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Pier Luigi Porta

Le vie del risveglio dalla prima grande crisi economica del terzo millennio.

 


L'economia come teoria della giustizia: la giustizia distributiva nella economia di mercato.
Prendiamo avvio da fatti che riguardano l'Italia, ma che hanno significato più generale per una analisi del capitalismo contemporaneo.
Il Ministero del lavoro e delle politiche sociali ha prodotto a fine anno il terzo Rapporto sulla Coesione Sociale (2012) ampiamente commentato dalla stampa nazionale. Insieme all'Annuario statistico, pubblicato negli stessi giorni dall'ISTAT, il Rapporto offre una immagine realistica e preoccupante soprattutto in tema di povertà.
Il dato negativo più evidente riguarda infatti precisamente i fenomeni di povertà e deprivazione coi connessi aspetti distributivi. Ne risultano anche effetti ‘percepiti' di intensità accresciuta nel tempo che sono il segnale di ansie e timori diffusi con la sensazione di chiusura di orizzonti. Il Rapporto mostra che la povertà continua a essere maggiormente diffusa nel Mezzogiorno, specie tra le famiglie più ampie, in particolare con tre o più figli, soprattutto se minorenni, mentre si conferma la forte associazione tra povertà, bassi livelli di istruzione, bassi profili professionali ed esclusione dal mercato del lavoro.
Ancora in un quadro geografico la povertà si concentra nelle aree urbane a forte tensione abitativa. Lo documenta anche la Caritas Italiana nell'ultimo Rapporto 2012 sulla povertà e l'esclusione sociale. All'esplosione della povertà la struttura esistente del welfare arranca: il Rapporto Caritas prospetta, nella sua parte finale, una serie di possibili interventi soprattutto a sostegno delle famiglie in seria difficoltà.
Anche il SOUQ dà il suo contributo, specie con il recente volume sulle Sfide della felicità urbana presentato alla metà di dicembre, dove si analizza (anche a livello globale) il problema (più ampio) delle diverse forme di disagio da varie prospettive teoriche. E' in quest'ultima linea d'indagine che vorrei qui collocarmi per una riflessione sui fondamenti relazionali dei fenomeni di deprivazione economica e sulle conseguenze che se ne possono trarre.
Il problema della povertà è, infatti, in sostanza un problema di assetti relazionali. Un'osservazione, che mi pare costituire un importante punto di partenza, riguarda la significatività del disagio urbano. Un notissimo antropologo francese, Marc Augé, sostiene che la dimensione urbana dei fenomeni di disagio tende sempre più a divenire dimensione universale. Ciò accade non soltanto perché la città non smette di espandersi così che ormai la maggioranza della popolazione mondiale è popolazione urbana: accade soprattutto perché il fenomeno della "urbanizzazione generalizzata corrisponde più o meno a quello che chiamiamo globalizzazione per designare la diffusione generalizzata del mercato, l'interdipendenza economica e finanziaria, l'estensione delle reti di circolazione e lo sviluppo dei mezzi elettronici di comunicazione". E' quel che l'autore chiama il "mondo-città".

In economia i fenomeni qui accennati sono al centro di accesi dibattiti, molto vivi anche nel nostro paese, circa i fattori che sono alla radice dei fenomeni di accresciuta diseguaglianza: se essa sia, p. es., alimentata dalla globalizzazione. Si tratta naturalmente di dibattiti che hanno caratteri comuni a livello mondiale, pur presentando poi anche lati specifici legati a contesti determinati. Un notissimo economista, premio Nobel, che ha enormemente influito sugli indirizzi prevalenti nella macroeconomia odierna, Robert Lucas, affermava ancora non più di dieci anni fa: "Tra le tendenze che maggiormente insidiano la sana economia, la più seducente e, a mio parere, la più velenosa, è quella che si concentra sui problemi della distribuzione ... Le potenzialità di migliorare la vita dei poveri attraverso la ricerca di diverse modalità distributive è nulla al confronto della potenzialità chiaramente illimitata di accerescere la produzione" ["Of the tendencies that are harmful to sound economics, the most seductive, and in my opinion, the most poisonous, is to focus on questions of distribution ...The potential for improving the lives of poor people by finding different ways of distributing current production is nothing compared to the apparently limitless potential of increasing production"]. Affermazioni come queste hanno a lungo dilagato e hanno indotto molti dei miei più giovani colleghi economisti ad abbandonare sdegnosamente quelle velenose sirene che in un passato non lontano avevano prodotto importanti contributi proprio in tema distribuzione. A un certo punto, all'improvviso, è passata, quasi si trattasse di una grande scoperta, l'idea che la teoria della distribuzione addirittura non esiste: il solo aspetto centrale alla analisi dei sistemi economici deve riguardare la formazione dei prezzi. Una volta assicurato un ‘sano' sistema di formazione dei prezzi il problema distributivo (e con esso naturalmente l'intera ‘questione sociale') è automaticamente risolto. Le variabili distributive, come i salari e i profitti, non sono esse stesse se non prezzi. Questa e simili osservazioni hanno costituito il fondamento di un enorme spostamento di risorse intellettuali al puro studio del funzionamento dei mercati concorrenziali. Si è così accarezzato il mito della finalmente raggiunta ricomposizione tra giustizia commutativa e giustizia distributiva attorno alla cui divaricazione si erano invano affannate generazioni di economisti che in molti casi (pensiamo a Ricardo e alla sua enorme influenza) avevano appunto definito il problema distributivo come il vero oggetto dell'economia politica. Naturalmente non intendo dire che non sia positivo lo studio del funzionamento dei mercati. E' solo una questione di misura e di ‘equilibrio': in sostanza occorre un ‘equilibrio' nell'impiego delle risorse intellettuali, che in economia è costantemente reso precario dalle urgenze e dalle ‘svolte' imposte dalla lotta politica.

Che le cose vadano da qualche anno rapidamente mutando è oggi cosa facile da percepire.
E' infatti agevole rendersi conto di quanto sia grave la situazione di crisi che stiamo vivendo. Cresce la consapevolezza della responsabilità della teoria economica, non solo nella mancata analisi, ma più precisamente nella determinazione dei meccanismi di fondo della crisi. Il problema riguarda soprattutto la macroeconomia e si applica certamente alla crisi finanziaria originata negli Stati Uniti con l'aggiunta per l'Europa dei problemi di costruzione e gestione del Sistema Monetario Europeo, forse il maggiore ‘capolavoro' della macroeconomia recente.
Dopo il dilagare della crisi, un grande macroeconomista americano come il premio Nobel Joseph Stiglitz apriva un importante contributo su una della maggiori riviste scientifiche - sotto il titolo Re-thinking Macroeconomics - con una efficace quanto semplice definizione dei modelli macroeconomici: sono dei ‘paraocchi'. Si è, per esempio, parlato a lungo, colpevolmente, di epoca della grande moderazione, di Washington consensus, e cose simili che hanno cullato macroeconomisti e policymakers nella pretesa illusoria di un sapere definitivamente acquisito sulla conduzione della politica economica. La crisi ha costretto tutti a mettere in serio dubbio quella pretesa e a studiare gli errori compiuti per cercare di ricostruire con una nuova impostazione la politica macroeconomica.

Ma la ricostruzione resta tuttora difficile. E' questo naturalmente un problema politico nel senso alto del termine, all'interno del quale il lato economico emerge vistosamente: gli aspetti sono molteplici e debbono essere adeguatamente tenuti in conto nel loro carattere specifico, senza alimentare l'illusione di potersi aggrappare a soluzioni tecniche miracolistiche. La crisi è anche, in Occidente come altrove, crisi dei nostri sistemi politici e delle nostre democrazie. La risposta che i nostri sistemi potranno dare dipende, naturalmente, da una molteplicità di fattori. In questa sede non intendo allargare il discorso al livello politico tout court e al quadro politico nel suo complesso. Mi basti qui assicurare in anticipo che non me ne dimentico anche quando mi accingo a concentrare l'attenzione sull'elemento economico ossia sulla politica economica, che è comunque elemento centrale per la politica nella opinione generale. Per meglio fissare i termini del discorso su ambiti definiti lasceremo da parte quel che riguarda la politica monetaria e rivolgeremo soprattutto l'attenzione alla politica fiscale.

La difficoltà della politica economica al momento attuale nasce dal fatto che a livello planetario la accresciuta diseguaglianza è un fenomeno che difficilmente può continuare a essere ignorato. Mentre la convergenza economica tra paesi sembra suggerire che i fenomeni detti di catching up predominano, a questi però si accompagna un fenomeno opposto quando si guarda a quel che accade all'interno dei singoli paesi, dove si registra una crescente diseguaglianza proprio nei sistemi che crescono più rapidamente. Ed è quest'ultimo tipo di diseguaglianza quello che ha le più vistose manifestazioni.
La posizione tradizionale della destra politica esalta il valore positivo della diseguaglianza, che è vista come frutto e a un tempo stimolo per tutti gli agenti economici a competere per migliorare la propria condizione. E' chiaro però che il ragionamento può valere fino a un certo punto, oltrepassato il quale il discorso si rovescia e un grado elevato di diseguaglianza diventa fonte di insicurezza e fattore di ostacolo al buon uso delle risorse. Quando la parola passa alla sinistra, la risposta-tipo della sinistra è quella di tassare i ricchi e aumentare la spesa sociale. Anche qui è però evidente che una tal politica va incontro al limite di scoraggiare il lavoro e di creare posizioni di rendita che sono l'esito (non voluto) di un sistema ipertrofico di welfare e di sicurezza sociale. Oltretutto viviamo oggi in sistemi economici nei quali lo Stato gestisce già ben oltre la metà dei flussi di reddito, il che rende poco accettabile puntare in prevalenza su incrementi della spesa pubblica.
Così in Italia, ad esempio, i commentatori di destra sono quelli che, oltre a un clima più competitivo, tra altre cose prospettano un progressivo smantellamento (quanto più, tanto meglio) del sistema di welfare. Il sistema di welfare vigente è giudicato dannoso soprattutto perché si estrinseca in una molteplicità di erogazioni erga omnes. Questo equivale (si dice) a un insensato trasferimento di risorse a vantaggio dei più abbienti, facendo poi pagare loro il fio attraverso la progressività dell'imposta. Sarebbe invece più ragionevole ridurre la progressività dell'imposta, magari anche fino ad annullarla, e far pagare a chi può i servizi di welfare. In un sistema ideale, in cui questa politica avesse successo, tutti i redditi si accrescerebbero probabilmente al punto nel quale tutti o quasi sarebbero in condizioni di pagare. Lo Stato sociale avrebbe, alla fine, limitata ragion d'essere. In questo modo si andrebbe nella ‘sana' direzione di meno Stato e più mercato e si incentiverebbe l'intrapresa e il lavoro. La sinistra invece insiste sul tassare i ricchi, come programma di giustizia sociale che ha un lato ‘punitivo' nei confronti dei ceti abbienti, accanto a un lato ‘premiale' per i meno abbienti che consiste nell'usare il gettito a fini redistributivi.
Si tratta in realtà di problemi e misure che già in passato hanno avuto largo spazio nel dibattito e nella prassi del capitalismo occidentale. Dalla fine del secolo 19° gli economisti di scuola marginalista registravano con favore l'archiviazione della teoria classica del valore-lavoro, la quale si era trasformata nelle mani di Marx in teoria dello sfruttamento e del crollo del sistema capitalistico. Ma il ritrovato entusiasmo per le magnifiche sorti del sistema dovevano ben presto essere considerevolmente ridimensionate dalla realtà brutale delle guerre commerciali e della crescente diseguaglianza distributiva. Così accadde che l'economia politica del 20° secolo desse largo spazio al fallimento dei mercati, ideando rimedi che vanno dalla regolazione dei mercati stessi, alla creazione di reti di protezione sociale. Inoltre proprio la economia marginalista, e non il socialismo, è stata la promotrice del principio della progressività dell'imposta come strumento di giustizia, un principio tuttora accolto anche dalla nostra Costituzione.

Al momento attuale si combatte e ci si divide sui modi per uscire dalle strettoie che sembrano limitare le prospettive di successo delle strategia sia di destra che di sinistra. Ne scaturisce quel che viene chiamato il True Progressivism. Un giornale come l'Economist vi ha dedicato la copertina e un ampio rapporto lo scorso ottobre. Se concentriamo lo sguardo sull'Italia, allo spuntare del 2013 la c.d. Agenda Monti si è costruita e si è vantata di avere precisamente questa base e di rappresentare così un esperimento pionieristico di fronte al mondo: il ‘vero' progressismo appunto, che non sarebbe né di destra nè di sinistra. Nei suoi aspetti strutturali, il ‘vero' progressismo professa di non volere rendere lo Stato necessariamente più piccolo, bensì di mirare a migliorarne l'azione; non si oppone allo stato sociale, ma cerca di renderne l'azione meglio mirata e più incisiva entrando nel merito di specifici bisogni sociali. Accetta la tutela del lavoro e al tempo stesso punta sulla flessibilizzazione dei mercati in generale (più concorrenza a difesa del consumatore) e del mercato del lavoro in particolare Nella prospettiva congiunturale del breve periodo poi esso rovescia i tradizionali rimedi keynesiani, senza arroccarsi su rigide posizioni monetariste. Viene ad esempio affermato che provvedimenti di segno restrittivo (quali il contenimento della spesa pubblica o l'inasprimento della pressione fiscale) possono in realtà produrre nei fatti effetti espansivi con molto maggiore probabilità dei provvedimenti convenzionalmente considerati espansivi.
Il True Progressivism è, in buona sostanza, la traduzione in pillole di uso pratico (sotto un'etichetta indubbiamente un poco presuntuosa) di quello che in sede teorica è la c.d. Political Economics: una traduzione pratica che si sente certa di poter diventare l'erede naturale della fiducia che viene contestualmente a mancare nei nostri sistemi nei confronti della politica (anche economica) tradizionale. Si tratta in questo senso, come è stato affermato, di una sorta di democrazia ‘depoliticizzata', anche facilmente riconducibile a un sostrato analitico piuttosto robusto che ha acquistato consensi sulle ceneri delle grandi aspettative tipiche degli anni sessanta, queste ultime spesso identificate in economia con la c.d. Scuola di Cambridge. Si tratta però, occorre dirlo subito, di una identificazione solo parzialmente giustificata, giacchè la Scuola di Cambridge - erede di grandi economisti tra i quali spicca Keynes - ha in sé diverse anime ed occorre distinguere attentamente al suo interno (come ha dimostrato di recente soprattutto Luigi Pasinetti) le forme aperte di ‘euristica positiva' dagli elementi di chiusura ossia di ‘euristica negativa', per usare qui un appropriato linguaggio lakatosiano.
Tornando con lo sguardo all'Italia di fine 2012, in linea con quanto appena detto, il Presidente del Consiglio Mario Monti è andato, per un tempo non brevissimo, sempre più acquistando l'aspetto del Pastore Vergérus nella celebre pellicola (proprio recentemente restaurata) di Bergman Fanny e Alexander. Il Pastore frusta con scientifica sistematicità il giovane Alexander per punirlo di non so quali colpe e si interrompe, tra una sferzata e l'altra, per lodare la maturità del ragazzo: "Vedo che sei intelligente e hai capito che lo faccio solo per il tuo bene". Vergérus nel film non ha successo, nè si guadagna l'affetto del ragazzo: questa è la vera differenza rispetto a Monti il cui esperimento politico è diventato, proprio per questo, interessante. Dimostra che le frustate restrittive in economia sono comprese (forse amate!) dalla gente: operano nel senso della giustizia e dell'ordine sociale e, come tali, pongono le premesse della ‘vera' crescita. L'esperimento ha suscitato positive attese ed è sembrato promettente. Certo, aggiungerei forse: questo accade in un paese come il nostro, dove il Sessantotto è durato vent'anni e ha innescato una frammentazione politica crescente e disastrosa, frutto di una cultura (specie - ma non solo - a sinistra) con pretese ‘critiche', ma in realtà priva di senso costruttivo e malata di invincibile sospetto verso l'economia di mercato. Il sistema Italia non ha poi più avuto la capacità di trovare credibili punti di aggregazione, così che un Vergérus determinato è potuto risultare persuasivo e avere un certo successo nel contribuire (sia pure a caro prezzo) a spezzare il circolo vizioso sul quale si è avvitata la politica italiana.

Ma, naturalmente - al fuori dell'immediato di speciali condizioni di crisi - questa studiata combinazione di strumenti e di ingredienti, basata su un insieme attentamente congegnato di technicalities, non può essere risolutiva. "Bella senz'anima" è stata benignamente definita l'Agenda Monti. Inutile negare che essa abbia capacità di attrazione: ma c'è qualcosa che manca e che sta al cuore del problema. Quel che occorre infatti al momento attuale una rinnovata concezione del mercato, capace di reggere la molteplicità dei compiti che ad esso sono richiesti. Accanto a questo occorre considerare che siamo in un sistema che ci impone forme di stretta prossimità come agenti economici, il che porta ad accrescere il peso e l'importanza dei beni comuni. Michael Sandel, l'autore di un popolare testo intitolato Giustizia, rispolvera il concetto di bene comune e porta una quantità di esempi su quel che il danaro non può fare, What money can't buy. Ne nasce un tipo di concezione, fondata sul mercato, ma su una concezione ‘classica' del mercato, che è al centro della economia civile contemporanea.


L'economia alla conquista della felicità pubblica nell'età dei beni comuni.
Il punto o l'aspetto sul quale vorrei qui fermarmi è quello dei fondamenti relazionali e antropologici dell'economia e del mercato. E' qui il cuore del problema per una analisi realistica delle tensioni insite nella società capitalistica odierna, che vanno dal significato e gli effetti della crescita economica, alla diseguaglianza economica e sociale, sino alle forme invasive della realtà virtuale, all'insoddisfazione per il tipo di relazioni umane, al lavoro e imprenditorialità e il mondo di relazioni nel quale operano.

Come nasce in particolare l'economia di mercato? Perché nasce? Vi è alla base l'esigenza di superare, secondo una concezione molto studiata ed elaborata, i vincoli caratteristici di una realtà di tipo comunitario, necessità alimentata dal bisogno di generalizzare i rapporti economici e quindi di spersonalizzarli Una realtà comunitaria è di per sé fondata su istanze di esclusione, laddove lo sviluppo storico delle società conduce a rendere cogenti istanze di inclusione.
Nelle economia avanzate il mercato costituisce una realtà piuttosto scontata e tradottasi in un fatto quasi meccanico. Questo ci rende difficile pensarlo nei termini di un processo di inclusione. Ci riesce forse più naturale una simile riflessione quando pensiamo alla formazione dello Stato moderno. Il processo di formazione dello Stato moderno viene per lo più rappresentato non solo come la affermazione condivisa della acquisizione del monopolio del potere e della forza da parte di un'unica entità collettiva (lo Stato appunto), ma anche come processo di separazione tra autorità politica e autorità religiosa, ossia (spesso si dice) come processo di secolarizzazione o laicizzazione della società, forma specifica di un sottostante processo di inclusione. Più particolarmente la democrazia moderna, come archetipo della forma dello Stato moderno, richiede che ciascun cittadino sia sinceramente convinto di dover accettare le decisioni della maggioranza anche quando non le approva.

Tuttavia diventa oggi sempre più evidente (specie in un momento di crisi delle democrazie) come la particolare sintesi rappresentata dalla democrazia, rispetto agli opposti della autonomia dell'individuo da un lato e ordine sociale dall'altro, lasci in realtà del tutto aperto il problema dell'ethos della democrazia, ossia di un nucleo di principi fondanti sulla base del quale il sistema può essere giustificato e reggersi. Ogni forma storica di Stato, e anche di Stato democratico (ha affermato un grande filosofo del diritto come Böckenförde), ha un suo ethos - un suo nucleo appunto di principi fondanti - nel quale trova la sua base d'appoggio. Di qui nasce anche il paradosso, spesso citato, per il quale lo Stato moderno (e lo Stato democratico come forma evoluta dello Stato moderno) non è in grado di garantire i presupposti sui quali si fonda. Ogni istanza di pluralismo etico presuppone in realtà la accettazione di un nucleo di contenuti senza i quali esso perde il suo stesso fondamento e la propria giustificazione. C'è, in sostanza, una sorta di forza interna che sorregge la crescita di un processo inclusivo; assieme ad essa vi è anche un limite mai rimosso al processo stesso.
Luigino Bruni, in un agile volumetto dal titolo L'ethos del mercato, chiama la ‘forza interna' alla quale qui si allude immunitas, come "via di fuga", dintinguendola da quella che egli descrive come la tragica fragilità della communitas.

In realtà processi di questo genere sono avvenuti storicamente soprattutto e prima di tutto proprio nel campo dei rapporti economici. Ed è forse per questo che ci pensiamo di meno. Si tratta di trasformazioni che hanno però un significato assai generale, ben al di là dell'ambito dell'economico, giacchè da essi trae principio l'instaurazione della modernità stessa. La possibilità di scambiare con stranieri, e quindi la nascita della economia di mercato, resa possibile dal contratto è stata storicamente frutto di una lenta evoluzione. E' attraverso il contratto, che pone sullo stesso piano i contraenti senza vincoli di esclusione, che la società moderna crea quella eguaglianza ‘artificiale' tra le persone, le quali si riconoscono l'un l'altra non più attraverso i reciproci status (gerarchici), ma attraverso i beni, non più donati ma scambiati.
E' questa anche la tesi di Niklas Luhmann, secondo la quale "il sistema giuridico [e in particolare il contratto] funge da sistema immunitario della società". Di qui trae fondamento un problema analogo a quello accennato sopra per la sfera politica. Fin dove può giungere il metodo della spersonalizzazione nel rendere astratta da specifici contesti la figura dello scambio? E' giustificabile e sostenibile o addirittura pensabile una totale immunizzazione dai rapporti interpersonali? Antropologi-economisti come Marcel Mauss, o Alain Caillé o, ancora, Karl Polanyi hanno dato contributi significativi allo studio di questo genere di transizioni. Al tempo stesso sta oggi emergendo a livello internazionale un robusto filone di studi in tema di economia della reciprocità e dei rapporti interpersonali.

E' chiaro dunque, a questo punto, che la ricerca dei fondamenti della economia di mercato fa emergere una dimensione antropologica. La modernità, in linea di principio, non lo nega, anche se, sul piano storico, dapprima affina la ricerca in questa direzione e poi, quasi paradossalmente, giunge a negarne la legittimità. Si tratta di un processo che richiede una spiegazione per dissipare l'aura (in realtà solo apparentemente) contraddittoria che lo pervade. E' cosa piuttosto nota infatti che l'economia politica odierna ha fatto il possibile per rimuovere l'aspetto antropologico dell'ethos, giudicato pericolosamente fuorviante e fonte di divagazioni extra-scientifiche quando il contesto epistemologico si è fatto pesantemente positivistico. La svolta verso l'astrazione pura è avvenuta mettendo in primo piano il feticcio (che conserva un suo lato alquanto buffo evidenziato nella latinizzazione) dello homo oeconomicus, un essere piuttosto repellente pur se dichiaratamente virtuale.
In realtà già in Aristotele (384-322 a. C.), nel quinto libro della Etica a Nicòmaco, si affronta il tema del munus (obbligo, a un tempo, e dono) proprio nella introduzione al concetto di giustizia commutativa, come elemento che sta alla radice delle relazioni umane e in particolare di una ampia classe di quelle relazioni che oggi chiamiamo ‘economiche' (mentre allora venivano trattate sotto ‘etica' appunto). Rileva la ambiguità del munus (che è alla radice di termini diversi come com-munitas o im-munitas) all'interno di una concezione di stretto rapporto tra etica ed economia.

Uno schema realistico di storicizzazione dell'economia politica moderna potrebbe mettere facilmente in luce una prima fase di approfondimento, dal mondo medievale sino a giungere dentro la modernità, della dimensione antropologica che ha al suo centro la discussione dell'ethos. A questa fase fa seguito tuttavia una seconda fase di pressoché completa chiusura dell'economia politica, tra l'Otto e il Novecento, rispetto ai temi in discorso; vi è infine una terza fase, con la quale si approda al presente, che è quella della rinascita odierna dell'apertura etica della disciplina con una fioritura amplissima di contributi e soprattutto con la una ampia vocazione per la contaminazione transdisciplinare. All'interno di questo schema particolare significato e importanza primaria assume la esperienza della tradizione napoletana della economia civile nel corso del 18° secolo che costituisce storicamente la premessa dell'insegnamento di Adam Smith. Adam Smith costruisce tutta la sua economia sul fondamento antropologico per il quale l'uomo non è già quell'animal rationale del quale parlava il neo-Aristotelismo della Scolastica: piuttosto l'individuo rappresentativo della specie umana è anzitutto un essere capace di simpatia, ossia capace di immedesimazione nel suo simile, come caratteristica specifica e distintiva rispetto ad altre specie animali. Senza questo fondamento, secondo Smith, non si capirebbe uno dei tratti fondamentali delle società umane qual è la nascita e lo sviluppo dello scambio. Qui abita infatti, nella concezione di Smith, l'ethos del mercato.
Ciononostante non vi è dubbio che Smith manchi alquanto di sottolineare, specie nella Ricchezza delle nazioni, quegli aspetti di socialità tanto caratteristici della scuola napoletana che si estrinsecano nella benevolenza, nella fraternità, nella fede pubblica, e in tutti quegli elementi che fanno del mercato e del commercio uno strumento di mutua assistenza fino alla reciprocità, all'altruismo, alla we-rationality e simili. E' tuttavia abbastanza facile sottovalutare in certa misura il potenziale di socialità che permea l'opera di Smith, la quale sta in realtà in un rapporto di continuità con la economia civile di Genovesi, che precede l'opera di Smith. In realtà il punto rilevante è che la mano invisibile Smithiana non sta in piedi senza empatia e fellow-feeling.

I ‘fondamenti antropologici e relazionali' dell'economia e del mercato hanno enorme significato. Ma che cosa importa, obietteranno molti, in termini macroeconomici questa attenzione all'ethos, quando i veri problemi sono quelli di difendere gli interessi del consumatore di fronte a tutte le lobbies ‘sindacali' in senso lato, fomentatrici di privilegio? Abbiamo bisogno di forti azioni per promuovere il mercato con decisione e coraggio, senza guardare in faccia agli interessi costituiti. E' questo (si è tentati di concludere) il solo ethos che conta.
E' questa la logica, apprezzabile, ma insufficiente del ‘vero' progressismo. In realtà è importante contrastare precisamente una illusione di quel genere. Traiamo un piccolo esempio dalla nostra esperienza di europei. E' noto che il Trattato di Lisbona, entrato di recente in vigore, si ispira a una concezione detta della di ‘economia sociale di mercato' ─ ideata e discussa nel dopoguerra dalla Scuola di Friburgo, la Soziale Marktwirtschaft di Walter Eucken ─ e contiene suggerimenti e indicazioni per un'Europa più efficiente, un'Europa dei diritti e dei valori, della libertà, della solidarietà e della sicurezza con tutta una serie di strumenti ed obiettivi. Molte di queste indicazioni sono state ribadite e approfondite nel c.d. Rapporto Monti sul mercato unico, del maggio 2010, un documento di grande importanza anche per la analisi strategica che contiene sulla portata e il ruolo della intera costruzione europea. Se tuttavia queste prospettive di efficienza dovessero (ad esempio) portarci, nel settore della distribuzione commerciale, a propugnare la entrata in Europa dei grandi colossi della distribuzione, i giganteschi malls che costeggiano le autostrade americane, credo che ben difficilmente i guadagni di efficienza potranno esser computati come autentici progressi, capaci di dispiegare i propri effetti nel rispetto del clima civile, del territorio, della geografia umana dei luoghi interessati. C'è di mezzo la necessità una adeguata concezione dell'uso dei beni comuni, in questo caso del territorio.
Quel che ultimamente discrimina è il contesto relazionale nel quale i processi che abbiamo chiamato di immunizzazione si collocano. Questo va detto certamente non per diminuire o addirittura negare la validità di quei processi, ma precisamente per qualificarne l'incidenza. Il contratto, il diritto ecc., sono astrazioni fino a quando non vengono contestualizzati. Non si può dimenticare, in un senso più generale, che la ‘società dei diritti' in cui viviamo (così è stata chiamata), a forza di codificare norme assolute, ha finito col ghettizzare ampi comparti della società costituendoli in realtà al servizio di una serie di ‘individui rappresentativi', con una concezione e una prassi che è spesso molto lontana dal soddisfare le reali esigenze relazionali delle persone. Tra i caratteri di questa società vi è, ad esempio, la prevalente concezione che vede nella età infantile, nella malattia, nella vecchiaia unicamente costi e pesi per la società e nella vita familiare unicamente un vincolo negatore delle potenzialità del soggetto. Un noto psicologo americano, recentemente scomparso, Robert Butler, nel suo volume Why Survive, ha (p. es.) detto efficaci parole di verità sulla condizione di inferiorità umana ed esistenziale degli anziani in una società che invecchia rapidamente. Una avvertita psicopedagogia ha da tempo, sul versante opposto, denunziato esponendone i riflessi negativi, il problema della negazione dell'infanzia. Non che sia inutile o dannosa in sè la enfasi p. es. sui diritti del fanciullo. Solo bisogna stare attenti a non trasformarli in facili bandiere del progresso, sino a farne motivo di precoce e pervasiva immunizzazione dove invece c'è bisogno di una relazionalità di tipo diverso, basata sulla coltivazione di valori di rispetto e di comprensione che a molti (specie sociologi ed economisti) risultano oggi spesso impossibili perfino da pensare oltre che da esprimere, a causa appunto di una esasperata cultura della immunizzazione.


Le sfide alla razionalità del self-interest.
Un modo alternativo di impostare il problema dei fondamenti dell'agire economico è quello di chiedersi se ancora oggi abbia senso la contrapposizione tra Stato e mercato. E' ad affrontare questo antico dilemma che mira infatti la riflessione su economia, felicità, relazioni interpersonali.
E' un problema che solleva immediatamente il tema del rapporto congenito (pur se a lungo misconosciuto) tra economia ed etica. La concezione Scolastica della politica e dell'economia è fortemente imperniata sul concetto di bene comune e di beni comuni. Salvatore Settis, Paolo Pileri ed Elena Granata si distinguono tra altri autori per avere recentissimamente sollevato con forza il tema del bene comune e dei beni comuni a partire dai problemi della cultura e del territorio, riportandone la concezione alla radice intellettuale quale si ritrova nella Scolastica. E' importante qui notare che si tratta di una impostazione che non tramonta certo con il Medioevo, ma rappresenta piuttosto un'eredità feconda che trova posto nelle concezioni della vita civile, dall'Umanesimo all'Illuminismo, fino al presente.
Il caso di Adam Smith è interessante in questa prospettiva. La rappresentazione, tuttora molto diffusa, di stampo liberal-capitalistico della economia della mano invisibile in Adam Smith è tuttora frutto di una completa quanto arbitraria obliterazione della filosofia morale dello stesso autore. In omaggio al canone positivistico, ossia di separazione tra scienza ed etica, si è a lungo per lo più considerata la filosofia morale di Smith alla stregua di un peccato di gioventù dal quale l'autore si sarebbe col tempo liberato per passare a una disciplina scientifica. Occorre subito dire che, in sede storico-intellettuale ossia di storia delle idee, questa ricostruzione liberal-capitalistica di Smith è oggi completamente superata, pur se questo non toglie il fatto che essa abbia messo radici per circa due lunghi secoli con conseguenze tuttora non riassorbite.
Per portare solo un esempio tra tanti, nel nostro stesso paese, l'opera della maturità di Smith, ossia la Ricchezza delle nazioni del 1776, è stata prontamente tradotta in italiano all'epoca ed ha avuto nel corso del tempo innumerevoli edizioni. La filosofia morale di Smith invece, compendiata nella Teoria dei sentimenti morali del 1759 (opera che pure ha avuto numerose edizioni vivente l'autore e alla quale Smith lavorò sino alla morte), non ha avuto una traduzione italiana integrale fino ad anni recentissimi.
Una adeguata comprensione della opera di Smith ha dovuto attendere due secoli ed è il frutto di una gigantesca revisione storiografica operata negli ultimo 30-40 anni. Il risultato principale della ‘revisione storiografica' (come è stata detta) compiuta negli anni recenti a proposito di Smith conduce oggi certamente a una migliore comprensione della sua concezione del valore, della concorrenza e del mercato. In particolare il mercato viene analizzato alla luce dei ‘sentimenti morali' che muovono allo scambio, mediati attraverso quello che è il fondamento della moralità in Smith: esso che risiede della simpatia, ossia nella capacità, specifica alla specie umana, di mettersi nei panni del proprio simile.
E' per questa via che il mercato viene studiato e considerato come la forma principe di mutua assistenza che le società umane conoscono: ed è da qui che acquista tutta la sua importanza in Smith il principio della divisione del lavoro. Le società umane (diversamente da quelle di altre specie animali) sono tanto più progredite quanto meno autosufficienti sono i loro membri, i quali possono vivere soltanto ‘aiutandosi' reciprocamente. Il mercato non è dunque affatto essenzialmente lotta: esso è prima di tutto cooperazione. Per questa stessa via è evidente che oggi rifiorisca un fecondo rapporto tra economia ed etica - ereditato dalla c.d. economia civile nata dall'Illuminismo italiano in particolare - un rapporto non più schiacciato tra una visione deterministico-meccanica dell'agire autointeressato da un lato (oggi la più diffusa) e, dall'altro lato, dal demone dello stato pianificatore totalitario, Leviatano onnipresente, che riassorbe in sé l'intera economia.

Negli anni più recenti la sfida al paradigma economico del puro agire autointeressato si è arricchita e approfondita e il concetto stesso di razionalità economica è stato sottoposto a motivi di critica e di revisione sempre più cogenti e raffinati. Questo è avvenuto da una parte con lo sviluppo del c.d. cognitivismo economico e dell'economia sperimentale e, per altro verso, con un ampio complesso di elaborazioni che ha interessato la teoria della scelta sociale. Da questi diversi filoni di analisi è nata tutta una serie di contributi che riscoprono oggi relazioni autenticamente interdisciplinari specie all'intersezione tra economia, psicologia e biologia evolutiva da un lato e tra economia e filosofia dall'altro e, più precisamente, tra economia ed etica. Si tratta di campi d'indagine tuttora in piena evoluzione, dei quali non è facile qui offrire una sintesi soddisfacente.
Nel dibattito attuale felicità e libertà sono termini-chiave atti a rappresentare efficacemente due polarità concettuali fondamentali. Totalmente ignorate dalla prassi legata al paradigma della neutralità scientifica, felicità e libertà emergono dalla ricerca più recente come le idee-cardine della economia cognitiva da un lato e della teoria della scelta sociale dall'altro, due indirizzi che oggi si contendono il campo alla frontiera dell'economia politica contemporanea oltre a costituire i veicoli più importanti per reintrodurre in economia la pluralità delle motivazioni dell'agire umano, superando così l'orizzonte esclusivo del self-interest. Potremmo dire che Daniel Kahneman da un lato e Amartya Sen dall'altro - due autori ai quali si fa ampio riferimento - sono al momento attuale i vessilliferi delle due prospettive dalle quali forse dipende il futuro della economia politica specie quanto a capacità di esprimere una interpretazione plausibile e sostenibile di alcuni dei problemi economici più vivi del momento attuale.
Su una linea parallela si colloca anche l'opera di uno dei protagonisti della ‘Scuola di Cambridge' in economia, e che di essa è oggi anche uno dei maggiori eredi, come Luigi Pasinetti. Specialmente la concezione della dinamica economica di Pasinetti è una costruzione scientifica che si basa su una specifica analisi delle compatibilità macroeconomiche assieme a un importante ‘teorema di separazione' tra istituzioni e ‘sistema naturale'. La concezione di Pasinetti apre l' economia politica - costruita su un impianto teorico classico e keynesiano a un tempo - allo studio della società e delle istituzioni.

La economia civile odierna (così chiamata sulla scorta di Genovesi) si basa dunque su una concezione che ha pur sempre al suo centro il mercato concorrenziale, dove però il contesto concorrenziale, più che essere visto come il punto di arrivo o di equilibrio di un sistema, è concepito essenzialmente come un processo di continua scoperta e di mutua assistenza tra i partecipanti al processo medesimo. Questa concezione ha importanti conseguenze, per es., nella concezione del lavoro, del quale si sottolinea l'aspetto di creatività e di progettualità (ossia di opera) piuttosto che quello di fatica e di sforzo fisico, ossia di disutilità in senso economico. Il lavoro è agire più che semplice fare. All'interno della progettualità entrano anche finalità collettive e la produzione di beni comuni. Più in generale la concorrenza civile è non-profit, non già nel senso che non vi sia il profitto economico, ma piuttosto nel senso che il profitto è il necessario sottoprodotto del bene operare. Mentre la concezione for-profit (se così la si può chiamare) vede ogni attività economica come strumentale alla produzione di profitto, nella economia civile la produzione di un bene o di un servizio (privato e pubblico che sia, dal trasporto, alla scuola, alla sanità e via dicendo) è fatta prima di tutto per realizzare al meglio la finalità intrinseca del servizio. Questa impostazione, oltre a reintrodurre nell'economia la dimensione del bene comune, è anche fonte di suggerimenti volti a contrastare la crescente finanziarizzazione della economia e la marcata deriva del sistema verso quella che è stata chiamata la impresa irresponsabile.
Qui occorrono spesso chiarimenti terminologici, dato che molti termini, anche importanti, vengono sempre più deformati nell'uso. Forse la colpa è del computer, o della assenza della scuola o della famiglia: difficile dire. Così non-profit diviene il più delle volte no profit, quasi si trattasse di negazione del profitto, mentre il termine originario implica esattamente il contrario, ossia la presenza del profitto; il termine economia sociale di mercato è oggi difficilmente utilizzabile in una comunicazione per un largo pubblico perché è stato portato in televisione da Berlusconi con un significato autocelebrativo che ne stravolge il senso. Un concetto che qui non ho utilizzato, ma che è molto vicino a quello di cooperazione, ossia quello di corporativismo, è notoriamente ancora difficile da utilizzare perche ad esso è rimasto attaccato il significato distorto col quale è stato utilizzato dal Fascismo.

Riflessioni conclusive.
A Berlino il muro di fronte all'ingresso della Humboldt Universität reca tuttora impressa la più celebre delle tesi su Feuerbach di Karl Marx.
Die Philosophen haben die Welt nur verschieden interpretiert, es kommt aber darauf an, sie zu verändern.
(I filosofi hanno solo diversamente interpretato il mondo: ma è giunta l'ora di cambiarlo)
Lo riprende, nella sostanza, Arthur Kleinman, nella sua splendida lezione milanese sulla sofferenza sociale, rigorosa e stimolante, ora stampata recente volume SOUQ-Saggiatore Sfide della felicità urbana citato all'inizio. "È necessario partecipare alla realtà - scrive Kleinman - dobbiamo non solo spiegare i problemi, ma guidare verso le possibili soluzioni. Questa è la direzione verso cui si sta muovendo il nostro mondo, verso cui si sta muovendo l'università, e io credo che le teorie sopra citate siano proprio quel tipo di idee che possa aiutarci ad avere un impatto sui problemi reali. La questione è allora come possiamo utilizzare le teorie cui abbiamo accennato". E' lo stesso problema che si pone per noi a questo punto del discorso.
Credo che Kleinman, nella parte finale della sua lezione abbia espresso la sua conclusione in un modo efficacissimo che egli applica al problema della cura. E qui non possiamo che riprenderlo, anche perché l'economia civile non è altro che un prendersi cura con l'occhio rivolto non tanto a dividerci tra noi presenti le spoglie esistenti, ma rivolto piuttosto al mondo che ancora non c'è, ma che fa parte delle nostre attese e delle nostre speranze e in vista del quale oggi lavoriamo. La concezione delle motivazioni che l'economia civile prospetta non è molto diversa, del resto, da quella che ritroviamo in una della migliori espressioni della economia del Novecento, ossia la concezione di impresa propugnata cento anni fa da Joseph Schumpeter, una concezione imperniata sulla progettualità, la fantasia e il rischio.
"Gli antropologi - prosegue Kleinman - così come gli psicologi, i sociologi, gli psichiatri, i medici, gli esperti di salute pubblica, gli avvocati, gli ingegneri, hanno la responsabilità morale di andare oltre la pura comprensione. ... Ora però vorrei spostarmi su un tema inerente alla mia sfera di specializzazione, ovvero l'idea di cura e presenza. ... Sto suggerendo che la cura produce un tipo di atteggiamento, un tipo di posizione nei confronti del mondo che va al di là della malattia, al di là della disabilità e di fatto è la base morale dalla quale affrontare i problemi sociali alla ricerca di quelle soluzioni innovative di cui parlavo prima. Definisco cura l'attenzione ai bisogni dei bambini, degli anziani e degli invalidi. ... Ciò che suggerisco è che lo studio, di fondamentale importanza, della sofferenza sociale viene fatto progredire da un'antropologia che affronta questioni che vanno al di là delle statistiche e dei casi individuali, e che riesce a creare narrazioni di resilienza, resistenza ed esperienza morale vissuta. Saranno queste storie a raccontarci le aspirazioni umane e la qualità che più definisce gli esseri umani: la speranza. Per poter comprendere come la sofferenza sociale si manifesti in contesti di malattia cronica, abbiamo bisogno di un'antropologia che non si limiti alla critica sociale e che non sia eticamente relativista. Un'antropologia può essere epistemologicamente relativista e un antropologo può essere ontologicamente relativista, ma nessuno di noi può permettersi il relativismo etico. A un certo punto dobbiamo prendere posizione, perché, diversamente, la nostra disciplina è disumana, non umana, e irrilevante per gli esseri umani. L'antropologia che auspico deve proporre un nuovo contratto morale all'interno della società, uno che possa fare da base per un nuovo modo di pensare le politiche e gli interventi sociali. In passato l'antropologia è stata separata dall'elaborazione delle politiche e dei programmi. ... Se estendiamo la cura oltre la sfera della sanità al resto della vita sociale siamo in grado di vederla come un'emozione appropriata, un valore, una pratica attraverso la quale possiamo rivolgerci ad alcuni di questi problemi sociali. La cura diventa l'equivalente morale della riforma politica, economica e sociale, e la base morale per umanizzare politiche e programmi".
Naturalmente non mancano gli aspetti strutturali del problema della ineguaglianza e della privazione. La Commissione sulle Social Determinats of Health della OMS (WHO) li mette bene in evidenza nel suo Rapporto sul tema della Health Equity, con un programma che si prefigge obiettivi molto precisi e immediati: Closing the Gap in a Generation.
"The Commission - scrive il Rapporto - takes a holistic view of social determinants of health. The poor health of the poor, the social gradient in health within countries, and the marked health inequities between countries are caused by the unequal distribution of power, income, goods, and services, globally and nationally, the consequent unfairness in the immediate, visible circumstances of peoples lives - their access to health care, schools, and education, their conditions of work and leisure, their homes, communities, towns, or cities - and their chances of leading a flourishing life. This unequal distribution of health-damaging experiences is not in any sense a ‘natural' phenomenon but is the result of a toxic combination of poor social policies and programmes, unfair economic arrangements, and bad politics. Together, the structural determinants and conditions of daily life constitute the social determinants of health and are responsible for a major part of health inequities between and within countries".
Occorre coniugare questa dimensione strutturale, tipicamente connessa con gli interventi pubblici di politica sociale, con l'aspetto volontario e il corredo motivazionale che sta alla base della spinta a progettare e ad agire. Anche sotto l'aspetto economico la strada maestra - che può trarre i sistemi fuori dalle secche della crisi, della depressione o del ristagno - è quella di rilanciare un atteggiamento di scommessa sul futuro capace di andare oltre l'impianto economicista di carattere esclusivamente individualistico che continua a caratterizzare gran parte della nostra società e che è un atteggiamento nemico delle virtù civili. Un economista come Amartya Sen lo ha fortemente sostenuto in molti lavori e specialmente alcuni anni fa nel suo volume Lo sviluppo è libertà. Nei giorni di inizio d'anno ha illustrato il tema, con un intervento su felicità e diseguaglianze, a Roma al Festival delle Scienze 2013, che in questa edizione ha dedicato una ampia serie di interventi al tema centrale della felicità.
Anche il lavoro, sopra menzionato, di Paolo Pileri ed Elena Granata si muove a sostegno di una linea di valori civili comuni e condivisi. Ne trattano con parole efficacissime specie in tema di territorio in Italia sotto il titolo di Amor loci. Vi è nell'amor loci il senso di una cultura civile fondamento di una identità che è quel che tiene assieme un Paese. Diversamente continueremmo, nel caso paradigmatico del territorio italiano, a cantare con passione i nostri grandi lieder, celebrati in tutto il mondo, come Chisto è o' paese d' ‘o sole, chisto è ‘o paese d' ‘o mare, senza però accorgerci che quel sole e quel mare non esistono più, vittime di una mentalità appropriatrice dell'esistente e chiusa verso il futuro. Si tratta in realtà di un discorso molto più generale che non tocca soltanto i dati di un falso arricchimento basato sulla dilapidazione ambientale. C'è di mezzo il baricentro del nostro rapporto con il prossimo. Occorre, da qualche parte, reintrodurre il nostrum nei discorsi in un orizzonte temporale più ampio. "Pensiero corto e caduta dell'uomo civico", ci dicono gli autori, sono oggi i segni più evidenti di una esigenza di quella public spiritedness, che gran parte del pensiero economico degli ultimi due secoli ha gradualmente abbandonato salvo poi faticosamente riscoprirla, come è accaduto a un economista di rilievo come Tommaso Padoa Schioppa, autore appunto de La veduta corta. Il prendersi cura non è infatti estraneo alla economia. È nel prendersi cura la natura più profonda della competizione di mercato, che è quindi una faccenda cooperativa, una azione congiunta. Certo, quando nei mercati e nella politica gli attori non hanno più l'energia morale e l'entusiasmo civile di guardare avanti e insieme nella stessa direzione, di proporre qualcosa di importante e di crescita comune ai cittadini, si finisce per guardare "accanto" per cercare di battere il concorrente, inteso come rivale e avversario, dando vita a gare, arene, battaglie militari. Ma questo, in economia, è l'opposto della concorrenza, così come in politica diventa l'opposto della democrazia.


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degli stessi autori:  Giustizia Distributiva vs Giustizia Commutativa 

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