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2282-5754
 
Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Resistenze Urbane

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Benedetto Saraceno

 

SouQuaderni festeggia il suo terzo anno di vita e dunque ecco il suo quinto Editoriale.
Dopo due anni di lavoro, di incontri, scambi e iniziative nazionali ed internazionali restiamo convinti che la nostra scelta iniziale di caratterizzare il Centro Studi e la rivista on line attraverso il sostantivo "Sofferenza" e l'aggettivo "Urbana", fu una scelta che aveva senso due anni fa e continua ad averne oggi.
La nozione di "sofferenza" va ovviamente ben oltre quella di malattia (non vogliamo che Souq sia luogo di riflessione centrato esclusivamente sui problemi della cosiddetta "Urban Health") poichè molti sono gli individui e i gruppi che nella città sono sofferenti (anche molto sofferenti) senza tuttavia essere "malati". Anche se, e ne va dato atto alla Organizzazione Mondiale della Sanità, la attuale nozione di Urban Health è molto piú vasta e complessa che quella tradizionalmente impiegata dalla medicina (e a prova di ció si vedano i due bellissimi e recenti rapporti della OMS sui Determinanti Sociali della Salute e sulle Health Inequities nei contesti urbani (WHO, 2008; WHO, 2010).
Tuttavia, molte altre condizioni di vulnerabilità psicologica e sociale si esprimono attraverso forme di sofferenza individuale e collettiva che non sono definibili come malattie e non sono "catturate" dal paradigma medico o psico-medico (anche se le culture psy spesso fanno di tutto per catturarle e inglobarle nel discorso disciplinare della psicologia e della psicopatologia).
Dunque "sofferenza" come termine antitetico all'inflazionato linguaggio del "benessere", "well being" , allo "star bene" e alle felicità possibili ed impossibili, mercificate o non.
Il termine "sofferenza" non è astratto come il termine "malattia"; la sofferenza descrive la esperienza soggettiva e non semeiotica dello stare male; essa implica un danno non soltanto fisico o psicologico ma che investe anche il campo delle relazioni sociali, del proprio valore sociale, delle difficoltà di accesso ai beni e alle opportunità, del grado di pienezza dell'esercizio dei diritti. In una parola, la sofferenza descrive una condizione che ha che fare con il malessere generato da un vulnus che colpisce il corpo, gli affetti, le emozioni, le relazioni personali, il ruolo sociale, l'autostima, il valore sociale, la progettualità e la speranza, tutte dimensioni impoverite e rese precarie.
Dunque la sofferenza pur restando una esperienza soggettiva è anche contemporaneamente intersoggettiva (si pensi alla sofferenza dei nuclei famigliari nelle condizioni di povertà, vulnerabilità, insalubrità ambientale) e collettiva (si pensi ai quartieri degradati delle periferie urbane, alle bande giovanili o alle aggregazioni disperate di immigrati sistematicamente esclusi da ogni accesso alle opportunità della città).
Tale sofferenza è anche quella generata dalla profonda infelicità degli adolescenti scolarizzati in percorsi formativi altamente demotivanti, quella dei giovani diplomati e laureati sistematicamente precarizzati e s-progettualizzati; quella degli anziani soli che con pensioni povere conducono vite impoverite; quella delle vite difficilissime, pericolose e solitarie delle giovani madri sole. In altre parole, la sofferenza urbana non è prerogativa esclusiva delgli ultimi ma anche e sempre piú dei penultimi e di quelli prima dei penultimi: la vulnerabilità non è solo ed esclusivamente economica ma sempre piú sociale e psicologica:
L'aggettivo "urbana" riferito alla "sofferenza" colloca quest'ultima in un contesto simbolico e concreto, abitativo, sociale, visibile. Un qui e un adesso immediatamente comprensibile: la mia sofferenza ma anche la tua e dunque la nostra sofferenza qui, ora dove stiamo e quindi dove siamo.
Come dice Ota De Leonardis: "l'esperienza soggettiva della sofferenza ha statuto politico, non morale o psicologico" (testo non pubblicato, 2011).Dunque "sofferenza urbana" come che descrive la dinamica fra soggetti e collettivi, fra esperienze affettive e emotive ed esperienze sociali, fra storie private e storie della città, fra invidualità e politica e infine, fra il "mestiere di vivere" quotidiano e contingente e il progetto di vita di ciascuno e dei ciascuni.
Tale complessità e densità del senso della nozione di sofferenza urbana ovviamente obbliga Souq ad allargare il proprio campo di riflessione e di indagine: abbiamo posto enfasi nei primi due anni sui soggetti piú vulnerabili, sugli "ultimi" e piú visibilmente stigmatizzati dalla esclusione anche per motivi legati al fondamentale vincolo fra Souq e la Casa della Carità di Milano con il suo storico impegno di accoglienza appunto degli "ultimi", espulsi dalla città e dalle sue reti di servizi.
Oggi tuttavia siamo consapevoli che lavorare sulla sofferenza urbana implica un allargamento ad altri soggetti che pur se non "ultimi" e "scarti" rappresentano importanti frazioni di soggetti costantemente al margine dei diritti, dell'accesso ai servizi, dell'accesso alle opportunità, dell'accesso ai beni e agli scambi, dell'accesso alla speranza di "esserci per il futuro" (e i giovani disoccupati o precari, i vecchi soli, le donne madri single sono alcuni di questi soggetti). Si moltiplicano le barriere fra detentori dei codici di accesso (codici numerici per entrare nelle case, codici numerici per usare carte di credito, codici numerici per utilizzare telefoni e computers, codici per carte sanitarie, per acquisto di farmaci ecc..) e coloro che non detenendo codici o sono semplicemente esclusi oppure forzano l'accesso attraverso gesti illegali.
Nella città globalizzata si colgono tutte le contraddizioni e le mistificazioni della nozione di globalizzazione. Come bene dice Marc Augé, la globalizzazione altro non è che la "proclamazione di uno spazio planetario aperto alla libera circolazione delle merci, delle persone e delle idee...uno spazio continuo..." ma in realtà si tratta "di un mondo discontinuo, nel quale proliferano i divieti di ogni genere" (M. Augé, 2009).
Se da un lato si moltiplicano le barriere nella città e nella città globale dall'altro, e contemporaneamente, si riducono le possibilità di progettare il proprio futuro e i soggetti sono espropriati dalla possibilità di fare e trasmettere "esperienza", poichè "la giornata dell'uomo contemporaneo non contiene quasi piú nulla che sia ancora traducibile in esperienza...l'esperienza ha il suo correlato non nella conoscenza, ma nella autorità, cioè nella parola e nel racconto, e oggi nessuno sembra piú disporre di autorità sufficiente a garantire una esperienza e se ne dispone, non è non è nemmeno sfiorato dall'idea di allegare in una esperienza il fondamento della propria autorità" (G. Agamben, 1978). E' pobabile che le guerre urbane di cui parla Arjun Appadurai (vedi oltre) e di cui abbiamo sentito recentemente a Londra e prima a Parigi, fondino parte della loro psicologia collettiva su questa espropriazione dell' esperienza, sul bisogno di costruire un "senso" attraverso lo "straordinario" in assenza di un senso del quotidiano mentre, nel passato, "il quotidiano e non lo straordinario costituiva la materia prima dell'esperienza che ogni generazione trasmetteva alla successiva" (G.Agamben, 1978).
Tutto ció implica anche e necessariamente un allargamento disciplinare, dagli "sguardi" tradizionalmente utilizzati dal Souq ossia le discipline sociali e psicologiche verso "sguardi" piú ampi come quello della economia e delle tematiche del lavoro, quello del diritto e dei diritti , quello della urbanistica e della ecologia urbana.
Allargare ad altri soggetti, allargare lo sguardo disciplinare ma anche non limitarsi a descrivere, a documentare, a analizzare la sofferenza urbana ma incominciare ad imparare a capire, a denominare e analizzare il suo contrario, ossia: quale è la felicità urbana che immaginiamo, che è possibile immaginare?
Siamo capaci oltre che di denunciare la sofferenza di progettare e dunque di "lavorare per" la felicità dei soggetti (e in primis la nostra) e dei collettivi?
La questione del benessere, dello stare bene va sottratta alla mercificazione e banalizzazione del well-being e restituita alla sua dimensione complessa privata e pubblica e all'inscindibile legame morale e politico fra felicità individuale e felicità collettiva.
La nozione di welfare si riferisce a un bene pubblico ma la sua assenza o presenza o la sua cattiva o buona qualità hanno a che fare con un benessere pubblico e privato.
Il binomio pubblico/privato si inscrive nella dinamica locale/globale e costringe a una riflessione su una questione cruciale, densa e piena di insidie: la relazione fra interesse locale e interesse generale, ossia la relazione fra istanze e identità vicine, locali e quelle vaste e globali. Si potrebbe dire paradossalmente che il binomio individuo/collettività si articola col binomio pubblico/privato che si declina anche nella forma del binomio, interesse locale/interesse globale.
Percepiamo tutta la retorica identitaria (e sempre piú xenofoba e violenta) insita nella santificazione del locale e del vicino (i dialetti, i costumi, i colori della pelle, le religione, le "razze" in contrapposizione all'odiato tricolore, alla falsa unità nazionale, a Roma ladrona, a Bruxelles lontana, agli scuri di pelle, ai non cristiani) ma, e qui sta l'insidia, riconosciamo anche la poca trasparenza dell'interesse globale, la mistificazione della idea di nazione, di Europa, di Mondo con il corteo inevitabile di democrazie sempre piu indirette, di non controllo sulle risorse, di confusione fra Europa politica e Europa delle Banche, di manipolazioni della idea di " Nazioni Unite per la pace" e quella di coalizioni delle Nazioni unite per le guerre.
Ossia se "small" trasmette anche il senso di un isolamento paranoico va anche detto che indubbiamente "small is beautiful", ossia nel "vicino e locale" non c'è solo la fobia verso l'altro, il diverso e lo straniero ma c'è anche la democrazia partecipativa, il controllo delle risorse, la trasparenza della rappresentanza locale. E molto probabilmente la riconquista della coscienza di essere cittadini con in mano un pezzettino del proprio destino politico riparte (e le recenti elezioni lo hanno ben mostrato) anche da un fare politica locale e vicino. Arjun Appadurai afferma che "produrre località (intesa come struttura di sentimento, proprietà della vita sociale e ideologia della comunità situata) è un compito sempre piú arduo" a causa dei "tentativi sempre piú frequenti da parte del moderno stato nazionale di definire tutti i vicinati secondo le sue definizioni di fedeltà e affiliazione" e della "crescente disgiuntura tra territorio, soggettività e movimenti sociali collettivi" (A.Appadurai, 2001).
Questa tensione fra locale e globale spiega perchè le zone urbane "stanno diventando campi armati, controllati da forze implosive...la generale desolazione del panorama nazionale e globale ha trasformato molte inimicizie razziali, religiose e linguistiche in uno scenario di continuo terrore urbano" (A.Appadurai, 2001). I gruppi rafforzano le loro identità antiche o ne forgiano di nuove e artificiali e cercano lo scontro come costruzione di un proprio senso.
Ecco dunque che la Sofferenza Urbana ci pare un paradigma sufficientemente coerente ma al tempo stesso complesso da potere esser utilizzato come bussola per navigare, per illuminare e denunciare "il deficit di capitale sociale e di qualità relazionale prodotto da politiche assistenzialistiche che non alimentano le risorse di soggetti e da politiche liberiste che abbandonano ciascuno alla propria solitudine" (SOUQ - COPERSAM, 2011). Occuparsi di sofferenza urbana significa ricomporre la frattura fra mondo sano e mondo malato (frattura artificiale e attribuibile di volta in volta alle diverse discipline descrittivo-denominative quali la psicologia, la psichiatria, la sociologia eccetera). Tale frattura non solo frammenta l'essere umano che ne è vittima ma frattura tutte le dimensioni in cui il cittadino esiste: frattura fra mondo della cura (i pazienti) e mondo della assistenza (gli assistiti) e mondo del lavoro (i lavoratori) che genera esclusione della malattia dalla assistenza e esclusione dell'assistenza dal mondo del lavoro. Venti anni fa scriveva con lucidità straordinaria Franco Rotelli: "Partiamo dalla piú grave contraddizione: la frattura radicale istituita nelle società avanzate tra mondo del lavoro e mondo dell'assistenza; la questione che poniamo è quella dell'immenso spreco di risorse economiche ed umane che ció comporta; ció che va reinterrogato è il concetto di normalità produttiva che muta nel tempo ma definisce di volta in volta il confine tra i due mondi; ció che ci scandalizza è la distruzione di risorse fosse anche residuali degli assistiti (handicappati, anziani, folli, disoccupati,marginali ecc...). Diviene evidente l'immensità del compito di invertire la tendenza. L'immensità del compito di riaffiliazione, di rovesciamento della cultura delle agenzie di assistenza e delle migliaia di operatori che vi si addensano, dei modi d'uso di risorse enormi destinate a invalidare e a proteggere l'invalidazione invece che a valorizzare, ad attivare, ad animare, ad intraprender, a fare". (F.Rotelli, 1991). Si tratta, ancora una volta, di deistituzzionalizzazione: non piú del luogo della segregazione psichiatrica e della sua arma disciplinare (la psichiatria, "nei secoli fedele" come l'arma dei carabinieri) ma della città. Se deistituzionalizzare il manicomio e la psichiatria significava (e dovrebbe significare ancora per quanti non hanno girato pagina e si occupano delle nuove edizioni del DSM!) mobilizzare risorse umane negate dalle regole mortifere della istituzione psichiatrica, ri-costruire senso e ri-storificare soggetti espropriati da ogni possibile produzione di senso e di partecipazione alla storia (propria e del mondo), ebbene deistituzionalizzare la città significa affermare la cittadinanza negata, costruire esperienze di coesione sociale e contemporaneamente allargamento delle libertà.
In alternativa alla cittadinanza negata, alle solitudini " indotte da politiche abitative e urbanistiche dissennate e dalla mercificazione di ogni gesto della vita quotidiana che, sempre caricato di un costo, allontana gli uni dagli altri" (SOUQ - COPERSAM, 2011), si costruiscono anche quelle esperienze di "deep democracy" (democrazia in profondità) secondo la felice definizione di Appadurai. In alternativa alla tensione mortifera fra locale identitario/paranoico e globale anonimo/mercificato sono possibili esperienze che coniugano globale e locale come strumenti che interagiscono alla costruzione di forme di empowerment di cittadini senza piú città, alla costruzione di quello che Appadurai (nel descrivere una esperienza di movimenti di attivismo urbano a Mumbai) definisce "governmentality from below" (capacità di governo dal basso). Movimenti di indipendenza economica di donne sole, esperienze di microcredito, movimenti di rivendicazione della casa, gruppi di giovani che sperimentano forme di aggregazione e costruzione di culture alternative ma anche servizi pubblici del welfare capaci di affrancarsi dalle logiche assistenzialistiche e servizi privati liberati da tentazioni affaristiche o caritative possono insieme costituire la poderosa "armada" contro la soffrenza urbana. Si tratta di studiare la complessità dei meccanismi attraverso cui ciascuno di questi potenziali partners opera, le rispettive regole amministrative, le rispettive culture tecniche utilizzate, i rischi di impresa inerenti a ciascuno, le potenzialità di apertura caratteristiche di ognuno; si tratta non solo di studiare ma di mettere in rete conoscenze, esperienze, ibridazioni disciplinari e operative.
Lo studio della Sofferenza Urbana è l'oggetto del Centro Studi Souq (e della sua rivista SouQuaderni): si tratta di analizzare e comprendere la complessa dinamica dell'incontro fra la sofferenza dei soggetti e la fabbrica sociale che essi abitano. La descrizione, la comprensione e la trasformazione delle dinamiche psicologiche e sociali che si instaurano a partire dall'incontro fra le storie dei singoli e le istituzioni, ossia fra soggetti e contesti, troppo spesso occulta uno dei due elementi della diade sofferenza/città. La categoria della Sofferenza Urbana ci consente di ricercare, di conoscere e di trasformare l'intersezione fra soggetti e contesti con l'ambizione morale e politica di costruire cittadinanza ossia comunità di cittadini.
Esclusione sociale, emarginazione, povertà assoluta e relativa, disoccupazione,discriminazione, immigrazione costituiscono assi diversi spesso intersecati della vulnerabilità psicosociale di tante minoranze che riunite rappresentano la maggioranza dei cittadini delle grandi città del mondo: una nazione trasversale alle Nazioni ufficiali accomunata da un vulnus che diminuisce e inabilita le forme sociali e psicologiche della piena cittadinanza e della possibile aspirazione alla felicità delle donne, degli uomini, degli adolescenti, dei vecchi
In verità, assistiamo ad un impoverimento del pensiero strategico in molti campi della conoscenza: economico, sociale, politico. Al pensiero economico marxista e keynesiano si sono venuti sostituendo forme impoverite di pensiero neoliberale caratterizzato fondamentalmente da una massiccia espansione non tanto di un « pensiero » bensí di una « cultura di management ». Al pensiero economico-politico si sono venute sostituendo delle prassi finanziarie e manageriali, come bene testimonia la involuzione del ruolo delle élites intellettuali che hanno cessato di elaborare pensiero e formare classe dirigente per produrre managers o consenso.
Il pensiero politico è stato sostituito dal teatro della politica e pensare una società piú giusta o piú buona sembra essere rimasto patrimonio di visionari, infanti e potenziali terroristi. Il pensiero della speranza o della utopia non appartiene piú alla politica.
A svolgere funzione « ancillare » a questi fenomeni di impoverimento intellettuale e morale sono bene servite due discipline che hanno teorizzato e sviluppato in forme esasperate competenze puramente descrittive (anche se sempre piú raffinate) : la psicologia e la sociologia. Come pittori iper-realisti, psicologi e sociologi descrivono con straordinarie capacità evocative e suggestive « parole » che descrivono e classificano l'esistente implicitamente assunto come immutabile. E' interessante osservare che il manuale diagnostico americano (bibbia universale del disagio psichico) è passato da classificare 40 malattie mentali negli anni '50 a 200 negli anni '90. Ovviamente non sono aumentate in natura le malattie ma le entità astratte che sono i descrittori. La sociologia ogni giorno definisce e classifica un pezzo della « social fabric » contribuendo alla illusione che l'aumento delle facoltà di denominazione dei fenomeni corrisponda ad un aumento della loro comprensione e non, come invece pare piú probabile, alla scarsa comprensione dei medesimi. L'entusiasmo scarsamente critico per il pensiero "facile" di Bauman costituisce un buon esempio.
Un esito a cascata di questi processi (dal pensiero economico alla cultura di management ; dallo sforzo di comprensione dei fenomeni psico sociali all'ipertrofia della descrizione e denominazione dei medesimi) è quello del divorzio fra processi intellettuali conoscitivi e processi etici trasformativi; in altre parole, l'assenza di pensiero conoscitivo (sostituito da pensiero descrittivo) implica la perdita di ogni utopia (denominazione laica della cristiana speranza) del cambiamento dell'esistente allo scopo di renderlo (con Aristotele) piú buono, piú bello e piú vero. Si assiste ad una tragica caduta della tensione al cambiamento e dunque a una perdita della dimensione etica come elemento costitutivo dei processi di conoscenza.

Ci sembra che cresca il bisogno di laboratori di pensiero economico, politico, sociale che sfidino la povertà del pensiero manageriale e descrittivo.
Questo implica peró che i laboratori di pensiero si costruiscano a partire dal superamento delle discipline descrittive » (o declinate in forme descrittive) allo scopo di favorire l'incontro, incrocio e la ibridazione fra discipline che ambiscono al conoscere trasformando e al trasformare conoscendo. La filosofia del diritto, le scienze antropologiche, l'etica devono fertilizzare il pensiero economico-politico rompendo l'assioma secondo cui pensare al pane è incompatibile col pensiero della primavera (parafrasando Maïakovski), che fare società giuste non consente di farle perfettamente libere, che chi conduce il treno non ha tempo per cantare e chi canta non puó condurre il treno.

Dunque cresce il bisogno di luoghi di formazione « alta » che creino "classe di governo" capace di un pensiero economico-politico etico, utopico e trasformativo. Sembra anche indispensabile che tale esercizio di formazione sia anche l' occasione di incontro fra il pensiero europeo e il pensiero che si costruisce nei paesi che oggi sperimentano grandi processi di transizione economica e politica inventando nuove forme di democrazia (alcuni paesi del BRICS quali Brasile, India, Sud Africa e con le dovute cautele anche la Cina). Dunque, un laboratorio di riflessione e azione sociale, economica e politica che produca pensiero sociale, economico e politico innovativo, caratterizzato da radicali orientamenti etici, capace di leggere i processi di sviluppo sociale ed economico anche in una prospettiva antropologica, morale, giuridica.
Questa è la nostra sfida, la sfida del piccolo centro Souq e della sua rivista: una sfida che ha bisogno di molteplici discipline, di nuove conoscenze, di nuove intuizioni ma soprattutto ha bisogno di nuovi amici disponibili ad essere "marinai di un intrepido equipaggio" di visionari della quotidianità (B. Saraceno, 2011).


BIBLIOGRAFIA
1) Agamben Giorgio (1978). Infanzia e storia pag.5-6. Einaudi, Torino.
2) Appadurai Arjun (2001). Modernità in polvere pag: 244 e 249. Meltemi Editore, Roma.
3) Augé Marc (2009). Che fine ha fatto il futuro? pag 43. Elèuthera, Milano.
4) CSDH (2008). Closing the gap in a generation: Health equity through action on the Social Determinants of Health. Final Report of the Commission on Social Determinants of Health. Geneva, World Health Organization.
5) De Leonardis Ota (2011). Appunti per il progetto sulla "sofferenza urbana". Testo non pubblicato.
6) Rotelli Franco (1991). Relazione introduttiva al convegno "L'impresa sociale", Parma, 1991. In: F. Rotelli, Per la Normalità pag: 76. 1994 Asterios Editore, Trieste.
7) Saraceno Benedetto (2011). Nuove Poesie. Testo non pubblicato.
8) SOUQ- COPERSAM (2011). Manifesto per il Buon Governo, Primo Foro Internazionale, Milano Maggio 2011.
9) World Health Organization & UN Habitat (2010). Hidden Cities: unmasking and overcoming health inequities in urban settings. Geneva-Kobe, WHO.

 

 

 

 

 

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