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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Č necessario sostenere la famiglia. Si, č ovvio. Ma come?

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Dainius Puras

(Università di Vilnius)

Sono oggetto di grande preoccupazione generale i continui avvertimenti sui molti segnali della crisi che la famiglia sta attraversando nella società moderna, così come le ripetute dichiarazioni sulla necessità di dare all'istituzione della famiglia un sostegno forte. È probabile che chiunque sarebbe d'accordo con l'idea che si tratta di una questione molto rilevante e che la famiglia ha bisogno di essere sostenuta, ma di fatto poi il consenso si ferma qui. Infatti, nel momento in cui si cominciano a valutare le misure concrete da adottare per raggiungere questo nobile scopo, risulta subito evidente che questo sostegno può essere inteso in così tanti modi diversi che di fatto ci si trova di fronte a un serio conflitto ideologico, una sorta di guerra fra opposte fazioni di atteggiamenti fra i quali le probabilità di un compromesso sono davvero basse.
Vorrei riflettere sugli sviluppi recenti di questo tema in Lituania. Ho scelto la Lituania per due ragioni: è il Paese che conosco meglio ed è quello in cui tali sviluppi sono stati piuttosto drammatici. Sono certo però che uno scenario simile si è verificato in molte altre nazioni ed è molto probabile che qualcosa di analogo accadrà in futuro. Dopo aver presentato la situazione lituana, intendo discutere le tendenze generali nel settore per vedere se sia possibile individuare decisioni costruttive su un tema così importante.

Retaggio storico dell'assenza di servizi di sostegno alla famiglia
La Lituania è il tipico Paese che vive in uno stato di difficile e prolungata transizione. Con l'entusiastica liberazione dall'impero russo all'inizio degli anni novanta (dopo un'occupazione durata 50 anni), una nazione di tre milioni di persone poteva finalmente prendere in mano le redini del proprio destino. Ha avuto inizio così quel processo di cambiamento tuttora in corso, dopo ormai 23 anni. Approfondirò ora il discorso sui paradossi che si sono verificati nell'ambito delle politiche relative all'infanzia e alla famiglia. In primo luogo è importante ricordare che il sistema sovietico aveva sviluppato un modello di assistenza sanitaria e di welfare sociale che a modo suo proteggeva, e forse per certi versi anche in modo efficace, i diritti economici e sociali dei cittadini. Quasi superfluo ricordare quale fosse la grossa pecca di quel sistema: la violazione sistematica dei diritti civili e politici. Il modello sovietico era particolarmente ostile nei confronti delle fasce vulnerabili della popolazione: in quanto "diverse", queste persone dovevano essere escluse dalla società, così che la loro invisibilità potesse essere indicata come segno della loro non esistenza. Bambini e adulti con qualsiasi forma di disabilità, omosessuali e transessuali, adolescenti con disturbi comportamentali, persone con problemi di alcol e droga: questi e altri gruppi deboli, per ragioni ideologiche non potevano ufficialmente esistere come fenomeno. A partire dagli anni settanta, infatti, l'ideologia sovietica aveva annunciato con orgoglio che tutti i problemi sociali erano stati risolti, eliminati alla radice dal sistema politico. Era necessario che quella "vittoria" fosse credibile, per cui si manifestò una tendenza crescente a nascondere tutti quei problemi di natura psicologica che naturalmente non erano affatto scomparsi dalla vita reale, ma continuavano invece a colpire individui, famiglie e comunità. Quando per esempio ci si trovava di fronte a una crisi all'interno di una famiglia (un bambino nato con disabilità, un problema di alcolismo di un membro della famiglia, comportamenti violenti o suicidi o qualsiasi altro disturbo comportamentale o emotivo), il sistema suggeriva una soluzione basata sui principi di medicalizzazione dei problemi sociali ed emotivi, seguita spesso dall'istituzionalizzazione del bambino o dell'adulto, oppure entrambe le opzioni contemporaneamente. Adulti e bambini con disabilità reali o percepite e con disturbi mentali erano di solito inseriti in strutture residenziali lontane per periodi lunghi o per il resto della loro vita, e alle persone "normali" veniva suggerito di dimenticarli e continuare a lavorare, a essere produttivi e a procreare figli sani. Inutile dire che in un sistema di questo genere non è mai esistita non solo la pratica ma nemmeno il concetto stesso di servizi comunitari o orientati alla famiglia. E non esistevano neanche alcune importanti categorie professionali come gli assistenti sociali o i terapeuti familiari, mentre la psicologia clinica ha avuto alcuni tenui sviluppi solo negli ultimi decenni dell'occupazione (anni settanta-ottanta). I servizi psichiatrici si basavano sul grossolano modello biomedico, per il quale tutti disturbi della salute mentale potevano essere interpretati come effetti patologici di malattie cerebrali, secondo la teoria di Ivan Pavlov, il quale infatti lavorava esclusivamente con cavie animali. In ogni modo il contesto psicologico e soprattutto sociale non poteva essere considerato un possibile fattore di rischio per tutti quei numerosi casi di problemi emotivi e psicosociali che colpivano individui o famiglie. I libri di psichiatria sovietici proponevano due diverse interpretazioni per problemi quali comportamento suicida, eccessi nel bere, disturbi della personalità o violenza domestica: questi problemi si sviluppavano in proporzioni epidemiche nel mondo occidentale per via dello sfruttamento dei lavoratori da parte del sistema capitalistico, mentre nell'Unione Sovietica la presenza di problemi e disturbi simili era molto bassa e la causa principale era una qualche malattia psichiatrica biologicamente determinata (solitamente veniva indicata, secondo la controversa scuola psichiatrica di Mosca, qualche bislacca forma di schizofrenia).
Un altro tipo di risposta ai problemi che continuavano ad affliggere le famiglie era la moralizzazione. Il Codice morale del costruttore del comunismo sviluppato negli anni sessanta includeva istruzioni su quale fosse il comportamento corretto da tenere in ogni campo, compresi relazioni affettive, matrimonio, sesso ed educazione dei figli. Il divorzio, per esempio, specialmente se voluto da un membro del Partito, veniva qualificato come un'infrazione grave del Codice morale del costruttore del comunismo.

Tentativi di colmare le lacune dopo i mutamenti politici e il ritorno della democrazia
Questo strano gioco di ignorare e nascondere una larga parte della vita quotidiana degli esseri umani è sembrato finire quando in Lituania e negli altri Paesi baltici è arrivata la "rivoluzione cantante". L'indipendenza e la democrazia hanno rappresentato un'opportunità unica per aprire il discorso su tutti quei problemi che si erano voluti tenere nascosti e per colmare le lacune abissali nel settore dei servizi comunitari per gli individui e le famiglie a rischio. I novanta sono stati anni straordinari di innovazioni ed entusiasmo: era possibile convincere le autorità e, con il sostegno finanziario di donatori internazionali, riempire i vuoti ereditati dal precedente sistema. È cominciato in quel momento un periodo formidabile, durante il quale le autorità lituane hanno sostenuto, e i donatori internazionali fondato, numerosi servizi pilota per bambini e famiglie a rischio. Per citare solo due esempi a cui ho partecipato e contribuito attivamente, ricordo la fondazione del Child Development Centre affiliato all'Università e della ONG dei genitori di bambini con disabilità dello sviluppo.
Ci sono voluti circa cinque anni per introdurre approcci nuovi ai progetti dimostrativi e per formare la prima generazione di professionisti in grado di lavorare con competenza con bambini e famiglie a rischio. Facevamo pressione sulle autorità nazionali e municipali per replicare i servizi pilota in tutto il territorio in modo che questi potessero essere disponibili non solo nella capitale ma anche nelle province. Il bisogno di tali servizi cominciava a crescere mentre i segni di una transizione complessa iniziavano a farsi evidenti. Sembrava che larga parte della popolazione stesse regredendo a comportamenti distruttivi e autodistruttivi (violenza, alcolismo, senso di impotenza e di fallimento), e questo poteva essere spiegato con il fatto che le persone non possedevano le strategie e gli schemi necessari per affrontare il nuovo contesto: economia di mercato e società aperta. L'unico modo, basato su prove di efficacia, per far fronte a una simile epidemia di comportamenti autodistruttivi era investire nella resilienza e aiutare le famiglie ad acquisire quelle strategie e a rafforzare le competenze genitoriali. Fra i nostri numerosi sforzi c'è stato convincere le autorità a istituire alcuni centri dimostrativi, in modo che gli interventi psicosociali (mai utilizzati prima nell'Europa orientale) potessero svilupparsi e poi venire riproposti in tutto il resto del Paese. Nel 1990 stimammo che sarebbero stati necessari dai sette ai dieci anni per lo sviluppo di questa nuova infrastruttura e per rispondere alle esigenze delle famiglie a rischio, esigenze che in Lituania erano state trascurate per decenni. Confidavamo che negli anni a venire il Governo avrebbe aumentato gli investimenti per mettere in piedi un buon sistema di servizi preventivi atti a gestire questo tipo di crisi sociale. In quel momento era possibile osservare diversi effetti collaterali della complessa transizione che il Paese stava vivendo, e uno di questi era l'aumento nel numero di bambini istituzionalizzati a causa dell'incapacità delle famiglie di prendersi adeguatamente cura di loro.

Ulteriori sviluppi inaspettati: stagnazione e regressione
Il secondo decennio della transizione (2000-2010), tuttavia, si è rivelato sorprendentemente deludente. Aumentavano le voci contrarie agli investimenti destinati agli interventi psicosociali e allo sviluppo di servizi centrati sulla comunità e la famiglia, dedicati alle situazioni a rischio. Il discorso pubblico attaccava sempre di più i "cattivi genitori" facendone dei capri espiatori e per i bambini raccomandava come soluzione l'assistenza in istituto. Il problema dietro la resistenza al cambiamento non sembrava essere la mancanza di risorse: era soprattutto questione degli atteggiamenti dominanti. Paradossalmente questo problema si è fatto particolarmente grave dopo che la Lituania è entrata a far parte dell'Unione Europea nel 2004. Contro tutte le previsioni, l'adesione alla UE non è servita a promuovere la tolleranza verso i gruppi vulnerabili e gli altri valori sostenuti dalla Comunità. La democrazia liberale, piuttosto, è stata vista dalle forze cosiddette patriottiche e conservatrici come una minaccia ai valori e alle tradizioni nazionali, inclusi i valori relativi alle famiglie definite "tradizionali". In un modo che i riformatori non si erano aspettati, andava via via crescendo la tendenza a classificare le famiglie in buone e cattive, e a ricorrere alla morale per affrontare i problemi. Nel 2008 il Parlamento lituano ha approvato il concetto statale di Politica della famiglia, la cui filosofia sottostante considera "vere" famiglie solo le coppie sposate con bambini, mentre per esempio le ragazze madri, le coppie di conviventi o i genitori divorziati non rientrano nella definizione di famiglia. In una situazione simile, quindi, l'investimento in servizi per le famiglie a rischio non poteva di certo essere visto di buon occhio perché, come argomentavano i sostenitori di quell'ideologia emergente, qualsiasi forma di aiuto a famiglie che non sono "sufficientemente buone" avrebbe avuto come unica conseguenza incoraggiare il loro comportamento irresponsabile. Per coloro che proteggevano "i valori e le tradizioni nazionali" l'idea era di sostenere esclusivamente le cosiddette buone famiglie, per esempio con incentivi finanziari, così che il rinforzo positivo di un buon comportamento avrebbe convinto tutti gli altri ad essere allo stesso modo genitori buoni e responsabili. I fautori della nuova politica accusavano le ragazze madri di essere state peccatrici e quindi responsabili del fatto che i loro figli non avessero un padre. Un altro fattore che spingeva verso una definizione ristretta e discriminatoria di famiglia era la necessità di prevenire in un futuro prossimo o lontano qualsiasi possibilità di matrimonio fra persone omosessuali.
Non sorprende quindi che in un tale scenario, nel contesto lituano siano comparsi molti altri segnali di regressione nella formulazione e nello sviluppo di varie politiche. Dopo che la Corte Costituzionale ha definito incostituzionale il concetto di Politica della famiglia, c'è stato il tentativo di modificare la Costituzione per includere la definizione discriminatoria di famiglia come parte integrante della Carta. Lo sviluppo dei servizi per sostenere le famiglie biologiche a rischio e le famiglie adottive è stato bloccato, in quanto a quel punto la nuova idea era che con politiche basate sulla moralizzazione e sul sostegno alle "buone" famiglie, quelle a rischio sarebbero scomparse e non ci sarebbe stato alcun bisogno di assistenza in istituto per i bambini. Una ONG nazionale rappresentativa di quei nuclei famigliari che rientrano nella ristretta definizione conservatrice di famiglia, è stata scelta dal Governo come rappresentante della società civile. In tutto il Paese hanno cominciato a diffondersi i cosiddetti Comitati delle famiglie, con lo scopo di fare pressione sul Governo e far passare l'idea che ad avere la priorità per il sostegno statale sono le famiglie senza problemi sociali e non le famiglie a rischio.
Nel 2010 il Parlamento lituano ha respinto un disegno di legge che, come raccomandato dalla Commissione ONU per i diritti dell'infanzia, avrebbe proibito le punizioni corporali ai bambini in tutti i contesti, compreso quello casalingo. I politici contrari al divieto di punizione corporale ai bambini hanno utilizzato di nuovo l'argomento ideologico della diversità delle famiglie. Come spiegavano apertamente nei dibattiti pubblici, essi non tollerano alcun abuso sui bambini, comprese le punizioni corporali, nelle famiglie a rischio (che loro spesso etichettano ancora ufficialmente come "famiglie asociali"). D'altro canto insistevano sul fatto che le cosiddette buone famiglie (non è chiaro però chi, e come, debba classificare le famiglie e valutare quelle che rientrano e meno nei parametri) hanno il diritto di applicare misure come la punizione corporale in quanto quel tipo di genitori sa come usare questo "efficace metodo disciplinare".
Cos'è accaduto quindi in Lituania nel secondo decennio della transizione? Tutti gli esempi presentati finora possono essere qualificati come politiche regressive da qualsiasi trattato ONU sui diritti umani. Tendenze di questo genere violano di certo molti articoli della Convenzione sui diritti dell'infanzia, della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, così come molti valori fondamentali dell'UE. Ironia della sorte, però, un simile sviluppo degli eventi era uno dei possibili prezzi da pagare per la democrazia, nella quale le persone scelgono i propri rappresentanti politici nel corso di elezioni democratiche e quei politici dichiarano, in linea con i propri atteggiamenti, in che modo intendono rendere le famiglie forti e felici.
Molti politici e larga parte della popolazione sembrano appoggiare queste tendenze pensando di salvaguardare in questo modo i valori della famiglia tradizionale. E così i politici e le ONG che difendono i diritti umani universali e i principi della democrazia liberale e sono critici nei confronti degli ultimi sviluppi lituani su questo tema, vengono accusati di essere "antifamiglia". Alcuni esperti pensano che la forte influenza della Chiesa cattolica sia stata fondamentale in questo svolgersi degli eventi. Io ritengo che sia stato uno tra i fattori coinvolti, ma che un ruolo ancor più rilevante l'abbia giocato la nostalgia per la cultura totalitaria, ai tempi della quale le "soluzioni semplici" davano l'illusione di mantenere ordine e sicurezza nella vita di tutti i giorni. Ad ogni modo, si assiste all'inaspettato paradosso per cui la nazione che per prima ha rotto i ponti con l'impero che si fondava sulla soppressione della democrazia, sembra ora essere allergica all'idea di garantire diritti civili e libertà per tutti.
Le forze conservatrici esigono il matrimonio come prerequisito indispensabile per una famiglia felice e sana: si tratta di un tipo di fondamentalismo moralistico non così innocente come potrebbe sembrare. Infatti con tendenze simili, la società corre il grave rischio di diventare un giorno ostaggio di quel genere di movimenti "patriottici" che reclamano qualche "nuova eugenetica" o qualsiasi altro tipo di selezione che permetta esclusivamente ai genitori "buoni" e sani di procreare, e solo bambini altrettanto "buoni" e sani.

Discussione
L'esempio lituano di come possano esserci visioni diametralmente opposte sulle modalità di sostegno alle famiglie non è il solo. Fra i più radicali in questo ambito ci sono gli Stati Uniti, unico Paese occidentale - l'altro caso nel resto del mondo è la Somalia - a non aver ratificato la Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia. Il fattore principale di resistenza degli USA è l'idea che la Convenzione sia troppo progressista e in quanto tale possa minare i valori tradizionali della famiglia e l'autorità dei genitori.
La Russia è un'altra nazione che sta tentando di trovare la propria strada mentre affronta una grave crisi demografica. Sembra seguire l'esempio della Francia che tradizionalmente incoraggia con incentivi economici ad avere più figli, e in questo senso potremmo elogiare una simile politica della famiglia. Tuttavia, diversamente dalla Francia che elargisce agevolazioni e servizi indiscriminatamente a tutte le famiglie, la Russia tende a muoversi in modo selettivo, limitando il sostegno a quelle famiglie con genitori sposati e solo attraverso agevolazioni (e non servizi). Un'altra differenza rispetto alla Francia è che in Russia è in corso il processo di approvazione di una legge federale per "vietare la propaganda omosessuale", e il principale argomento a sostegno di questa normativa è proteggere i bambini dagli effetti negativi di tale "propaganda". In Francia invece si è discusso per legalizzare il matrimonio fra persone dello stesso sesso e il diritto delle coppie omosessuali all'adozione ( primo matrimonio avvenuto il 29 Maggio 2013). Nonostante sia stato attivo un forte movimento di opposizione a questa legge, neppure al suo interno è circolata l'idea che la "propaganda" omosessuale potesse essere proibita in quanto dannosa per i bambini. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a riflessi di atteggiamenti completamente diversi in fatto di politica della famiglia. In Paesi con tendenze omofobiche così forti, i gruppi LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender) vengono accusati, senza peraltro alcuna prova, di molestie - dirette o indirette - sui bambini. E anche quando non si arriva ad accuse così gravi, viene fatta loro una colpa morale di non contribuire al miglioramento della situazione demografica, il che viene considerato una sorta di tradimento degli interessi nazionali. Ancor più paradossale è che le politiche omofobiche vengano sfruttate dalle autorità in quei Paesi (in particolar modo nell'Europa dell'Est) che registrano tassi altissimi di violenza, alcolismo e comportamenti suicidi, compresi molti casi di violenza domestica proprio nelle famiglie cosiddette tradizionali.
A questo punto, però, per tornare dalla questione relativa a visioni così divergenti dei rapporti fra persone dello stesso sesso a quella più generale delle politiche di sostegno alle famiglie, possiamo tentare di vedere quali sono i diversi modi in cui le società e i governi interpretano i valori fondamentali dell'uomo e della famiglia. Uno di questi modi è dare la priorità ai valori della famiglia tradizionale e, appunto per proteggere il matrimonio e i cosiddetti valori familiari, tendere a ignorare o giustificare varie violazioni dei diritti umani e della dignità degli individui, come possono essere le punizioni corporali ai bambini, privare gli adolescenti del loro diritto a servizi confidenziali, o gli abusi sulle donne da parte di mariti/uomini violenti. Un altro modo, basato sui principi dei diritti umani universali accettati a livello internazionale e incorporati nelle convenzioni ONU, è ricordare che la priorità è proteggere i diritti fondamentali di ciascun individuo, e che l'individuo, bambino o adulto che sia, non è proprietà di nessuno, né della famiglia né dello Stato.
Talvolta sembra che la "vecchia" Europa tenda a dimenticare gli eccezionali vantaggi della democrazia liberale. Le società europee sono riuscite a consolidare nella vita quotidiana i principi della democrazia e il rispetto dei diritti civili e delle libertà individuali. E infatti, nonostante i problemi che stanno affrontando, compresa l'attuale crisi economica, i cittadini dell'Europa occidentale, meridionale e settentrionale possono godere in pieno dell'esercizio dei principi della democrazia, a tal punto da arrivare persino a dimenticare quanto questi siano una conquista preziosa. Un po' come succede quando, mentre non si sta soffocando, si tende a dimenticare quanto sia grande il piacere di respirare aria fresca.
Ma torniamo ora alla regione dell'Europa dell'Est, che si trova ancora a un crocevia. Rispetto alle aspettative che si avevano nei primi anni novanta, nei Paesi di quella regione si sta palesando uno scenario molto diverso. All'inizio dei novanta ci si aspettava che le 29 nuove democrazie emerse dopo la caduta dei regimi totalitari dell'Europa centro-orientale avrebbero tutte seguito con entusiasmo la stessa strada, così come era accaduto nei decenni del dopoguerra in altre parti d'Europa. All'iniziale euforia, invece, sono seguite valutazioni più caute da parte degli analisti e analisi più sobrie che tengono conto di come il processo di cambiamento della società in una regione che ha una popolazione di circa 400 milioni di persone sia ostacolato da fattori di diversa natura. Non si tratta quindi solo dello sviluppo della Lituania con i suoi tre milioni di abitanti: indico la Lituania semplicemente come un esempio più o meno tipico di deviazione dalla democrazia liberale.
Allo stato delle cose un dibattito pubblico sulla questione dei diritti umani in Europa è più che mai necessario. In molti Paesi dell'Est, in particolare sul territorio dell'ex Unione Sovietica, larga parte della popolazione è restia, quando addirittura non oppone resistenza, all'applicazione pratica dei principi universali dei diritti umani, specialmente se si tratta dei diritti civili delle categorie vulnerabili della popolazione. I bambini appartenenti a fasce deboli e i genitori senza competenze genitoriali sembrano appartenere a quei gruppi, per molti dei quali la popolazione comune spesso reclama "più doveri che diritti". Nell'Europa orientale uno degli equivoci più gravi è la tendenza a considerare i principi che sono alla base dei diritti umani, compresi quelli dell'infanzia, come regole importate (se non addirittura imposte) dalle società e dalle culture occidentali.
Che tutti i diritti umani sono ugualmente importanti e indivisibili uno dall'altro, il diritto dei bambini a uno sviluppo olistico e il messaggio chiave che i bambini sono soggetti e detentori dei loro propri diritti sono concetti non completamente compresi e messi in pratica in molti Paesi dell'Europa dell'Est. Il fatto però che per tante persone sia ancora difficile accettare i diritti dell'infanzia, accettare l'idea che i bambini sono soggetti e detentori dei loro propri diritti, compreso quello a un'assistenza sanitaria professionale, non sorprende se si pensa che per molti anni alla pratica medica è stato sotteso un sistema di valori diverso. Allo stesso modo c'è parecchio da fare per proteggere bambini e donne dalle violenze domestiche in quei casi in cui padri o mariti violenti vengano in qualche modo "giustificati" dagli atteggiamenti dominanti di società per le quali la salvaguardia del matrimonio e del nucleo familiare sono la massima priorità. In altre parole la cultura della violenza rimane ancora una "tradizione nazionale" difesa in diversi Paesi europei, nei quali gli investimenti per l'educazione dei genitori, e degli adulti in genere, a un comportamento non violento in caso di crisi o conflitto sono tuttora quasi pari a zero.
I servizi di sostegno alla famiglia e di protezione dell'infanzia, mai esistiti nei Paesi dell'Europa dell'Est prima del 1990, si può dire che a oggi muovano i loro primi passi, presentando lacune e problemi enormi a livello di quantità, qualità e filosofia. E penso a servizi essenziali come l'assistenza sanitaria e quella sociale che dovrebbe aiutare i genitori a migliorare le loro competenze e responsabilizzare sia genitori che figli nel loro ruolo di cittadini (empowerment). I servizi di assistenza sanitaria e quelli di sostegno alla famiglia hanno bisogno del supporto sostanziale di un numero sufficiente di operatori sociali qualificati e di altri professionisti che siano in possesso di adeguate competenze e conoscenze nel settore delle relazioni umane. E invece accade ancora spesso nei reparti di maternità dell'Europa dell'Est che una donna con qualche disturbo sociale o emotivo venga persuasa dal personale ospedaliero ad abbandonare il bambino. E questo, ancora una volta, è un riflesso di quella convinzione secondo la quale solo "le persone migliori" dovrebbero avere e crescere dei figli, mentre negli altri casi i bambini dovrebbero essere protetti dai "genitori non sufficientemente buoni" ed essere messi in istituto.
Se verranno investite ulteriori risorse, sia umane che finanziarie, in un sistema di servizi basato sulla filosofia che "lo Stato è un genitore migliore", ciò non farà altro che rinforzare l'ancora forte sentimento generalizzato di impotenza ed esclusione sociale. E questa è la ragione per cui lo scopo principale di trasformare il sistema è non tanto e non solo aumentare il numero ancora ristretto di servizi basati sulla comunità e centrati sulla famiglia, ma cambiare l'idea che ne è alla base, in modo che alle famiglie possa essere fornito un sostegno professionale qualificato che prevenga la separazione e riesca a responsabilizzare le famiglie biologiche a diventare più competenti nelle proprie capacità genitoriali.
Per concludere queste riflessioni, torniamo alla questione più complessa e importante. La domanda davvero spinosa è se sia di fatto proponibile il tentativo di trovare un compromesso fra visioni così conflittuali tra loro su come dare sostegno alle famiglie. Anche se in alcuni casi potrebbe essere teoricamente possibile, la linea dell'ipotetico compromesso è talmente sottile che in pratica non c'è modo di raggiungere un punto che soddisfi i sostenitori di entrambe le fazioni. Da una parte questo significa che spetta al processo democratico discutere tematiche così cruciali, sperando che i politici prendano decisioni sagge. Dall'altra parte io continuo a insistere sul fatto che dovremmo avere una "bussola" per accordarci sui valori e sulla direzione generale dei nostri tentativi. Credo fermamente che i principi ONU e i valori UE sui diritti umani rappresentino questa bussola. Ma proprio per questa ragione sono scettico sulla possibilità di giungere a un consenso nel dibattito su cosa debba significare sostenere la famiglia.

 

degli stessi autori:  Siamo tutti pronti a rispondere in modo sano alle sfide delle nuove generazioni? 

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