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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

L’area metropolitana di Atene, una “terra di nessuno”: dati della ricerca e sfide future

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Stelios Stylianidis


1. Introduzione
È noto che il movimento migratorio si è intensificato dopo la fine della guerra fredda e si è articolato con il processo di globalizzazione portando a una profonda ristrutturazione della geografia sociale delle aree metropolitane. "Il mondo è diventato una città", dichiarò lo storico Lewis Mumford nel 1961. In effetti la sua profezia si è realizzata, nel senso che il mondo intero si è trasformato in una gigantesca costellazione di vaste aree urbane, caratterizzate da un dislocamento del "Sud" all'interno del "Nord" (Castells, 1989): disuguaglianze sociali ed esclusione, stigmatizzazione della povertà, una complessità sempre maggiore della sofferenza sociale. La città offre possibilità di adattamento per sopravvivere, per nascondersi e per comunicare, ma "non promette né permette continuità spaziale" (Saraceno, 2010). Marc Augé, uno dei più celebri antropologi francesi, utilizza il termine "nonluogo" (1992), in contrasto con l'antropologia classica, per indicare i luoghi anonimi senza storia, simili in tutte le parti del mondo, gremiti da una folla di persone diverse che non si conoscono e non entrano in contatto fra loro. Tale definizione riflette probabilmente la realtà sociale delle aree metropolitane europee.
Questa tendenza è diventata dominante nel primo decennio del nuovo millennio e per le metropoli di impatto globale questo movimento è stato definito "super-diversità" (Vertovec, 2007). Il termine "super-diversità" è riferito alla crescente fragmentazione ed espansione delle piccole comunità di immigrati, fra le quali sussistono differenze sostanziali per quanto riguarda l'occupazione, il riconoscimento dei diritti civili, l'accettazione da parte della comunità locale e i loro rapporti internazionali. Questo fenomeno della frammentazione sociale e della marginalizzazione è diffuso non solo nelle metropoli del Nord, ma anche nelle grandi città dell'Europa meridionale, nonostante il fatto che queste ultime si siano formate in condizioni completamente diverse rispetto alle metropoli degli Stati Uniti o dell'Europa settentrionale. La diversità di crescita non significa però che le disuguaglianze economiche e sociali siano scomparse.
Il primo paradosso di questo recente fenomeno urbano consiste nella produzione di profonde disuguaglianze e in un livello crescente di esclusione sociale dei gruppi delle nuove popolazioni, per via dell'interazione di fattori culturali ed economici che riproducono conflitti e frammentazione in uno spettro sociale più ampio.
Un secondo paradosso è che la maggior parte dei mezzi di comunicazione e delle persone più influenti sull'opinione pubblica sta trasformando questo fenomeno in immagini e discorsi che raffigurano ghetti altamente stigmatizzati, e sta provocando sia l'attivazione di atteggiamenti politici ultra-conservatori, quando non neofascisti, sia il riemergere nella popolazione indigena di fenomeni di violenza contro diverse minoranze etniche.
In questo contesto dominato da un'atmosfera sociale di pregiudizio e insicurezza, i rapporti fra indigeni e immigrati nelle aree metropolitane possono essere descritti come un interminabile e irrisolvibile conflitto che perpetuamente riproduce paura, stigma e marginalizzazione della povertà.
A parte la sofferenza di una parte significativa della popolazione, le barriere e gli ostacoli che oggi rendono difficili modalità migratorie legali nella realtà politica e sociale della Grecia impediscono ai ricercatori di descrivere con precisione le dimensioni del fenomeno e di comprendere appieno l'impatto degli immigrati in questo Paese. Una nazione come la Grecia, celebre per i suoi movimenti migratori, si è ora trasformata in un "area ricettiva" di immigrati.
Il problema dell'immigrazione è estremamente complesso e ha innumerevoli conseguenze a vari livelli:
Economico, nel senso che nonostante gli immigrati siano diventati in un recente passato risorse umane preziose per la crescita economica greca, il loro contributo è stato sottovalutato, quando non del tutto ignorato. Sono diventati oggetto di sfruttamento, poiché si sono trovati coinvolti in lavori precari e nell'economia del "mercato nero".
Sociale, nel senso che i meccanismi di inclusione sociale e assimilazione degli immigrati nella società greca sono fortemente ostacolati, in particolare per quanto riguarda le disuguaglianze sociali e i diritti civili fondamentali.
Culturale, nel senso che l'identità greca postmoderna, fragile e insicura qual è, sta sviluppando reazioni di "patologizzazione" dell'altro, dimostrando così intolleranza nei confronti della diversità e degli immigrati.
Politico, nel senso che l'implementazione di politiche contradditorie, frammentarie e oppressive, che combinano espulsioni di massa e "legalizzazioni" precarie di visti è giunta a un gigantesco impasse.
Fonti ufficiali della Divisione Stranieri delle forze di polizia greche confermano la grande differenziazione dei Paesi d'origine degli immigrati in Grecia, specialmente nell'area metropolitana di Atene (Istituto delle Politiche Nazionali Migratorie, 2008). Pare che gli immigrati provenienti da Paesi come Afghanistan, Pakistan, Bangladesh, Iraq, Kurdistan iracheno e turco, Palestina, Sudan e Somalia arrivino da regioni dove le cause dell'abbandono non volontario della madrepatria sono guerre, persecuzioni e oppressione. La maggioranza di queste persone, che arriva in Grecia per vie illegali, vorrebbe in realtà raggiungere altre destinazioni europee. Un'importante percentuale di questi "profughi" vive ad Atene.
Sono etichettati come persone con "status non-legale", che a sua volta finisce per diventare un marchio permanente. Questo stato di non-legalità è associato alla parola greca lathrometanastes, che significa "immigrato clandestino"; e fa riferimento a uno status a metà strada fra il soggiorno illegale e un periodo transitorio molto breve di "visto" intermedio prima che venga definitivamente rifiutata la richiesta di asilo politico.
La maggioranza degli immigrati in Grecia è di origine albanese (Ventura, 2006) e pare che una larga parte di essi si sia stabilita e ben integrata socialmente su tutto il territorio greco a partire dal 1999. La popolazione albanese, quindi, non rappresenta più una minoranza che vive nelle zone e nei quartieri marginali del centro di Atene.
Il paradosso storico della Grecia è che fra gli anni venti e trenta del Novecento, due o tre generazioni di emigranti greci negli Stati Uniti erano etichettati come "sporchi greci" e "persone potenzialmente pericolose" per il sistema di salute pubblica americano (Bagourdi, 2007); eppure, questa che è una realtà storica sembra venire negata o rimossa da gran parte della società greca moderna la quale, in conflitto con la propria identità, sta attraversando una gravissima crisi economica, sociale e culturale.
Commenti sulla descrizione dell'area metropolitana di Atene
Atene presenta un ampio spettro di distribuzione spaziale delle varie classi e minoranze etniche. Il centro della città, piazza Omonoia, è letteralmente "occupato" da diversi gruppi etnici, in una situazione estremamente precaria.
Il quartiere popolare di Aghios Panteleimonas rappresenta un "caso studio" limite che ci permette di capire in profondità sia la complessità dei conflitti esistenti fra greci, albanesi (46,4% degli abitanti) già socialmente inseriti nella città e immigrati non legali senzatetto provenienti dall'Afghanistan e dal Kurdistan, sia i discorsi razzisti e le azioni violente dell'estrema destra contro "gli stranieri musulmani" e "gli invasori" (Arapoglou, 2006).
Secondo il sindaco di Atene, Kaminis, "degli immigrati legali e illegali che varcano i confini nazionali, oltre 300 si raccolgono ogni giorno nel centro di Atene" (1° Forum Scientifico Internazionale Souq, Sofferenza urbana, diritti e buongoverno, Milano, 23-25 maggio 2011). Lo stesso Kaminis ha dichiarato poi che la pressione continua di immigrati illegali provoca un aumento del numero di vittime della crisi sociale generale. Da una simile situazione è nata una nuova categoria di persone senza dimora, i "nuovi senzatetto": persone istruite, spesso con famiglia, che hanno perso il lavoro e non riescono a trovare una nuova occupazione. Non va dimenticato, inoltre, che il 40% della popolazione di Atene sotto i 25 anni è disoccupato.
In Grecia, gli sforzi per descrivere il fenomeno della povertà e dell'esclusione sociale sono frammentari, compiuti senza un efficace coordinamento fra gli stakeholders e basati su dati empirici generali. Ad ogni modo, tutti i tentativi sono utili e legittimi poiché hanno lo scopo di mettere in rilievo e arricchire le scienze sociali proponendo soluzioni applicabili alla realtà.
2. Metodo
Scopo dello studio Esclusione sociale e salute mentale nell'area metropolitana di Atene è registrare e studiare le principali caratteristiche del fenomeno dell'esclusione sociale ad Atene. È specificatamente strutturato per esaminare pratiche e strategie efficaci nell'ambito di un network di città europee che vuole combattere la sofferenza urbana, ed è parte di un piano più vasto d'intervento che ha come fine la ristrutturazione dei servizi sociali nel centro di Atene in collaborazione con la municipalità.
Scopi della ricerca sono:
1. Descrizione delle caratteristiche socio-demografiche, fisiche e mentali delle fasce più vulnerabili della popolazione.
2. Ricerca della correlazione fra le suddette caratteristiche e i disturbi e le malattie mentali.
3. Valutazione dei bisogni primari della popolazione ed elaborazione di una proposta di linee guida per fornire risposte adeguate a tali necessità.
In questo nostro studio noi ipotizziamo che: a) ci sia una profondissima lacuna nella pianificazione strategica e nel coordinamento fra le organizzazioni che forniscono assistenza ai gruppi più deboli, e allo stesso tempo un grande bisogno di nuove risorse e di nuovi network; e b) che il profilo degli immigrati sia caratterizzato da problemi come: malattie fisiche, disturbi dell'umore, stati d'ansia, abuso di alcol e droga, problemi medici e familiari, e difficoltà di comunicazione.
2.1 Gruppo di ricerca
Questo studio è stato realizzato da 11 studenti della Facoltà di Psicologia dell'Università Panteion di Atene come parte della loro tesi di laurea, in collaborazione con l'Associazione Scientifica per lo Sviluppo Regionale e la Salute Mentale (EPAPSY). Tutti gli studenti hanno firmato un modulo di consenso alla partecipazione volontaria. Lo studio è stato condotto nell'arco di sei mesi (ottobre 2010 - marzo 2011).
2.2 Fasi di ricerca
Fase A
Nel corso della prima fase (ottobre-dicembre 2010), i ricercatori hanno intervistato i direttori scientifici delle organizzazioni che ad Atene forniscono servizi sociali ai gruppi più deboli, nel tentativo di tracciare un profilo della loro struttura e delle loro attività quotidiane. I ricercatori hanno anche tentato di sondare le possibilità di creare network che riescano ad affrontare in modo più efficace il fenomeno dell'esclusione sociale. È degno di nota che, nonostante il loro pesante carico di lavoro, la maggioranza dei direttori delle organizzazioni a cui ci siamo rivolti ha mostrato grande disponibilità nei nostri confronti. Le strutture che hanno partecipato a questa fase sono: organizzazioni non governative (Klimaka, Medecins du Monde, Kivotos, Praksis, Day Centre Vavel), il Centro per i richiedenti asilo politico, i Servizi per gli immigrati di Atene e la Prefettura del Pireo, il Centro nazionale di solidarietà sociale e il Centro per il trattamento per le dipendenze.
Per gli scopi di questa fase è stato preparato un questionario-intervista incentrato sul seguente nucleo di categorie: organigramma e lavoro quotidiano (servizi), popolazione assistita (età, sesso, necessità, criteri di ammissione), collaborazione con altri servizi sanitari e di salute mentale, difficoltà quotidiane inerenti all'interazione con queste fasce della popolazione (questioni legali, comunicazione), cultura organizzativa e suggerimenti per una maggiore efficienza.
Fase B
Nella seconda fase dello studio (gennaio-marzo 2011) sono state realizzate le interviste al campione (n=355). Tutti gli studenti hanno partecipato a un corso di formazione su come condurre un'intervista alle persone emarginate che vivono nel centro di Atene. Particolare attenzione è stata data alle tecniche per creare un clima di interesse e fiducia fra ricercatori e intervistati, tenendo in considerazione la grande diversità della popolazione in esame. Dopodiché gli studenti sono stati divisi a coppie e hanno cominciato le interviste in alcune aree della città dove vivono i senzatetto, quali Omonoia, Agios Panteleimonas, Exarhia ecc. Erano previsti report giornalieri al resto del team. La maggior parte dei ricercatori ha definito la partecipazione a questo studio "una lezione di vita".
Molti casi studio che utilizzano innumerevoli indicatori di esclusione sociale suggeriscono che per quanto riguarda le misurazioni usate ci si dovrebbe concentrare su tipi specifici di indicatori proxy. Tali indicatori sono stati per noi un'utile cornice per individuare gli strumenti di misurazione adatti a questo studio:
1. Ricordi personali: con la domanda "Come sei arrivato qui?" volevamo sapere dagli intervistati le ragioni per cui sono giunti in Grecia, ragioni che hanno finito poi per portarli alla povertà e al degrado.
2. Profilo socio-demografico: sesso, età, nazionalità, Paese d'origine, livello di istruzione, famiglia, occupazione (occasionale/stabile).
3. Stigma e auto-stigmatizzazione: abbiamo chiesto ai partecipanti di caratterizzare se stessi e di descrivere in poche parole in che modo le persone li trattano e come ciò li fa sentire.
4. Condizioni di vita e stato di salute: abbiamo incluso domande relative al modo in cui i senzatetto soddisfano le proprie necessità (cibo, riparo, sicurezza); domande su morbilità (malattie fisiche/mentali, ospedalizzazioni, uso di farmaci), sullo stato di salute generale (GHQ-12: iperattività, debolezza, mancanza di autostima, senso di tristezza e infelicità), sull'abuso di droga e alcol.
5. Legami sociali: abbiamo valutato i rapporti dei partecipanti con le loro ambasciate e con le persone della loro stessa minoranza etnica, la loro storia legale (eventuali arresti passati e relative ragioni), l'esercizio, o meno, dei diritti civili e l'accesso ai servizi sanitari e di salute mentale.
6. Autoreferenza: abbiamo esaminato le storie di vita degli intervistati chiedendo di raccontare i loro ricordi ed esprimere i più significativi desideri per il futuro.
2.3 Il campione
Trovare e avvicinare persone vulnerabili e socialmente marginalizzate non è compito facile, data la loro diversificazione e la mancanza di dati statistici adeguati. I gruppi target di questo studio sono stati pre-selezionati e rientrano in quelli che l'Unione Europea ha definito "gruppi sociali vulnerabili": disoccupati, "nuovi senzatetto", poveri, persone che soffrono di dipendenze, immigrati, rifugiati, delinquenti, ex carcerati, positivi al test dell'HIV. In questo studio sono state coinvolte in totale 355 persone, di età compresa fra i 18 e i 60 anni, provenienti da Grecia, Albania, Pakistan, Romania, India, Iraq, Siria, Bangladesh, Ucraina, Egitto.
3. Risultati
3.1 Fase A
L'analisi dei dati raccolti fra le organizzazioni ateniesi sopra citate ha evidenziato le seguenti categorie come indicative dei principali servizi forniti: a) diagnosi, trattamento, riabilitazione psico-sociale (per l'intera comunità); b) alloggio, cibo, educazione e sicurezza (la priorità è data ai bambini, alle famiglie monoparentali e agli anziani); c) couselling legale; d) linee d'intervento d'emergenza (per suicidi); e) servizi amministrativi per permessi di residenza e di lavoro.
Pare esserci mancanza di coordinamento fra le organizzazioni e frammentarietà nelle risposte alle necessità percepite, dal che risulta un sistema di servizi inefficiente e sovraccarico. Come hanno dichiarato molti direttori scientifici, "la burocrazia ritarda in modo significativo il nostro lavoro e il governo tende a reagire solo se e quando ‘facciamo la voce grossa'".
Per quanto riguarda gli utenti che usufruiscono dei servizi, e nello specifico la proporzione di greci e immigrati, c'è stato un aumento delle richieste da parte dei greci, poiché la crisi che ha colpito diversi strati sociali ha portato molte aziende alla bancarotta e al fallimento. Al contrario, nonostante sembrino più informati sulla disponibilità dei servizi e sui loro diritti, gli immigrati desiderano comunque abbandonare la Grecia perché, dichiarano, "qui non c'è futuro". Inoltre, la mancanza di dati relativi alle loro necessità, un'implementazione carente delle politiche migratorie e l'insufficienza di risorse e di personale contribuiscono ad aggravare il problema dell'esclusione sociale e a intensificare lo sfacelo dello Stato: "lo Stato non ci sostiene abbastanza e dovrebbe avere un approccio più orientato al welfare sociale", "in teoria tutti sono buoni; li vediamo in televisione e sui giornali, ma di fatto poi nessuno ci ha mai dato vera assistenza".
E infine è importante evidenziare che stiamo ora affrontando la deistituzionalizzazione dei servizi sociali: sono stati incapaci di generare risorse, di andare incontro ai bisogni emergenti, di rispondere in modo efficace, e in definitiva di rafforzare il capitale sociale esistente.
Analisi qualitativa delle interviste ai senzatetto
Nell'elaborazione del nostro questionario-intervista (strutturato e semi-strutturato), prima di tutto abbiamo tentato di rispondere a come e cosa avremmo potuto scoprire conducendo una ricerca sul campo su un campione piuttosto eterogeneo (Clarke, 2006; Poggi, 2003; Hoggett, 2001; Hollway, 2001). Dopo aver fatto l'intervista, abbiamo cercato di ricostruirla e di formulare una narrazione analitica coerente, un metodo perfettamente accettabile salvo che il significato dei dati non venga in qualche modo mal interpretato o distorto (Poggi, 2003; Breckner e Rupp, 2002). È poi seguito un processo di interpretazione in tre fasi nel quale i ricercatori hanno cercato di capire, combinando un'ermeneutica empatica diretta con un approccio di ermeneutica critica secondaria, come i partecipanti tentino di far emergere elementi di significato attraverso questa fluidità (Richardson, 1996; Ricoeur, 1970).
In seguito, abbiamo utilizzato l'analisi qualitativa, tematica e del discorso per categorizzare i nostri dati in modo appropriato. Siamo fermamente convinti che, nonostante il numero limitato di dati causato dalle circostanze non facili della ricerca, i repertori interpretativi raggiunti, poiché relativi alle categorie principali, siano centrati su quel particolare campione annidato all'interno di quel determinato spazio pubblico.
Analisi delle narrazioni
In che modo tutti questi momenti possono venire elaborati in una narrazione sulle circostanze attuali?
Narrazioni personali...
Come sei arrivato qui? "È una lunga storia..." (N100). Gli intervistati descrivono le loro vicissitudini mettendo in evidenza che "tutti arriveremo qui" (N246), e spiegando che sono arrivati "dall'Iran a piedi... attraversando un confine dopo l'altro" (N9). È possibile che, a parte le loro implicazioni politiche, i confini simbolizzino un principio interno, "il diritto di non essere sradicati" (Jaeger, 1993). Esistono non solo all'esterno come una linea di demarcazione oggettiva - "un confine dopo l'altro" (N9) -, ma principalmente all'interno, come costrutto simbolico di cui ciascuno fa esperienza soggettiva, accentuata poi dalla silenziosa inquietudine e dalla disapprovazione con le quali noi "indigeni" distogliamo lo sguardo da loro: "tirano dritto, per loro sono invisibile" (N222). Il concetto di terra d'origine ha diversi significati e appare piuttosto complesso nella mente delle persone che sono "in movimento". In termini del suo significato simbolico psicanalitico, questo processo viene descritto come abbandono del contenitore (Stylianidis, 2011; Bion, 1970), ovvero la madrepatria, la comunità, la famiglia, la madre e i ruoli sociali annessi. I migranti percorrono strade pericolose, molto spesso fatali. Di frequente il loro desiderio non è fermarsi in Grecia, ma da lì continuare il viaggio verso altri Paesi europei: "Siamo arrivati tutti insieme; volevamo entrare illegalmente in Germania, ma sono ormai tre anni che siamo rimasti intrappolati in Grecia" (N7).
Per quanto riguarda i loro rapporti familiari, la qualità del legame con i genitori è piutttosto scoraggiante: "Infanzia difficile, papà morto, mia mamma era indifferente..." (N17), "...è colpa dei miei genitori se non ho avuto un'educazione come si deve" (N28), "Non ho finito la scuola, madre e padre assenti o proprio andati via; cosa vuoi dire con ‘Come sei arrivato qui?', non è stato difficile!" (N30). Hanno vissuto fra dolore e instabilità, perdita e separazione, esperienze che hanno fatto emergere sentimenti di colpa: "I miei genitori hanno divorziato, mia mamma è morta quando avevo 15 anni, e per quanto riguarda mio padre, sono sempre stato un estraneo (per lui)" (N35).
Il processo di abbandono e separazione che hanno vissuto e che perdura, ha messo in moto una catena di eventi percepiti come minacciosi e traumatici, e che quindi compromettono la loro resilienza e la loro capacità di investire sul futuro.
Descrivendo le proprie condizioni di vita, rispondono in modo molto vivido alle domande su sistemazione, nutrizione e in generale sulla qualità della vita. Nello specifico, quando si chiede dove dormano, le loro risposte creano un'immagine mentale interessante, in strada... hotel... ricovero... "ho una coperta e dormo" (N224).
Le loro condizioni di vita sono spaventose: "È orribile! [Dormo] sull'erba, sulle panchine, sugli scatoloni, e mi copro con quel che trovo (paglia, rami ecc.)..." (N12), "Sono senza casa da cinque anni e mezzo, dormo per strada, nelle chiese, nella baracca di mio fratello senza elettricità né acqua..." (N2), "Mio padre è malato; [io] sono stato picchiato e offeso più volte dalla polizia; io (dormo) per strada, mio padre in via Aristotelous insieme ad altri; cinque persone in un postaccio sulla Syngrou" (N21), "(Stavo) per strada, in una casa disabitata, ma mi hanno buttato fuori e la casa è stata chiusa; a volte dormo ancora lì sul balcone" (N77). Gli immigrati si appropriano di spazi occasionali nel tentativo di sopravvivere, ma anche di creare un senso minimo di connessione con la città; un simile comportamento facilita la socializzazione con le persone della stessa etnia, alla ricerca degli "agganci" necessari al viaggio verso il Paese successivo ecc.
Il modo in cui si auto-rivelano lascia poco spazio ai commenti: "Prendo l'autobus, a volte dormo lì dentro, altre volte per strada, ma in tutti e due i casi cambio continuamente linea e quartiere" (N227)...
Come si fa a colmare lo scarto fra la nuova e la vecchia vita? Instaurando legami profondi che danno un senso di sollievo e sicurezza. Anche un vecchio biglietto, che "conserva" il ricordo dell'ultimo viaggio, può facilmente diventare oggetto transizionale (stampa quotidiana greca).
Le loro condizioni di vita sono senza dubbio estremamente difficili, e sono tali per cui queste persone sono costrette a soddisfare i bisogni primari, come il cibo, "attraverso amici, ...a volte cucino il cibo che i supermercati buttano via perché è scaduto" (N7), "Non mangio tutti i giorni, solo quando riesco a trovare qualcosa" (N40), "Mangio quello che trovo, quando lo trovo" (N77).
Alla domanda se cambierebbero il corso della propria vita, ridefinendola, rispondono rivelando resilienza e senso di speranza: "Sono ancora vivo ed è questo ciò che conta" (N250), ma anche un certo desiderio di rivendicare qualcosa di più per se stessi: "Cosa posso fare? Hai qualcosa di meglio da offrire?" (N297).
Stigma vs auto-stigma, un equilibrio così fragile, concetti che descrivono persone lacerate e prive di coesione interna. Alla domanda "Come ti descriveresti?", alcune risposte manifestano audacia: "Non sono uno qualunque, io so chi sono" (N1), "Sono un teppista, tutto qua" (N26); mentre altre riflettono un senso di rispetto: "So di poter contare su me stesso" (N87). Vivendo un lutto ritardato per le "cose" preziose lasciate indietro, affermano: "Non ho niente da dire su di me" (N79), "Sono solo" (N75). Giudicano se stessi con descrizioni gravemente stigmatizzanti: "Sono vuoto; ogni giorno che passa sono sempre più malato" (N245), "...l'ultimo dei Moicani" (N25). Nonostante tutto però, una piccola minoranza dichiara: "In effetti sono povero, ma ho dei sogni per il futuro" (N135).
Le loro narrazioni rimandano in modo vivido un senso di auto-esclusione e vuoto, legato alla minaccia di razzismo: "(Mi sento) come se venissi da Marte" (N25), "come se fossi pazzo" (N61), "come se fossi un mendicante, ma non lo sono" (N46), "...un giorno mi hanno picchiato di brutto" (N235). Allo stesso tempo affermano: "Non ho niente contro i greci, sono le altre razze che mi danno problemi" (N74), mentre spesso fanno anche esperienza di cosa significhi sentirsi "fantasmi"... "è come se non esistessi; la notte dormo vicino ai locali; la gente va a divertirsi, mi passano vicino e non fanno neanche caso a me" (N249), "alcuni mi danno qualche moneta, altri tirano dritto, per loro sono invisibile" (N222).
In questo spazio sociale di insicurezza e incertezza, le persone sentono che "tutto è permesso" per sopravvivere, e quindi sfidano il sistema di valori sociali, il che indica mancanza di interiorizzazione della legge e riproduzione di anomia sociale. Un simile, pervasivo senso di insicurezza provoca una "crescita di disumanità", un tipo di paranoia sociale generalizzata che crea un clima di scontro perpetuo fra gli indigeni e i nuovi abitanti dello spazio urbano. In questo contesto, ci siamo imbattuti con le narrazioni/confessioni di immigrati, di senzatetto e di greci che vivono nelle aree dove la violenza è aumentata in modo drammatico. Secondo articoli recenti della stampa locale, la disperazione che i greci stanno provando riflette un dolore che ha radici profonde, più intenso di quanto gli analisti avessero previsto. I racconti dei residenti delle aree dove dormono senzatetto e immigrati descrivono scene da film thriller. Le persone del posto sono sconvolte dall'incapacità delle autorità di far fronte alla situazione e, completamente esasperate, chiedono: "Ma chi è che comanda qui?".
Sembra che senzatetto e immigrati mantengano un atteggiamento di "socializzazione selettiva" quando, alla domanda se hanno fiducia che qualcuno possa capirli e aiutarli, rispondono: "La vita mi ha insegnato a non fidarmi di nessuno" (N67), "In piazza Attiki vengo malmenato dai bambini", "mi trattano come un cane... [prosegue la sua narrazione e, visibilmente emozionato, descrive il recente contatto con un'agenzia alla quale si era rivolto in cerca di aiuto] ... mi hanno trattato come se fossi un cane". La fragilità della personalità individuale e le sfide che l'adattamento a una simile realtà comporta, sembrano psicologicamente controbilanciate da un processo di "orgoglioso isolamento", o auto-esclusione degli individui dalla società allargata del Paese in cui si trovano, che diventa meccanismo di difesa centrale per la loro sopravvivenza (Furtos, 2010; Stylianidis, 2011).
Fra le problematiche con le quali si confrontano di continuo, essi affermano che l'esperienza più dolorosa di auto-rappresentazione è la rimozione sociale e la marginalizzazione: "Ti lascia l'amaro in bocca... il modo in cui la gente ti tratta" (N41), "La notte non riesco a dormire, continuo a fare su e giù, su e giù, come una bestia" (N230), "Non ho una casa e non ho un lavoro, sono malato... di notte non dormo... ho dolori tutta la notte e sputo sangue; vuoi la verità, no? ...eccola" (N261)... e l'insicurezza, "la paura che mi assale la notte, la solitudine, sono peggiori del freddo" (N232).
All'espressione "qualità della vita" è legato un profondo senso di insicurezza: "Cos'è questa sicurezza di cui parli?" (N40). Non si sentono sicuri nella loro quotidianità, "per niente sicuri; qui è una giungla, un caos totale... [vittima di rapina] ... un giorno, mentre dormivo, mi hanno rapinato e mi hanno portato via anche la carta d'identità" (N221), "Dormo con una mazza accanto" (N69). In un contesto del genere, riferiscono che "di questi tempi, non ci si pensa neanche alla sicurezza" (N302).
In questo clima di continua tensione che permea la fibra della società greca portando con sé omicidi, conflitti sociali, persino piccole ribellioni da parte di gruppi isolati, e in una dimostrazione plateale della propria disperazione, all'inizio dell'anno un gruppo di immigrati ha occupato per più di un mese un'edificio della Facoltà di Legge dell'Università di Atene. La richiesta principale era la legalizzazione del loro soggiorno in Grecia. L'evento ha fatto da catalizzatore per un più vasto dibattito nazionale che ha coinvolto partiti politici, il Parlamento, il Comune di Atene, alcuni ministeri chiave del Governo e le organizzazioni non governative, insieme poi ai movimenti sociali di solidarietà con gli immigrati. In una situazione così drammatica, gli eventi avrebbero potuto avere esiti ben più pericolosi e violenti. Alla fine si è arrivati a un compromesso, che si è rivelato una soluzione precaria: un permesso di soggiorno temporaneo nel Paese per un anno. Per la società greca, questo incidente ha rappresentato il caso più eclatante di conflitto sociale e sofferenza urbana collettiva.
I senzatetto e gli immigrati, inoltre, descrivono il loro confronto con le autorità locali sotto una luce sia positiva - "Non ho nessun problema con loro, né dò loro ragioni per averne con me" (N1) - sia negativa - "(è) molto negativo. Ieri mi hanno picchiato senza che avessi fatto niente" (N268). I residenti dei quartieri nei quali è stato condotto lo studio hanno assistito a omicidi dalle finestre delle loro case. La morte è diventata parte integrante della loro vita, in una società che pare votata all'auto-distruzione. È un continuo giocare a nascondino con le autorità, "come cani e gatti" (N263), che crea un clima generale di illegalità, in cui mancano sicurezza e rispetto della legge. "Credo nella giustizia, ma non ce n'è... e nessuno fa niente" (N70). Del resto, difficile immaginare un sentimento diverso visto ciò che ci viene confidato: "Odio i poliziotti, e ti dico perché. Distribuiscono droga ai neri, e poi non solo li arrestano perché la vendono, ma permettono loro di venderla a noi, e poi ci arrestano per averla comprata" (N38). Questo forse spiega anche perché alcuni si siano rifiutati di rispondere: "Non ne voglio parlare. Non mi piacciono" (N249).
Alla domanda su come potrebbero essere aiutati... hanno risposto che "nessuno può aiutarci" (N244). D'altra parte però ci chiedono di prendere posizione e vogliono essere fotografati con le bocche cucite con il fil di ferro come segno di uno sciopero della fame: "(Abbiamo bisogno) dei giornalisti, così tutti ci possono vedere con le bocche cucite" (N21), così che il mondo possa capire il loro dolore, "ascoltare i nostri problemi" (N74). "Ho bisogno di aiuto, non ce la faccio più da solo" (N245), tutto ciò che chiedo è "sostegno psicologico e amicizia" (N28).
Il potere dei nostri pensieri non può essere misurato o chiaramente valutato, ma potrebbe essere in grado di guidarci meglio nella comprensione delle loro risposte quando abbiamo chiesto come vedono la loro vita nel presente... "Cosa vuoi che dica? La mia vita è stata una tempesta, un oceano. Le onde mi hanno travolto e ora... ora mi sento come un naufrago" (N298)... A volte non c'è nemmeno un filo di speranza, solo il pensiero dell'"eutanasia" (N146), visto che "non prendono in considerazione nessun tipo di futuro" (N37). Oppure rimandano a un imprecisato tempo che verrà, pensando che qualcosa succederà "più avanti. Quando mi lascerò tutto questo alle spalle, comincerò a vivere. Ora sopravvivo" (N38). In alcuni casi, persiste un certo senso del "presente" che permette di sperare e pianificare: "Se vendo fazzoletti, avrò un futuro" (N297), "Sì, se ho qualcuno che mi ama" (N308), e addirittura di sognare: "Naturalmente (sogno), lo fanno tutti" (N41), "Certo che sogno... i sogni sono belli anche se non si realizzeranno mai" (N61).
Conclusioni
Riformulando le esperienze e i commenti di questo studio, si possono evidenziare alcuni degli aspetti principali della sofferenza in uno spazio urbano. La frammentazione di organizzazioni e servizi è evidente nelle risposte degli stessi operatori, che rivelano le lacune nel servizio fornito. Allo stesso tempo, la paura dei residenti e il loro starsene rinchiusi in casa ha portato alla nascita del fenomeno della doppia esclusione sociale. Quando ai soggetti del campione è stato chiesto di commentare un argomento qualsiasi che pensavano dovessere essere ascoltato, le loro risposte descrivevano in modo preciso l'attuale insieme di circostanze: ansia, indignazione e disperazione: "Non auguro a nessuno di essere nei miei panni" (N316); abbandono, inquietudine e paura: "Temo per il domani. Quando fai dei piani, non si realizzano mai" (N318); esperienze di vita, rassegnazione e mancanza di speranze per il futuro, delusione riguardo al sistema del welfare sociale: "La Grecia sta morendo lentamente, non si prende cura dei suoi bambini, dovremmo andarcene tutti" (N226); ma anche - in modo più velato ¬- forza, desiderio di rivendicazione, volontà, che tuttavia vengono soffocati dall'assenza di opportunità.
I fenomeni di esclusione sociale sono estremamente complessi: senzatetto, immigrati legali e illegali, malattie infettive, HIV, morbilità psichiatrica, comorbilità con malattie fisiche, vulnerabilità infantile, delinquenza e criminalità. L'approccio dello Stato alle diverse facce dell'esclusione sociale è apparso finora inadeguato, nel senso che ha proposto solo soluzioni frammentarie e poco efficaci. A ciò si aggiunge il fatto che l'assistenza primaria e i servizi di welfare sdegnano e stigmatizzano i senzatetto e gli emarginati, il che rende ancora più disequilibrata l'assistenza sanitaria, psichiatrica e sociale. In altre parole, assistenza primaria e servizi sociali non sembrano in grado di rispondere in modo efficiente ai bisogni particolari e diversificati di questa fascia della popolazione. Ciò si evidenzia anche nella loro incapacità di creare servizi specializzati, come potrebbero essere per esempio delle Unità Mobili di Salute Mentale per le aree urbane.
La città certamente produce paura, discriminazione e impotenza. Nonostante ciò, tuttavia, in tutte le comunità, anche nei periodi di crisi, sono disponibili grandi quantità di risorse, tecnologie e legami sociali che potrebbero venire utilizzati per organizzare politiche e sviluppare reti che siano in grado di andare incontro a questi bisogni così complessi. Nuovi network potrebbero venire creati se le autorità politiche, i cittadini e gli stakeholders focalizzassero la loro attenzione sui problemi delle persone socialmente escluse ognuno nel particolare ambiente in cui vive e lavora, creando così una nuova cultura locale democratica e partecipativa.
Tutte le organizzazioni dovrebbero concentrarsi sulle necessità e sulle richieste manifeste, e lavorare per la promozione dei diritti umani, proteggendo allo stesso tempo quotidianamente gli individui da politiche arbitrarie, dall'indifferenza e dalle discriminazioni. Il fine dovrebbe essere quello di sostenere una prospettiva umana, creare significato, ispirare, dare speranza e accrescere negli utenti la presa di coscienza dei propri diritti. In questo momento, priorità assoluta dovrebbe essere data allo sviluppo di reti di solidarietà e alla protezione dei diritti umani, in particolare poi considerando i potenti meccanismi di violenza che oggi umiliano la dignità umana. Si dovrebbero praticare azioni mirate ad accrescere la consapevolezza e la continuità educativa per i professionisti della salute e della salute mentale nell'ambito dei servizi di assistenza sanitaria primaria, concentrando gli sforzi sullo sviluppo delle competenze necessarie a un lavoro di network e delle capacità culturali per l'accoglienza degli immigrati.
Quindi il problema della sofferenza urbana/sociale dovrebbe venire esaminato da una prospettiva europea e internazionale, creando network europei di buone pratiche fra le diverse metropoli.
Scrisse il poeta greco: "Ho vissuto in un Paese fuoriuscito dall'altro, quello reale, proprio come i sogni fuoriescono dagli eventi della mia vita. L'ho chiamato Grecia e l'ho messo sulla mappa per poterlo vedere. Sembrava così piccolo, così elusivo" (Odisseas Elitis, da Il piccolo marinaio).

Ringraziamenti
Vorremmo esprimere la nostra gratitudine al dottor E. Bagourdi (psicologo clinico) per il suo contributo alla traduzione di questo articolo in inglese.
Gli autori
Stelios Stylianidis: Dipartimento di Psicologia, Università Panteion, Atene; Associazione Scientifica per lo Sviluppo Regionale e la Salute Mentale (EPAPSY).
Meni Koutsossimou: Associazione Scientifica per lo Sviluppo Regionale e la Salute Mentale (EPAPSY).
Athina Vakalopoulou: Associazione Scientifica per lo Sviluppo Regionale e la Salute Mentale (EPAPSY).
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degli stessi autori:  Salute mentale e rifugiati in Grecia: dalla gestione della crisi alla necessità di azioni a lungo termine per rafforzare diritti, assistenza e integrazione sociale 

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