleanze, è tutto da vedere.
Seconda direzione: dobbiamo ricordarci di quanto importante sia stato, allora, il terreno della follia e della psichiatria per mettere a nudo le valenze di oppressione dei saperi e dei poteri istituzionali, per smentirne le promesse; di come e perché esso sia stato una leva fondamentale per invertire i processi d'invalidazione e riorientare le logiche d'azione del sistema dei servizi nel loro insieme in modo che questioni come l'abitare, il lavorare, la socialità, l'affettività e la salute (non: la malattia) entrassero nella sfera delle loro responsabilità istituzionali; di come i matti abbiano fatto da guida per costruire contesti sociali capaci di supportare - e sopportare - differenze, debolezze e alterità. Tutto questo era appunto alla base dell'idea dell'impresa sociale. E dobbiamo domandarci quale sia oggi il terreno che potrebbe svolgere oggi una funzione simile. La risposta potrebbe essere: la questione migratoria. Come ho cercato di dire altrove (de Leonardis 2017) l'impegno trasformativo ed emancipativo non solo deve misurarsi con l'attuale regime di trattamento dei migranti e metterlo in discussione, ma può trovarvi la leva strategica per una strategia più complessiva sul sociale, per ripensare il welfare nel suo insieme. Come i matti, i migranti non sono semplicemente un settore d'intervento specialistico ma lo snodo in cui si addensano questioni di diritto, giustizia, democrazia, civiltà che riguardano tutti. Tutti, intendo, ben al di là dei confini della cittadinanza nazionale: la questione dei migranti sollecita l'impresa sociale, come strategia, a proiettarsi oltre questi confini, a immaginare di costruire reti transnazionali, naturalmente a partire da esperienze ed energie locali. Ma su questo non so dire di più (qualche spunto in questa direzione in Appadurai, 2014).
Terza e ultima direzione: se la scommessa dell'impresa sociale sta nell'intrapresa collettiva di costruzione di contesti e motivi di vita socialmente densi di cui siano protagonisti quelli che stanno peggio, forse oggi il campo d'azione e le risorse da riconvertire e mobilizzare vanno rintracciate non più tanto nei servizi, immiseriti ed emarginati, quanto piuttosto direttamente negli ambiti di vita delle persone, nel loro habitat, nel tessuto urbano. Del resto è quest'ultimo il luogo privilegiato in cui si produce e si manifesta la "sofferenza" di cui la rivista SOUQ si occupa programmaticamente (si veda in particolare Saraceno, 2010). E i quartieri degradati delle nostre città assomigliano a manicomi a cielo aperto, per le dinamiche di invalidazione, coattività, cronicizzazione dei problemi che gravano oggi sulla vita quotidiana delle persone che ci vivono: questa osservazione è non per caso l'argomento alla base dello sviluppo del programma Microaree, a Trieste da cui la storia è partita. Esso vale qui come un esempio, riassunto in breve, della direzione su cui questa mia ultima considerazione suggerisce di riflettere . Questo programma - promosso dall'Azienda sanitaria con l'Azienda territoriale per l'edilizia residenziale pubblica e i Comuni dell'area, e in cui sono coinvolti in vari modi enti e associazioni del terzo settore, e naturalmente le cooperative sociali (B) - ha raccolto il testimone di questa storia: attingendo al repertorio di strumenti, obiettivi e metodologie d'azione del processo di deistituzionalizzazione in generale e dell'impresa sociale in particolare, per generare "salute e sviluppo di comunità" nella dimensione micro di singoli quartieri. L'intrapresa replica il rovesciamento della logica dell'intervento che ho già segnalato, dall'erogazione di prestazioni alla promozione delle capacità (conoscenze, competenze, aspirazioni) dei destinatari, concretamente degli abitanti, con uno spostamento dell'azione dei servizi "dai luoghi di cura alla cura dei luoghi": dai setting specialistici che agiscono per separazione e sottrazione, invalidando, ai contesti di vita che diventano a loro volta il setting dell'intervento. Si addensa il tessuto di relazioni e scambi, gruppi e forme associative, di collettivi che supportano e che alimentano la capacità di voce degli abitanti. E il "protagonismo" in tal modo suscitato, oltre a generare risorse da mettere a valore per cambiare le condizioni di vita delle persone, funziona da riferimento per la riflessività istituzionale; il processo d'invenzione d'istituzioni continua.

Ancora una volta, si può fare e si fa - precariamente. Posto che l'impresa sociale sia intesa come una strategia e non come un'azienda, essa è ancora una "possibilità reale".

 

 

 

 

 

 

Appadurai A. (2014) Il futuro come fatto culturale, Milano: Cortina

Boltanski, L., Chiappello E. (1999) Le nouvel esprit du capitalisme, Paris: Gallimard

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degli stessi autori:  Alteritą, Distanza. 

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