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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Empowerment

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Benedetto Saraceno

Come il termine "empowerment" venga tradotto in diverse lingue non è una questione di interesse accademico-linguistico ma implica una scelta non neutra del traduttore.
Partire dalla questione della traduzione del termine empowerment ci aiuta a riflettere sul senso reale della parola e sulle importanti implicazioni ad essa connesse.
In francese il termine piú diffuso utilizzato per tradurre "empowerment" è "responsabilisation" mentre in spagnolo è "apoderamiento". Risulta evidente che il termine francese pone l'accento sulla assunzione della respondsabilità ossia sull'aumento dei doveri del soggetto "empowered" mentre il termine spagnolo pone piuttosto l'accento sulla pura assunzione di potere. In tedesco si trovano frequentemente due termini: "Mitwirkungsmöglichkeit" e "Befähigung", entrambi pongono l'accento sulle opportunità offerte a un soggetto ossia sulla sua "abilitazione a". E in italiano? Le due traduzioni piú diffuse sono: "conferimento di potere" e "attribuzione di responsabilità". La prima (simile alla traduzione in spagnolo) pone in primo piano la attribuzione di potere mentre la seconda (piú vicina alla traduzione in francese) sottolinea l'aumento di doveri connessi alla assunzione di responsabilità.
Non è difficile capire come la scelta di uno o l'altro termine (potere oppure responsabilità) non sia scelta neutra e irrilevante.
Si potrebbe dire che intendere l' empowerment come responsabilizzazione sembra riflettere il tentativo di mantenere un filo (paternalistico) fra chi dá e chi riceve, dunque sottolinare che anche se si tratta pur sempre di un processo ove il recipiente riceve qualcosa (come fu il caso delle prime timide costituzioni "octroyées" ossia "concesse" ai popoli europei dai loro dai regnanti) tale conferimento è in sostanza una concessione, un "dono".
Tale "dono concesso" implica soprattutto nuovi doveri, nuove responsabilità e, curiosamente, l'enfasi sui doveri pone in ombra la idea di una assunzione di potere, cosí come invece intende l'empowerment chi sottolinea l'aspetto giuridico e politico di "conferimento del potere" a un soggetto che tale potere non ha.
Non ho l'impressione che tali distinzioni che, come ho già detto, non sono sottigliezze semantiche ma scelte con implicazioni rilevanti, siano tenute in gran conto dall'uso diffuso, inflazionato e spesso acritico del termine empowerment nel linguaggio comune, giornalistico, politico e sociologico. Empowerment allude, anche se un po' acriticamente, a una nozione positiva ossia è divenuto un termine politically correct e dunque abusato e assunto con una connotazione tanto positiva quanto vaga e sostanzialmente deprivata di senso forte e dunque priva di conseguenze reali. Innazitutto un termine non puo' essere a priori connotato come positivo: sono "buoni" tutti processi di empowerment? Nessuno penserebbe a priori che l'empowerment degli asessori delle amministrazioni regionali sarebbe un processo positivo e da perseguire cosí come nessuno si augurerebbe l'empowerment dei "traders" della Borsa!
Dunque:

a) è necessario definire con piú precisione cosa si intenda per empowerment
b) è necessario dichiarare chi sono i soggetti che dovrebbere essere recipienti di empowerment (e chi sono in soggetti che non dovrebbero esserlo!)

Potremmo dire in prima approssimazione che l'empowerment è un processo che conferisce maggiore:

a) "capacity to aspire" (secondo la nozione concettualizzata da Arjun Appadurai)
b) " capacity to functioning" (secondo la nozione concettualizzata da Amartya Sen)

Dunque l'empowerment non è tanto un conferimento astratto e decontestualizzato di potere ma piuttosto la messa in opera di processi che promuovono diverse capacità contestualmente alla acquisizione di beni e risorse:

a) capacità ad aspirare a... (maggiore benessere, maggiore libertà e maggiore potere)
b) capacità ad acquisire strumenti per aumentare il benessere, libertà e potere

e, infine

c) acquisizione di beni e risorse che aumentano benessere e libertà.

 

Tale definizione piú articolata di empowerment se presa sul serio ha conseguenze pratiche importanti.
Se pensiamo a molti processi formativi, abilitativi, riabilitativi diretti a soggetti vulnerabili spesso non apprezziamo una vera messa in opera di empowerment ma, piuttosto, osserviamo forme paternalistiche (e controllate) di concessione di autonomia e o di risorse. Un paradigma che illustra bene l'ambiguità dell'empowerment che di fatto viene sostituito da una concessione paternalistica è quello della riabilitazione dei malati psichiatrici: troppo spesso i processi riabilitativi consistono in concessioni graduali, controllate e fondamentalmente autoritarie di risorse e capacità. La miseria della assistenza psichiatrica riproduce cronicità, dipendenza, barriere, esclusioni, invalidazioni, ossia produce quella infantilizzazione di chi è considerato e trattato unicamente come destinatario passivo di interventi e supporti, ossia è trattato come 'costo'. Gli utenti dei servizi sono infantilizzati perché i servizi fanno parte di quel "processo di mutua immaturità che costituisce il grande godimento segreto del genere umano", descritto genialmente in Ferdydurke da Witold Gombrowicz (1). Nel contesto invalidante e infantilizzante della istituzione i tentativi di produrre riabilitazione ed empowerment non possono che essere votati allo scacco in quanto portano le stimmate del intrinseco carattere invalidante.
Risulta una frattura sempre più palese e incolmabile fra mondo della invalidazione e mondo della validazione, tra mondo della assistenza e mondo della produzione, tra mondo della dipendenza e della miseria istituzionale e mondo della impresa, dell'autonomia, della efficienza; una frattura fra Stato e Mercato dove sempre più fragili e letterarie appaiono le partizioni in classi sociali e sempre più drammatiche sono le separazioni fra forti e deboli, validi e invalidi, trasversalmente alle classi.

La "carità" nella sua accezione piú triviale (non certo quella del Cardinale Martini che parlava di "carità intelligente") riproduce spesso il paradigma della concessione controllata, paternalistica e autoritaria delle risorse e delle abilità.
Nella Lettera di Paolo ai Corinti si legge: "E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.
La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità.
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine." (1Cor 12,31 - 13,13).

E' interessante come per Paolo la carità non ha a che fare con la distribuzione delle sostanze quanto piú con il compiacimento della verità, con la ricerca dell'interesse dell'altro, con la giustizia.
Invece troppo spesso la carità concede semplicemente i resti del banchetto e al tempo stesso chiede al povero di essere grato e responsabile. Ma questa carità autoritaria non è differente dai processi di concessione invalidante di qualunque sistema pubblico che in luogo di promuovere autonomia, capacità e potere concede spazi, tempi e risorse a condizione che essia siano "compatibili" con il controllo e la conservazione della ratio borghese e del suo ordine: un processo di empowerment è autentico soltanto se da esso risulta una diminuzione sensibile del differenziale di potere fra chi il potere ce l'ha e chi non ce l'ha.
Ecco dunque che ogni processo di empowerment per essere autentico implica un certo grado di rischio che potremme definire come il rischio della libertà inerente al conferimento di capacità e potere ad un soggetto. Quando i figli acquisiscono autonomia i genitori percepiscono un rischio legato all'aumento di libertà: l'empowerment aumenta le capacità, le risorse e il potere e, in conseguenza, la libertà (e ogni incremento di libertà) aumenta i rischi connessi allo scegliere.
Riflettere sull'empowerment significa anche ripensare in modo "critico" processi di "liberazione" promossi talvolta in forme inconsapevolmente coloniali o comunque autoritarie anche nel quadro di iniziative innovatrici e progressiste ("noi sappiamo di cosa hai bisogno"). Spesso l'empowerment si limita ad un processo di trasferimento di risorse o di diritti che tuttavia da un lato non si interroga sulla "capacity to aspire" e dall'altro mantiene una forte asimmetria di saperi e poteri in ordine al "cosa" e al "quanto" viene trasferito in termini di diritti e di risorse.

Una delle lezioni piú interessanti generata dalla vivace e complessa dinamica internazionale suscitata dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità è il forte accento sulla libertà di scelta dei soggetti disabili spinto fino a posizioni radicali (frutto della forte pressione delle associazioni di utenti nel processo di preparazione del testo della Convenzione). L'articolo 14 della Convenzione statuisce fra l'altro la necessità che "qualsiasi privazione della libertà sia conforme alla legge e che l'esistenza di una disabilità non giustifichi in nessun caso una privazione della libertà": l'interpretazione proposta della maggioranza delle associazioni di utenti psichiatrici afferma che la Convenzione stabilisce che in nessun caso sia ammissibile un trattamento sanitario e/o un ricovero in forma involontaria. Al di là delle polemiche scaturite dalle interpretazioni dell'articolo 14, non vi è dubbio comunque che gli articoli della Convenzione che trattano del diritto dei disabili fisici o mentali (la Convenzione non fa distinzione), diritto alla casa, al lavoro e alla educazione disegnano scenari molto radicali di empowerment a cui negli anni a venire governi nazionali e locali, sistemi sanitari e singoli operatori sanitari difficilmente potranno sottrarsi: le rivendicazioni di diritti sistematicamente negati saranno negli anni a venire sempre piú pressanti e il ricorso ai tribunali nazionali e internazionali diverrà un fenomeno comune. E' possibile ed auspicabile che singoli utenti dei servizi per la disabilità mentale o fisica o gruppi di utenti organizzati (e tale evenienza sembra piú probabile) aumenteranno progressivamente la loro pressione sui tecnici della salute e della riabilitazione con richieste sempre piú sostanziali di diritti, di risorse, di potere e di libertà.

Gli scritti magistrali di Arjun Appadurai sulla "deep democracy" negli slums di Mumbai illustrano con vivezza e lucidità i processi di costruzione delle competenze negoziali e dell' addestramento alle strategie della pazienza da parte dei gruppi organizzati degli abitanti degli slums. La condizione dei campi di rifugiati (che sempre sono provvisori quando nascono e poi divengono permanenti), dei campi ove sono costretti sinti e rom in Europa, dei quartieri cosiddettti "sensibili" delle metropoli francesi o inglesi riproducono in scala ridotta la situazione del 25% degli abitanti di Mumbai ossia circa 4 milioni di persone: povertà, esclusione, violenza, malattie fisiche e mentali, riduzione dei diritti.
Tuttavia, anche se in scala ridotta e con la presenza o assenza di alcune variabili che connotano gli slums di Mumbai, le questioni di fondo proposte dalla condizione di non-cittadinanza di queste centinaia di migliaia di persone non mutano. Le persone sono prive e sistematicamente deprivate di diritti, di risorse, di voce. Si instaurano dinamiche che si autolimentano di demoralizzazione collettiva, di apatia, di dipendenza che possono essere contrastate soltanto da forme organizzate di abilitazione alla identificazione di obbiettivi e al loro perseguimento.
Nascono cosí forme di democrazia sconosciute e ignorate dalle istituzioni pubbliche dominanti indipendemente da quanto esse siano piú o meno democratiche. Queste forme "diverse" di pratica della democrazia costituiscono la deep democracy di cui parla Appadurai. Questa "invenzione democratica" secondo la felice espressione di Lefort implica una pratica dinamica della democrazia che non è piú e soltanto la pratica rituale del mito fondante della democrazia ma la sua declinazione attraverso pratiche che interrompono la continuità istituzionale, la sfidano, la forzano alla radicalità della innovazione. Scrive Etienne Balibar a proposito della esigenza di continua trasformazione delle istituzioni democratiche da parte del cittadino attivo che "mantiene sempre un legame con le nozioni di insurrezione e di rivoluzione, non soltanto nel senso di un avvenimento, violento o pacifico, che interrompe la continuità istituzionale, ma anche in quello di un processo che ricomincia continuamente e le cui forme e i cui obbiettivi dipendono da condizioni storiche anch'esse in costante mutamento" (E. Balibar: Cittadinanza. P.161. Bollati Boringhieri Torino, 2012).

Il titolo di questo Editoriale è "Empowerment" e abbiamo visto quanto stretti siano i legami fra empowerment e democrazia o meglio fra conferimento di potere e risorse e i complessi processi di acquisizione di potere e risorse.
I fronti o meglio i vettori sono due: quello delle istituzioni che conferiscono potere e risorse a chi ne è privo e quello dei soggetti privi di potere e risorse che aspirano e apprendono ad acquisire potere e risorse. Questa duplice dinamica implica un lavoro di trasformazione permanente nelle e delle istituzioni e dei e nei cittadini.
Ancora Balibar: "Una democratizzazione della democrazia dunque non vuole dire soltanto una trasformazione delle istituzioni, delle strutture o dei rapporti di potere, ma anche un lavoro dei cittadini su stessi in una situazione storica data....Nella terminologia di Foucault (Il soggetto e il potere) corrisponde al passaggio dall'assoggettamento alla soggettivazione in quanto modalità di governo di sè stessi, che nulla dice debba rimanere puramente individualistico" (E. Balibar: Cittadinanza. P.168. Bollati Boringhieri Torino, 2012).

Parlare di empowerment dunque significa parlare di un duplice e permanente processo di liberazione dalla propria servitú da parte degli individui e dalla autoriproduzione dei riti inefficaci della democrazia da parte delle istituzioni e dei cittadini.
Si tratta di una democratizzazione delle risorse, dei saperi e delle opportunità che avviene attaverso processi di transazione morale e politica culturalmente e socialmente specifici la cui generalizzabilità è forse possibile ma è ancora tutta da dimostrare.


Bibliografia
1. Arjun Appadurai (2002), Deep Democracy: Urban Governmentality and the Horizon of Politics. Public Culture, 14 (1):21-47.
2. Etienne Balibar, Cittadinanza. Bollati Boringhieri, Torino 2012.
3. Claude Lefort, L'invention démocratique. Les limites de la domination totalitaire. Fayard, Paris 1981.
4. Amartya K. Sen, La diseguaglianza. Il Mulino, Bologna 1994.

 

 

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