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2282-5754
 
Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

La confusione da governare

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Benedetto Saraceno

Il lungo editoriale « Il paradigma della sofferenza urbana » che ha inaugurato il primo numero di Souquaderni ha cercato di proporre ai lettori le questioni e le interconnessioni che costituiscono e costituiranno l'oggetto della riflessione della rivista nel prossimo futuro.
D'ora in avanti l'Editoriale che introdurrà ciascun numero della rivista sarà invece breve e costruirà progressivamente un « dizionario » delle parole chiave che attraversano i diversi contributi teorici che pubblicheremo e le eterogenee pratiche che verranno presentate.
Complessità, Eterogeneità, Multidisciplinarità sono e saranno le questioni di cui Souquaderni si occuperà ma proprio per questo sarà necessario mantenere un chiaro filo conduttore e coerenza di linguaggio : per questo c'è bisogno di un dizionario di parole chiave che consenta, pur nel racconto di storie diverse, in luoghi e contesti fra loro lontani ed eterogenei, la costruzione di una lingua franca che faccia comunicare i cittadini di quella nazione virtuale e trasversale che riunisce tutti gli operatori dei diritti e delle solidarietà.
Oggi parleremo del possibile governo (governance) della complessità, conflittività (e confusione) che caratterizzano l'intersezione delle domande che i piú vulnerabili e marginali pongono alla città ricevendo da essa non - risposte o risposte il piú delle volte incapaci di coniugare efficacia e diritti.
Partiamo da quella idea dello psichiatra illuminista Philippe Pinel (1745 -1826) : separare i malati di mente dagli altri sciagurati che albergano nel ghetto indistinto ove vivono insieme i folli con gli ammalati delle piú svariate malattie infettive, le prostitute e i criminali.
Separare per dare finalmente uno statuto chiaro e distinto ai malati (dunque soggetti non immorali, non criminali) ma malati di mente (dunque non malati di altre malattie) : una chiarezza salutata come la fondazione della psichiatria moderna. Puo' darsi che di innovazione si sia trattato, e non è intento di questo Editoriale di discutere del ruolo di Pinel nell' edificazione della psichiatria, ma la questione che ci interessa è quella dell'attualità o inattualità di Pinel.
La città che oggi alberga insieme e contigui poveri, emarginati, marginali, tossicodipendenti, illegali, e malati di mente è un grande ghetto, è un manicomio diffuso sulla carta geografica della città (diversamente dal manicomio concentrato in un edificio concreto e visibile ). Dunque la città di oggi assomiglia al manicomio di Pinel di ieri e anche in essa si delineano e definiscono distinzioni e popolazioni diverse anche se tutte accomunate dalla medesima vulnerabilità e marginalità. Questa istituzione totale, diffusa invece che concentrata, ripropone quella popolazione fatta di differenze (tossici, illegali, matti, stranieri) che in realtà definiscono solo etichette senza riconoscere differenze fra soggetti e soggettvità. Ossia, si definiscono differenze che non differenziano, proprio come fu per Pinel, per cui la separazione dei matti dagli altri non riconosceva ai matti alcuno statuto di soggetti ma semplicemente li distingueva da altri gruppi di non soggetti.
La vulnerabilità e la marginalità urbana della città di oggi ripropongono soggetti tutti uguali per esclusione e privazione di risposte e di diritti e diversificati per etichettamenti amministrativi, sociologici, clinici che nulla peró hanno a che fare col riconoscimento delle diverse soggettività dei ciascuni. Scrivevo nel primo Editoriale di Souquaderni che la città propone una "nazione" trasversale ove "le sofferenze si incrociano, si confondono, si specializzano o si de-specializzano ma non trovano risposte" e lasciano i soggetti solitari anche se spesso accampati in gruppo in stazioni e pieghe oscure della città (sotto i ponti delle tangenziali, nei mezzanini delle metropolitane, sui terrains vagues di erba secca e sporca che improbabili si insinuano fra le caserme di periferia, nei campi dei rom eccetera). Soggetti solitari e insieme accomunati soltanto dall'essere "ultimi espulsi , vulnerabili e minacciosi". Fra di loro c'è malattia mentale (molto alcol, molte sostanze d'abuso) ma anche malattie fisiche (la tubercolosi, l'AIDS, le malattie sessualmente trasmissibili), c'è prostituzione femminile e maschile, c'è piccola e grande criminalità, c'è tanta povertà e disperazione (e tante lingue diverse sono parlate).

Questa città pre-Pineliana incontra ogni giorno la città dei servizi : pubblici (autoambulanze, ambulatori, pronti soccorsi, reparti psichiatrici, servizi territoriali di salute mentale, servizi per le tossicodipendenze, servizi sociali, servizi del tribunale per i minorenni, carabinieri, polizia, vigili urbani) e privati (mense, ospizi, organizzazioni caritative, cooperative, ONG, ambulatori, parrocchie, templi, chiese ufficiali e semi ufficiali, volonterosi samaritani e giustizieri razzisti).
Questa grande confusione e conflittività non sembrano produrre molto plusvalore in termini di piú umanità, piú salute, piú diritti, piú gioia, piu' sicurezza. Vi sono, si', frammenti di umanità, salute, giustizia e talvolta anche qualche po' di gioia, ma pochi e dispersi come se l' inerzia della istituzione diffusa fosse cosí feroce da attenuare gli effetti virtuosi dei singoli anonimi eroi pubblici e privati che quotidianamente vanno al fronte della città . Al contrario, l' inerzia della istituzione diffusa è cosí perversa da sommare tutte le inefficienze e le miserabilità del pubblico e del privato messi insieme, per un risultato complessivo ad alto grado di disumanizzazione e basso grado di riconoscimento dei diritti di cittadinanza.
Se ci chiediamo come in pratica si articolino le risposte a questa confusione e conflittività della Città a questa sofferenza urbana, violenza urbana, inefficienza urbana, ferocia urbana possiamo schematizzare sei strategie. Si tratta di sei condotte pubbliche e/o private, che, piu' o meno consapevoli, si intrecciano e spesso si confondono l'una nell'altra ma che dobbiamo imparare a leggere, analizzare, talvolta dobbiamo evitarle e anzi combatterle e talvolta dobbiamo correggerle e governarle.
1. colludere passivamente
2. colludere attivamente
3. ordinare il cardo e il decumano (ma con la truppa di Bava Beccaris)
4. testimoniare dal basso (bottom-up?)
5. governare dall'alto (top-down?)
6. accompagnare, facendo crescere la partecipazione (piú democrazia, piú social capital) migliorando la costo-effettività (piú salute, piú efficienza, piú integrazione) e, last but not least, generando senso, soggettività e piú umanità.
La collusione passiva con la confusione urbana è una condotta nota e praticata soprattutto da molte pubbliche amministrazioni, inefficienti, spendaccione, disinteressate al benessere dei cittadini piú vulnerabili e marginali. La collusione attiva si realizza quando le inefficienza e il malgoverno sono il risultato non di passività e disinteresse ma sono scelte consapevoli di connivenza, di conflitto di interesse, di corruzione e di sistematica violenza sui piú deboli. Se la prima e la seconda strategia sono il retaggio di democrazie arretrate, certamente la terza strategia, ossia quella dell'ordine imposto, rappresenta l'obiettivo di molti politici e pubbliche amministrazioni che trovano nella paura e nell' esasperazione dei ceti medi e popolari il terreno per sviluppare aspirazioni d'ordine : la crescente cultura della sicurezza, del controllo, della repressione delle diversità, delle xenofobie e della rivendicazione di identità pure (sic) sono tutte facce diverse della medesima strategia che illude e conquista facilmente con discorsi populisti e pratiche repressive che negano i diritti dei cittadini piú deboli e piú marginali. Non c'è dubbio che queste tre strategie sono forme diverse di incapacità di confrontarsi con la complessità e con le difficoltà poste dai contesti urbani, incapacità che si esprimono con gradi diversi e forme diverse di violazione dei diritti di cittadinanza.
Le successive due strategie (la quattro e la cinque) descrivono invece modalità piu' virtuose per affrontare la questione della complessità e della confusione urbana. Sono soprattutto il privato sociale e l'universo filantropico e caritativo ad essere sovente i protagonisti di pratiche dal basso ossia di testimonianze, talvolta di qualità eccellente ( ma talvolta ahimè di pessima qualità ) che tuttavia non influiscono sui meccanismi generali di governance della complessità : si tratta di esperienze limitate, di scala ridotta, che selezionano la loro utenza, che non si coordinano fra loro, che restano incomunicanti con le pratiche dei servizi pubblici, che spesso competono conflittivamente con il servizio pubblico, che, infine, promuovono la cultura del "compassionate capitalism" invece che promuovere una cultura dei diritti di cittadinanza. Si tratta di pratiche incapaci dunque di divenire politiche ma che restano confinate nel ruolo di testimonianze . Il mondo delle testimonianze opera dal basso ma non riesce a influire sulle politiche dall'alto , non riesce a divenire bottom-up. In forma speculare si puo' dire che spesso le politiche dall'alto della amministrazione pubblica restano confinate e prigioniere di universi amministrativi, burocratici e separati dalla realtà. Il governo "dall'alto" non diventa mai realtà, non entra nel terreno e nella quotidianità dei soggetti, non diventa mai top-down. Paradossalémente si potrebbe dire che le pratiche dal basso, quando sono di buona qualità, sono ricche di soggettività ma povere di impatto sulla governance mentre le pratiche dall'alto influiscono sulla governance ma restano « laterali » alle soggetività : cittadini senza politiche o politiche senza cittadini.
Infine, pur nella schematicità di questa esemplificazione delle strategie per la complessità, per ultima definiamo la strategia dell'accompagnamento (debbo al sociologo Aldo Bonomi il suggerimento di adottare il termine "accompagnamento"). Si tratta di governare la complessità assumendo la confusione e la conflittività come contesti operativi e non come rumore di fondo da eliminare ; si tratta di assumere la diversità e il conflitto come strumenti positivi di crescita e non come ostacoli da abbattere; si tratta di assumere le disabilità fisiche, mentali, sociali e le vulnerabilità degli individui come risorse possibili e non come limiti e povertà . In questo consiste l"accompagnamento". Si potrebbe dire che di fronte ad una popolazione marginale e difficile si puo' ignorarne la domanda, si puo' reprimerla, colonizzarla, governarla con condiscendenza (ancora il "passionate capitalism") oppure rispondere attraverso il confronto e la messa in opera di meccanismi di partecipazione democratica che generino ipotesi di governo e di cogestione della complessità. Possiamo dunque immaginare al di là delle non risposte o delle risposte imposte (anche con ottime intenzioni e qualità) degli interventi che nascano dalla condivisione di strategie e risorse insieme agli stessi soggetti che domandano interventi e che aspettano risposte? Possiamo ad esempio immaginare per i Rom, al di là delle risposte repressive o di quelle che anche se di qualità restano pur sempre coloniali, degli interventi formulati insieme ai Rom per gestire risorse e servizi insieme? Si tratta di lavorare con un misto di utopia e di pragmatismo, virtú apparentemente contradditorie che, peró, quando coniugate generano innovazione sociale.
La complessità che propone la città necessita governances radicalmente partecipative, altrimenti inefficienze , conflitti e assenza di diritti resteranno prevalenti. Scrivevo nell'Editoriale del primo numero di Souquaderni che la governance della città è il modo in cui le istituzioni pubbliche e private sanno gestire la dinamica sociale della città in maniera responsabile, capace e giusta. La governance deve essere policentrica, decentrata, attribuire poteri ad attori pubblici e privati, implicare la società civile.
La Commissione dell' Organizzazione Mondiale della Sanità sui Determinanti Sociali della Salute afferma che "La governance implica partecipazione, onestà, trasparenza, coinvolgimento di tutti gli attori senza che nessuno, per minoritario o vulnerabile esso sia, venga umiliato dalle regole messe in atto per governare". La governance urbana dunque altro non è che democrazia, pianificazione partecipata dai piú vulnerabili e marginali e, ancora recita la Commissione, anche dagli "illegali che essendo parte della città devono essere parte della formulazione delle regole".
E' di questa sesta strategia che dobbiamo ragionare allo scopo di trasformare una intenzione in una pratica politica e tecnica da promuovere, da difendere con le armi del rigore scientifico e della passione civile.

 

 

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