Nuova pagina 1

 


english English Home Contatti Credits ISSN
2282-5754
 
Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Iniziative per la salute mentale urbana in India

Nuova pagina 1

 

Murthy Srinivasa

Introduzione

L'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) individua nella salute mentale un fattore importante dello stato di salute globale dell'individuo. L'OMS ne ha riconosciuto l'importanza nel corso del 2001 facendone il tema della Giornata mondiale della salute indetta il 7 aprile e intitolando il Rapporto per la salute del mondo 2001 Salute mentale: nuova visione, nuove speranze. I notevoli progressi registrati negli ultimi decenni nella comprensione della salute mentale e dei disordini mentali fanno sì che sia possibile offrire nuova speranza alle persone che soffrono di questi disturbi avviando programmi specifici. I disturbi mentali sono molto diffusi e sono una delle cause principali di sofferenza di individui, famiglie e comunità. Le persone che soffrono di malattie mentali e le loro famiglie sono poi vittime di stigma e discriminazione, che hanno origine da ignoranza, servizi inadeguati e una legislazione obsoleta. Per cambiare la situazione l'OMS raccomanda che la salute mentale riceva la massima priorità nei programmi di sanità pubblica, incluso anche un aumento dei fondi da stanziare. I programmi per la salute dovrebbero regolarmente prevedere campagne di educazione pubblica per combattere stigma e discriminazione e per promuovere la salute mentale nelle scuole e nelle istituzioni. La cura delle malattie mentali dovrebbe essere community based, ovvero a carattere comunitario, e ciò dovrebbe attuarsi integrandola nei servizi di assistenza primaria e costruendo strutture di cura comunitarie. È indispensabile coinvolgere utenti, famiglie e comunità nell'elaborazione di politiche, programmi e leggi, e nelle iniziative inerenti la salute mentale avvalersi di tutte le risorse umane disponibili. Una legislazione appropriata dovrebbe poi tutelare i diritti umani delle persone con disturbi mentali. Queste misure non solo assicurerebbero ai malati una migliore qualità della vita, ma alleggerirebbero il carico che grava sulle famiglie e sulla società incrementando anche il capitale sociale. Gli specialisti del settore, chi si occupa della pianificazione e la collettività possono affrontare le sfide poste dalla cura della salute mentale afferrando l'opportunità di unire le forze e mettere insieme conoscenze e attività sul campo.

Il presente saggio:1) mette in evidenza l'importanza della salute mentale nelle aree urbane, 2) presenta una rassegna di alcune iniziative recenti per la cura della salute mentale in India (raccolte fino al 2007), 3) elenca una serie di progetti innovativi esemplari inerenti la cura della salute mentale urbana attuati in diverse parti dell'India. Il saggio conclude esaminando il ruolo dei professionisti nelle iniziative di questo genere.

Vita urbana e salute mentale


La vita nelle aree urbane presenta sia vantaggi che svantaggi per la salute mentale. I vantaggi della vita urbana che possono promuovere la salute mentale sono una più ampia libertà individuale, una minore pressione delle tradizionali barriere sociali come casta, genere, classe ecc., maggiori opportunità di lavoro, una gamma più vasta di servizi educativi e sanitari. La vita urbana presenta tuttavia problematiche specifiche che possono avere un impatto negativo sulla salute mentale: sovrappopolazione, industrializzazione, inquinamento, una vita da migrante senza sussidi sociali, alta esposizione al rumore, anomia, mancanza del supporto della comunità, svantaggi di vivere in quartieri poveri in cui i servizi scarseggiano e facilità di venire a contatto con il mondo della droga e della criminalità. Dati questi fattori sono indispensabili nuovi approcci nell'organizzazione di un sistema di cura della salute mentale che sia in grado di affrontare le necessità del caso.

Iniziative recenti nel campo della salute mentale in India


Nel 1980 il governo indiano ha sentito la necessità di sviluppare un piano d'azione nel settore della sanità mentale all'interno del National Health Programme (Programma nazionale per la salute). A questo scopo ha nominato un gruppo di esperti che ha elaborato la prima bozza del National Mental Health Programme (NMHP, Programma nazionale di salute mentale), presentata poi a un workshop di specialisti del settore tenutosi nel 1981. Dopo la discussione, la bozza è stata rivista e una nuova versione è stata presentata nel corso di un secondo workshop nel 1982 a un gruppo di esperti non solo di psichiatria e medicina, ma anche di settori come istruzione, amministrazione, diritto e previdenza sociale.

L'NMHP si propone i seguenti obiettivi: 1) assicurare per tutti in un futuro immediato disponibilità e accessibilità delle cure minime di salute mentale, in particolar modo per le fasce più vulnerabili e diseredate della popolazione; 2) incoraggiare l'integrazione delle conoscenze relative alla salute mentale nell'ambito dell'assistenza medica primaria; 3) promuovere la partecipazione della comunità nello sviluppo dei servizi di sanità mentale e stimolare all'interno della comunità stessa gli sforzi verso il mutuo soccorso e l'autoaiuto. Nella formulazione di questi obiettivi del programma è stato adottato un approccio orientato alla diffusione delle capacità essenziali di cura della salute mentale anche nelle aree periferiche del servizio sanitario, all'assegnazione appropriata dei compiti nella cura della salute mentale, all'integrazione delle cure di base della salute mentale nei servizi di assistenza medica primaria e al collegamento della cura della salute mentale con un più generale sviluppo della comunità. Il servizio prevede inoltre tre sotto-programmi: trattamento, riabilitazione e prevenzione.

Progetti Innovativi per la salute mentale urbana


La sezione seguente presenta alcune delle iniziative inerenti la salute mentale in aree urbane. Esse non costituiscono la totalità dei progetti e sono state scelte in quanto rappresentative di un determinato approccio. Un resoconto più completo è disponibile nel volume curato da Srinivasa Murthy Mental Health by the People (2006).

Nel corso dei primi 10 anni dopo l'entrata in vigore dell'NMHP, i modelli di cura, inizialmente di dimensioni ridotte, sono stati sottoposti a una valutazione sistematica ed è stato sviluppato un modello a livello distrettuale nel Distretto di Bellary dello Stato di Karnataka. Nei successivi 15 anni tale modello distrettuale di salute mentale denominato District Mental Health Programme (DMHP, Programma distrettuale di salute mentale) è stato esteso in un primo momento a 27 distretti e successivamente a 100. In questo modo in un arco di tempo relativamente breve un approccio di base per l'integrazione della salute mentale nell'assistenza medica primaria è andato a coprire un'ampia fascia della popolazione.

Negli ultimi 25 anni diverse altre iniziative, specialmente da parte di organizzazioni di volontariato, hanno ampliato sia la portata della cura della salute mentale sia i suoi erogatori. Tali iniziative includono l'istituzione di centri di accoglienza, half-way homes, ovvero centri di reinserimento, istituti di lungodegenza, centri di prevenzione del suicidio, programmi di salute mentale per le scuole, cura dei disturbi mentali legati ai disastri, programmi community based per l'assistenza ai ritardati mentali, agli anziani, alle persone che soffrono di demenza, a chi fa abuso di alcool o sostanze. Uno sviluppo specificamente indiano di grande rilevanza è il ruolo sempre maggiore esercitato dai membri della famiglia nell'ambito dei gruppi di autoaiuto, di mutuo soccorso e di pressione. Questo sviluppo è avvenuto in larga parte grazie alla collaborazione dei professionisti, a differenza di quanto accade nei paesi occidentali dove questa cooperazione fra pazienti, famiglie e professionisti spesso manca.


Senzatetto malati di mente a Bangalore


Nelle città indiane è molto frequente la vista di persone che dormono sui marciapiedi e nei corridoi dei piccoli negozi. È difficile immaginare come questi sfortunati esseri umani riescano a tirare avanti esposti alle intemperie e alle avversità. È molto complicato fare una stima del numero dei senzatetto in una città poiché non esiste un modo sistematico di contarli.

In India i senzatetto che vivono per strada rientrano nel Prevention of Beggary Act (Decreto per la prevenzione della mendicità) del 1975, secondo il quale i mendicanti sono arrestati e rinviati a detenzione provvisoria per un periodo fino a un anno. Amministratori e politici però non hanno preso in esame in modo approfondito le condizioni di vita che hanno ridotto alcune di quelle persone nella situazione in cui si trovano: non c'è infatti alcuna considerazione per le necessità dei senzatetto che soffrono di disturbi mentali. Una volta attuato, il Prevention of Beggary Act viene usato per identificare i mendicanti con l'unico scopo di riabilitarli. È parte dell'iniziativa dare loro indirettamente il messaggio che dovrebbero considerare alternative all'accattonaggio. Se è vero che il decreto può portare una gran numero di persone a curarsi, gli interventi però non vengono eseguiti in modo scientifico. Perlopiù le risorse, sia materiali che umane, dei Relief and Rehabilitation Centres (RRC, Centri di soccorso e riabilitazione) sono assolutamente inadeguate alle necessità. Il sistema fa sì che sia possibile tenere i senzatetto in custodia ma non riesce a fare niente per venire incontro ai loro bisogni, poiché mancano le risorse e non esistono protocolli di cura. Quindi il decreto da solo non è sufficiente a una vera riabilitazione dei senzatetto; è indispensabile mettere in atto tutta una serie di interventi sistematici, anche con modalità che tengano conto del fattore umano. C'è urgenza di coordinare il lavoro dei settori di previdenza sociale, di sviluppo urbano, della polizia e dei servizi sanitari, in modo da identificare i senzatetto e fornire loro un'assistenza completa. Alloggio, cure mediche, formazione professionale, servizi per combattere la tossicodipendenza e cura della salute mentale sono alcune delle necessità prioritarie.

Prendendo atto dell'assenza di servizi per la cura delle persone che soffrono di malattie mentali, il dottor Kishore Kumar, psichiatra del National Institute of Mental Health and Neuro Sciences (NIMHANS, Istituto nazionale per la salute mentale e le neuroscienze) di Bangalore, ha mosso i primi passi per affrontare le necessità di salute mentale dell'RRC della città. Il centro ospita 500 persone di cui circa il 30% con disturbi mentali. Circa dieci anni fa, agli inizi dei servizi psichiatrici, l'RRC non prevedeva la cura della salute mentale. I progetti messi in atto sono i seguenti: 1) far passare in visita al centro un'équipe di specialisti di salute mentale una volta alla settimana; 2) accertare, come parte della valutazione iniziale degli ospiti, il loro stato di salute mentale; 3) fornire trattamento psichiatrico; 4) istruire il personale sanitario alla cura dei malati mentali con modalità umane e non tramite controllo e punizione; 5) addestrare gli operatori sanitari e i medici alle capacità essenziali della cura mentale; 6) incoraggiare gli ospiti del centro a partecipare alle attività di formazione professionale; 7) rintracciare le famiglie degli ospiti e attuare il ricongiungimento; 8) sensibilizzare il personale di polizia alla situazione dei senzatetto con disturbi mentali; 9) aumentare i fondi destinati ai farmaci psichiatrici; 10) coinvolgere e stimolare il personale volontario - professionista e non - affinché presti il maggior aiuto possibile e 11) sensibilizzare l'amministrazione pubblica alle necessità legate alla salute mentale dei senzatetto della città.

Il risultato di queste iniziative è stato un mutamento radicale all'interno dell'RRC: per molti degli ospiti si è effettuato il ricongiungimento con la famiglia e per tutti la cura della salute mentale è diventata di routine. Da parte delle autorità, poi, c'è una maggiore consapevolezza di quanto siano indispensabili i servizi di salute mentale.


Senzatetto con disturbi mentali a Chennai


La cura delle donne senzatetto che soffrono di disturbi mentali presenta problematiche specifiche, per affrontare le quali uno sforzo pionieristico è stato fatto nelle città di Chennai e Vellore.

Il progetto The Banyan ha avuto inizio il 27 agosto 1993. Le fondatrici, la signora G. Vandana e la signora Vaishnavi, avevano appena finito il college, ma non erano né medici né assistenti sociali. Però, raccontano, le donne con problemi mentali che vivevano per strada a Chennai erano in una "situazione davvero terribile; noi l'avevamo potuto vedere da vicino al college e decidemmo che dovevamo fare qualcosa" per la loro riabilitazione.

Gli scopi del Banyan sono chiari e forniscono direzioni precise per il suo funzionamento. Si tratta di: 1) accrescere e mantenere la qualità dei servizi; 2) fissare standard e modelli di servizi di qualità nel settore della cura della salute mentale dei senzatetto; 3) nell'ambito degli interventi aumentare l'accesso alle cure e agli altri servizi; 4) creare consapevolezza e stimolare azioni a livello superiore con il governo, le organizzazioni non governative e gli altri stakeholder del settore coinvolti al fine di facilitare e aumentare l'accesso alle cure; 5) cercare di accrescere il numero di stakeholder coinvolgendo sempre più individui, organizzazioni non governative, utenti ed erogatori di cura, organizzazioni sostenitrici, mezzi di comunicazione, rappresentanti del governo, della polizia, del potere giudiziario; 6) lavorare in partnership con il governo (dello Stato di Tamil Nadu) per avviare interventi che mutino l'approccio programmatico governativo per quanto riguarda i servizi, sia istituzionali che comunitari e 7) lavorare all'interno dei sistemi governativi per indurre cambiamenti significativi che possano poi essere replicati in altre parti dell'India affinché tutto il settore ne tragga il più ampio beneficio possibile.

La modalità tipica di ingresso al Banyan è la seguente: la donna con disturbi mentali che vagabonda per strada viene segnala alla polizia attraverso la Mental Health Helpline (Telefono amico della salute mentale), una linea dedicata nata in collaborazione con l'Institute of Mental Health (Istituto di salute mentale) di Chennai e una sezione della Police Control Room in cui operano assistenti sociali del Banyan. A volte l'organizzazione riceve chiamate direttamente dai cittadini. Il Banyan chiede quindi alla persona che ha telefonato di tenere sott'occhio la malata e invia sul posto due persone del suo staff con il furgone. Una volta lì, anche se altra gente si è avvicinata alla donna, lo staff tenta di convincerla a salire sul veicolo e spesso questo è un processo lungo e difficile. Le persone dello staff, compreso l'autista, non sono assistenti sociali, anzi in genere hanno un livello di istruzione minimo; però sono state addrestrate dal Banyan ad affrontare situazioni del genere. Inoltre hanno già assistito a dozzine di altri "recuperi" dalla strada di donne con disturbi mentali. Il più delle volte comunque il solo parlare con loro non è sufficiente. Ed è a questo punto che entra in scena la polizia. Nel corso degli anni il personale del Banyan e la polizia hanno instaurato un rapporto per cui quest'ultima risponde a questo tipo di chiamate con sensibilità e tempismo. Una volta terminato l'intervento, lo staff del Banyan distribuisce alle persone che si sono raccolte sul posto degli opuscoli che illustrano in dettaglio le attività del centro.

Arrivati all'istituto, un'operatrice - una persona con poca istruzione ma con mano allenata dal Banyan - un'assistente sociale qualificata e un medico, o un paramedico, sottopongono la malata a un esame fisico. Dopodichè la donna viene lavata e sottoposta a trattamento per curare le eventuali ferite esterne. Non viene fatta alcuna valutazione psichiatrica per ora e la donna entra in contatto solo con un paio di assistenti sociali e altri pazienti che eventualmente sono giunti al centro nello stesso momento.

I volontari sono un fattore importante delle attività del Banyan. Sono persone comuni ma allo stesso tempo straordinarie che hanno deciso di andare oltre la soglia dei problemi e delle preoccupazioni immediate della loro vita e puntare lo sguardo a questioni che esulano dalle difficoltà contingenti legate alle frequenti interruzioni dell'elettricità, all'accumulo di spazzatura per le strade o al frastuono del traffico. Si tratta di persone che si sentono coinvolte dai problemi relativi alla salute mentale.

La prima domanda che tutti fanno sempre è: Perché qualcuno che non è psichiatra, psicologo clinico o paramedico specializzato "dovrebbe occuparsi" di una persona con disturbi mentali? Qui è necessario comprendere due elementi fondamentali. Primo: il personale qualificato non è mai sufficiente, in particolare nelle zone rurali e nelle periferie urbane. Secondo: dato che il Banyan sostiene il ricongiungimento dei malati mentali con le famiglie d'origine da cui sono stati separati, entrano in gioco una quantità di problematiche diverse rispetto a quelle specificamente psichiatriche. Inoltre questa nuova strategia che prevede il coinvolgimento delle famiglie crea magnifiche opportunità per includere i "non professionisti" in tutta una serie di processi di cura e riabilitazione dei malati mentali.

I volontari seguono un programma di orientamento e addestramento che li avvicina all'organizzazione mettendoli anche in contatto con le persone che quotidianamente gestiscono il centro. Regolarmente il Banyan lancia campagne di solidarietà e sensibilizzazione attraverso i media rivolte alla popolazione di Chennai e di altre città e finalizzate al reclutamento di volontari, e alcuni rispondono all'appello. A tutti quelli che si propongono come volontari è richiesto di presentarsi quando fa comodo all'istituto, dove un membro dello staff spiega loro le attività dell'organizzazione. Agli aspiranti volontari viene chiesta l'area di specializzazione e anche se sarebbero in grado di mettere a disposizione le proprie capacità al Banyan. Si prende nota poi in dettaglio della loro disponibilità e della quantità di tempo che potrebbero dedicare all'attività di volontariato. Inoltre, è prevista una breve visita dell'istituto e viene organizzato un momento di interazione con alcuni degli ospiti.
Per quanto riguarda la raccolta di fondi per la cura dei malati mentali, l'approccio del Banyan è di tipo manageriale. Un conto infatti è richiedere a un donatore una certa somma di denaro citando una causa vaga come "operazioni", ma se invece la causa viene specificata e illustrata nei suoi vari componenti la quota base del donatore aumenterà di molto. È il caso per esempio del programma di riabilitazione di cui si è parlato in precedenza, oppure dello Special Occasion Scheme (SOS, Schema dell'occasione speciale) del Banyan. L'SOS, infatti, ha lo scopo di fornire i pasti agli ospiti del Banyan ma è studiato in modo che le persone che intendono donare il cibo possano farlo in un giorno speciale considerato di buon auspicio (anniversari di nascita o morte dei loro cari, ricorrenze ecc.). Questo approccio business-like del Banyan fa sì poi che gli eventi organizzati per la raccolta fondi siano vere e proprie occasioni di intrattenimento e non noiose e sciatte serate di beneficenza che i partecipanti si sentono costretti a sopportare. La parola d'ordine di tutto quello che fa il Banyan è professionalità: "Netru Indru Naalai", la serata che riscuote il maggior successo, fa scuola per tutti i grandi eventi di intrattenimento dal vivo del Paese, mentre "Basant Utsav", la serata di musica live sotto le stelle a Dakshina Chitra è attesa con ansia da tutti gli amanti della musica e dagli inguaribili romantici. Ai suoi inizi il Banyan è anche ricorso alla strategia di shockare la società per scuoterla dal suo atteggiamento di indifferenza verso la malattia mentale. Con il contributo di una società finanziaria, è stata promossa nella città di Chennai una campagna di manifesti molto provocatori. La reazione è stata incredibile: il Banyan riceveva in media 50 chiamate al giorno. Il che significava almeno cinque visite al giorno da parte di persone che normalmente non avevano niente a che fare con la malattia. In ultima analisi questo portava ad almeno un volontario in più ogni settimana. Un piccolo numero di quelle persone lavorano al centro ancora oggi, più di dieci anni dopo, la campagna. Tutte le strategie del Banyan sono state messe in atto a partire dal moltiplicarsi delle esigenze dei malati. Che si trattasse di un complesso sistema integrato di comunicazione per rispondere alle emergenze, di una vasta operazione di raccolta fondi, di parlare con le organizzazioni non governative che operano nelle regioni più remote del Paese, tutto ciò che si è fatto lo si è fatto partendo dalle necessità reali sopravvenute a mano a mano. E il Banyan cresce solo perché risponde a queste necessità bussando alla porta di una grande varietà di persone provenienti dai più diversi settori della società.

La portata e la gamma delle attività del Banyan a favore di chi soffre di disturbi mentali e la grande quantità di persone che è riuscito a coinvolgere ai vari livelli sono ragioni sufficienti per concludere che la salute mentale non è di pertinenza esclusiva di psichiatri specializzati o psicologi clinici. L'urgenza del momento è pensare fuori dagli schemi, e lo si può fare meglio se un maggior numero di persone si dedica alla causa. Energie fresche, modi di pensare non convenzionali e quindi nuove direzioni d'azione sono importanti tanto quanto la cura in sé delle persone malate di mente. Perché qualsiasi tipo di aiuto conta.

I senzatetto con disturbi mentali a Vellore


Negli ultimi tre o quattro anni nella città di Vellore è cresciuto in modo drammatico il numero di persone indigenti con disturbi mentali e con problemi tali che anche il passante occasionale riesce a identificare come segnali di uno stato di malattia. Iniziative nuove da parte dello Stato si sono fatte notare per la loro totale assenza. Le organizzazioni caritatevoli per i poveri, gli anziani o i ritardati mentali non ammettono le persone che soffrono di malattie mentali e i farmaci psichiatrici sono disponibili solo negli ospedali distrettuali. Al cittadino medio, poi, non piace doversi rivolgere al sistema giudiziario per l'ammissione di un paziente violento: quando infatti un individuo psicotico viene accompagnato al più vicino ospedale psichiatrico (che può essere anche a 50 chilometri di distanza), è responsabilità dell'accompagnatore richiedere un ordine di ammissione attraverso un magistrato. Una significativa maggioranza di persone non può permettersi i costi del viaggio e il conseguente mancato guadagno causato dalla perdita di una giornata di lavoro. In questo modo i malati con i deficit più gravi sono probabilmente quelli meno in grado di permettersi cure giornaliere. La mancanza di assistenti sociali e l'insufficienza di terapisti occupazionali limitano gli interventi di tipo non medico. Su questo sfondo cupo di coercizione e inadeguatezza, gli esempi di assistenza fornita all'interno della comunità, dalla comunità stessa e per la comunità sono squarci di luce che risaltano con grande contrasto. Quasi invisibile per chi opera nelle aule accademiche, esiste invece una rete di persone solidali che si prodigano per aiutarsi a vicenda.

La dottoressa Anna Tharayan, spronata e persuasa da Udhavum Ullangal, una locale organizzazione individuale di assistenza sociale costituita dal signor Chandrasekhar, ha deciso di esaminare le persone che vivono per strada e che necessitano di cure psichiatriche. Il signor Chandrasekhar e la dottoressa Tharayan hanno condotto il loro giro di visite per cinque settimane ogni sabato mattina su un tratto di strada lungo tre chilometri nella periferia della città di Vellore, fermandosi a parlare con chiunque mostrasse segni di malattia mentale. Diverse persone della comunità si avvicinavano nel giro di pochi minuti dopo l'inizio del colloquio. Almeno una di queste persone era a conoscenza di particolari relativi al background del malato. Da subito è stato chiaro che tutti i senzatetto venivano sfamati e vestiti, e che periodicamente ad alcuni di loro venivano anche tagliati capelli e barba. I bambini che giocavano lì intorno erano poi in grado di riferire i confini della zona in cui ogni malato girovagava e il talento nascosto di ognuno. Si è scoperto inoltre che le "persone di strada" mangiano solo una volta ogni due o tre giorni anche se viene loro offerto del cibo più spesso e tornano a chiedere cibo sempre allo stesso negoziante o alla stessa casa, si riparano dalle intemperie in edifici scolastici vuoti o sui gradini delle case e si lavano stando vestiti sotto la pioggia.
Fra gli altri, è stato particolarmente significativo l'incontro con Jeba (il nome è stato cambiato). A un passante occasionale Jeba appare come una donna di mezza età che vive, come ha fatto negli ultimi vent'anni, ai bordi di Arni Road sotto un albero fuori da un banco dei pegni. Un tempo faceva l'aiutante domestica e viveva da sola in modo autosufficiente. Negli ultimi vent'anni, però, i danni provocati dalla schizofrenia l'hanno resa incapace di lavorare, hanno causato un progressivo restringimento della sua cerchia sociale, ormai ridotta a tal punto che lei si fida solo dell'uomo del banco dei pegni, e hanno fatto sì che perdesse qualsiasi istinto per la cura di sé. Sta seduta su una pila di mattoni fra i cani randagi a cui dà da mangiare e, quando non grida oscenità contro persecutori invisibili, scarabocchia su un taccuino. È convinta di stare tenendo la contabilità per il ministero del Tesoro e custodisce con una cura che non riserva a se stessa una ventina di taccuini fitti di scarabocchi incomprensibili. I suoi capelli sono raccolti in una enorme e scompigliata crocchia in cima alla testa, i suoi abiti sono sporchi e la sua bocca è macchiata dal tabacco ma non emana cattivo odore. Manifesta però segni visibili di malattia.

L'uomo che gestisce il banco dei pegni, un uomo di mezza età di estrazione socio-economica medio-bassa, la descrive come una benedizione e tiene in grande considerazione il fatto che lei tenga lontano gli intrusi dal negozio e che si dedichi in modo maniacale a spazzare il marciapiede lì davanti. L'ha coinvolta nelle celebrazioni per il matrimonio del figlio e si assicura che abbia quotidianamente denaro sufficiente per acquistare il cibo di cui ha bisogno da una bancarella nelle vicinanze. Lui comprende il fatto che la donna sia diffidente e non accetti cibo cucinato, nemmeno da lui. L'unico dispiacere di quest'uomo è che lei rifiuti la sua offerta di un armadio dove riporre i suoi taccuini e i suoi vestiti. Quando gli è stato chiesto cosa accadrà in caso Jeba perda conoscenza o il dipartimento delle autostrade decida di allargare la strada demolendo la sua "casa", l'uomo, alzando gli occhi al cielo, ha risposto: "Dio provvederà".

Per Jeba quindi è possibile condurre una vita con tanto rispetto per se stessa e autonomia quanto le circostanze lo permettono. L'atteggiamento di grande tolleranza e accettazione dei suoi benefattori è più sensibile di quanto non lo siano le convenzioni restrittive vigenti negli istituti gestiti da professionisti o nelle strutture di cura pensate per persone che soffrono di malattie mentali così gravi e si trovano in una tale drammatica situazione economica. Conoscenti che in precedenza hanno provato a offrirle medicinali sanno che Jeba non accetterà mai una terapia di sua spontanea volontà.

La storia di Jeba pone a tutti quelli che operano professionalmente nel campo della salute mentale una domanda: sarebbe più giusto forzarla a entrare in un istituto e quindi a sottoporsi ad assistenza medica? Le si dovrebbe dare un ruolo più "accettabile" di quello che lei stessa si è scelta?

Le comunità sono in grado di offrire energie che, se integrate al sistema di servizi ufficiale, ridurrebbero la mole di lavoro di quest'ultimo, probabilmente accrescendone l'efficacia.

Nel distretto di Vellore, 26 uomini chiaramente sofferenti di disturbi mentali che vivevano per strada sono stati riuniti a Thirupathur, è stato dato loro cibo, rifugio e protezione dai rischi e dalle complicazioni legati alle loro malattie. Il coordinatore del progetto ha avuto come mentore il signor Chandrasekhar e ha già fondato un distaccamento di Udhavum Ullangal a Thirupathur. Era così colpito dalle terribili condizioni dei senzatetto malati di mente della sua città natale che ha buttato all'aria la propria carriera nel settore informatico per aiutarli. Armato solo della convinzione che quelle persone dovevano essere soccorse, il signor Ramesh è riuscito a ottenere il permesso del governo, a raccogliere i fondi necessari e a reclutare altre persone che, sebbene inesperte, fossero disponibili ad aiutarlo a gestire la casa. Ha predisposto un sistema preciso per l'ammissione e la terapia, la somministrazione dei farmaci prescritti dai medici, ha fornito occupazione e, grazie ai lavori manuali degli ospiti, ha fatto sì che l'organizzazione avesse delle entrate, depositando poi il denaro guadagnato su libretti di risparmio presso l'ufficio postale locale. Lui e gli altri sette componenti del suo gruppo hanno dimostrato di essere in grado di instaurare dei rapporti con persone che non parlano o parlano solo lingue dell'India del nord e che soffrono di visioni e allucinazioni. È consapevole che, se lasciate a se stesse, queste persone non farebbero altro che fumare e vagabondare senza scopo e che è molto improbabile che venga mai ringraziato per i suoi sforzi. Non contento di provvedere alle loro necessità fisiche, nei giorni di festa la sua casa offre agli ospiti corse a cavallo, in moto, pasti nei ristoranti locali, cibi speciali e abiti nuovi. Il signor Ramesh prega con loro e offre il suo sandalo affinché anche loro lo usino sulle loro fronti. Con determinazione si tenta ripetutamente di rintracciare le loro famiglie. Tuttavia, anche nei rari casi in cui si riesce a trovarle, povertà e vecchiaia dei familiari spesso impediscono il ritorno a casa dei malati. Ci sono anche stati casi di parenti che non hanno voluto far sapere al congiunto dove attualmente si trovano a causa della gravità dei conflitti vissuti in passato.

Non si può permettere comunque che questi casi esemplari di "cultura della cura" facciano dimenticare la negligenza, l'abuso e la persecuzione di cui i malati mentali sono vittime e che sono perennemente in agguato nelle crepe esistenti fra queste storie "idilliache". È innegabile che la ricchezza di simili risorse e un'inefficienza diffusa coesistano, ma è questo il canale di alimentazione cui i professionisti del settore possono cercare di connettersi. Forse quando la scienza riuscirà a filtrare nei cuori e nelle menti della comunità e quando lo sforzo dei professionisti del settore sarà guidato dal contesto culturale e sociale in cui essi operano, sarà possibile assistere alla realizzazione di un servizio, a tutt'oggi mancante, che risponde alle necessità reali. Se nell'affrontare il dramma di "chi si è perso per strada" gli istinti territoriali e la gratificazione accademica vengono messi in secondo piano rispetto alla volontà di andare incontro e soddisfare i bisogni reali, è possibile che si possa fare la differenza anche con le limitate risorse a disposizione. D'altra parte sta guadagnando sempre più terreno il riconoscimento che le percezioni e le preferenze del malato devono essere al centro dell'attenzione come scopo precipuo della riabilitazione. In culture dove l'individuo è ancora profondamente radicato all'interno della famiglia e della comunità, difficilmente si può ignorare il ruolo guida di chi forma questa rete di supporto.

Dalla comunità possiamo trarre almeno due messaggi. Il primo è che esiste già al suo interno una grande ricchezza di risorse. Il secondo è che dove i beni essenziali della vita umana sono poco disponibili, indirizzare quelle risorse verso le persone che ne hanno più bisogno è un obbligo, ancor più che creare sofisticati istituti psichiatrici. All'interno della comunità esistono diversi livelli di cura. Secondo la prospettiva di un modello medico o dal punto di vista etico, alcuni di essi lasciano molto a desiderare; se tuttavia mancassero del tutto, probabilmente chi soffre verserebbe in condizioni ancora peggiori di quanto non accada. Mentre attendiamo la realizzazione di un sistema di cura adeguato, non varrebbe la pena dare più potere a chi già compie sforzi sovrumani? Lo stato della riabilitazione psichiatrica migliorerebbe se si prendesse ispirazione dai sistemi di cura già esistenti all'interno della comunità. La natura delle iniziative dei non professionisti e il loro focalizzarsi sulle priorità sembrano essere molto più in sintonia con i bisogni reali delle persone. L'aderenza di questi modelli alle norme socio-culturali e alle ristrettezze economiche del contesto in cui vengono attuati fanno presagire anche una loro maggiore sostenibilità.

Half-Way Homes

In India si contano tre posti letto per l'assistenza psichiatrica ogni 100.000 persone, per cui la maggioranza dei malati mentali vive in famiglia ed è accudita dai familiari. La vita urbana, tuttavia, necessita spesso di luoghi alternativi di cura. Si sono sviluppati diversi approcci innovativi per la realizzazione di tali centri di cura sia per brevi periodi sia per lungodegenze. I due esempi che seguono illustrano servizi di questo tipo.

Medical Pastoral Association (MPA), Bangalore


La Medical Pastoral Association (Associazione medica pastorale) di Bangalore è stata fondata nel 1964 da un piccolo gruppo di uomini e donne membri della St. Mark's Cathedral, pastori, medici, altri professionisti della cura ma anche persone comuni. La MPA è stata una delle prime organizzazioni volontarie del Paese a occuparsi delle dimensioni fisiche, mentali e spirituali della salute degli individui, delle loro famiglie e dell'intera comunità. In origine si dedicava ad alcolisti e a persone che hanno tentato il suicidio e ha organizzato corsi di formazione alla consapevolezza del suicidio e a come aiutare chi soffre di depressione. Il Comitato direttivo della MPA sentiva molto forte la necessità di aiutare la totale riabilitazione e il reinserimento delle persone con disturbi mentali parzialmente ristabilite poiché allora non esisteva una struttura in grado di farlo. Nel 1978 venne aperta la Half-Way Home (HWH) per l'assistenza ai malati di mente, la prima in India, situata proprio all'interno della comunità.

La HWH è un grande cottage che conta sei stanze con tre letti ognuna, un'altra stanza per il personale femminile, un ufficio per quelli che vengono chiamati house parents, ovvero la coppia assunta dall'organizzazione per vivere con i pazienti, tre saloni (uno per la terapia occupazionale, uno per i momenti ricreativi e uno per i pasti), una cucina e una dispensa. La HWH è una struttura di residenza temporanea e non un istituto psichiatrico. Vi si respira l'atmosfera di una grande casa, dove gli house-parents, il personale e gli ospiti hanno frequenti opportunità di stare insieme e si conoscono molto bene. I pazienti che sono stati curati in ospedali psichiatrici o da psichiatri vengono scrupolosamente esaminati al NIMHANS dagli psichiatri consulenti della MPA e poi ascoltati dalla Commissione ricoveri della MPA costituita da un segretario, un amministratore, gli house-parents e un consigliere senior. I pazienti vengono ammessi a condizione che la terapia farmacologica sia stabilizzata e che siano pronti per i programmi della HWH. Il periodo tipico di permanenza va dai 9 ai 12 mesi. Un membro dell'associazione si occupa degli aspetti amministrativi, incluso il lavoro d'ufficio di routine, con l'aiuto di un ragioniere, un dattilografo e un assistente. La MPA assume una coppia di persone mature e con esperienza a coprire il ruolo di house-parents, incaricati di sorvegliare l'andamento quotidiano della MPA e di gestire il personale di cucina, il giardiniere ecc. Lo staff è composto di persone in possesso di un Master Degree in psicologia clinica o sociologia che vengono assunte dalla MPA generalmente a tempo pieno, ma occasionalmente anche part time. Di solito per circa 20 ospiti ci sono quattro membri dello staff, alcuni dei quali risiedono nel campus e a turno svolgono i compiti degli house-parents quando questi ultimi hanno il giorno libero. Una guardia si occupa della sorveglianza della casa. I membri dello staff seguono regolarmente corsi di formazione in servizio, partecipano a conferenze e condividono la loro esperienza con altre persone del settore. Ci sono anche sessioni speciali di team building per cercare di evitare il rischio di burnout.

Le attività della HWH sono pensate per migliorare le aree specifiche in cui i pazienti sono deficitari. Viene stabilita una precisa tabella di marcia e gli ospiti sono tenuti a seguirla e a frequentare tutti i programmi. I problemi più comuni che si riscontrano nella maggior parte dei pazienti al momento del loro arrivo al centro sono: mancanza di volontà, incapacità di alzarsi dal letto la mattina, poca o nessuna attitudine alla cura della persona, nessun interesse per qualsiasi attività, riluttanza ad assumere i farmaci. Generalmente sono apatici, lenti e in stato letargico. Possono però insorgere all'improvviso crisi di rabbia e aggressività e i membri dello staff devono imparare a gestire le crisi facendo ricorso alla propria professionalità. Altri problemi da fronteggiare sono: autocommiserazione, depressione, diffidenza, noia, incapacità di prendere decisioni, mancanza di fiducia in se stessi. L'assistenza viene svolta in modo affettuoso e amorevole ma disciplinato da tutto il personale della HWH, anche attraverso un'ampia gamma di terapie: occupazionali, artistiche, ludiche, musicali, di gruppo ma anche individuali. I pazienti devono apprendere capacità di vita autonoma e abilità sociali. Fra i programmi della HWH per la stimolazione mentale ci sono attività come il "Quiz" e l'"Attualità" in cui si incoraggia la lettura dei quotidiani per sviluppare la consapevolezza del mondo esterno. Ci sono classi di inglese e di educazione ai valori. Per la stimolazione fisica vengono proposti corsi di aerobica, giochi, il giardinaggio e le passeggiate. Lo yoga aiuta a calmare l'inquietudine interiore. Si praticano poi attività artistiche di vario tipo, e si è osservato per esempio che l'uso dell'argilla nei corsi di ceramica ha effetti terapeutici. Anche quello di cucina è un programma gratificante. Oltre a ciò vengono regolarmente organizzate delle uscite - cinema, ristoranti, mostre - per insegnare a queste persone a essere responsabili, a maneggiare i soldi e a entrare in contatto con la comunità. Ci si aspetta che i pazienti raggiungano nel giro di un anno un livello di riabilitazione sufficiente perché rientrino in famiglia o siano in grado di mantenere un lavoro che permetta loro di vivere autonomamente. La MPA funziona anche come centro diurno per cui è possibile seguire tutti i programmi ma ogni sera tornare a casa propria.

La Richmond Fellowship Society (India), Bangalore


La Richmond Fellowship Society (India) è stata fondata a Bangalore nel 1986 su iniziativa della Richmond Fellowship International (RFI). Gli obiettivi della Richmond Fellowhip sono: 1) offrire aiuto professionale alle persone che soffrono di disturbi cronici mentali ed emotivi alle quali è necessario un processo di riabilitazione e reintegrazione all'interno della famiglia e della comunità; 2) creare consapevolezza pubblica e accrescere negli individui la comprensione di sé e delle persone disabili; 3) promuovere la salute mentale nella comunità, in particolare organizzando corsi per lo sviluppo della personalità e di umanismo, e fornendo alla comunità occasioni di interagire con i disabili; 4) collaborare a tutte le attività svolte da organizzazioni simili.

La prima casa della Richmond Fellowship, chiamata Vikas (che significa "fiorire"), era un progetto pilota e, costruita su un terreno agricolo messo a disposizione da un parente, era in grado di accogliere 10 pazienti di sesso maschile. Incoraggiati dal successo di Vikas, due anni dopo la direzione della Richmond Fellowship assicurò i finanziamenti per la costruzione di una casa modello capace di ospitare 21 persone. Questa casa, chiamata Asha ("speranza"), è situata in un'area residenziale e rispecchia lo schema tipico di una comune casa familiare. Le attività di riabilitazione sono il fulcro dei programmi. Si cerca di inculcare nei malati ritmi di vita regolari fissando orari precisi per la sveglia mattutina, la cura personale, i pasti e le altre attività, poiché per quanto riguarda la routine quotidiana molti di loro sono del tutto incapaci. L'intera mattinata di cinque giorni a settimana è organizzata intorno al programma di attività lavorative. Le attività di terapia occupazionale vengono fissate a seconda delle necessità individuali, aiutano a sviluppare una serie di abilità ma mirano anche ad abituare semplicemente al lavoro in sé. L'enfasi è sulla vita di gruppo, ma per ogni paziente sono anche previste sessioni di terapia individuale con il proprio keyworker. Il coinvolgimento delle famiglie comincia nel momento stesso in cui queste decidono di inserire il loro congiunto malato all'interno dell'intero processo, e continua poi nella terapia familiare e nel resoconto trimestrale dei progressi fatti.

Essendo lo staff il fattore cruciale da cui dipende il successo o il fallimento della comunità terapeutica, i suoi componenti devono essere dei "jolly": è necessario che siano terapeuti dal punto di vista personale e professionale, ma anche nella loro vita quotidiana. Per cui il tirocinio della RFI ha lo scopo non solo di preparare e formare, ma anche di supportare il personale affinché sia coinvolto nel proprio lavoro. In ogni casa lo staff prevede un numero di componenti tale per cui ne è presente almeno uno ogni tre-quattro ospiti. Compiti dello staff sono incoraggiare un'interazione positiva fra i membri della comunità, dare sostegno individuale agli ospiti, assumersi la responsabilità finale del buon andamento di tutta la gestione della casa, compresa l'amministrazione quotidiana. Ogniqualvolta è necessario, lo staff tiene i contatti con ospiti, famiglie e psichiatri. Le persone che lo compongono sono in possesso di una qualifica in psicologia clinica o provengono dal settore dell'assistenza sociale medico-psichiatrica, ma oltre a ciò partecipano ai programmi di formazione della Richmond Fellowship. Sono inoltre aiutate da volontari del posto che costituiscono un legame con la comunità locale.


Association for Mentally Disabled (AMEND), Bangalore


Un altro tipo di iniziative vede le famiglie delle persone con disturbi mentali mettersi insieme per sostenersi a vicenda e agire come advocacy group, gruppo di pressione. Qui di seguito sono presentati due esempi di questo genere, uno a Bangalore e l'altro nella città di Poona. Gruppi simili comunque sono attivi in diverse altre grandi città dell'India.


La Association for Mentally Disabled (Associazione per disabili mentali), che ha sede in locali presi in prestito e arredati con mobili anche questi prestati, è un centro di autoaiuto per gli utenti del servizio e i loro accompagnatori. Nelle parole del fondatore, il signor Nirmala Srinivasan: "Dal 1992 il numero degli associati è cresciuto lentamente ma in modo costante. Quando ci incontrammo la prima volta, nonostante non ci fossimo mai visti prima, sentivamo di conoscerci e le nostre esperienze furono sufficienti a gettare le fondamenta. Il legame emotivo è il nostro primo e più importante impegno. Di fatto molte famiglie non sono in grado di apprezzarlo perché sono prigioniere di concezioni sbagliate e pregiudizi a proposito della schizofrenia. Per queste famiglie il sostegno emotivo o la condivisione delle conoscenze sono l'ultima delle preoccupazioni. L'agonia quotidiana del rapporto con il malato le porta involontariamente ad auspicare un'istituzionalizzazione a lungo termine. Le famiglie dei malati mentali hanno bisogno di aiuto. Sono infatti molteplici i drammi che possono sconvolgere una famiglia in cui un componente è colpito da schizofrenia, e fra questi ci sono: dolore, paura, sgretolamento dei rapporti familiari, peggioramento dello stato di salute generale della famiglia, disperazione, ansia, senso di colpa, difficoltà ad accettare la malattia, senso di isolamento, perdita di energie e risorse e preoccupazione per il futuro. Le famiglie che hanno assolutamente bisogno di aiuto sono centinaia. Un loro caro soffre di schizofrenia ma loro si sentono isolate e hanno urgenza di trovare sostegno emotivo. Agli associati è richiesto di guidarsi l'un l'altro e di condividere le proprie esperienze al fine anche di apprendere i diversi aspetti di come affrontare lo stress, un problema del quale non sapevano quasi nulla. I programmi di educazione alla salute mentale si rivolgono alle persone comuni che si trovano a gestire comuni problemi di stress. In questo modo le famiglie colpite prendono coscienza di quante e quali gravi conseguenze abbia avuto su di loro l'aver convissuto per molti anni con una persona malata. Tutte le iniziative di autoaiuto promuovono un contesto amichevole e confidenziale in cui le famiglie che soffrono possono imparare dalle esperienze altrui".

Passo dopo passo AMEND si è fatta sempre più forte. Sostegno emotivo e insegnamento condiviso hanno portato i partecipanti ad avvicinarsi l'un l'altro. La "famiglia AMEND" è sempre presente in momenti di crisi e per tutti è diventata una luce di speranza. In quasi tutti gli incontri viene ripetutamente data enfasi a ciò che le famiglie possono fare per promuovere il benessere del malato, per prevenire sia le crisi sia un ulteriore deterioramento delle sue condizioni. Molte famiglie hanno ascoltato il racconto di chi ha tratto benefici dalla terapia familiare. Si è notato che la partecipazione agli incontri varia a seconda dell'agenda: le conferenze di celebri psichiatri attraggono il pubblico più numeroso, così come qualsiasi contributo che parli dell'assistenza a lungo termine e della riabilitazione ha un forte richiamo. Il punto cruciale di questi scambi positivi fra le famiglie sta nel fatto che tutte hanno sofferto sulla loro pelle gli stessi tormenti, quei tormenti di cui invece i professionisti possono solo parlare.

Accanto a questo gruppo di autoaiuto, un altro successo che AMEND può vantare è la diffusione dell'informazione. Grazie alla preziosa collaborazione di psichiatri, assistenti sociali psichiatrici e altre organizzazioni non governative, AMEND è riuscita a raggiungere una fase in cui al centro dell'attenzione non sta più tanto la malattia in sé ma la sua gestione. I nuovi membri che arrivano con la speranza di trovare soluzioni immediate vengono incoraggiati a scoprire i benefici dei modelli che propongono un approccio multi-terapeutico e a non impantanarsi nella solita sindrome della cronicità della schizofrenia. La scoperta di nuovi farmaci come la clozapina ha destato grandi speranze, spingendo l'agenda verso nuovi piani di azione. Inoltre AMEND si sta muovendo affinché il termine "disabile" venga ridefinito in modo che i benefici previsti per i disabili dal Persons with Disability Act of India (1995, Decreto per le persone disabili in India) siano accessibili anche ai malati mentali.

Sulla base sull'esperienza di AMEND si può affermare che i gruppi di autoaiuto possono fare notevoli passi avanti sulla strada dell'educazione della popolazione, della raccolta fondi da destinare alla ricerca e della lotta per una legislazione migliore. Possono offrire sostegno emotivo alle famiglie, che non devono più sentirsi isolate. Parlare con gli altri aiuta. I familiari prendono coscienza del proprio isolamento e si fanno avanti per ammettere di avere un problema. Il più delle volte la presenza in famiglia di un malato mentale provoca lo sgretolamento dei rapporti personali, ma la consulenza di terapisti addestrati pensata con spirito compassionevole nell'ambito di gruppi di autoaiuto può portare al ristabilimento di relazioni significative. Per esempio i conflitti fra marito e moglie su come gestire una crisi possono essere trasformati in sforzi solidali che entrambi fanno per cercare di affrontare il problema in modo non emotivo.

Schizophrenia Awareness Association (SAA), Pune


A Pune fino al 1996 l'unica possibilità di cura per una persona con disturbi mentali era l'intervento di professionisti, che poteva avvenire presso le poche cliniche psichiatriche esistenti, i pochi ospedali per il ricovero di persone gravemente malate oppure presso il Regional Mental Hospital di Yerawda. Praticamente però non esisteva alcuna struttura complementare di tipo comunitario. I due eventi importanti nel campo della salute mentale verificatisi nel 1996 sono: l'istituzione della Schizophrenia Awareness Association (Associazione di sensibilizzazione alla schizofrenia) per la riabilitazione dei malati e la formazione dei gruppi Ekalavya di autoaiuto, uno per i pazienti e uno per i caregivers . Un altro evento importante è stata la nascita di uno dei primi gruppi di autoaiuto e mutuo soccorso di salute mentale a Pune, il Sihaya. Per le persone con disturbi mentali esso rappresenta un luogo sicuro di condivisione, in cui riossigenarsi, socializzare e coltivare amicizie. Per i malati è anche "una zona franca", libera cioè dallo stigma e dalle pressioni competitive tipici della società comune. Alcune di queste persone inoltre esprimevano la paura di perdere privacy e riservatezza. La risposta iniziale fu molto positiva, anche se poi si è affievolita dopo qualche tempo. Successivamente ci si è resi conto che il numero di malati di schizofrenia era molto alto, le loro necessità diverse e che la loro presenza costituiva un freno ai progressi degli altri pazienti. Da qui la decisione di formare un gruppo di sostegno distinto dedicato specificamente alle persone schizofreniche.

Per avere successo qualsiasi programma necessita di un coinvolgimento diretto degli stakeholder e dei cittadini comuni in modo da assicurare una vera "partecipazione della persone". Ciò è ancora più importante nella gestione delle questioni relative alla salute mentale. Il coinvolgimento può riguardare tutte le fasi, dall'ideazione di un programma fino alla sua realizzazione. In India questo è cruciale per diverse ragioni. In primo luogo perché nel Paese il numero dei professionisti è estremamente esiguo rispetto alla domanda. In secondo luogo perché le strutture di riabilitazione sia governative che private sono decisamente inadeguate. Per cui il fatto che le persone si incontrino e formino un gruppo è particolarmente proficuo. All'interno del gruppo è possibile scambiarsi informazioni sulla malattia, ci si può confortare a vicenda e offrire una speranza di guarigione. Il gruppo costituisce inoltre un luogo di discussione per i professionisti che possono così condividere le proprie competenze. Un simile "luogo di incontro di persone, fatto da persone e per le persone" non sarebbe disponibile in altro modo. Un'altra ragione per cui scegliere le persone sta nel fatto che la qualità dell'aiuto che pazienti e caregiver possono scambiarsi a vicenda non è assolutamente paragonabile a quello che altri attori possono offrire. Le persone con esperienza diretta - sia pazienti che caregiver - sono in grado di capirsi davvero fra loro nei diversi problemi, hanno empatia e riescono a essere di conforto reciproco nei momenti di crisi. Generalmente gli stakeholders, i loro amici e parenti sono genuinamente interessati a offrire ai malati una vita significativa. Anche i volontari, sebbene non stakeholder, sono un elemento prezioso per il gruppo: sono pronti a dedicare il loro tempo e le loro idee, a raccogliere fondi e avviare nuove iniziative affinché l'esistenza condotta dai malati sia densa di significato. Picnic, programmi musicali, eventi culturali informali ecc. sono possibili grazie al loro spirito di iniziativa. Inoltre, dato che queste persone fanno attività di volontariato, esse non incidono sui costi e quindi le famiglie possono frequentare gli incontri organizzati dai gruppi di sostegno senza affrontare grandi spese.

Scopo principale del gruppo di autoaiuto è creare delle condizioni o un ambiente tali per cui i partecipanti siano motivati a prendere essi stessi l'iniziativa verso il proprio miglioramento. Un'attenzione individuale è possibile solo entro certi limiti, contrariamente a quanto accade nell'assistenza fornita dai professionisti. Tuttavia servizi che richiedono che venga dedicato molto tempo al singolo e che necessitano di un approccio ad hoc non sono eccezioni per le organizzazioni basate sulle persone come questa. Noi però non forniamo alcuna terapia che sia di pertinenza esclusiva degli specialisti. Quindi per qualsiasi trattamento terapeutico o consulenza le famiglie cercano da sé le risorse al di fuori della SAA. Diversamente dalle organizzazioni commerciali a fini di lucro, in questa associazione ci sono più libertà e flessibilità - naturalmente nei limiti degli obiettivi prefissati - per quanto riguarda gerarchie, processi decisionali, delega, assunzione di responsabilità ecc. Di conseguenza eventuali ritardi, errori minimi di valutazione, decisioni prese magari in modo un po' frettoloso sono guardati con occhio più tollerante e visti come momenti di un processo di apprendimento, a patto ovviamente che tutto sia fatto in buona fede. I volontari in genere sono non professionisti con esperienza in materie finanziarie, segretariali, manageriali o nel campo della salute mentale. Siamo consapevoli del fatto che il loro non essere professionisti possa costituire un limite per la loro prestazione ma viene loro dato, in modo dignitoso ma schietto, il feedback necessario a migliorare il risultato. A volte la crescita e il percorso dell'associazione tendono a essere rallentate dall'entusiasmo di volontari nuovi che ancora devono familiarizzare con la filosofia, gli scopi e gli obiettivi dell'organizzazione. Noi incoraggiamo pazienti, caregiver e associati a frequentare seminari, workshop e corsi di formazione per aggiornare le proprie conoscenze e acquisire nuove abilità, affinché tutti sviluppino le proprie capacità di essere delle risorse.

Fra gli insegnamenti tratti da tutte queste esperienze c'è la consapevolezza che nonostante aiuti esterni e competenze siano necessari, non c'è nulla che valga tanto quanto il proprio spirito di iniziativa. Per cui la nostra filosofia non è aspettare di stare meglio per fare le cose, bensì fare le cose per stare meglio e crescere. Poi, naturalmente, così come ci sono momenti di profonda soddisfazione nell'essere in grado di aiutare gli altri, ci sono anche quegli inevitabili momenti di frustrazione che richiedono pazienza infinita e grande fede. Aiuterà allora ricordare che la grandezza sta non tanto nel non fallire mai, bensì nella capacità di rialzarsi ogni volta che si cade. I momenti critici nella crescita di un'organizzazione possono essere ridotti al minimo se si hanno obiettivi ben ponderati e periodicamente rivisti e un gruppo di volontari continuamente motivati e addestrati, se si riesce a delegare e decentralizzare il processo decisionale, soprattutto utilizzando tecniche gestionali. Per il sostentamento e la crescita delle organizzazioni caritatevoli ovviamente sono necessari finanziamenti e la stessa raccolta fondi richiede capacità specifiche. La risposta agli sforzi in questo senso dipenderà molto da quanto si riesce a dar prova del proprio lavoro, anche con una comunicazione efficace e fedele attraverso i media, con i quali noi abbiamo evidentemente bisogno di intrattenere rapporti. Rimanere focalizzati sugli obiettivi prefissati e fare in modo di avere sempre a disposizione le risorse necessarie per raggiungerli non è facile, soprattutto tenuto conto del rischio per cui si può essere tentati di entrare in competizione con le altre organizzazioni simili e si utilizzano facili trucchetti per raggiungere risultati a breve termine. Per costruirsi credibilità e ottenere soluzioni valide sul lungo periodo è necessario collaborare e coinvolgere il maggior numero possibile di segmenti della società, quali agenzie governative, professionisti, operatori dei media, insegnanti, studenti, aziende.

In conclusione, SAA è più che convinta che sia possibile trarre forze incomparabili mobilitando attività di sostegno e autoaiuto orientate alle persone, specialmente in un contesto sociale centrato sulla famiglia come quello prevalente in India. Simili iniziative inoltre contribuiscono ad alleggerire l'enorme carico di lavoro dei professionisti già in numero scarso. Senza considerare il fatto che per le famiglie questo sistema ha la sua ragion d'essere anche dal punto di vista economico. Considerando inoltre la loro maggiore empatia e più facile accessibilità, iniziative di questo tipo non meriterebbero di essere pubblicizzate e diffuse fin negli angoli più remoti del nostro immenso e variegato Paese?


Rete di assistenza per gli anziani a Mumbai


Seguono due progetti (realizzati a Mumbai e Chandigarh) rivolti alla "salute mentale" non delle persone con disturbi mentali ma degli anziani. Sono speciali in quanto sono centrate sulla persona.

Ascoltiamo le parole dell'iniziatore del programma Dignity, il signor Shailu Srinivasan: "Mi sono accorto di quanto le persone che soffrono possano fare per aiutarsi l'un l'altra quando un giorno, circa 14 anni fa, nel mio ufficio di Dadar, a Mumbai. Era venuta Lakshmi, una inconsolabile signora di 72 anni, nonna, che improvvisamente drizzò le orecchie e si mise ad ascoltare un membro della Dignity Foundation seduto lì accanto". Lakshmi era afflitta: ‘Non riesco proprio a capire perché mio nipote, che ha ormai 34 anni, non passi più del tempo con me. Non mi parla più la notte quando torna dal lavoro. Esce tutte le domeniche e a volte sta fuori dalla mattina alla sera. Non capisce la mia solitudine. Sono ormai 13 anni che sopporto questa situazione e non ho un altro posto dove andare'. E a quel punto era scoppiata in lacrime con il respiro pesante e il corpo scosso da tremiti. Mary Fernandez, anche lei venuta a trovarmi per qualche altro problema, guardò Lakshmi e disse: ‘Sa che anche mia figlia si comporta così? È arrivata addirittura a mandar via le persone che venivano a trovarmi a casa'. Sentendo queste parole Lakshmi smise di piangere e cominciò ad ascoltare ciò che Mary le diceva. Dopo un'ora e mezza Lakshmi e Mary se ne andarono via a braccetto, e ancora oggi lavorano insieme al nostro progetto chiamato Dignity Companionship.
Prosegue il discorso il signor Srinivasan :" Il progetto ha preso forma quando mi sono reso conto, senza alcuna conoscenza di tipo specialistico, che le persone possono consolarsi e aiutarsi a vicenda e nel farlo ognuno acquisisce un certo potere su se stesso e sulla propria condizione di difficoltà. Come assistente sociale tento di trovare soluzioni ai problemi delle persone anziane e mi è venuto in mente che tutti gli abbonati alla mia rivista Dignity Dialogue, the magazine for Productive Ageing potevano essere arruolati per offrire consiglio e sostegno a chi vive in situazioni problematiche. Al mio invito a partecipare a un incontro su come alleviare la solitudine risposero 128 persone su 2000: in quel momento è nato il primo servizio di Dignity Companionship. È stato il precursore di altri 20 servizi tutti fondati sullo stesso principio: anziani che operano come volontari".
La Dignity Foundation è un'associazione di volontariato per promuovere "un'anzianità produttiva", basata sul presupposto scientificamente provato che nel processo di invecchiamento sono elementi chiave il livello di vigore fisico e l'interazione continua fra i livelli di attività fisica e quelli di attività mentale. Gli obiettivi della Dignity Foundation sono: 1) diffusione dell'informazione fra gli anziani attraverso pubblicazioni, seminari, discussioni; 2) attuare vari servizi per il sostegno e il benessere degli anziani e renderli capaci di condurre una vita produttiva, significativa e interessante facendo leva sulle loro conoscenze, capacità ed esperienze; 3) costruire un database dei bisogni della popolazione anziana in India ed escogitare i modi per soddisfarli; 4) costruire consapevolezza attraverso la diffusione dei dati raccolti dalle diverse fonti; 5) offrire servizi che rispondano alle necessità degli anziani; 6) mobilitare gli anziani affinché prendano coscienza di un'identità di gruppo e 7) patrocinare la loro causa presso il governo e le strutture pubbliche di previdenza sociale.

Ma cosa si può effettivamente "fare" in una società in cui prevale un atteggiamento molto negativo e una profonda discriminazione nei confronti degli anziani? Prendiamo ad esempio la penosa situazione in cui è venuto a trovarsi uno dei membri della fondazione, il signor E.A. Abraham, oggi ottantunenne, che voleva iscriversi in uno dei college locali a un corso per imparare il sanscrito. La sua domanda di iscrizione è stata respinta ovunque per motivi di età. Ha dovuto quindi cominciare a studiare per prendere un PhD alla Bombay University perché era l'unica che non prevedesse limiti di età per l'ammissione. E si è diplomato in sanscrito all'età di 75 anni. I casi di opportunità negate ad anziani produttivi riempiono volumi su volumi di letteratura geriatrica, documentata in "Dignity Dialogue", il mensile della terza età produttiva sulle cui pagine gli abbonati sfogano le proprie angoscie, le delusioni e persino i tradimenti di cui sono stati vittima.

Qui di seguito vengono descritti brevemente alcuni dei servizi pensati per le persone anziane, in ognuno dei quali sono altri anziani ad avere un ruolo fondamentale:
Dignity Dialogue: il mensile della terza età produttiva redatto da un gruppo di giornalisti professionisti e scienziati del sociale. Gli anziani sono comunque autori in prima persona di 16 pagine della rivista e traggono grande piacere dalla creazione di uno spazio dedicato esclusivamente a loro, dove possono dar voce alle loro gioie e ai loro dolori, su cui i loro testi in prosa e le loro poesie vengono pubblicati per essere condivisi e apprezzati da persone coetanee.
Carta d'identità dell'anziano: rilasciata a nome del Governo di Maharashtra, riconosce alle persone anziane di appartenere a un gruppo omogeneo e permette loro di usufruire di alcuni privilegi. In un centinaio di centri a Maharashtra volontari anziani si occupano di vagliare le richieste e di rilasciare le carte d'identità. Il documento è stato rilasciato a 400.000 persone.
Dignity Helpline: un sistema di sostegno sociale per anziani vittime di abusi. Il servizio si avvale della consulenza di altre persone anziane, dell'aiuto della polizia, di soccorso legale e di altre tecniche di problem solving. In quattro città volontari anziani ricevono una formazione specifica in consulenza sociale e il loro ruolo è cruciale nella fase di indagine e nella risoluzione dei conflitti.
Dignity Dementia Care: fornisce assistenza giornaliera agli anziani colpiti da demenza dando un po' di respiro a chi normalmente se ne occupa. Aiuta i pazienti a far fronte alla malattia anche coinvolgendoli in tutta una serie di occupazioni. Volontari anziani lavorano a turno al centro e conducono le varie attività dei malati.
Dignity Companionship: volontari della fondazione fanno visita agli anziani per tener loro compagnia migliorando così la loro vita di tutti i giorni.
Dignity Discovery: per alleviare la solitudine, il problema principale fra tutti quelli che affliggono gli anziani, ogni due settimane vengono organizzati viaggi in luoghi caratteristici nei dintorni di Mumbai. Il viaggio incoraggia le persone a incontrare gli altri e instaurare nuove amicizie. Anche in questo caso a occuparsi dell'organizzazione sono volontari anziani.
Dignity Senior Citizens Enrichment Centre: ogni giorno viene organizzata per gli anziani una serie di attività che uniscono intrattenimento e apprendimento. Fra tutti i membri c'è un coordinatore dei programmi.
Dignity Senior Citizens Counseling Centre: professionisti di vari settori forniscono consulenze agli anziani relativamente a investimenti, affari legali, questioni di proprietà ecc. Volontari anziani si occupano di ricevere le telefonate e fissare gli appuntamenti con i professionisti.
Dignity Lifestyle: è un distretto di cottage indipendenti a Neral, vicino a Mumbai, in cui alloggiano 500 anziani. I residenti hanno adottato il villaggio di Mangaon, distante due chilometri, in modo da aumentare le risorse della comunità. Un assistente sociale è a capo del progetto.
Dignity Second Careers: fornisce consulenza del lavoro ai pensionati che desiderano continuare a lavorare e a cui viene trovata un'occupazione nei settori del sociale o presso le industrie disposte ad assumerli. Un manager di un'industria elettronica ormai in pensione è a capo di questa divisione. Un nuovo aggancio con la UTI Bank ha portato alla nomina ufficiale di 20 anziani a Special Desk Officers (Impiegati speciali allo sportello), con il compito di aiutare altri anziani clienti della banca.
Dignity Computer Skills: vengono insegnate le nozioni di base per l'uso del computer, fornendo così alle persone anziane ulteriori possibilità di comunicazione e anche un modo nuovo di trascorrere parte del tempo libero.
Security with Dignity: è un sistema di protezione pensato per gli anziani che vivono soli e attuato con la collaborazione della polizia. Membri anziani della fondazione prestano aiuto in 83 stazioni di polizia incontrando altre persone anziane che si trovano in situazioni problematiche. Gli anziani che vivono soli contattano la polizia e vengono indirizzati ai volontari che si occupano di aiutarli. Il programma denominato Dignity Companion to the Traffic Police, che coinvolge la polizia stradale, è un'estensione dello stesso principio.
Dignity Civic Service: in collaborazione con la Municipal Corporation [le istituzioni comunali indiane, ndt], i membri della fondazione vengono coinvolti nella gestione dei diversi quartieri della città per migliorare il servizio di pulizia, per esempio promuovendo attivamente la presa di coscienza riguardo all'importanza di separare i rifiuti soliti da quelli umidi con cui si può produrre il compost.
Dignity Walking Patrol Vigilance: 350 associati della fondazione sono incaricati di sorvegliare i 600 chilometri di tubature del gas di Mahanagar che corrono per tutta la lunghezza della Città di Mumbai. Si occupano anche di educare i cittadini che abitano nelle vicinanze dell'impianto alla prevenzione di incidenti e falle.
Voice of Dignity: è un forum creato nel 2005 in occasione del decimo anniversario della Dignity Foundation con strutture decentralizzate da cui poter ascoltare la voce degli anziani di tutto il Paese. È stato istituito un ufficio che attraverso i media facilita la diffusione della consapevolezza dei propri diritti e delle informazioni allo scopo di costituire un gruppo di pressione.
Suraksha Bhandan: è un evento annuale che coinvolge 500.000 scolari ai quali gli associati anziani della fondazione distribuiscono dei braccialetti su cui è scritto: "Io proteggo la tua sicurezza con dignità". L'idea è di trasmettere ai bambini il senso di rispetto verso le persone anziane.

In conclusione, la Dignity Foundation ha all'attivo 2500 volontari anziani che operano in cinque città portando il proprio servizio direttamente nelle case di altre persone anziane.

L'esperienza pluridecennale di lavoro illumina una serie di questioni. Prima di tutto, le necessità della popolazione anziana sono diverse nelle varie culture e a seconda dei gruppi sociali. In secondo luogo, i servizi e gli approcci alla cura devono essere pensati ad hoc per soddisfare le diverse esigenze. Non bisogna poi dimenticare che in tutte le comunità c'è un enorme bacino di esperienze, capacità e risorse a cui si può attingere per cercare di rispondere al maggior numero possibile di necessità. In quarto luogo, l'assistenza nella sua globalità richiede che venga ricostruita la comunità stessa che ha in carico tale assistenza, a partire dalla famiglia fino alla più vasta collettività sociale, e che venga creato e alimentato un clima di sostegno da parte del governo e della società civile. E infine, lo sviluppo di approcci innovativi è un processo continuo, che assomiglia più a una maratona che a una gara dei cento metri.

Speranza per le donne anziane a Chandigarh


Quando si parla di gruppi, club o attività per gli anziani, difficilmente si pensa alle fasce più deboli e povere della società, bensì alle persone anziane della medio-alta borghesia di città, dato che chi si occupa dell'assistenza perlopiù si rivolge alle classi privilegiate. L'iniziativa di Chandigarh è stata la prima del settore a dedicarsi alle donne anziane bisognose dei quartieri poveri. Il Ganga Devi Club, infatti, ha compiuto un lavoro pioneristico a favore di quella parte della popolazione dei quartieri poveri che vive nelle condizioni peggiori, quella femminile. L'associazione è stata fondata dalla dottoressa Veena Wig nell'ambito del progetto ATAM VISHVAS, ed è una delle attività dell'organizzazione non governativa presso il centro di Mauli Jagran, nei sobborghi del Territorio dell'Unione di Chandigarh.

Si tratta di un'esperienza relativamente giovane, nata l'11 novembre 2004 in una baracca fatta di lamiere che è diventata la sede dell'associazione. Al momento i membri sono, in via sperimentale, 40. Gli incontri si tengono l'11 di ogni mese alle 11 del mattino e l'ultimo giorno del mese alla stessa ora. In questo modo è facile per le donne che vi partecipano, la maggioranza delle quali non ha alcuna istruzione, tenere a mente data e ora degli appuntamenti, che vengono spostati solo in caso che i giorni prefissati siano festività o simili. Finora questi incontri o assemblee hanno riscosso grande successo e gli obiettivi raggiunti stanno già facendo breccia nella popolazione del quartiere. L'associazione prende il nome dalla signora Ganga Devi, che non è né una leader né una donna politica, bensì la più desolata, malata, bisognosa e abbandonata anziana della zona, che praticamente vive su un rheri, un carretto, sotto un albero di fronte alla sede dell'associazione. La sua numerosa famiglia non la vuole dentro la piccola e già sovrappopolata baracca katcha in cui vive. Ganga Devi è facile a violenti scatti d'ira, per la sua grave situazione data dai problemi derivanti dall'età e dalle condizioni in cui vive, e per questo sta quasi sempre sul suo carretto. Così l'associazione ha dedicato il proprio nome a lei, che è il simbolo delle donne più diseredate del quartiere. Del resto, tutte le donne che partecipano alle attività del club vivono in condizioni simili.

Scopo dell'associazione è dare a queste donne "un'ora di dignità", un luogo dove stare insieme, condividere gli aspetti positivi e negativi della vita e creare dei legami, fornire una sorta di ombrello di protezione che sotto il nome di Y.T.T.S. faccia sentir loro di appartenere a un gruppo organizzato, e allo stesso tempo fare in modo che ricevano cibo, articoli per la cura della persona e così via.

Non è stato facile per queste donne comprendere l'idea e il progetto che stanno alla base del club (samuh). Non avevano mai avuto modo prima di avvicinarsi a incontri del genere e di sedersi insieme in gruppi che non avessero a che fare con la propria occupazione o con la famiglia. Tradizionalmente i lavoratori a giornata [manodopera tra le più basse e sottopagate in India, ndt] o gli operai si ritrovano in occasioni più o meno liete della vita del quartiere in modo non organizzato e irregolare. Ci sono voluti tempo e molti incontri perché queste donne cominciassero a capire e apprezzare la necessità di incontri organizzati e a cadenza regolare.

Tipicamente durante un incontro viene servito del tè con biscotti o spuntini. A volte è possibile offrire anche frutta o altro cibo che vengono donati. Per facilitare un'interazione più profonda e per far sì che questi incontri siano momenti gioiosi, spesso si organizzano canti e danze a cui tutte le donne partecipano felici. Le varie festività vengono celebrate con grande entusiasmo. Molte delle attività del gruppo sono esperienze particolarmente intense per loro. Si tratta infatti di attività che queste donne non avevano mai svolto prima nella loro vita: "passa il pacco" , il gioco delle sedie oppure semplicemente disegnare con le matite, che loro non avevano neanche mai tenuto in mano. In precedenza nella loro vita svolgere un'attività "solo per il gusto di farlo" era del tutto inconcepibile. L'organizzazione ha poi promosso una campagna di prevenzione della vista durante la quale sono stati distribuiti 23 paia di occhiali. Si sono organizzati anche checkup medici e visite ginecologiche, nonostante non sia facile proseguire con i controlli periodici data la scarsa cooperazione delle famiglie, costituite per la maggior parte da lavoratori a giornata.

A parte queste attività, comunque, lo scopo principale è trascorrere con queste donne del tempo di qualità, portare un sorriso sulle loro labbra e nelle loro vite, cose che loro hanno dimenticato da troppo tempo. Vengono inoltre distribuiti articoli per la cura della persona a seconda delle diverse stagioni: calze, chappals [le tipiche ciabatte indiane infradito, ndt], vestiti, scialli, coperte, sapone, rocchetti di filo e così via per renderle in qualche modo autosufficienti. Una volta, durante la distribuzione delle calze ci sono stati momenti commoventi, come quando a un certo punto una delle donne ha cominciato a togliersi le calze dicendo: "Non posso tenerle ai piedi per andare a casa visto che non ho le chappals". Naturalmente si è provveduto a dargliene un paio.

Il Ganga Devi Club ha già festeggiato un anno di attività, un anno durante il quale l'associazione è riuscita a raggiungere risultati notevoli. Le donne frequentano regolarmente gli incontri, che sono ormai molto attesi, hanno un'identità, un posto in cui vengono trattate con dignità e hanno acquisito il senso di appartenenza a un gruppo. Tutto ciò ha già avuto un certo impatto sul quartiere. Ormai queste vecchie signore sono viste avvicinarsi alla sede dell'associazione con sguardi pieni d'invidia, perché stanno andando in un posto in cui si sentono volute e dove le aspetta un'ora di dignità. L'associazione, la prima di questo tipo, è diventata un modello di riferimento per l'intera zona e funziona regolarmente.

Il ruolo dei professionisti della salute mentale


Le iniziative appena descritte sono essenzialmente movimenti della gente comune. Ma anche chi si occupa di salute mentale con qualifiche professionali può avere un ruolo importante in questi sforzi. Per riuscire però a lavorare in contesti del genere i professionisti devono pensare fuori dagli schemi, avere un approccio che parta dalle risorse effettivamente disponibili, acquisire capacità di leadership, accettare di lavorare a fianco di non professionisti con spirito collaborativo, devono essere disposti a condividere le proprie competenze e avere una comprensione vasta della società.

Conclusioni


In conclusione, la salute mentale nelle aree urbane presenta sia sfide che opportunità per un discorso innovativo sulla salute mentale. Le esperienze descritte sono esemplari per quanto riguarda lo spirito di comprensione dei bisogni sentiti da uno specifico settore della popolazione, la capacità di utilizzare le risorse della comunità, l'efficacia della collaborazione fra persone comuni e professionisti che insieme desiderano raggiungere lo scopo di migliorare la vita delle persone che soffrono di disturbi mentali.

Ringraziamenti


Sono profondamente riconoscente per il contributo offertomi dai colleghi: dott. Kishore Kumar, Bangalore; sig.ra G. Vandana, Chennai; dott. Anna Tharayan, Vellore; sig.ra Romola Joseph, Bangalore; dott. Kalyana Sundaram, Bangalore; sig.ra Nirmala Srinivasan, Bangalore; sigg. Anil Vartak e G. Kundapurkar, Pune; dott. Shailu Srinivasan, Mumbai; dott. Veena Wig, Chandigarh.
Un'analisi più approfondita delle esperienze qui descritte e di numerose iniziative simili è fornita nel volume Mental Health by the People, a cura di Srinivasa Murthy, 2006. Si può richiedere una copia gratuita del libro scrivendo all'indirizzo murthy_srinivasar@yahoo.co.in.

Bibliografia


1. Srinivasa Murthy, R. (1996), "The City of Bangalore, India", in Mental Health in Future Cities, a cura di David Goldberg e Graham Thornicroft, Mudsley Monographs 42, Institute of Psychiatry, Londra.
2. Srinivasa Murthy, R. (a cura di), Mental Health by the People, Peoples Action For Mental Health, Bangalore, 2006.
3. Vandana, G., Radhakrishnan, R.K. (2006), "Caring by Sharing: The Banyan Story", in Srinivasa Murthy, R. (a cura di), Mental Health by the People, Peoples Action For Mental Health, Bangalore, pp. 41-54.
4. Kalyanasundaram, S. (2006), "Community care and rehabilitation", in Srinivasa Murthy, R. (a cura di), Mental Health by the People, Peoples Action For Mental Health, Bangalore, pp. 55-62.
5. Srinivasan, N. (2006), "Together we rise - Kshema", in Srinivasa Murthy, R. (a cura di), Mental Health by the People, Peoples Action For Mental Health, Bangalore, pp. 142-149.
6. Vartak, A., Kundapurkar, G. (2006), "Lay persons as partners in mental health", in Srinivasa Murthy, R. (a cura di), Mental Health by the People, Peoples Action For Mental Health, Bangalore, pp. 166-175.
7. Srinivasan, S. (2006), "Using senior citizens as volunteers", in Srinivasa Murthy, R. (a cura di), Mental Health by the People, Peoples Action For Mental Health, Bangalore, pp. 306-311.
8. Wig, V. (2006), "To give them an hour of dignity", in Srinivasa Murthy, R. (a cura di), Mental Health by the People, Peoples Action For Mental Health, Bangalore, pp. 312-314.
9. Tharayan, A. (2007), "Indigenous models of care in the community", in Commemorative Souvenir of Mental Health Centre, Christian Medical College, Vellore.

 

 

Nuova pagina 1
  Sostenitori

Il Centro Studi Souq

Souq è un Centro Studi Internazionale che è parte integrante delle attività della Casa della Carità e studia il fenomeno della sofferenza urbana. La Sofferenza Urbana è una categoria interpretativa dell’incontro fra la sofferenza dei soggetti e la fabbrica sociale che essi abitano. La descrizione, la comprensione e la trasformazione delle dinamiche

Il progetto editoriale

La rivista SouQuaderni si propone di studiare il fenomeno della sofferenza urbana, ossia la sofferenza che si genera nelle grandi metropoli. La rivista promuove e presenta reti e connessioni con le grandi città del mondo che vivono situazioni simili, contesti analoghi di urbanizzazione e quindi di marginalizzazione e di nuove povertà. Il progetto editoriale si basa su tre scelte

Staff

Centro studi Souq   Comitato direttivo: Laura Arduini, Virginio Colmegna (presidente), Silvia Landra, Simona Sambati, Benedetto Saraceno;   Comitato scientifico: Mario Agostinelli, Angelo Barbato, Maurizio Bonati, Adolfo Ceretti, Giacomo Costa, Ota de Leonardis,  Giulio Ernesti, Sergio Escobar, Luca Formenton, Francesco Maisto, Ambrogio Manenti, Claudia
  Editoriali      Teoria in attesa di pratica      Pratica in attesa di teoria      Papers      Bibliografie     

ISSN 2282-5754 Souquaderni [online] © by SOUQ - Centro Studi sulla Sofferenza Urbana - CF: 97316770151
Last update: 20/04/2019
 

[Area riservata]