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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

Tra cura e pena: prospettive antropologiche sulla gestione del disagio mentale

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Katia Bellucci

"Di solito, si pensa alla cura come alla risoluzione di un problema medico che, una volta identificato e con un trattamento adeguato, porta alla scomparsa dei sintomi e al ritrovato stato di salute. In psichiatria, tuttavia, la guarigione non sembra essere legata alla scomparsa dei sintomi. In molti casi la terapia cerca di attivare un cambiamento complessivo delle persone; nella valutazione della sua efficacia si parla di maturazione, di recuperata capacità di agire, di consapevolezza del paziente" (Minelli, 2011).

La gestione del disagio mentale ha da sempre costituito un problema per le società umane; ancor più difficoltosa è la questione dell'incontro tra patologia mentale e violenza, che trova espressione nel cosiddetto "folle reo", ovvero quel soggetto, autore di reato, cui viene diagnosticata una qualche patologia psichica.
La situazione italiana ha previsto fino ad oggi l'esistenza degli OPG, Ospedali Psichiatrici Giudiziari, quali istituzioni preposte alla gestione di tali soggetti: "terra di mezzo tra il carcere e l'ospedale"(Dell'Aquila, 2009), in cui si trovano a coesistere concetti quali quelli di pericolosità sociale, malattia, reato.
Tale realtà è oggi in via di superamento; il decreto legge 25 marzo 2013, n. 24, modificando la legge 17 febbraio 2012, n. 9, indica infatti che "dal 1° aprile 2014 gli ospedali psichiatrici giudiziari sono chiusi".
La discussione sulle alternative, sulle soluzioni da adottare, è tuttavia aperta, non vi sono percorsi ben definiti da seguire, né soluzioni prestabilite, solo indicazioni generiche. È pertanto fondamentale proseguire la riflessione e il confronto sulle forme di assistenza più adeguate da offrire a quanti dimessi da tali strutture.
Esistono già in Italia alcune realtà che da tempo operano in tale direzione; è possibile dunque far riferimento alle pratiche da esse messe in atto, così da poterne cogliere i punti di forza e valutarne le eventuali criticità.

Dal 2007, nella località di Sadurano, sui colli di Castrocaro Terme e Terra del Sole (FC), è attiva la struttura di Casa Zacchera, che "accoglie pazienti residenti in Emilia-Romagna autori di reato e affetti da forme di psicosi stabilizzate e con basso grado di problematicità provenienti dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (OPG). Si tratta di pazienti in fase di dimissibilità che non richiedono più la funzione custodiale intensiva dell'OPG, ma necessitano di un approccio terapeutico riabilitativo adeguato al loro reinserimento graduale nella società. Gli ospiti della Residenza hanno infatti raggiunto un livello di compenso psicopatologico e di adeguatezza comportamentale che consente loro di partecipare attivamente ad un percorso riabilitativo individualizzato, pur rimanendo in una situazione adeguamente controllata".
A Casa Zacchera possono essere ospitate fino ad un massimo di sedici persone, esclusivamente uomini; il personale, uomini e donne, è composto da psicologi, psichiatri, infermiere e operatori, che si alternano nel corso della giornata, per una copertura totale dei vari turni. Nessuno indossa camici o divise, o segni distintivi di alcun tipo. Non vi sono persone predisposte alla sicurezza, né elementi che facciano pensare a un qualche tipo di controllo o contenzione.
Colpisce il cancello di ingresso, che rimane sempre aperto, anche di notte; non vi sono sbarre alle finestre, anche se certamente non si tratta di uno spazio "libero" (pur non essendo visibile, esiste una limitazione, una barriera invalicabile: oltrepassare quel cancello aperto significa "evadere", e gli ospiti di Casa Zacchera, ben consapevoli di ciò, si guardano dal "varcare" questo limite).
La struttura è sorta con l'intento di creare una mediazione tra OPG e servizi territoriali, un passaggio intermedio tra la detenzione più dura dell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario e il reinserimento sul territorio, riallacciare i rapporti con la comunità tutta, con la vita "fuori".
"Prendersi cura" degli ospiti è uno dei compiti principali di Casa Zacchera; la funzione "punitiva", ben presente in strutture come gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari passa in qualche modo in secondo piano, ed è un progetto terapeutico continuo a fare da sfondo alla vita in struttura.
Se è presente la terapia farmacologica, è sulla psicoterapia che si investe maggiormente: operatori e pazienti sono concordi nel ritenere questo lo strumento più idoneo al fine di una vera riabilitazione, di un vero cambiamento.
Da reo, a folle, a paziente: gli utenti si trovano a riflettere sul modo in cui cambia la loro soggettività, un percorso di modificazioni dovute ad attribuzioni esterne ma anche a mutamenti personali.
L'entrata in OPG, il passaggio nella struttura di Casa Zacchera, e in seguito il ritorno sul territorio comporta un cambiamento nella definizione del sé, sia da parte delle persone esterne, che si trovano a vedere l'individuo, e a rapportarsi con esso, sulla base di una sua categorizzazione, sia da parte dello stesso soggetto, impegnato di volta in volta a rimodellare l'immagine che ha di sé.
Compito degli operatori è dunque assistere i pazienti in tale percorso, promuovendo la riflessione su questo mutamento della soggettività, aiutando a comprendere le azioni passate, presenti e future. È certamente necessario uno sguardo al passato, al momento di "rottura" con la società, al gesto che ha portato a tale rottura; ma altrettanto importante risulta lo sguardo rivolto al futuro, al possibile rientro in quella stessa società: ecco dunque il valore dei progetti di inserimento lavorativo, in cui è possibile affrontare aspettative e desideri.
È nel supporto continuo offerto ai pazienti, vera riflessione sul significato della sofferenza, nell'attenzione profonda per le singole esigenze (uno sguardo all'individuo impensabile in OPG), che consiste il valore del lavoro portato avanti a Casa Zacchera, lavoro svolto avendo bene in mente che: "qualsiasi tipo di organizzazione che non tenga conto del malato nel suo libero, personale porsi nel mondo, fallirà il suo compito, perché agirà su di lui come una forza negativa, anche se apparentemente tesa alla sua guarigione" (Basaglia, 2005).


BIBLIOGRAFIA

- Basaglia, F. (2005), L'utopia della realtà, Torino, Einaudi
- Biehl, J. - Good, B. - Kleinman, A. (2007), Subjectivity. Ethnographic investigations, Berkeley, University of California Press
- Dell'Aquila, D. S. (2009), Se non ti importa il colore degli occhi. Inchiesta sui manicomi giudiziari, Napoli, Filema edizioni
- Goffman, E. (1968), Asylums. Le istituzioni totali: i meccanismi dell'esclusione e della violenza, Torino, Einaudi
- Minelli, M. (2011), Santi, demoni, giocatori. Una etnografia delle pratiche di salute mentale, Lecce, Argo

 

 

 

 

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