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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Riprendere il cammino verso la felicità

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Benedetto Saraceno

"There is no duty we so much underrate as the duty of being happy" scrive Robert Louis Stevenson nel 1881 (R.L. Stevenson, 1881) ossia il dovere di essere felici è il piú sottovalutato fra tutti I doveri. Dunque essere felici è un dovere cui siamo disabituati e impreparati. Questo dovere di promuovere l'utilità ossia il massimo vantaggio ed il minimo svantaggio assume dimensione sociale e collettiva a partire dal pensiero di Jeremy Bentham e Joh Stuart Mill e dalla stagione fertilissima del pensiero filosofico-politico della Westminster Review che a partire dal 1823 fino al 1914 raccolse il meglio del dibattito filosofico, sociale politico del liberalismo filantropico inglese, anche ispirato da Cesare Beccaria. L'utile comune, ossia la massima felicità per il maggior numero di individui, rappresenta il fondamento della felicità come esperienza collettiva.
Il tempo presente ci mostra come documentare, descrivere, analizzare la sofferenza sia piú facile e naturale che fare lo stesso avendo come oggetto la felicità.
Lo "stato" della Nazione Globale, qualunque accezione si voglia dare al termine "nazione", è quello della sofferenza: basti pensare alle scoraggianti conclusione delle Nazioni Unite quando, nel 2010, hanno valutato la evoluzione del processo di raggiungimento degli "obbiettivi di sviluppo del millennio" (Millenium Development Goals) , stabiliti nell'anno 2000 con la meta dell'anno 2015.
Il mondo si racconta come luogo di sofferenza, le grandi istituzioni internazionali documentano sofferenza, i media indulgono nel mostrare sofferenza. Nazioni, comunità famiglie e individui raccontano sofferenze, mostrano e sperimentano sofferenze, sono sofferenti.

Non è sorprendente dunque che si siano affinati gli strumenti per analizzare e documentare la sofferenza (pensiamo alla produzione continua da parte della OMS e di altre agenzie specializzate dell'ONU di "rapporti" sullo stato del mondo: salute, ambiente, educazione, diritti eccetera).
E' come se, in assenza di buone notizie, ci si fosse tutti specializzati nel raccontare quelle cattive: "Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene" ha detto Woody Allen e non si puó negare che l'affinamento delle metodologie che documentano la sofferenza non rispecchia altro una necessità generata dalla realtà.
La disabitudine a documentare la felicità implica la progressiva perdita di acuità e finezza degli strumenti per documentarla. Non documentarla implica dichiarala inesistente e impossibile. Dichiararne la impossibilità significa consegnare la nozione di felicità alle agenzie di turismo o ai centri di benessere fisico. Il ritegno a a riflettere e discutere se da un lato riflette un pessimismo legittimato dalla realtà dall'altro occulta, indebolisce e annulla la legittimità della speranza o della utopia (equivalente laico della virtú teologale).
L'iperrealismo pragmatico autorizza solamente il discorso intorno al reale visibile del presente: la felicità è relegata nell'ordine del psicologico-privato o in quello, ancora privato, della esperienza religiosa della grazia.
Ma un discorso sulla felicità come dimensione metaindividuale ci permetterebbe di ritrovare strumenti per esplorare possibili processi di de-costruzione dell'ordine presente e di costruzione di ordini possibili. Che il vero, il buono e il bello non siano a portata della nostra vista non solo non significa che non esistano ma soprattutto non significa che non possiamo e dobbiamo perseguirli. E cosí è per la felicità come dimensione pubblica e condivisa: "Whatever is publicly useful, is to be done. The common good of all being collected into one total" (G. W. Leibniz,1680). Come si vede la nozione di "public happiness" è Vecchia e la troviamo non solo in Leibniz ma in seguito in Ludovico Antonio Muratori che nel 1749 pubblica l'opera intitolata Della Pubblica Felicità (L.A. Muratori, 1749).
Il perseguimento della "public happiness" si fonda sulla speranza o sulla utopia della sua raggiungibilità. La speranza biblica e cristiana non significa un sogno puerile di un mondo migliore, al di là da venire. La speranza cristiana non è generata da un processo di proiezione del desiderio del bene ma è radicata nell'oggi di Dio presente.
Il "Principio Speranza" di cui ragiona Ernst Bloch si riferisce, non solo all' "esame costante che media la struttura del cammino con lo scopo finale ma, con maggiore urgenza, nelle implicazioni dello scopo lontano in ogni scopo prossimo affinche anche questo possa essere uno scopo" (E. Bloch E, 1971). La relazione dinamica fra qui e oggi e là (al di là) domani è centrale per cogliere le radicali implicazioni per la ricerca della felicità pubblica come parte fondamentale del esercizio della speranza. La Bibbia definisce le caratteristiche del Dio dell'alleanza con due parole ebraiche: hesed e emet generalmente tradotte con «amore» e «fedeltà»; dunque, Dio è amore, bontà e benevolenza senza limiti e, in secondo luogo, Dio "fedele"non abbandonerà mai quelli che ha chiamati ad entrare nella sua comunione. Si legge nella 3°Lettera della Comunità di Taizé del 2003: "Se Dio è buono e non cambia mai il suo atteggiamento né ci abbandona mai, allora, qualunque siano le difficoltà - se il mondo così come lo vediamo è talmente lontano dalla giustizia, dalla pace, dalla solidarietà e dalla compassione - per i credenti non è una situazione definitiva....Ecco la sorgente della speranza biblica"(Lettera di Taizé, 2003). La "promessa" per i cristiani è il ponte fra qui-oggi e là-domani, è la risposta alla domanda "Chi ce lo fa fare" di Virginio Colmegna (V. Colmegna, 2011). Questa promessa guarda verso l'avvenire, ma si radica nella relazione con Dio che parla qui e ora, che chiama a fare delle scelte concrete nella vita dei cristiani. Ancora dalla 3°Lettera di Taizé del 2003: "Per entrare nella promessa di Dio, Abramo è chiamato a fare della sua vita un pellegrinaggio, a vivere un nuovo inizio:«Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò» (Genesi 12,1)."
Ma la dinamica della speranza como strumento per rispondere alla domanda dell ‘"a che scopo" di Ernst Bloch è centrale anche in Marx che nel 1843 scrive a Ruge : "Apparirà allora che il mondo possiede da lunghissimo tempo il sogno di una cosa, di cui esso deve solo possedere la coscienza per possederla veramente" (K. Marx, 1843).
Si tratta del sogno di un luogo che non esiste ma che di cui è necessario avere coscienza per potere camminarvi verso. La eguaglianza economica-giuridica di tutti i cittadini abita nella non luogo di Utopia ma agisce come forza propulsiva della storia reale degli uomini. L'iper realismo pragmatico ci chiede in fondo di essere ragionevoli, di pensare solo a quanto è possibile altrimenti eludiamo i sani limiti della realtà, ci chiede di non autorizzarci a un pensiero utopico come propulsore delle nostre scelte. La minaccia del pensiero utopico per l'ordine costituito l'aveva bene intuita Jean Jacques Rousseau quando nella introduzione dell'Emilio scrive: "Proposez ce qui est faisable, ne cesse-t-on de me répéter. C'est comme si l'on me disait : Proposez de faire ce qu'on fait ; ou du moins proposez quelque bien qui s'allie avec le mal existant » (J.J.Rousseau,1762).
Riprendersi in forme articolate, sociali e politiche la nozione di felicità pubblica come obbiettivo che fonda le nostre road maps, questo oggi appare piú chiaro che mai e non a caso sempre piú troviamo il riferimento alla felicità financo negli scritti degli economisti. La visione classica secondo cui la "utility" (il vantaggio,il bene) fosse esclusivamente funzione dell'"income" (ossia del denaro che ciascuno riesce a conseguire) è messa in discussione da alcuni economisti che hanno coniato la espressione "Economics of happiness" per significare un approccio che amplia lo spettro delle variabili e delle misure che definiscono il "well-being" (il benessere) degli individui considerando che una enfasi esclusiva sull'income tralascia elementi fondamentali che compongono il well-being individuale e il welfare colllettivo.
La "Economics of happiness" ovviamente non esclude dal modello le misure dell'"income" ma lo rende piú complesso con misure che considerano variabili quali lo stato di salute, le relazioni famigliari, la soddisfazione e la stabilità lavorativa e, infine, la fiducia nelle istituzioni pubbliche.
L'economista Richard Easterlin agli inizi del anni '70 osservó che all'interno di una nazione i piú ricchi mediamente si dichiarano piú felici di quanto facciano i piú poveri ma comparando diverse nazioni fra loro non si osserva una correlazione significativa fra aumento del reddito per capita e livelli di felicità (R.Easterlin, 1971). Ossia, la felicità cresce con l'income fino a un certo punto ma oltre quel punto i fattori che influiscono sulla felicità degli individui hanno a che fare con variabili diverse dall'income economico. Certamente condizioni di povertà estrema e di deprivazione soino determinanti decisivi della infelicità degli individui ma appena i bisogni primari sono soddisfatti, il valore predittivo sulla felicità dell'income economico perde progressivamente peso lasciando spazio ad altri fattori. E non si tratta soltanto di fattori relativi alle biografie degli individui quali lo stato di salute o la sicurezza e stabilità lavorativa ma attengono anche alla percezione che gli individui hanno della affidabilità delle istituzioni pubbliche, della libertà in cui essi vivono e del grado di democrazia del loro paese. Se per Easterlin la felicità non dipende dall'income assoluto ma da quello relativo che è correlato ad altre variabili, altri economisti oggi esplorano l'impatto di politiche sociali e di processi di empowerment sul benessere degli individui (H.D.Dixon, 1997). Ad esempio Ott (J.C. Ott, 2010) ha analizzato l'impatto sulla felicità degli individui della qualità della governance nel loro paese: la comparazione fra 127 nazioni mostra forti correlazioni fra qualità della governance e felicità media dei cittadini. La qualità tecnica della governance sembra essere il fattore di maggiore importanzane per la felicità dei cittadini sia neim paesi occidentali che in quelli asiatici e latinoamericani. La qualità tecnica della governance sembra pesare di piú che la qualità della democrazia che diviente un fattore decisivo solo quando la qualità tecnica della governance abbia raggiunto un livelo minimo di accettabilità. In uno studio su di un campione di 100 nazioni Gropper e colleghi (Gropper e coll., 2011) stabiliscono una chiara correlazione fra livelli di felicità di singoli paesi e il Prodotto Nazionale Lordo del paese in esame ed anche il suo grado di libertà economica.
E' infine interessante il caso di un intero paese che ha ufficialmente deciso di introdurre misure di felicità fra i descrittori economici annuali : si tratta del Buthan.La nozione di "gross national happiness " (felicità nazionale lorda) è un indicatore che cerca di misurare in modo olistico il progresso sociale e la qualità della vita di una nazione aggiungendosi cosí alla tradizionale misura del prodotto nazionale lordo (Gross National Product) usualmente impiegata dagli economisti per misurare il valore di mercato di tutti i prodotti e i servizi prodotti in un anno da una nazione.Tale nozione (Karma Ura e Karma Galay, 2004) fu introdotta dal re del Buthan e successivamente utilizzata per formulare il piano quinquennale del Buthan avendo come obbiettivo non solltanto la produzione di beni ma anche quella di felicità sociale.I quattro assi della "gross national happiness" sono : la promozione dello sviluppo sostenibile, la conservazione dei valori culturali locali, la conservazione dell'ambiente naturale,il buon governo (good governance).Gli elementi che contribuiscono alla misura della gross national happiness sono molteplici e sono un misto di indicatori quantitativi (la mortalità infantile, ad esempio) e qualitativi quali il sentimento di soddisfazione o di benessere dei cittadini. Nel 2006 l'International Institute of Management degli USA propose una misura piú complessa della gross national happiness come un indice, funzione della media totale per capita delle seguenti misure: a) Economic Wellness b) Environmental Wellness c) Physical Wellness d) Mental Wellness e) Workplace Wellness f) Social Wellness g) Political Wellness. Attualmente esiste un piano di sviluppo 2013-2018 per il Buthan basato sulla nozione di gross national happiness.
Della felicità dobbiamo rimetterci a parlare allo scopo di ritrovare dentro ognuno di noi e fra di noi le idee, le emozioni e le parole che definiscano i percorsi collettivi da intraprendere in direzione del " sogno di una cosa". Pier Paolo Pasolini il 26 gennaio del 1962 scrive a Franco Fortini (P.P.Pasolini, 1976) per chiedergli la referenza bibliografica della lettera di Marx a Ruge (citata in questo Editoriale). La frase di Marx cui Pasolini si riferisce darà il titolo ad un suo romanzo, appunto Il sogno di una cosa e allude non tanto alla utopia in sè quanto al cammino verso la utopia della pubblica felicità.
E questo ci indica che accanto alla nostra riflessione sulla Sofferenza Urbana è tempo di chiedersi in cosa consista il suo contrario- la Felicità Urbana- cosí da affiancare alla nostra abilità di documentare la sofferenza che la città impone ai suoi abitanti anche la capacità di riprendere il cammino verso la Felicità Urbana, un cammino fatto insieme.

BIBLIOGRAFIA

1) Bloch, Ernst 1971. Fonti morali e finali del coraggio di vivere. In Bloch E: Ateismo nel Cristianesimo, p.313. Milano: Feltrinelli.

2) Colmegna, Virginio 2011. La Pedagogia dello stare nel mezzo. Laurea Honoris Causa Università Bicocca, p.19. Milano: Casa della Carità.

3) Communauté de Taizé 2003. Lettre de Taizé n°3. Editions de Taizé : Taizé.

4) Dixon, Huw D. 1997. Economics and Happiness. The Economic Journal 107,1812-1814.

5) Easterlin, Richard 1974. Does economic growth improve the uman lot? Some empirical evidence. In Nations and Households in Economic Growth, ed. P.David and M.Reder. New York: Academic Press.

6) Gropper M. Daniel, Lawson A. Robert, Thorne T. Jere 2011. Economic freedom and Happiness. Cato Journal 31,2,237-255.

7) Karma Ura, Karma Galay 2004 : Gross National Happiness and Development. Thimpu : The Centre for Buthan Studies.

8) Leibniz, Gottfried Wilhelm 1680. On Public Happiness. 1985, p.613. Paris: GastonGrua 1948; repr. New York: Garland Ed.
9) Marx, Karl 1843. 3°Lettera a Arnold Ruge. In La genesi del materialismo storico e dialettico. Una rilettura degli scritti giovanili di Marx attraversando l' idealismo hegeliano e l' umanesimo feuerbachiano dalla Tesi di Laurea alla 'Ideologia tedesca 2000. Milano: Edizioni Prometeo
10) Muratori, Ludovico Antonio 1749. Della pubblica felicità. 1996 Roma: Donzelli Editore.

11) Ott, J. C. 2010. Good Governance and Happiness. In Nations: Technical Quality Precedes Democracy and Quality Beats Size. Journal of Happiness Studies 11,3, 353-68.

12) Pasolini, Pier Paolo 1976. Lettere vol.II, p. 499.Torino: Einaudi

13) Rousseau, Jean Jacques 1762. : Préface. In : Émile ou De l'éducation. 1961 Paris : Garnier.

14) Stevenson, Robert Louis 1881. Virginibus Puerisque and Other Papers. London : C. Kegan Paul & Co.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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