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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Siamo tutti pronti a rispondere in modo sano alle sfide delle nuove generazioni?

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Dainius Puras

 In questo articolo mi piacerebbe condividere le mie considerazioni relative alle sfide, agli ostacoli e alle opportunità che la società incontra quando affronta le difficoltà di giovani e adolescenti problematici.

È poco probabile trovare un altro campo di ricerca, politiche e pratiche che presenti sfide simili a quelle che si devono fronteggiare nel settore dei percorsi di sviluppo sociale ed emotivo di bambini e ragazzi. Ciò ha molto a che fare con quanto si investe in una buona salute mentale e in un altrettanto buon benessere emotivo, ma anche con il ruolo delle politiche e dei professionisti della salute mentale, aspetto quest’ultimo che mi ripropongo di elaborare più avanti in questo intervento.

La storia dell’umanità è piena di tragici errori commessi nell’affrontare due questioni: come investire nell’infanzia e nella giovinezza e come investire nella salute mentale. Ragion per cui nel momento in cui ci si dedica alla salute mentale dei più giovani ci si trova di fronte a due sfide, entrambe le quali sono state e rimangono ovvie ai tre livelli fondamentali: la famiglia, la comunità e il governo.

La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia, che nel 2009 ha celebrato il suo ventesimo anniversario (e che quindi ha ormai raggiunto l’età adulta), ha rappresentato un impressionante passo avanti nella storia dell’umanità. L’adozione di questa Convenzione non solo stabilisce, finalmente, che i bambini devono essere trattati come esseri umani – il che non si è verificato per molti secoli –, ma significa anche una crescita di consapevolezza da parte del mondo degli adulti che il bambino ha bisogno di essere trattato come soggetto e detentore di diritti suoi propri, e non come oggetto di quegli stessi diritti. Lo spirito della Convenzione invia un messaggio chiaro ai governi di tutto il mondo e a tutti gli stakeholder (i soggetti “portatori di interesse”): il solo modo efficace di investire nell’infanzia è seguire in modo chiaro e deciso i principi di fiducia, partecipazione, autonomia e rispetto della dignità dei bambini e degli adolescenti. Questa Convenzione così carica di saggezza, inoltre, insiste affinché sia mantenuto e assicurato il fragile equilibrio di potere fra tre principali fattori: lo Stato con le sue istituzioni, i genitori e il bambino, e si raccomanda che nessuno di questi tre prevarichi sugli altri o sia a sua volta prevaricato. Ancora più importante il fatto che la Convenzione faccia riferimento alle capacità evolutive del bambino e ricordi ai governi e ai genitori che non si dovrebbe proteggere un adolescente nello stesso modo in cui si protegge un neonato o un bimbo di tre anni. Invece di “super proteggere” gli adolescenti sovraccaricandoli di attenzioni e amore (che in genere poi non è amore incondizionato, e finisce spesso per sfociare in un approccio paternalistico) da parte di genitori e istituzioni statali, dovremmo tutti, noi rappresentanti del mondo adulto, cominciare a fidarci degli adoloscenti in modo che il loro sviluppo nella sua totalità non venga ostacolato dai nostri atteggiamenti troppo protettivi. Questo appello è estremamente significativo poiché tiene conto del fatto che è nella natura del mondo adulto continuare a proteggere in modo esagerato i bambini mentre stanno crescendo, bloccando però in questo modo il loro bisogno primario di sviluppo globale, autonomia e indipendenza. Non si tratta di accusare genitori o politici (la strategia dell’accusa non è mai efficace): si tratta di ricordare a chiunque si prenda cura delle giovani generazioni che gli errori più gravi in questo campo sono stati commessi con le migliori intenzioni.

 

In generale, nonostante qualche progresso, il mondo è tutt’oggi carico di inaccettabile violenza contro i bambini. Una delle sfide sistematiche che si presentano nel momento in cui si tenta di far fronte a una violenza che ha ormai proporzioni epidemiche è, per quanto mi è possibile conoscere, la gerarchia che è possibile leggere fra le righe dell’agenda dei diritti umani. Se si analizzano gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio dell’ONU ci si rende conto infatti che la comunità internazionale si è accordata per fare il possibile affinché si riduca la mortalità infantile, si possano portare le vaccinazioni al maggior numero di bambini possibile e si riescano a risolvere alcuni altri problemi relativi alla salute fisica dell’infanzia. È indubbiamente comprensibile che la sopravvivenza sia una priorità, ed è ovvio al senso comune che i diritti economici e sociali sono stati e rimangono anch’essi prioritari. Si sta però sempre più diffondendo la preoccupazione che ancora una volta saranno i diritti civili e i diritti dei bambini allo sviluppo (nell’accezione olistica del termine) a venire sacrificati. Questo riflesso della “dottrina della pancia piena” nella pratica dell’elaborazione delle politiche – quando cioè la priorità del diritto alla sopravvivenza va a scapito del diritto allo sviluppo – può costituire uno dei più seri ostacoli a un buon investimento in relazioni sane fra gli individui, i gruppi, le generazioni. E, ancor più in futuro di quanto non sia ora, potrebbe far aumentare il numero di bambini e giovani con problemi di sviluppo emotivo e psicosociale.

 

Davvero allarmanti sono d’altra parte i molti segnali di regressione osservati negli ultimi anni dalla Commissione ONU sui Diritti dell’Infanzia analizzando le politiche nazionali di molti governi, Europa compresa, relative al comportamento provocatorio degli adolescenti. Una simile tendenza viene giustificata non tanto da dati relativi all’aumento dei casi di violenza giovanile, quanto piuttosto da esplosioni di panico moraleggiante, sia nella collettività che nel mondo politico, provocate dalla demonizzazione della figura del giovane violento operata dai media. In misura sempre maggiore, infatti, bambini e adolescenti vengono rappresentati negativamente da media e collettività. È vero che sin dai tempi antichi, prima e dopo Cristo, è sempre esistito l’allarme circa una possibile fine del mondo causata dal fatto che gli adulti perdono il controllo della loro prole e che la moralità degli adolescenti è terribilmente degradata, ma oggi la criminalizzazione e la demonizzazione della gioventù pare essere diventata quasi una moda. La specificità degli ultimi anni, inoltre, riguarda la sofisticazione delle misure prese dal mondo adulto (anche se, di nuovo, cambia la forma, ma la sostanza rimane invariata), il che significa che non siamo molto bravi a imparare dagli errori commessi dalle generazioni precedenti. Sono osservabili le seguenti tendenze: i bambini vengono trattati in modo più duro all’interno del sistema giudiziario criminale; abbassamento dell’età di responsabilità penale; i bambini vengono trattati alla stregua di adulti; adozione di legislazioni come gli Antisocial Behavior Orders in Gran Bretagna; ricorso alla detenzione in istituti speciali di “correzione”; e in generale tutta una serie di altri provvedimenti che vanno nella direzione di misure più punitive. Una delle speciali modalità utilizzate per rivolgersi alla sottocultura giovanile è stata quella di creare e utilizzare negli spazi pubblici i cosiddetti dispositivi “zanzara”, oggi in uso in diversi Paese europei, per allontanare i gruppi di giovani. Questi dispositivi elettronici producono suoni alla frequenza di 16.000 Hertz non udibili dalle orecchie degli ultra venticinquenni, ma che invece sono percepiti dai ragazzini: sono suoni fastidiosissimi e irritanti che li spingono ad allontanarsi da quello spazio. Il dibattito se l’uso dei dispositivi “zanzara” violi i diritti umani dei giovani ha raggiunto l’Europarlamento. Alla lunga lista di “soluzioni facili” come questa che non possono far altro che esacerbare l’incomprensione fra adulti e giovani, dovremmo aggiungere la tendenza riscontrata in alcuni Paesi a minare il diritto degli adolescenti a servizi di tipo confidenziale quando si tratta di problemi delicati come la salute riproduttiva o la salute mentale, e a regredire all’idea che l’adolescente è una proprietà dei suoi genitori. Ad ogni modo la conclusione che si può trarre è che la posta in gioco è di nuovo molto alta. È sufficiente guardare il dibattito relativo alle specifiche sottoculture giovanili e le modalità con cui il loro comportamento provocatorio viene trattato a diversi livelli: la posta in gioco deve essere alta dato che le misure suggerite dai vari fronti sembrano far riferimento a ideologie fra loro molto diverse, quando non addirittura opposte.

 

Probabilmente nessuno studio scientifico ha rivelato la fragile natura del comportamento provocatorio degli adolescenti in modo altrettanto efficace quanto hanno fatto alcune magnifiche opere letterarie. Le mie preferite sono Il giovane Holden di J.D. Salinger e Arancia meccanica di A. Burgess. In quest’ultimo il quindicenne Alex, che pratica ogni possibile attività violenta, dopo una detenzione che non ha prodotto alcun risultato, viene portato in una sorta di ospedale per essere sottoposto a una tecnica terapeutica in via di sperimentazione. La terapia pare talmente efficace che i sintomi – comportamento aggressivo contro gli altri – scompaiono. Accade però che ora Alex tenti il suicidio! La storia solleva domande importantissime, fra cui: sono o no efficaci modalità tecniche basate sullo stato morale per modificare il comportamento umano? Possono esse stesse definirsi morali? In questo contesto è necessario ripensare costantemente il ruolo dei professionisti e dei servizi di salute mentale e, come misura preventiva, rileggere di tanto in tanto buoni libri.

 

I problemi su come affrontare il comportamento di giovani e adolescenti riguardano tutti i Paesi europei. Poiché provengo dall’Europa centro-orientale, vorrei condividere qualche riflessione su quella regione. A metà del XX secolo, infatti, è accaduta una cosa interessante a “ovest” e a “est” riguardo al pendolo del paradigma biopsicosociale: mentre nella psichiatria “occidentale” ha oscillato sempre più verso il paradigma psicoanalitico e psicodinamico portandolo a dominare il campo, nelle regioni dell’Europa centro-orientale si è mosso per dieci decenni (dagli anni quaranta fino alla fine degli ottanta) nella direzione opposta di un volgare riduzionismo biomedico. Di conseguenza, mentre in “occidente” i servizi si sono strutturati sul modello di una “mente senza cervello”; a “est”, per gli adolescenti con disturbi, i servizi disponibili sono guidati dall’ideologia del “cervello senza mente”. Questo spiega perché dopo il crollo del muro di Berlino e l’affacciarsi sulla scena europea di trenta nuove democrazie nel corso degli anni novanta, si sia sentito un estremo bisogno e un grande entusiasmo di riempire il vuoto all’interno del modello biopsicosociale e di aggiungere lo spettro mancante dei servizi psicosociali al modello biomedico, un modello molto forte e applicato in modo piuttosto primitivo. È paradossale, quindi, che fra il 1990 e il 2010 l’influsso dell’occidente sui Paesi dell’Europa centro-orientale non abbia riguardato tanto le terapie e i servizi psicosociali, quanto la nuova potente ondata di psichiatria biologica. Così, nell’ambito non solo della psichiatria degli adulti, ma anche di quella di bambini e adolescenti, gli approcci centrati sulla medicalizzazione applicata ai problemi e ai disturbi comportamentali ed emotivi sono stati e continuano ancora a essere il modo più diffuso di trattamento all’interno dei servizi di salute mentale.

 

Tutto questo ha molto a che fare con il problema della violenza giovanile, che, al pari di altri problemi mentali dei giovani, è un fenomeno di salute pubblica che riflette in modo rilevante lo stato di salute e di malattia-salute della società in generale. Ciò è molto ben descritto nel Rapporto su violenza e salute pubblicato nel 2002 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Pur riconoscendo che i Paesi della “vecchia Europa” hanno i loro problemi, le democrazie liberali di lunga tradizione sembrano essere, pur con tutti i loro punti deboli, il fattore protettivo che riduce in modo significativo le percentuali all’interno di quella vasta gamma rappresentata dai problemi sociali, in cui è compresa la violenza giovanile. Se guardiamo all’Europa come a una regione, con l’immensa varietà culturale e geopolitica che la contraddistingue, per trovare differenze sconvolgenti è sufficiente analizzare solo uno degli indicatori, ovvero la percentuale, su una popolazione di 100.000 persone, di omicidi commessi dai giovani. Negli Stati membri più “anziani” della Comunità Europea (Paesi dell’Europa occidentale, settentrionale e meridionale) questo indicatore è 1 o minore di 1. Negli Stati dell’Europa centrale (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Slovenia) l’indicatore va da 2 a 4. E se ci spostiamo ancora più a est, negli Stati baltici (Lituania, Lettonia ed Estonia) arriviamo a 5 e a 7, per poi giungere in Russia a 18. Questi dati sembrano indicare una chiara correlazione fra democrazia stabile e percentuale di comportamento distruttivo fra i giovani. Non dovremmo dimenticare inoltre che fra i dieci Paesi al mondo con le percentuali più alte di suicidi (e un comportamento suicida è un atto di violenza contro se stessi), nove si trovano nell’Europa centro-orientale, e anche in questo caso si tratta di un problema della popolazione giovanile e di mezza età.

 

Possiamo imparare qualcosa dai nostri sbagli? In larga parte la storia della psichiatria è segnata da tragici errori, anche se compiuti con le migliori intenzioni. Possiamo però fare qualcosa di diverso in modo che almeno la psichiatria con i suoi servizi non contribuisca all’escalation di quella cultura della violenza che poi prende i giovani come capri espiatori?

 

È ovvio, per esempio, che i Paesi dell’Europa centro-orientale, nonostante abbiano fallito per il momento qualsiasi riforma nel settore della salute mentale, possono cominciare da capo e investire con modalità etiche e basate sui dati per il miglioramento della salute mentale dei giovani, affinché le allarmanti percentuali di comportamento violento o suicida fra gli adolescenti e i giovani si riduca. Nei Paesi della “vecchia Europa” (i primi Stati membri della CEE), inoltre, è necessario rivedere molte politiche e smettere di demonizzare i giovani e di farne dei capri espiatori. In tutto questo complicato processo, il ruolo delle professioni di aiuto, incluso il settore della psichiatria e della psichiatria infantile e adolescenziale, sembra essere di primaria importanza.

 

In tutta questa storia qual è il ruolo dei professionisti, dei servizi e della politiche di salute mentale? Qual è il ruolo della psichiatria e della psichiatria infantile (specializzazioni mediche che in ogni caso sono coinvolte nel trattamento dei giovani con disturbi)? La risposta non è così semplice come molti di noi vorrebbero credere. Le recenti tendenze che all’interno di queste specializzazioni si muovono in direzione del paradigma biomedico parrebbero indicare che in un futuro prossimo la psichiatria e la psichiatria infantile si troveranno nelle condizioni di dover prendere diverse decisioni etiche molto dolorose riguardo al loro ruolo in quanto professioni di aiuto.

 

Quando le politiche rivolte alla violenza giovanile sfortunatamente si muovono in direzione di un approccio “tolleranza zero” nei confronti del comportamento provocatorio di adolescenti e giovani, potrebbe verificarsi un ulteriore impennata nell’escalation dell’approccio “MAD or BAD” (matto o cattivo). Il che significa che i problemi dei giovani con disturbi verranno affrontati o nell’ambito del sistema giudiziario o nell’ambito dei servizi psichiatrici. Alla luce del fatto ben noto che in molti Paesi i servizi psichiatrici per i giovani sono tutt’altro che “accoglienti” nei loro confronti, che sussistono seri problemi relativamenti ai diritti umani degli utenti di questi servizi, e anche che spesso è difficile capire dove finisce il trattamento medico e comincia la tortura, entrambe le facce dell’approccio “MAD or BAD” non faranno altro che rinforzare il circolo vizioso della violenza, e allo stesso tempo la psichiatria si metterà dalla parte sbagliata nella battaglia in atto per far valere i diritti umani e le libertà delle persone. Siamo stati testimoni nell’ultimo decennio di come l’evidenza scientifica (non sostenuta da un approccio che tenga conto dei diritti umani e dei diritti dell’infanzia) venga sfruttata per giustificare trattamenti biomedici (aumento delle prescrizioni di farmaci, terapie elettroconvulsive, alcune controverse tecniche comportamentali) effettuati in caso di problemi di adolescenti e giovani non collegati però a malattie mentali ma a percorsi “subnormali” nel loro sviluppo sociale. La stessa giustificazione avanzata per applicare il modello biomedico in simili casi solleva seri dubbi, e la domanda ancora una volta è: dove sono i limiti del ricorso alla psichiatria clinica?

 

La mia risposta a questa domanda è la seguente: quando si tratta di comportamento provocatorio di adolescenti, anche nel caso sia possibile diagnosticarla come disordine di comportamento o inventare qualche altra etichetta, la psichiatria degli adolescenti come specializzazione medica ha ben poco da offrire, mentre invece ne ha molto il settore della salute mentale pubblica, in quanto parte importante della sanità pubblica.

 

Potrebbe accadere che la psichiatria infantile e quella adolescenziale debbano fare una scelta fra, da una parte, il potere dato dall’essere una specializzazione medica e, dall’altra, la possibilità di diventare più friendly nei confronti dei giovani a scapito però di quel potere. Personalmente opterei per muoversi in una direzione che vada incontro agli utenti dei servizi, mirata a proteggere i diritti civili degli adolescenti e, piuttosto che entrare nei giochi di potere all’interno dell’establishment medico, assumere un ruolo di leadership nella coalizione con gli approcci di salute pubblica e con le professioni non mediche di salute mentale (psicologia, assistenza sociale ecc.). Sul lungo periodo questo potrebbe salvare il futuro e la buona reputazione dei servizi e dei professionisti di salute mentale per bambini e adolescenti.

 

Quale conclusione è possibile trarre? Gli adolescenti sembrano avere una missione speciale, in quanto con le sfide che ci pongono con il loro comportamento ci provocano, e inconsciamente ci chiedono di controllare i nostri principi e vedere se davvero quei principi coincidono con le nostre pratiche. Con il loro comportamento provocatorio sembrano porci domande del tipo: “Ma davvero ci amate e ci rispettate come dite? E questo amore e rispetto si basa su determinate condizioni o è un amore incondizionato?” Ovvero, i giovani con il loro comportamento sfidano i nostri valori. Rifiuteranno qualsiasi tentativo di super protezione, ma reagiranno duramente se verranno trascurati. Lo Stato, con le proprie politiche, similmente a quanto accade all’interno della famiglia, si comporta spesso in modi che risultano particolarmente difficili da accettare per la mentalità degli adolescenti, questione sulla quale si spalanca il baratro fra la retorica e le pratiche messe in atto quotidianamente. In questo caso le politiche e i servizi per conto dello Stato sono simili a quei padri che fanno la morale ai propri figli adolescenti quando tornano a casa la sera magari dopo aver bevuto un po’ troppo. Il ruolo delle professioni e dei servizi di aiuto, quali sono i servizi di salute mentale di bambini e giovani, è estremamente importante nella situazione attuale, ed è loro richiesto di fare del proprio meglio per proteggere i diritti di soggetti vulnerabili come gli adolescenti e di non permettere che quei diritti vengano violati.

degli stessi autori:  Č necessario sostenere la famiglia. Si, č ovvio. Ma come? 

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