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Centro Studi Sofferenza Urbana

 

 

La casa delle donne di Milano: il percorso di una pratica politica

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Nicoletta Gandus

premessa: pillole di femminismo milanese

Non parlerò qui di pratica in attesa di teoria, o di teoria in attesa di pratica: perché fin dagli inizi, ormai decenni fa, il movimento delle donne ha fatto della teoria pratica e della pratica teoria.
Del tema hanno trattato decine di volumi, ricerche, e i "gender studies" che a buon diritto abitano le Accademie di tutto il mondo.
Solo per citare alcuni esempi che mi sono cari, basti pensare alla bella e completa ricostruzione storico-fotografica "Noi, utopia delle donne di ieri, memoria delle donne di domani" realizzata con il patrocinio della Provincia di Milano nel 2005, oppure a quella storico-analitica effettuata da Anna Rita Calabrò e Laura Grasso in "Dal movimento femminista al femminismo diffuso - storie e percorsi a Milano dagli anni '60 agli anni ‘80" (Franco Angeli Editore, edizione 2004): vi si legge che a Milano fino al 1976 si discuteva di politica delle donne come alternativa al sistema politico ed al sistema della vita quotidiana, che alcuni gruppi si occupavano di tematiche specifiche (come l'aborto o le politiche dei servizi sociali), mentre per altri era cruciale "la dinamica tra la ridefinizione del sé nelle pratiche di relazione tra donne e la definizione dell'identità individuale per via politico-collettiva".
Per parlare della mia, di storia - essendo per me ormai imprescindibile "partire da sé", tentare un approccio ad ogni problematica con quel metodo che nel corso degli anni è sempre più diventato una vera e propria pratica politica - proprio alla fine del 1976 cominciava a riunirsi nella saletta dell'Associazione Nazionale Magistrati, all'interno del palazzo di Giustizia di Milano, ogni venerdì alle ore 13.30, un folto gruppo di donne, avvocate, magistrate, cancelliere, segretarie: il "Gruppo donne del Palazzo di Giustizia". Portavamo gli stessi zoccoli e le stesse gonne a fiori con cui andavamo in manifestazione o, scandalosamente, in udienza. Discutevamo, analizzavamo, piangevamo e ridevamo tanto. Lavoravamo a maglia ed elaboravamo pensiero e pratica. Erano gli anni "ruggenti" del movimento femminista. Ed era di per sé eversiva l'appartenenza a quel gruppo nella grigia, gerarchizzata, burocratizzata e maschilista istituzione giustizia (dobbiamo ricordare "Processo per stupro"? o la domanda che tante di noi giovani magistrate si sono sentite rivolgere: "scusi signorina, quando posso trovare il giudice?").
Non ripercorro la lunga storia di quel gruppo, da cui è germinato il Collettivo Donne e Diritto di Milano, tuttora esistente.
E non racconterò delle agitate acque del femminismo milanese, fucina di idee e di divisioni, alle origini fra emancipazione e liberazione, poi fra pratica dell'inconscio e pratica dell'affidamento, pari opportunità e omologazioni... e fra diverse esperienze ad oggi vive e concrete (UDI, Unione Femminile, Libera Università delle donne, Libreria delle donne, Cicip&ciciap, Crinali, tanto per fare degli esempi).
Non sono mai state zitte né ferme, le donne milanesi: tantissimi gruppi e luoghi hanno prodotto sapere e cambiamento, come è risultato evidente nel gennaio 2006, con la grandissima manifestazione in difesa della L.194, in materia di interruzione della gravidanza. I "femminismi", per dirla con Lea Melandri ("Quanto silenzio nella Babele dei femminismi", relazione introduttiva al seminario "Femminismi di ieri e di oggi" tenutosi il 6/7 marzo 2004 alla Casa internazionale delle donne di Roma), hanno un denominatore comune che è la vita pubblica, una cultura che ha integrato nuovi contenuti ma che conserva in gran parte il suo impianto tradizionale.
Oggi, nell'incessante perpetuarsi delle violenze contro le donne, delle immagini offensive e degradanti del femminile trasmesse dai mass-media e da una certa politica, in un tempo di affermate pari opportunità e vincolanti quote in molti sistemi elettorali, vi sono più che mai desideri di conoscenza e di cambiamento legati alle nostre vite che nella pratica collettiva possono trovare risposte.


libertà e autorevolezza

 

Esistono mille rivoli più o meno carsici, reti di donne fra loro in comunicazione, gruppi di scambio dove agisce l'autorità femminile, dove si condividono interessi e competenze comuni. Resistono nel tempo e/o si creano relazioni privilegiate tra donne che moltiplicano autorità e giudizio libero femminile, nel tentativo di vivere l'essere corpo e mente di donna.
Senza ridurre il femminile a un corpo da esibire o utilizzare, senza sentirsi obbligate a scimmiottare il modo maschile di esercitare le professioni, esercitare potere, fare politica, cercando e dando valore alla competenza femminile (e non competenza tout court, o il femminile tout court), nell'interazione della categoria della differenza (in cui le donne non sono un genere indistinto, che in quanto tale può stare nelle istituzioni "rappresentato" da alcune) con un sistema di pensiero fondato (o meglio: che vorremmo fondato) sul principio di uguaglianza.
Senza confondere la debolezza delle singole con la debolezza del genere, senza invocare un'uguaglianza omologante, senza aggiungere le donne agli uomini come se fossero uomini e non donne, rifiutando il fatto che la politica delle donne sia politica per le donne: nella convinzione che nessuna libertà femminile (costruita con la pratica politica fra donne prima e con gli uomini poi) può darsi in un mondo senza libertà ed uguaglianza.
È ancora addirittura imbarazzante la scarsa presenza delle donne nelle posizioni apicali, ma (quanto attuale ancora Lidia Ravera: "Politica, l'amante incompresa", rivista DWF, Cooperativa Utopia, 1997) non basta l'ingresso massiccio del femminile, "di donne e basta. Le donne e basta vadano dove vogliono, staranno sempre sotto. Le donne che conservano una capacità di espressione significativa di loro stesse hanno imparato a partire da sé, a pensare in grande, ad esercitare l'attenzione, l'autoanalisi costante e implacabile, la palpazione anche reciproca di stati d'animo, umori, terrori."
Scriveva Carla Lonzi, l'anima e la mente del gruppo "Rivolta femminile", nel lontano 1977, con la sua prosa poetica e tagliente, ciò che può anche significare esser rappresentate da una "pseudo-esperta del femminile": "hai avuto dall'uomo l'identità e non la lasci /...vorresti mettermi sul piedistallo / vorresti tenermi sotto tutela / ... non sai chi sono e ti fai mia mediatrice / quello che ho da dire lo dico da sola /... chi ha detto che hai giovato alla mia causa? / io ho giovato alla tua carriera".
Riecheggia, nel mio ebraico DNA, il mito di Lilith, colei che non volle giacere sottomessa ad Adamo.

la relazione con il Comune di Milano

Una lunga premessa (assolutamente non esaustiva, del tutto personale, utile solo a "storicizzare" in parte il discorso) per arrivare all'oggi, alla pratica politica di donne che interagisce con l'istituzione, in particolare con la Giunta del Comune di Milano.
È questo inedito che qui interessa.
Più volte in passato è stata tentata una relazione fra il mondo del femminismo milanese e "le politiche": tanto per fare due esempi penso ai tempi della "emancipazione versus liberazione", e in particolare agli incontri organizzati negli anni '90 da Anna Del Bo Boffino, sfociati nel convegno "Percorsi del femminismo milanese a confronto" del gennaio '95, tentativo di tessere e tenere insieme le sue diverse anime; oppure a quelli organizzati con le candidate alle elezioni amministrative milanesi del 2009 da "Usciamodalsilenzio".
A quanto mi consta, non si era invece pensata, e tanto meno attuata, una relazione "di progetto" fra donne milanesi ed ente locale.
Quanto accaduto dal 2011 ad oggi a Milano è allora importante, e va raccontato.


1) il Tavolo Spazi

A pochi mesi dal suo insediamento, il 28 settembre 2011, la Commissione Pari Opportunità del Comune ha chiamato a raccolta in Sala Alessi le cittadine affinché esprimessero i propri desideri e le proprie richieste all'amministrazione.
In quell'assemblea molto partecipata, in una sala strabordante, si sono costituiti tre Tavoli ("lavoro", "salute", "spazi"), composti da donne che hanno così inteso praticare una forma attiva di cittadinanza.
Le componenti dei Tavoli hanno poco tempo dopo iniziato un autonomo percorso di riflessione e lavoro; nelle riunioni svoltesi nei locali messi a disposizione dalla Commissione Pari Opportunità sono stati definiti i temi da sviluppare, ragionando anche su modalità e tempi di un confronto con l'ente locale.
Il Tavolo-Spazi in particolare (costituito da donne con età, provenienze, storie e appartenenze diverse) si è incontrato stabilmente, ogni tre settimane circa, e ha subito individuato la comune esigenza di costituire una Casa delle Donne a Milano, colmando in questo modo una grave lacuna rispetto alle città italiane ed europee: uno specifico spazio destinato alle donne, un punto di riferimento per la trasmissione costante di esperienze e conoscenze che favoriscano l'inserimento di ognuna e di tutte nel contesto cittadino, un luogo dove si rispetti e si dia valore alle diversità dovute alla cultura di origine, all'età anagrafica, alla condizione sociale, all'orientamento sessuale, alle posizioni culturali e politiche.
Una Casa che non abbia alcuna pretesa di sostituirsi e superare i luoghi e le esperienze del femminismo milanese, ma che li connetta tra loro e con il resto dell'esistente in Italia e nel mondo, fungendo da moltiplicatore.
Una Casa in cui non chiudersi, ma da cui partire per stare nella città e nel mondo.

2) l'Associazione Casa delle Donne di Milano

Grazie all'analisi delle Case delle Donne aperte in Italia e all'estero e alla raccolta dei desideri espressi dalle donne presenti a due successive assemblee in Sala Alessi (14 marzo e 23 ottobre 2012), il progetto si è precisato e affinato, e si è instaurato un dialogo con la Pubblica Amministrazione, in particolare con alcune Assessore.
Ma ciò ha comportato la necessità di costituirsi in Associazione, al fine di consentire l'interlocuzione anche formale fra l'ente territoriale e il nuovo soggetto di cittadinanza attiva rappresentato dal Tavolo: perché l'Amministrazione non riconosce come possibili interlocutori le forme di partecipazione non formalmente costituite. Questo il nodo da sciogliere, su cui tornerò.
All'unanimità si è deciso che socie sarebbero state le singole donne e non le associazioni o i gruppi cui ciascuna fa riferimento, al fine di garantire un effettivo pluralismo, evitare i rischi derivanti dal maggior potere di alcune rispetto ad altre, facilitare il rapporto fra socie e con il mondo femminile e femminista milanese.
Dopo un lungo lavoro collettivo e molto partecipato di elaborazione dello Statuto (per mesi ogni parola, ogni virgola è stata discussa da un gruppo di almeno una trentina di donne, più che raddoppiato mediante la comunicazione telematica), l'Associazione di promozione sociale "Casa delle Donne di Milano" si è costituita il 24 settembre 2012, ha nominato il Consiglio Direttivo (composto da 11 donne dalle storie ed esperienze molto diverse), che a sua volta ha eletto tre co-presidenti (e fra esse io sono la legale rappresentante), presentandosi poi alle socie in un affollato incontro nell'auditorium di via Valvassori Peroni il 1° febbraio 2013.
Subito dopo - e certamente anche per la pressione esercitata dalle assemblee di Sala Alessi - la Giunta milanese ha dato atto dei "momenti di confronto informale con le associazioni femminili e singole cittadine per definire le finalità e le caratteristiche di un progetto riguardante la costituzione di una ‘Casa delle Donne', intesa come luogo destinato a promuovere la partecipazione attiva delle donne alla vita culturale e sociale della città"; ha verificato "l'idoneità dello spazio di via Marsala 8 allo sviluppo del progetto", e il 24 gennaio 2013 ha approvato "le linee di indirizzo per l'assegnazione a terzi, mediante procedura ad evidenza pubblica, di una porzione" (l'intero piano terra di circa 600 metri quadri, oltre al cortile di circa 400 metri quadri e, in uso non esclusivo, la palestra nel seminterrato, di circa 300 metri quadri) "dell'immobile di via Marsala 8, ai fini della realizzazione del progetto ‘Casa delle Donne' ".
Il 25 febbraio 2013 veniva indetto il relativo Bando, a scadenza 22 aprile 2013.

il progetto per una Casa delle Donne a Milano

L'Associazione Casa delle Donne di Milano ha presentato un progetto articolato, in linea con il proprio Statuto. Ne riporto il preambolo:
Riteniamo che il nostro territorio sia la città e tutte le donne che la abitano. Includere, attivare partecipazione e consapevolezza di genere - anche nel rispetto dei diversi orientamenti sessuali - promuovere cittadinanza attiva sono i nostri obiettivi, che intendiamo perseguire in un luogo visibile e simbolico di intermediazione tra le donne e la città e tra le donne stesse, dando così vita a un laboratorio interculturale permanente.
La forza del progetto è la forza di ciascuna di noi: la storia delle fondatrici e di tutte le socie [attualmente oltre 350] mostra il radicamento nei percorsi del femminismo milanese, evidenzia esperienze nelle culture femminili che sono patrimonio individuale e collettivo della Associazione tutta.
Ma il nostro progetto, ambizioso e complesso, ci impone di cercare "le altre", le donne che pensano di non avere né tempo, né interessi diversi dalle incombenze quotidiane: perché escano dal chiuso delle case per incontrarsi in uno spazio pubblico e condiviso. In particolare prestando attenzione alla realtà delle donne straniere: è necessario rompere l'isolamento, valorizzare le capacità individuali e le competenze in progetti comuni, uscendo anche dallo stereotipo della "migrante bisognosa" che relega nella marginalità e nell'esclusione.
Intendiamo anche la Casa come luogo che "si mette a disposizione" delle associazioni formali e informali presenti nella città, ponendosi quale snodo, luogo di connessione delle reti esistenti, e contemporaneamente di incontro, conoscenza, comune progettualità delle donne che non appartengono a nessuna associazione.
A questo fine garantiremo l'apertura degli spazi ad altre associazioni, gruppi o singole donne che ne facciano richiesta, per un uso temporaneo, secondo il Regolamento interno che verrà approvato e il calendario che verrà concordato.
Nel nostro progetto la Casa è un luogo in cui formarsi e informarsi (riteniamo essenziale e necessaria nella nostra città l'apertura di uno "sportello degli sportelli" orientato al genere femminile), imparare, promuovere talenti e valorizzare saperi, praticare cittadinanza attiva, sperimentare piccole forme di "economia sostenibile", cercare il ben-essere del corpo e della mente divertendosi e rilassandosi.
La partecipazione al Bando è pertanto lo sbocco naturale dell'Associazione Casa delle Donne di Milano, nata al fine di progettare e gestire proprio una "Casa delle Donne", come si legge nello Statuto.
Data la nostra natura, non ci presentiamo insieme ad altre associazioni o gruppi milanesi, il cui vivo interesse per l'iniziativa e il progetto si è manifestato prima nelle assemblee in Sala Alessi e ora con la sottoscrizione delle "lettere di adesione" [in numero di 61, comprendenti la quasi totalità dell'associazionismo "storico" milanese e molto altro].

Il progetto è stato dichiarato vincitore del Bando, ed entro la fine del 2013 l'Associazione Casa delle Donne di Milano prenderà possesso dello spazio di via Marsala 8.

gli ambiti di intervento

Il progetto di gestione della Casa (che sarà dotata di caffetteria, cucina, biblioteca, mediateca, ludoteca e altro) è suddiviso in aree tematiche: fare rete tra le reti, informarsi, formarsi e imparare tra donne, promuovere i talenti e valorizzare i saperi, praticare la cittadinanza attiva delle donne, la sostenibilità, il ben-essere di corpo e mente.
In particolare abbiamo pensato di realizzare incontri di informazione, corsi di formazione e seminari, laboratori sperimentali e pratici, eventi anche internazionali, contatti istituzionali e con ogni realtà femminile, esposizioni, spettacoli musicali/teatrali/cinematografici, presentazioni di libri, gruppi di lettura, corsi di scrittura, corsi di educazione civile per favorire la conoscenza degli strumenti di partecipazione alla vita pubblica, gruppi di studio per pensare la città come bene comune", seminari e convegni sulle attuali crisi di sistema e sui modelli economici proposti dalla ricerca femminile, una "banca del tempo", una bacheca fisica e virtuale, uno "sportello degli sportelli", un "angolo del baratto", gruppi di acquisto, ... e tanto altro, per i motivi e ai fini che sinteticamente elenco.

Per "le donne di tutte le culture"


Dopo un ciclo di incontri, confronti internazionali e interculturali sostenuti dall'ONU, la Conferenza internazionale di Pechino del 1995 ha segnato per il movimento delle donne la chiusura di una fase storica, lasciando poi solo tali confronti alle possibilità offerte dai singoli Stati o dalle associazioni professionali e accademiche. È fondamentale perciò, nel costituire una "Casa delle Donne" nel centro di Milano, sottolineare l'importanza di un luogo dove si confrontino visioni, pratiche, differenze nelle condizioni delle donne, nelle loro pratiche di resistenza e liberazione, allo scopo di immaginare e realizzare modalità di convivenza tra culture, caratterizzate non soltanto dall'integrazione ma soprattutto dalla mediazione interculturale: uno sguardo necessario per il futuro del nostro pianeta.

Per "le donne di ogni età"


Parlare e condividere esperienze è fondamentale per trovare strategie al fine di migliorare la vita privata e collettiva. Le donne sanno che il sapere è in costruzione e che ognuna - indipendentemente dall'età - può contribuire al ben-essere di ciascuna e di tutte.

Per "le donne di ogni orientamento sessuale"


Poter palesare e nominare quello che si è, la propria affettività e sessualità, è fondamentale nella costruzione e nell'affermazione di sé. È importante che possano esprimere liberamente la propria identità e il proprio orientamento anche le donne con orientamento non eterosessuale - lesbiche, bisessuali, transgender e queer - perché tutte possano trovare appoggio e solidarietà nel proprio percorso di vita all'interno della città e della società.

Per "fare rete tra le reti"

Riteniamo fondamentale non disperdere energia, capitalizzare saperi e conoscenze, creare sinergie e connessioni, nei ruoli multipli ("multitasking") tipici dell'essere donna.
La Casa sarà allora
- un luogo di incontro in cui creare e rafforzare una rete di donne a livello locale
- uno snodo per la rete di associazioni e gruppi informali di donne a livello locale e nazionale
- un momento di scambio per la rete di Case delle Donne a livello nazionale e internazionale
- una rete di sostegno a progetti e iniziative di organizzazioni femminili in tutto il mondo
- un luogo di visibilità e riconoscimento, opportunità di scambio e dibattito, condivisione di esperienze
- un luogo per accogliere le iniziative di associazioni e gruppi informali di donne che lo richiederanno, attraverso la messa a disposizione di spazi per riunioni, seminari, convegni...

Per "informarsi"

Avere l'opportunità di informarsi e documentarsi con uno sguardo femminile costituisce una ricchezza. Nella Casa le donne della città potranno trovare informazioni a vari livelli, da quello dei bisogni e dei diritti a quello della ricerca e della progettualità, facilitandosi così l'accesso ai servizi, progetti e opportunità che il territorio di Milano offre alle donne.

Per "formarsi e imparare tra donne"

Condividere esperienze e strategie, far fronte comune, può aiutare ognuna a riconoscere il proprio valore e a spendere al meglio competenze e conoscenze.
Nella Casa saranno valorizzate le donne come portatrici di saperi e di esperienze, riconosciute le competenze di ognuna. Sarà proposta una trasmissione del sapere orizzontale, partecipativa, libera; sarà sviluppata progettualità in un confronto di idee libero dagli stereotipi di genere.

Per "promuovere i talenti e valorizzare i saperi"

La Casa dovrà dare visibilità al misconosciuto apporto delle donne in tutti i campi del sapere, dare il giusto merito alle grandi donne del passato e del presente, favorendo allo stesso tempo la crescita delle grandi e piccole donne del futuro; dovrà lavorare in rete con i grandi centri di produzione di sapere in un'ottica di genere, e con quanto elaborato dai movimenti e dall'associazionismo femminile sul territorio; dovrà saper coinvolgere la cittadinanza e fare da cassa di risonanza per le ricerche e i risultati di eccellenza delle donne.

Per "praticare la cittadinanza attiva delle donne"

Poiché "nessuna/o si può dire felice senza possedere la propria parte di felicità pubblica" (Hannah Arendt), la Casa valorizzerà l'apporto delle donne alla vita della città, coinvolgendo le giovani donne e le nuove abitanti di ogni provenienza e cultura.

Per "la sostenibilità"

Consapevoli della necessità di mutare radicalmente il paradigma ispirato alla logica della crescita infinita cui si deve l'attuale disastro ecologico ed economico, la Casa darà opportunità per riconvertire le abitudini di vita e di consumo, contribuendo alla "decrescita" con iniziative virtuose.

Per "il ben-essere di corpo e mente"

Potersi incontrare in un luogo piacevole e conviviale è importante per conoscersi e poter poi lavorare insieme. Nei laboratori sarà condivisa la manualità, curato il movimento del corpo, dato spazio alla voglia di divertirsi e di giocare.

Questo - in estrema sintesi - è il progetto per la Casa delle Donne di Milano, voluta dalle centinaia che si sono riunite periodicamente in questi due anni: non indistinta "società civile" (il generico altro da chi ha potere decisionale costituzionalmente previsto) ma cittadine attive, donne in relazione tra loro impegnate nel discorso di genere come non indifferenziata costruzione sociale e culturale, impegnate a progettare nell'interesse comune, in una attività di cura (che non caratterizza o non dovrebbe caratterizzare le donne in quanto tali) della nostra diversificata identità, della salute, del territorio che abitiamo, della città: insomma di cura di beni comuni.
Nel programma del sindaco Pisapia era inserito il capitolo "La città delle donne": in quanto autorganizzazione sociale in grado di produrre e condurre progetto, sta a noi costruirla.

 

tentativi di democrazia partecipativa

Ritorno, per concludere, al "nodo" cui ho già accennato: le forme di interazione fra amministrazione locale e cittadinanza attiva.
Sto parlando di un difficile cammino di democrazia partecipativa, dagli esiti ancora molto parziali.
I Tavoli - se pur con mille difficoltà - sono un laboratorio politico; si pongono sulla soglia delle politiche pubbliche con l'intenzione di interferire in esse in una forma di "co-governo interattivo"; sono l'espressione di una forma di democrazia cui va dato riconoscimento e valore.
È ormai necessaria e imprescindibile la costruzione di un luogo, di una "forma", di una struttura permanente ove l'interazione fra soggettività sociale e amministrazione viva in concreto, ove alla cittadinanza attiva (femminile, nel nostro caso: ma il discorso è generale) sia garantita l'interfaccia istituzionale, senza che sia necessario "tirare per la giacchetta" nessuno o costituirsi in formale Associazione.
Va costruito un luogo di confronto (che non esclude il conflitto) con l'amministrazione di progetti ragionati che nascono da soggetti consapevoli, anche affinché i progetti possano poi realizzarsi senza la necessità - allo stato imprescindibile - di indire un Bando, procedura a evidenza pubblica che sarebbe invece già a priori stata posta in essere.
E di questa e ogni altra forma di cittadinanza attiva vanno affermati i diritti, pretendendo che siano scritti, per poterli far valere indipendentemente dal colore della maggioranza al governo della città. Il percorso partecipativo esige una "statuizione", una scrittura nella Carta del Comune di Milano, lo Statuto.
Questo non significa necessariamente "istituzionalizzare" e quindi ingessare ed irreggimentare nei paradigmi dati dalla politica le forme spontanee di cittadinanza attiva. "Statuire" significa riconoscere la "forza costituente" di un processo sociale, stabilire le modalità di interazione necessaria con la progettualità sociale nel definire ed assumere decisioni di governo; dotare l'ente locale di strumenti per consentire il dialogo attraverso spazi aperti di incontro "fra pari" (non luoghi di ascolto ma di confronto), in cui possano essere portati e discussi progetti da costruire poi insieme, previa formale, motivata e trasparente decisione di chi ha il potere di decidere.

 

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Last update: 20/04/2019
 

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